Didattica a distanza non vuol dire necessariamente questa didattica a distanza.

Si sta affermando l’idea che la didattica a distanza possa svolgersi esclusivamente nel modo e nelle forme in cui oggi avviene e viene raccomandata.

 

“Al momento non esiste alternativa possibile”.

 

La versione soft del feticismo della Tecnica per cui la didattica a distanza sarebbe “innovativa” (ma lo vogliamo capire una volta buona che così declinata è una parola tossica?) e dunque migliorativa rispetto alla didattica in presenza è l’affermazione che suona più o meno in questo modo:

 

“Certo, non è lo stesso che la didattica in presenza, e tuttavia al momento è la sola possibilità. Non abbiamo scelta. Non esiste alternativa”.

 

Agli effetti pratici le due alternative si equivalgono. Si traducono entrambe nella tesi “leibiziana” e ottimista della migliore delle didattiche possibili.

 

Non è così.

 

Non sto sostenendo che si dovrebbe tornare immediatamente a scuola. Il punto è un altro: si sta facendo passare che “questa” didattica a distanza sia l’unico modo concepibile di fare didattica a distanza.

 

L’idea che rifiuto è proprio quella per cui ci sarebbe da una parte la didattica in presenza, dall’altra la didattica a distanza (e cioè questa didattica a distanza).

 

Io voglio parlare di modi diversi di pensare e attuare la didattica a distanza.

 

Questa didattica a distanza è basata a) sull’iper-connettività e b) sull’iper-performatività.

Ma questi, e lo voglio dire chiaramente, sono soltanto due dogmi, due miti fondativi della nostra civiltà economico-prestazionale. Che gli interessi dominanti spingano con forza in questa direzione non significa affatto, nemmeno per un secondo, né che questa sia la sola via possibile, né che sia giusta e desiderabile.

 

Piuttosto, il processo decisionale è materialmente sempre più nelle mani delle grandi multinazionali alle quali è appaltato il mercato dell’istruzione, sia privata che pubblica. Come si conciliano questi processi con la nostra convinzione che la scuola debba esercitare il pensiero critico? E con la qualità degli apprendimenti?

 

Invece la prescrizione è di essere iper-performanti, sempre connessi e dotati di un numero crescente di congegni e dispositivi di ogni tipo. Che tutto questo non sia, per altro, privo di conseguenze per la salute è questione secondaria della quale ci occuperemo, semmai, in un altro momento, giusto?

 

Considerando che nelle case di molte famiglie si sovrappongono più didattiche a distanza, si suppone che in casa dovremmo riprodurre una sorta di centrale operativa della NASA, o quanto meno un call center equipaggiato di tutto punto.

 

Dallì’iper-connettività e iper-performatività all’idea che nel periodo di chiusura delle scuole si debba traslare sulla didattica a distanza la didattica in presenza il passo è breve (anche se a parole tutti lo rifiutano). Con tutte le bizzarrie che ne possono conseguire, ma soprattutto con la conseguenza dell’assoggettamento a un apparato tecnologico che non solo non è necessario, ma è anche suicida.

 

È davvero inevitabile in linea di principio che la didattica a distanza sia questa e solo questa?

Me lo domando a monte di ogni decisione presa a qualsiasi livello, perché l’allargamento delle possibilità logiche deve servire a scardinare l’equazione tra “la didattica a distanza” e “questa didattica a distanza”. Questa equazione non esiste.

 

Non c’è alcuna logica esclusiva, alcuna necessità in linea di principio per cui la didattica a distanza debba passare non soltanto attraverso il computer in via esclusiva, ma anche per una lunga serie di operazioni inevitabilmente moltiplicate dall’obbligo fattuale di utilizzare una serie di strumenti “gentilmente” messi a disposizione dalle multinazionali che controllano l’erogazione della didattica.

 

Quegli strumenti ci sono e tutti sappiamo benissimo che devono essere usati o almeno predisposti.

In molti casi la forma non è ancora quella dell’obbligo, antisindacale, ma la catena decisionale che parte dalle multinazionali e che la politica e le scuole subiscono passivamente risulta comunque efficace. Questo significa anche che gli interessi economici spingono per formalizzare e rendere obbligatorio anche quanto non lo è ancora.

 

Come si pone l’oligopolio che le grandi multinazionali dell’istruzione esercitano anche nel campo dell’istruzione pubblica nei confronti della libertà dell’insegnamento? Siamo proprio sicuri che in questa forma e al livello di pervasività che si va definendo siano compatibili? Vogliamo parlare anche delle ricadute sugli stili cognitivi, nel momento in cui la didattica e l’apprendimento sono subordinati ai protocolli della Tecnica?

 

È lecito, senza essere accusati di “disfattismo”, sollevare il problema di quanto tempo i nostri allievi, con le modalità in voga di DaD-DDI (gli acronimi legittimanti e nobilitanti…) passano davanti a uno schermo (per videolezioni, per assolvere a consegne, per svolgere una infinita – e teoricamente evitabilissima – sequenza di piccole operazioni procedurali) e quanto studiando sui libri? E, atteso che il tempo davanti a uno schermo è molto di più di quello passato sui libri, siamo sicuri che sia la strada migliore? Lo stress prodotto da queste modalità è forse funzionale alla qualità degli apprendimenti?

 

A monte, davvero qualcuno vuole convincermi che non c’è altra didattica a distanza all’infuori di questa? Perché vogliamo farci imporre questo assurdo primo comandamento della DaD?

 

Certo, sono le linee guida del ministero ad andare in questa direzione. Ma non sta scritto da nessuna parte che le si debba accettare supinamente, senza discussione, senza mediazione e senza dialettica sindacale. Anzi, a questa china disumanizzante e anti-pedagogica mi sembra indispensabile rispondere.

 

Una didattica meno basata sul culto dell’iperconnettività e molto di più sul diritto alla disconnessione.

 

Meno basata sull’iper-performatività e più sull’acquisizione meditata dei saperi, forse, chissà, anche più intonata al momento drammatico che stiamo vivendo, volendo.

Si possono fare cose diverse. Stare, tutti, meno al computer e far leggere dei libri, sui quali chiedere di fare una relazione o conferire, dopo un tempo congruo, e con tutta l’assistenza del caso.

In linea di principio, le videolezioni potrebbero passare anche per la televisione, o per altre modalità non sincrone. Che passino solo per il computer è una realtà di fatto, non certo una realtà di ragione.

 

Non c’è alcuna verità oggettiva in questo. Potrebbe essere persino l’occasione per restituire senso e

dignità al servizio pubblico. Il tutto con la guida del docente, il cui richiesto presenzialismo potrebbe sfumare in un ruolo di guida e coordinamento, con incontri e tutoraggi periodici, non necessariamente giornalieri. Voglio dire che sto facendo soltanto delle ipotesi, delle quali si possono ravvisare tutti i limiti e alle quali se ne potrebbero tranquillamente opporre altre, senza smentire il mio unico assunto di fondo e anzi confermandolo: che questa non e’ la sola ne’ la migliore delle didattiche (di emergenza) possibili.

E la valutazione? Rimandata alla fine della pandemia. Chi ha detto che durante una pandemia si debba valutare? Lo dice il mito della prestazione, che nella sua disumanità pretende la facciata della normalità anche con il virus a un passo da noi.

 

Così, fin dall’inizio della pandemia, si è raccomandato di prendere sul serio la situazione, ma allo stesso tempo portando avanti una pretesa di normalità in contrasto con la realtà della pandemia, infine rimproverando i cittadini non virtuosi di non prendere la situazione abbastanza sul serio.

 

Tutti sappiamo, comunque, che nessuna delle ipotesi che qui sto formulando, nessuna di queste strade sarà battuta. Ma è importante, dire, anche in relazione all’ultimo Contratto Collettivo Nazionale Integrativo, che non riconosce l’aumentato carico di lavoro e ciononostante firmato anche da alcune sigle sindacali, che questa impostazione della didattica a distanza non ha nulla di universale e necessario. Pensarla altrimenti è perfettamente possibile, a mancare è la volontà politica. Questa non è affatto la sola forma possibile della didattica di emergenza; è, concretamente, la forma di una didattica rispondente a precisi interessi, lanciata sotto l’ombrello dell’emergenza ma che si vorrà cercare di prolungare oltre l’emergenza (anzi sta già accadendo). Ove si consideri la natura degli interessi in gioco, non deve sorprendere che l’occasione sia anche propizia per una sottrazione di diritti.

 

Ma, già lo so, è fin troppo facile sapere cosa si direbbe, se le idee che ho qui adombrato venissero anche solo in parte prese in considerazione: gli insegnanti, che già sono dei privilegiati, nemmeno lavorerebbero tutti i giorni (e non sarebbe vero). Vogliono lavorare di meno! (Non è vero, vorrei lavorare meglio, e cioè in condizioni più atte a in-segnare…)

 

Naturale, perché il mito economicistico della prestazione e la guerra tra poveri stanno nello stesso pacchetto. È un grande classico. Gli oligarchi ingrassano mentre i poveri si scannano tra loro. E i politicanti sono ormai i passacarte degli oligarchi.

 

E, quindi, va meglio così. Dell’istruzione si occuperanno le multinazionali, che del resto già hanno da sempre a cuore i nostri più intimi bisogni. Della qualità delle nostre vite, di tutti, chi se importa. La fusione dell’uomo con la macchina è un destino, è necessario ed è anche buono (transumanesimo). Nel frattempo, però, introduciamo l’educazione civica e ripetiamo che bisogna salvaguardare l’ambiente, e lo sviluppo sostenibile e tutto il resto. Una facciata va pure mantenuta per meglio fare tutto il contrario.

 

E allora torno a dire: che cosa ci interessa, cosa ci sta a cuore, la qualità della vita e dell’istruzione o il mito della prestazione?

 

Pier Paolo Caserta, Insegnante di Filosofia e Storia in un liceo pugliese.

Nota MIUR 8 marzo: chiarimenti didattica a distanza e valutazione degli  apprendimenti. Importante il valore relazionale - Professionisti Scuola

Fonte foto: Professionisti Scuola (da Google)

1 commento per “Didattica a distanza non vuol dire necessariamente questa didattica a distanza.

  1. Filippo
    4 dicembre 2020 at 17:54

    Ho la soluzione: la didattica in presenza.
    O altrimenti attendo studio del Ministero della Salute/Istituto Superiore di Sanità che attesti inequivocabilmente come le scuole siano fonte primaria di contagi.
    Altrimenti possiamo continuare a parlare di come abbellire le sbarre della nostra prigione.

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