Il conformismo dei “responsabili”

Visto che le accuse di “complottismo” si elargiscono ormai a piene mani premetto di non ritenere che la pioggia di DPCM concreti di per sé una violazione della Costituzione: un’epidemia grave (ancorché non catastrofica) ha colto alla sprovvista il governo, che ha cercato di correre ai ripari.
Tuttavia non escludo che la questione possa effettivamente porsi in futuro, se con l’ottima “scusa” del virus lo stato di eccezione dovesse protrarsi sine die. Come ha saggiamente osservato un calciatore croato “il rischio zero non esiste”: dunque la sicurezza collettiva – che pure è un’esigenza avvertita (da anni) dalla popolazione – non può assurgere a valore assoluto, pena il suo disinvolto impiego come alibi per poco limpide scelte di comodo.
Oggi critiche rivolte a singoli provvedimenti o misure vengono equiparate alla condanna aprioristica da parte di un’opposizione interessata di qualsiasi decisione governativa: il dissenso è inviso al progressismo benpensante e chi non si allinea “fa il gioco della destra” o viene tacciato di irresponsabile individualismo. Quelli che attaccavano ieri la logica del voto utile la ripropongono mutatis mutandis in un inedito e fosco quadro emergenziale.
L’ho detto e scritto: alcune misure mi paiono essere state prese a ragion veduta. Il c.d. distanziamento sociale riduce le occasioni di contagio, la mascherina un po’ protegge e un po’ (di più) rassicura, le limitazioni – purché temporanee – alla libertà di spostamento sul territorio si giustificano alla luce del buon senso.
A infastidirmi e preoccuparmi sono semmai i divieti insensati, quali quello (vigente fino a pochi giorni fa) di passeggiata in solitaria o quello, destinato a cessare il 4 maggio, di accesso alle aree verdi, cioè a parchi spesso vasti e a zone boschive anche non delimitate. Ci si può infettare nei “polmoni verdi” seguendo le regole base citate prima? Evidentemente no, e questo lo sa pure l’esecutivo: Conte in aula ha ammesso che circa un quarto dei contagi avviene in casa, cioè in appartamenti spesso angusti dove familiari e “congiunti” si ammassano. Però seguitano a suggerire melliflui “restiamo a casa”, per poi consolarci con uno stucchevole “andrà tutto bene”. Detesto gli slogan: sanno di pre-confezionato e di falso (anche se molti sedicenti antagonisti li rilanciano a gran voce).
Guai insomma a chi imbocca in beata solitudine un sentiero o si libera momentaneamente della mascherina per uno scatto in bici in mezzo al nulla: rischia di vedersi all’improvviso circondato da graduati pronti a contestargli con piglio autoritario infrazioni da parodia ma “armate” di pesanti sanzioni pecuniarie. Norme confuse e generiche fanno paura poiché ci espongono ai soprusi di esecutori non sempre all’altezza del loro ruolo.
Il problema è tutto qua: più gli obblighi sono incomprensibili (e le punizioni arbitrarie) e più danno assuefazione – “educano” insomma ad atteggiamenti remissivi, da suddito. Si obbedisce e basta, senza discutere e manco riflettere. Acquisita (se non l’immunità) la docilità del gregge la massa sfoga l’insofferenza repressa sul dissenziente, stigmatizzandolo come irresponsabile, egoista, potenziale untore, “nemico del popolo”: tra i fenomeni più ripugnanti di questa stagione c’è la comparsa di schiere di delatori. Cui prodest? Di certo più ai governanti che ai governati: come affermavo giorni fa la gestione dell’epidemia è nei fatti un «esperimento sociale», che per realizzarsi non ha avuto bisogno di intenti malvagi né di macchinazioni infra o sovranazionali. Ce l’ha imposto il virus, ma come ben sanno gli studiosi di economia ogni crisi offre inaspettate «opportunità» alle classi dirigenti.
Quella di rimodellare il vivere sociale dei ceti subalterni, educandoli a una scattante obbedienza e una “virtuosa” frugalità, è senz’altro ghiotta: forse non è solo per le dichiarate (ed oggettivamente incontestabili) esigenze produttive che nei giorni più cupi della pestilenza moltissime fabbriche sono rimaste attive anche nelle zone c.d. rosse e le altre apriranno all’indomani di una Festa del Lavoro cancellata, mentre i luoghi di svago e ritrovo che insaporiscono un po’ la nostra precaria esistenza permarranno inaccessibili ancora a lungo. E’ più pericoloso per la nostra salute l’ambiente chiuso di uno stabilimento e di una corriera oppure l’aria aperta di una piazza o del cortile di un’osteria? La risposta è alla portata del cittadino più ingenuo e disinformato, e anche baristi, ristoratori e barbieri… fanno PIL, ma nella realtà capitalista nemmeno fra imprenditori “uno vale uno”: il piccolo è sacrificabile, il grande detta le regole a suo capriccio e vantaggio, conscio di avere gli strumenti per sopravvivere al diluvio.
Tra i Paesi europei l’Italia è stata, assieme alla Spagna (altro obiettivo?), quello in cui le misure di contenimento sono state più rigorose, ma da noi si rivelano maggiormente durevoli. Ad onta dei detrattori la popolazione si è mostrata più “responsabile” del previsto, ma ogni corda si spezza se tirata con troppa forza. Se dopo il 4 maggio la riapertura di molti cancelli aziendali provocasse un aumento sensibile dei casi censiti, le date successive (18 maggio, primo giugno) verrebbero immediatamente rimesse in discussione. “Restiamo a casa” di nuovo, ma sulla base di cosa? Di dati incompleti e inattendibili: se quelli relativi ai morti presentano purtroppo una certa credibilità (visto che il confronto tra le statistiche 2020 e 2019, a quanto ci viene assicurato, li conferma), quelli sul numero di contagiati e “guariti” sono pacificamente sottostimati e – ad essere prudenti – andrebbero moltiplicati almeno per dieci. Saremmo ancora lontanissimi dalle cifre di una banale influenza stagionale, ma tassi di mortalità del 13 e dell’1,3% non sono certo la stessa cosa: il secondo induce alla cautela, il primo incute terrore, senza considerare che una contabilità fasulla è stiracchiabile a piacere e si presta quindi a qualsivoglia utilizzo.
Un non inverosimile tira e molla sulla c.d. fase 2 produrrebbe sulla popolazione un effetto depressivo, annichilente: forse gli scoppi di rabbia esasperata che preconizzavo all’inizio della quarantena annegherebbero nella rassegnazione e nell’apatia generale, ottimo viatico per un sacco d’Italia in stile troika. Lo spolpamento di un Paese ancora ricco e vitale – malgrado la vulgata politicamente corretta si focalizzi solo su debito e corruzione – potrebbe essere il progetto concepito strada facendo (non dal governo ma) da agguerrite forze economiche sempre all’erta e pienamente in grado di trarre profitto dalla ritrosia a prendere decisioni che connota la nostra classe dirigente, composta sia da politici che da tecnici e scienziati.
Complottismo? Può darsi, ma di questi tempi il “credulonismo” è senz’altro una patologia più perniciosa.

sulla spiaggia di pescara un runner non si ferma all'alt di un ...

Fonte foto: Dagospia (da Google)

 

1 commento per “Il conformismo dei “responsabili”

  1. Filippo
    6 maggio 2020 at 23:36

    Ci sarebbe un altro problema, poi, anche nell’arrivare a moltiplicare per 10 i contagiati e quindi raggiungere il tasso dell’1,3%.
    I tamponi sono affidabili? Tutto sembra indicare che non lo sappiamo, a essere gentili e ingenui.
    Come mai è stato fortemente suggerito di evitare le autopsie, e quanti morti avremmo risparmiato se le avessimo fatte subito e non dopo 1 mese passato?
    Come mai i malati sono stati portati nelle RSA?
    Come mai i parenti non hanno potuto vedere i loro cari in fin di vita, cos’è, Chernobyl?
    Quanti morti sono dovuti a cause iatrogene?
    A me pare che il virus esista, ma che sia stato aiutato fisicamente e mediaticamente a mietere più vittime possibili. Questo dal punto di vista sanitario.
    Dal punto di vista sociale basta guardare a quello che stanno facendo alla scuola per capire la direzione e l’obiettivo, o uno degli obiettivi.
    Uno schifo assoluto, da combattere con forza

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