Bella ciao

Bella Ciao non è stato un canto della Resistenza. Ne è diventato simbolo postumo. Viena descritta la storia di un fiore. Quindi di una rinascita, di una nuova vita nel gelo della morte. Il fiore è un monito per tutte le genti che passeranno, quel bel fior di pace, di consapevolezza per la nascita del terrore. Monito perché lo spreco della vita in nome dell’egoismo non si ripeta mai più. La libertà conquistata è una libertà piena, di concordia con la natura. Non un capriccio libertario individuale, non un’erba voglio, ma una dimensione di salvezza dalla paura, dalla fame, dal cinismo, dallo sgretolamento della speranza. Il testo non assomiglia ai canti di lotta operai, possiede un recondito afflato spirituale. E non è una canzone di guerra. Esalta la vita nella sua essenza più profonda. Quella che costruisce vita e speranza. Di conseguenza non è un canto di guerra né un canto di lotta, ma un canto politico sì.
Col tempo quelle parole, ripetute meccanicamente, hanno perso il loro intimo significato. Bella Ciao è stata confezionata per ogni evenienza. Nella sistematica opera di immiserimento della lotta partigiana, di ciò che politicamente e socialmente ha significato, è diventata prodotto buono per ogni contesto. Fino a diffondersi come colonna sonora di un gruppo di rapinatori in una serie televisiva.
Il potere più insidioso del capitalismo è quello di far assorbire ogni aspetto dell’umanità ai propri scopi. Di commercializzare all’infinito ogni spazio dell’esistenza. Così da far perdere qualsiasi significato alle cose se non quello del valore di scambio. Perché, per il capitalismo, gli esseri umani vivono solo per glorificare il proprio tendenziale egoismo.
Così Bella Ciao diventa un brand. Riutilizzabile per qualsiasi scopo. E lo si può vendere anche nella sua versione fascista. Perché proprio ciò che cantano gli ucraini sulle note di Bella Ciao contraddice il significato originario di quel canto sulla Liberazione e diventa un inno dai propositi fascisti.
“Quei nemici maledetti che la nostra terra invadono
I nemici maledetti senza pietà li distruggiamo”
“E i javelin e i bayraktar combattono per l’Ucraina e uccidono i russi”
“Presto li distruggeremo
E conquisteremo la nostra libertà
E ci sarà di nuovo la pace”
Il fascismo si annida dietro queste parole. La volontà di annientamento feroce dei “nemici maledetti” non conosce alcuna pietà. L’esaltazione per le armi (javelin e bayraktar) che uccidono i russi, sostituisce il fiore della speranza e quindi di riscatto per l’intera umanità.
Diventa un canto di fierezza allucinatoria per la guerra. Presupposto perché la retorica fascista ritorni in auge, e venga riconsiderata buon senso comune. Discorsività letteraria.
Seguendo la medesima traccia non sorprende la tenacia con cui alcune formazioni politiche vorrebbero sventolare le bandiere della NATO in occasione della celebrazione del 25 Aprile.
Il processo di soppressione, nell’immaginario collettivo, dei valori della lotta partigiana, che non erano valori bellicisti, è ormai avviato da tempo.
Già nel contrasto alla Costituzione, risultato politico di quella visione che considerò i motivi sociali e culturali che portarono il fascismo all’apice della mentalità occidentale, si è vista la tenacia con cui quel modello doveva essere cancellato dalle coscienze.
Oggi si fa un passo in avanti. Per difendere il “mondo libero” quella grammatica fascista può tornare utile.
Così si stupra un inno di pace e lo si reinventa canto cupo di cieca violenza. Nel quale i teschi potranno essere sbandierati in nome della libertà. Da sempre quel nazionalismo razziale che oggi si ammanta di cosmopolitismo, ha elevato la libertà senza aggettivi a condizione per la volontà di potenza. E non ha mai parlato di Pace e Giustizia. Quel nazionalismo oggi incarnato nei cosiddetti valori europei che definiscono il confine tra Bene e Male. Nazionalismo cosmopolita dove o l’estraneo si assoggetta nell’assimilazione o verrà combattuto fino all’ultimo respiro della Ragione.

Potrebbe essere un primo piano raffigurante fiore e natura

1 commento per “Bella ciao

  1. Giulio larosa
    26 aprile 2022 at 17:09

    L epopea della resistenza è stata banalizzata e ridotta a noia e conformismo già dagli anni 70. Era già allora un indecente sfilata di qualunquisti antifascisti in assenza di fascismo e servi del potere che pagavano pegno con qualche cerimonia. La degenerazione è proseguita e il 25 aprile è diventata una delle feste cerimonie del sistema, un un’appuntamento a cui chi sta o vuole stare nei salotti buoni. In sostanza ha fatto la fine de pd da pci a pd c è poco da fare. Io ho smesso di partecipare ai 25 aprile e di commemorarli dal 2003.

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