Il Corriere della Sera, ovvero la voce del padrone

Dopo che il buon Galli della Loggia solo pochi giorni fa ha ammonito sul pericolo incombente per la civiltà aristocratica dei centri storici, infettata dal virus dei ragazzi del popolo incolto, improvvisamente scoperti a compiere razzie a discapito della saggia e dotta esistenza dei giovani benestanti, generalmente accuditi nelle loro gated community dalla docile vita di studi e sacrifici, oggi Angelo Panebianco offre al pubblico un notevole concentrato di quella supposta “competenza” che si pone in contrasto con il vetusto mondo del suffragio universale.

La retorica antistatalista che imperversa da decenni nei discorsi di chi avrebbe studiato, se per qualche tempo non ha avuto bisogno di essere troppo esplicitata poiché ormai introiettata a dovere anche da chi paga le conseguenze della supremazia dei “mercati” in termini di povertà, disoccupazione, precariato, negazione dei diritti, dalla crisi COVID ha registrato una nuova recrudescenza. Così le Cattedre del pensiero unico hanno dovuto fronteggiare l’apparizione della Realtà, quella ritrovata consapevolezza in seno alla popolazione che ha messo in crisi gli apriorismi economici, sociali e culturali della dottrina privatistica. Le rendite di posizione accumulate dai sacerdoti del libero mercato in questi anni sono da difendere con le armi, e come sempre vengono affilate nel nome dei più beceri luoghi comuni e del sentito dire. Un chiacchiericcio carnevalesco – come avrebbe detto Gramsci – impreziosito dalla onorabilità concessa alle classi parlanti, le uniche in grado di ammonire la popolazione.

Esse sono rese “credibili” dalla grancassa della società dello spettacolo. Per il Credo mistico della libera circolazione dei capitali – Panebianco si fregia ormai di esserne un Pastore evangelizzatore – lo Stato non ha alcun bene pubblico da proteggere. Tutto è mercificabile. Per giustificare questa assurdità storica il nostro si lancia dal burrone della favolistica. Così il maître à penser individuato nell’orazione apparsa oggi nelle colonne del Corriere si chiama Cristopher Hohn “uno dei più influenti gestori dei fondi esteri di investimento”. Proprio un soggetto neutrale quindi. La sua “neutralità” viene presa a esempio di civiltà nel momento in cui ammonisce l’Italia di essersi resa inadempiente nei confronti di Autostrade. Quindi per Hohn e Panebianco lo Stato può solo favorire il privato e anzi è soggetto di diritto privato anch’esso. La protezione di diritti pubblici rende automaticamente il Paese inaffidabile. Loro sì che hanno studiato. Il repertorio di luoghi comuni continua come se ci trovassimo nell’era della sbornia Reganiana. Le partecipazioni pubbliche sono foriere di corruzione, clientelismo e formano i boiardi di Stato. Insomma Stato è sinonimo di malversazione, spreco, criminalità. Molto meglio il mondo dell’interesse privato, dove la spietata concorrenza offre esistenze pacificate e dove ovviamente il merito regala enormi possibilità anche ai poveri, i quali con un po’ di inventiva e spirito di sacrificio potranno essere un giorno accettati a Corte.

Ma la perla viene scoperta tra le righe, un po’ en passant, viene elargita quasi distrattamente. Cito testualmente: “Coloro ce l’hanno con il liberismo (parola inventata in Italia)”. Insomma abbiamo perso tempo da anni. In un solo momento Panebianco uccide un lungo elenco di economisti, storici, sociologi, filosofi, politici, giuristi che hanno reso viva – nel mondo – la critica al capitalismo e ai suoi nuovi dispositivi di comando. Proprio in questo modo il Regime liberista – che con buona pace di Panebianco abbraccia un’ideologia – ha costruito il proprio Istituto Luce. La sua retorica propagandistica non tende a esaltare la forza muscolare del Regime, ma è costretta a negare l’esistenza dello scontro. E quindi nega anche la propria esistenza. Le decisioni politiche assumono contorni fantascientifici. Sono ispirate alla dottrina della competenza tecnica, poste nell’iperuranio. Quindi neutrali, indiscutibili. Totalitarismo liberale. La delimitazione del confine tra ciò che è accettabile dire e ciò che non si può argomentare è direttamente proporzionale alla cancellazione dei confini all’interno dei quali lo Stato ancora potrebbe difendere prerogative pubbliche, compiere politiche anticicliche, creare occupazione, costruire giustizia sociale, riconoscere lo scontro di classe. Insomma dare attuazione alla Costituzione. Quella che non avrebbe mai permesso a soggetti privati di chiamare in causa lo Stato come se si trattasse di una qualsiasi multinazionale.

E ancora oggi qualcuno a sinistra storce la bocca per il termine sovranismo. Cavie perfette per gli esperimenti di Pavlov.

Storia del Corriere della Sera

1 commento per “Il Corriere della Sera, ovvero la voce del padrone

  1. pit.hard
    5 agosto 2020 at 18:43

    mi sento totalmente d’accordo. Tranne alla fine: il termine sovranismo ha accezione politica ben diversa da una maggiore presenza dello stato nell’economia interna e nei settori economici strategici.
    Sovranismo, lasciamolo ai leghisti. Con tutta la sua accezione.

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