Carminati e i suoi camerati. Fenomenologia del neofascismo “postmoderno”

Carminati, neofascista militante, già aderente ai NAR e criminale conclamato è stato scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare dopo circa cinque anni e mezzo di detenzione. Nulla da dire dal punto di vista legale e giudiziario. I termini sono scaduti, per lo meno per quanto riguarda l’accusa di corruzione, e quindi c’è poco da recriminare. “Er Cecato”, come è soprannominato, si è reso protagonista di ben altri atti, molto più gravi, di criminalità politica e comune ma tra indulti, leggi e leggine varie è riuscito a farla franca, comunque a scontare pene molto inferiori rispetto a quelle che avrebbe dovuto (e anche meritato) scontare.

Ma questo è un altro discorso e non è di questo che volevo parlare.

Carminati è il prototipo di quella fascisteria a metà fra la militanza politica e la criminalità comune, ma è questo secondo aspetto che finisce per prevalere e per caratterizzare quell’ambiente. Come dicevo, tutto ciò non è affatto casuale.

Questa gente è dedita al crimine, al traffico di droga, all’estorsione e ad ogni genere di attività illecite, molto spesso si trova ad operare in una zona “grigia”, ambigua, e altrettanto spesso è stata collusa con gli apparati di sicurezza dello stato, più o meno deviati. Nel caso specifico di Carminati, la rapina notturna senza colpo ferire alla banca situata all’interno del Tribunale di Roma non sarebbe stata possibile, con quelle modalità, senza la complicità di alte sfere dello stato, carabinieri, polizia o altro ancora( ma pensiamo alla connivenze della banda della Magliana con i servizi segreti e la P2…). Ciò che li caratterizza è infatti l’ambiguità e, naturalmente la violenza, concepita non come un mezzo e neanche come un fine ma come elemento costitutivo del loro essere. E qui rientra in ballo l’ideologia, e ci rientra dalla porta principale, non da quella secondaria.  La violenza per i fascisti non è un mero strumento, come dicevo, e incredibilmente neanche un fine. La violenza è un tratto distintivo della loro ragion d’essere, è ciò che li caratterizza dal punto di vista antropologico e ontologico. Sono loro stessi a sostenerlo, sia chiaro, e soprattutto a praticarlo. La volontà di potenza, infatti, non conosce limiti, di qualsiasi genere. La volontà di potenza – principio al quale questa gente si ispira – non può che manifestarsi liberamente, per quella che è, senza legacci di ordine etico e morale. Se così non fosse, non sarebbe tale. La conseguenza logica e inevitabile di questa filosofia di vita è naturalmente l’uso indiscriminato e senza alcun discernimento della violenza che della volontà di potenza, lasciata libera di galoppare, è l’espressione più coerente e compiuta. Ho conosciuto pochissimi fascisti nella mia vita che non fossero animati dal culto della forza fisica, muscolare, che non praticassero arti marziali o sport di combattimento. La forza, concepita come capacità di sopraffare e sottomettere l’altro, di annichilirlo fisicamente (e psicologicamente), è il baricentro della loro esistenza e ciò che caratterizza la loro psicologia. Non c’è molto altro (del resto la volontà di potenza non ha bisogno di altro, per lo meno a questi livelli…). Ho sempre pensato che se in una colluttazione riesci ad avere la meglio su un fascista, c’è anche la possibilità (non del tutto remota) che possa cambiare idea. Perché sconfiggerlo fisicamente e impartirgli una sonora lezione significa minarlo psicologicamente sul punto che per lui è più importante. Sconfitto dal punto di vista fisico, soprattutto da un avversario politico, quello che lui è abituato a considerare un inferiore, un “untermensch”, tutto il suo castello ideologico superomistico potrebbe anche crollare.

E’ per queste ragioni che i fascisti sono molto spesso dediti ad attività criminali. E’ il risultato di una sorta di stravolgimento del famoso “vivi pericolosamente” della “via del Samurai”. E’ così che Il Bushido e il pensiero nietzchiano vengono riadattati e “contestualizzati” e il risultato è quello che vediamo con i nostri occhi. Per cui si passa dall’ultrà della curva, spesso malavitoso, che fa uso di cocaina, violento, intollerante, che vive spesso ai limiti dell’illegalità, fino al criminale ad alti livelli, all’uomo d’affari (loschi), spregiudicato. La spregiudicatezza, spinta fino alle estreme conseguenze, è l’altra caratteristica fondamentale di questa gente. Una spregiudicatezza che, naturalmente, deve essere intesa come totale assenza di remore e di ogni scrupolo nel commettere questa o quell’azione, come una sorta di fanatica temerarietà (concetto ben diverso dal coraggio…), dove tutto può essere possibile, in qualsiasi momento, perché in ultima analisi è pur sempre la volontà di potenza che sta dietro ad ogni azione. Il pensiero, inteso quindi come capacità riflessiva e speculativa, diventa del tutto ininfluente. Ciò che conta, in questo caso, è l’azione, che può essere immediata, come nel caso della violenza spicciola ma può essere “razionalizzata”, cioè finalizzata (nel caso in questione, ad attività criminali) all’acquisizione di sempre maggior potere (volontà di potenza) fine a sé stesso. Potere per il potere.

Ciò che trovo stupefacente è come questa gente riesca a far convivere alcuni aspetti della loro ideologia (patria, nazione, fedeltà, onore) con la loro vita “spregiudicata” (nel senso che abbiamo detto), violenta e criminale. Cosa ci possa essere di onorevole nel trafficare in droga o nello spezzare le gambe chi non paga il pizzo, lo sanno solo loro. E’ esattamente la stessa contraddizione che vivono i mafiosi che ammazzano, trafficano in droga, armi, prostituzione, ricattano, torturano e però si fanno il segno della croce e si genuflettono davanti alla Madonna come se nulla fosse, magari dopo aver mandato al creatore un testimone scomodo, fosse anche un bambino.

Sono, naturalmente, due fenomeni diversi ma contigui, anche nella loro contraddittorietà. Ma quest’ultima non rappresenta certo un problema per questa gente.

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1 commento per “Carminati e i suoi camerati. Fenomenologia del neofascismo “postmoderno”

  1. Mario Galati
    19 giugno 2020 at 8:34

    Sul piano generale, già con Napoleone III, è una costante l’utilizzazione del sottoproletariato, straccione o superomistico (non dimentichiamo che per Gramsci la dottrina nietzscheana del superuomo potrebbe avere un’origine popolaresca, nelle figure come il Conte di Montecristo), degli spostati, da parte del fascismo o dei vari regimi autoritari di destra nel mondo. In Italia il fenomeno esiste già a livello di massa in un vasto territorio del paese come organizzazione di mafia. La mafia recluta e inquadra settori sottoproletari, superando l’anarchia delle varie delinquenze come quella romana, li allinea su valori compatibili con quelli dominanti (il popolano “Conte di Montecristo” riparatore di torti, ossia il simbolo del riscatto sociale, si invera nel mafioso solo come riscatto individuale all’interno dei valori delle classi dominanti, come cooptazione attraverso mezzi “illeciti” e delinquenziali e non come riscatto sociale e rivoluzionario) e, oltre all’aspetto repressivo sul territorio (repressione dei lavoratori, non di semplice taglieggiamento della piccola borghesia: l’unica cosa che i piccoli borghesi “saviani” riescono a vedere e che li spinge ad esprimere il loro odio di classe per il sottoproletariato napoletano camorrista) rappresenta già ora una massa conservatrice di controllo sociale (gli elementi popolari più capaci vengono reclutati e non diventano potenziali ribelli o rivoluzionari; inoltre, la mafia opera come agenzia di diffusione ideologica “naturalmente” anticomunista) e una riserva reazionaria del potere capitalistico: in caso di rivoluzione, mafiosi e forze dell’ordine si troverebbero dalla stessa parte nella repressione.
    Sottolineo quanto dice Fabrizio Marchi sul valore pedagogico della repressione del “superuomo” e anche qui richiamo il pensiero di Gramsci, secondo il quale anche la coercizione ha un valore educativo, perché stabilisce il senso del limite.
    Piano psicologico individuale e piano sociale non sono disgiunti e la considerazione di Fabrizio Marchi, a parte l’analisi storica e le varie teorizzazioni di tattica e strategia del potere e della trasformazione sociale, dovrebbe quantomeno far riflettere i sostenitori della non violenza (l’ideologia che, come sempre, interiorizza la sconfitta storica e trasfigura l’incapacità di combattere).

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