Colonizzazione monetaria e donne

La critica femminista ha smesso di essere la breccia nella muraglia del modo di produzione capitalistico, ne è diventata l’agile strumento adattivo con cui il capitalismo nella sua fase totalitaria include ed inganna uomini e donne. La lettura della storia è utilizzata come strumento ideologico di propaganda e asservimento al capitale. Il femminismo attuale è all’interno di tale scia ideologica: il capitalismo è letto come paradigma di emancipazione delle donne dal giogo degli uomini. L’inganno ermeneutico è sostenuto dal semplicismo con cui ci si approccia alla storia del capitalismo. L’esemplificazione è voluta, poiché  permette il pubblico giubilo con cui si invoca il liberismo con annessi diritti individuali quale orizzonte intrascendibile. Il modo di produzione capitalistico assolda i soggetti che al suo interno sono stati indeboliti nella loro specificità quale veicolo per confermare l’attuale sistema. Si tratta di oscurare il dato fondamentale e  inaggirabile, ovvero il capitalismo ha introdotto l’uguaglianza formale, ma ha perseguito la disuguaglianza materiale e sostanziale, mediante la colonizzazione monetaria di ogni pensiero, atto e gesto dell’essere umano. La violenza è diventata insostenibile con l’affermarsi del valore di scambio sul valore d’uso e  con la monetaria specializzazione di ogni campo d’azione finalizzato a fondare differenze e dipendenze. La gerarchizzazione dei generi è l’effetto della valorizzazione della vita, la quale dev’essere trasformata in plusvalore. Ivan Illich ci dona una diversa lettura della storia del capitalismo sostenuta da studi antropologici e ricerche personali, al momento obliati dall’orizzonte culturale.

Prima che si imponesse il modo di produzione capitalistico la gerarchizzazione dei generi era inesistente, nell’economia vernacolare vi era la complementarietà dei generi. L’economia vernacolare si fondava sull’autoconsumo e sull’autoproduzione, non vi era gerarchizzazione e disuguaglianza, ma azione collaborativa e divisione dei ruoli. Ogni attività era egualmente importante, in quanto necessaria al benessere del gruppo famigliare. Uomini e donne non vivevano in un Eden paradisiaco, ma le loro esistenze non erano ritmate dalla competizione e dalla divisione gerarchica causata dalla monetarizzazione delle attività. Il modo di produzione capitalistico ha introdotto la violenza in modo sistematico, in quanto ha trasformato la vita in valore di scambio, per cui il femminismo attuale non vuole guardare con gli occhi della mente la radicalità del problema, ma si limita a mostruosizzare gli uomini ed a occultare il dato sostanziale: il modo di produzione capitalistico produce la violenza che vorrebbero combattere e, specialmente, le donne sono ingannate dal sistema che le strumentalizza per fondare un sistema sociale la cui libertà dipende dal denaro e dal dominio. Senza plusvalore  si è “nessuno”, solo il denaro estorto con lo sfruttamento determina la visibilità sociale. Le donne che si presentano come la milizia della libertà, sono interne al sistema, socialmente privilegiate e culturalmente formate all’anglo-globalizzazione. Hanno deciso di ignorare gli uomini e le donne vittime della precarietà, e la quotidiana mortificazione degli uomini ridotti a presenze spettrali del sistema. La violenza circola ovunque ed infetta le relazioni fino alle sue tragiche conseguenze.  Ci si sofferma volutamente sulla violenza di genere, ma non si indagano le cause profonde, si scambia il sintomo per la causa con l’effetto di favorire le disuguaglianze. La violenza di genere è la foglia di fico con cui occultare la struttura di dominio che inficia ed aliena ogni genere di rapporto da quello lavorativo alla relazione di coppia.

 

Complementarietà dei ruoli e disuguaglianza

Il modo di produzione capitalistico ha trasformato la complementarietà dei generi in disuguaglianza. Il modo di produzione capitalistico è di tipo crematistico, prolifera sullo sfruttamento, poiché mediante il plusvalore estorto può espandere i propri investimenti e “creare bisogni inautentici” da cui trarre profitto. Le donne cadono nella trappola dello sfruttamento, il capitale invoca l’inclusione, ma in realtà, ambisce allo sfruttamento, perché vive di esso. La causa della violenza di genere non sono gli uomini categorizzati in modo generico ed astratto, ma il sistema economico e culturale liberista la cui esistenza dipende dallo sfruttamento. Con la fine dell’economia vernacolare lo sfruttamento è diventato generale in primis gli uomini sono stati oggetto di un inaudito sfruttamento nelle industrie, e poi le donne protette all’inizio dell’epoca industriale dai ruoli tradizionali sono diventate in seguito le schiave salariare della produzione industriale.

Lo sfruttamento coinvolge donne, uomini e migranti. Le forme dello sfruttamento sono plurime e spesso non riconoscibili. La cultura liberista ha insegnato a valutare ogni atto in denaro, per cui non è tematizzato lo sfruttamento etico di talune categorie: i giornalisti e le giornaliste prone al potere, paiono possedute dai dominatori, ripetono le formule liturgiche del potere, sono abitate dai dominatori, sono i nuovi servi che vivono nel privilegio materiale, ma consumano le loro esistenze nell’asservimento alienante. Rappresentano una nuova forma di sfruttamento che il femminismo ignora in nome dell’omologazione inclusiva.

 

Sfruttamento e modo di produzione capitalistico

Ivan Illich attraverso l’analisi della condizione femminile ci svela la condizione umana nel regno del capitale. Gli esseri umani sono privati dalle oligarchie dell’autonomia e della libertà di saper fare e donare. Ogni relazione è strutturalmente costituita secondo il modello: sfruttatore – sfruttato. L’uso delle tecnologie  promette maggiore libertà e comodità, ma in realtà priva il soggetto della sua autonomia. L’abitudine alla dipendenza nel quotidiano si radica nella mente e nei comportamenti fino a spingere l’umanità in uno stato di disprezzo verso se stessa. Non è possibile ipotizzare un’alternativa se si è introiettato l’abitudine all’obbedienza e alla passività. Solo il lungo percorso di addio agli incanti ingannevoli del capitale può condurre uomini e donne fuori dallo stadio della dipendenza e del dominio. L’economia vernacolare con i suoi linguaggi liberati dalle relazioni di dominio è l’ecologia delle relazioni progettata da Ivan Illich con cui ci si deve confrontare per progettare l’uscita dal modo di produzione capitalistico. Il modo di produzione capitalistico non è il semplice capitale, perché Marx ci ha insegnato che il capitalismo è una struttura composita costituita da sovrastruttura, struttura, mezzi e rapporti sociali. Solo lo sguardo olistico può liberare uomini e donne dalla tempesta del capitale nel quale siamo implicati. La rivoluzione prima è cambiare il parametro con cui si definisce la ricchezza e la povertà per uscire dal paradigma liberista e sospettare dei movimenti che spingono all’inclusione nel modo di produzione capitalistico.

Il vero problema che si vuole obliare è lo sfruttamento e il dominio, solo la radicalità della critica può far emergere la condizione in cui siamo immersi, senza l’attraversamento del negativo la violenza continuerà ad essere il nostro pane quotidiano senza speranza. Il femminismo organico al capitalismo è affetto da sessismo lombrosiano riduce i generi ad attributi anatomici che si materializzano in espressioni caratteriali: il maschio è violento per natura, in questo modo introduce una nuova forma di razzismo organica al modo di produzione capitalistico. Gli uomini sono ridotti a maschi da umiliare e da rieducare perennemente. Il risultato è l’indebolimento di una forza sociale e culturale che nella storia dell’umanità è stata rivoluzionaria. Gli uomini sono vissuti con sospetto dal dominio, poiché gli uomini precarizzati e sfruttati sono stati i protagonisti delle rivoluzioni a cui si sono unite le donne. Solo uscendo dalle invisibili gabbie del totalitarismo del capitale gli uomini e le donne offese dalla precarietà possono ritrovare il vincolo solidale e culturale per un nuovo inizio.

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Fonte foto: Il Messaggero (da Google)

2 commenti per “Colonizzazione monetaria e donne

  1. 5 settembre 2021 at 19:21

    Il femminismo non è mai stato una breccia nella muraglia del sistema capitalistico: da sempre una priorità femminista è stata di spingere più donne a lavorare fuori casa, a MONETIZZARE la loro produzione e raddoppiare così l’offerta di lavoro salariato.
    Questo vale pure per la seconda ondata degli anni 60-70 del secolo scorso, ma in misura minore anche per la prima ondata di fine 800.
    Quindi quando sarebbe stata una “breccia nella muraglia del sistema capitalistico”?

  2. armando
    6 settembre 2021 at 21:53

    concordo, in particolare col riferimento a Illich, autore che dovrebbe essere conosciuto molto di più.

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