Espropriati di tutto il mondo, unitevi!

I

l capitalismo comporta un processo di espropriazione permanente. Quando c’è boom, riguarda soprattutto il plusvalore estorto ai lavoratori salariati, e il piccolo imprenditore può accumulare e sognare di diventare milionario. Quando esplode la crisi, avviene la falciatura, e migliaia di piccole imprese, negozi, piccole e medie proprietà falliscono o sono costrette a vendere tutto al grande capitale per pochi spiccioli.

Quando la sovrapproduzione diventa cronica, il conflitto diventa inevitabile. Il grande capitale divora inesorabilmente il piccolo, gli stati potenti occupano o minacciano quelli deboli, per costringerli a capitolare. Potremmo dire che la guerra è una forma di espropriazione condotta con altri mezzi. Il superamento della crisi comporta la distruzione di forze produttive (uomini e mezzi di produzione), e le grandi potenze cercano di scaricare questi problemi sugli altri paesi, distruggendo gli apparati produttivi degli stati imperialisti concorrenti, come nelle guerre mondiali, o seminando il caos di lunga durata in tutti i paesi gasiero –petroliferi (Iraq, Libia, Sudan, Nigeria, Somalia…) o dove passano importanti gasdotti e oleodotti (Siria, Afghanistan, Ucraina), come hanno fatto gli Stati Uniti nel nostro secolo. Nonostante questo enorme danno alla concorrenza, le prospettive degli Stati Uniti non sono buone. Un solo esempio: il gas di scisto USA non può sviluppare pienamente la produzione, per la concorrenza dei bassi prezzi del petrolio dell’Arabia Saudita. Questo paese, per ora, è un alleato indispensabile di Washington, ma niente garantisce che, nei tempi medi, la Casa Bianca non cerchi di ridimensionarlo, se non di balcanizzarlo, come si vede in certe cartine del Nuovo Medio Oriente che circolano da anni.

Un processo unico di espropriazione collega le coste del Mediterraneo e del Mar Nero. Riguarda singoli, intere popolazioni, grandi stati. Un paese che qualche anno fa aveva una produzione d’acciaio paragonabile a quella tedesca, l’Ucraina, è ora avviato alla rovina. Il tesoro aureo ucraino è stato portato via: “Così Iskra-News riportava la notizia: “Stanotte, verso le 2:00, un aereo da trasporto non registrato è decollato dall’aeroporto di Boryspil. Secondo il personale del Boryspil, prima che comparisse l’aereo, sono arrivati all’aeroporto quattro autocarri e due furgoni, tutti privi di targa. Sono scese quindici persone in uniforme nera, mascherate e con giubbotti antiproiettile, alcune armate di mitra. Queste persone hanno caricato sull’aereo oltre quaranta pesanti scatole. Dopo aver fatto questo, parecchi misteriosi uomini sono arrivati entrando anche nell’aereo. Il carico è stato effettuato in fretta. Dopo lo scarico gli automezzi privi di targa hanno lasciato immediatamente la pista e l’aereo è decollato con una procedura di emergenza.

I funzionari dell’aeroporto che hanno visto questa misteriosa “operazione speciale” lo hanno immediatamente comunicato all’amministrazione dell’aeroporto, che però ha consigliato loro vivamente di “non immischiarsi negli affari altrui”. Successivamente, i redattori sono stati chiamati da uno dei funzionari superiori dell’ex Ministero delle Entrate e dei Tributi, che ha riferito che, secondo lui, stanotte per ordine di uno dei “nuovi leader” ucraini tutte le risorse auree dell’Ucraina sono state portate negli Stati Uniti Il prezzo della “liberazione” dell’Ucraina è stato il trasferimento del suo oro alla Fed?” (1)

Il capitalismo stramaturo s’impadronisce dei lingotti d’oro con la stessa sicurezza con cui i pirati della Tortuga rubavano l’oro dei galeoni spagnoli, con in più una dose smisurata di ipocrisia. Continuate a fidarvi di Obama…

Quanto ai beni libici, che la propaganda occidentale ha presentato come proprietà della famiglia Gheddafi, sono stati oggetto di una campagna cominciata prima dell’invasione del paese. Il governo americano ha dichiarato: “i beni del dittatore devono essere restituiti al popolo!” A quale popolo, a quello di Wall Street? Delle decine di miliardi di dollari libici all’estero, non un soldo bucato è tornato in Libia. Washington ha chiesto il pagamento delle spese militari “per democratizzare il paese” (compresa la zona occupata del Califfato?). Non solo ti bombardiamo, ma ti chiediamo pure di pagare le spese. Molti esperti sono convinti che i soldi rubati al popolo libico saranno semplicemente trasferiti sul conto del bilancio federale degli Stati Uniti (2)

Gli USA hanno inviato una squadra di esperti della FBI, del Dipartimento di Giustizia e del Dipartimento del Tesoro, ad “aiutare” Kiev nel recupero di beni trafugati e trasportati all’estero. La procedura consiste nel far approvare al paese le leggi che permettono il recupero dei beni rubati, poi si congelano e si dichiarano illegali le attività in materia. Le banche dove i beni sono depositati hanno interesse a che i conti in banca restino in loro possesso il più lungo possibile. Il denaro liberato, alla fine, serve a pagare i debiti con le banche occidentali. Il popolo ucraino non vedrà un dollaro.

Non è difficile trovare analogie con la situazione greca. Qui, però, la propaganda mette in luce soprattutto la funzione della Germania e del suo gretto governo, mentre gli interessi statunitensi, altrettanto onerosi, sono affidati al Fondo Monetario, diretto dalla Commare secca Christine Lagarde . Il gioco delle parti permette a Obama di fingere di aiutare la Grecia, chiedendo un’attenuazione delle dure imposizioni. Eppure il governo di Washington è sempre in prima fila tra i cravattari. A parte i metodi usati, la popolazione greca ha subito un processo di espropriazione del tutto analogo a quello subito da ucraini e libici, e i nuovi crediti sono serviti per pagare le banche, non certo per recare sollievo ai disperati. Per la Grecia non si sono usati metodi militari (a parte i pestaggi della polizia), si sono usati procedimenti economico –legali, ma non sono mancate minacce, neppure troppo velate, di golpe.(3)

Riassumendo: i palestinesi perdono la casa, i terreni , e a volte la vita, a causa degli sgherri di Netanyahu; gli iracheni, i siriani, i libici, gli yemeniti… molto spesso sono costretti ad abbandonare tutto per la guerra, quando non ci lasciano la pelle. Non resta che la fuga. Da questo lato del Mediterraneo, in Grecia, Italia, Francia, Spagna, Portogallo… migliaia di imprese chiudono per mancanza di credito, chi non può pagare i debiti si vede sequestrare la casa e i beni, e la violenza esercitata è quella legale, dello stato, sempre al servizio della grande proprietà, che mai come in questi anni sta divorando quella piccola e media.

Gli espropriati di oltremare, gettati sulle coste in condizioni disumane, vengono contrapposti agli espropriati di casa nostra da politicanti senza scrupoli e dignità.

A questa fase di crisi non seguirà, almeno nell’Europa occidentale e nel Vicino Oriente, come nel passato, una ripresa col raggiungimento di mete più elevate. La crescita infinita non esiste, trova limiti sia nella tendenziale discesa del saggio di profitto, sia in fattori naturali. Un sistema economico sociale, se al suo sorgere può apportare progresso – pagato carissimo – al tramonto porta solo crisi, distruzioni, guerre. Il capitalismo europeo è vecchio, può soltanto perdere colpi. Se la popolazione d’Europa vorrà anche solo conservare il livello di vita e le conquiste ottenute nei secoli, dovrà porsi il problema dell’espropriazione degli espropriatori e del passaggio ad un nuovo sistema economico sociale. Il possesso degli strumenti di lavoro, che rende effettivamente liberi gli uomini, non si può più realizzare su base individuale, tornando al campicello o al laboratorio dell’artigiano, ma deve necessariamente essere collettivo. Dall’ottocento in poi, la produttività è cresciuta di centinaia di volte e potrebbe soddisfare tutte le esigenze degli esseri umani se fosse liberata dall’economia mercantile e dal profitto.

Ma, per arrivare a quella lotta a lungo termine, bisogna disinnescare la trappola che il capitale costruisce, la guerra tra i poveri, tra gli espropriati d’Europa e gli espropriati d’oltremare. Negli anni ‘sessanta dell’Ottocento, i lavoratori e i disoccupati di diversi paesi d’Europa s’intesero fra di loro, riconobbero gli interessi comuni e diedero vita all’Internazionale. I governi, monarchici e “progressisti” tremarono, e ancor oggi tremerebbero se la masse diseredate che giungono sulle nostre coste trovassero un’intesa con i proletari di qui.

Mentre un Matteo rifiuta qualsiasi aiuto ai diseredati italiani, l’altro Matteo, seguendo il gioco delle parti, cerca di colpevolizzare gli immigrati, presentandoli come profittatori (lui sì che se ne intende, non ha mai lavorato in vita sua, proprio come l’altro Matteo!). Se si cade in questa trappola, la peggiore sconfitta è inevitabile. L’internazionalismo non è tanto un sentimento, quanto una rete di interessi. Le cause che hanno gettato sul lastrico milioni di persone, da questo e dall’altro lato del mediterraneo, per quanto diverse, sono tutte legate alla crisi violenta del capitale. Si sfugge a questa tenaglia instaurando un rapporto tra operai, disoccupati e immigrati, e portando rivendicazioni comuni: abitazioni e lavoro per immigrati e per italiani disoccupati.

Lo sviluppo equilibrato, sogno ricorrente della piccola borghesia, non è possibile, e in Italia non sarà neppure realizzabile nei prossimi anni il ricupero della produzione perduta o svenduta, e ancor meno l’occupazione stabile. I politicanti da quattro soldi dicono il contrario: mentono sapendo di mentire. Per questo, occorrono misure urgenti, sia a favore dei disoccupati italiani, sia degli immigrati. Devono essere strappate con la lotta perché non comportano alcun profitto, anche se sono “diversamente utili”. Per esempio, opere di ricomposizione dei territori, distrutti da decenni d’incuria, bonifica dei terreni inquinati, la messa in sicurezza delle scuole pericolanti, la ricostituzione dell’Aquila… Quanto alle abitazioni, le immobiliari possono essere costrette a darle a prezzo politico, e la chiesa, con sommo gaudio, potrà realizzare la volontà evangelica concedendo Gratis et amore Dei i suoi numerosi alloggi.

Sembrano proposte impossibili, finché alla testa dei sindacati ci sono difensori di questo sistema, la cui “sinistra” si limita a chiedere nuovi investimenti, quando ogni investimento finalizzato al profitto, aumentando la produttività, in un contesto di mercato stagnante, non fa che ridurre l’occupazione. Ma la forza delle classi povere è nel numero, e se non si lasciano dividere dalle prevenzioni, dal razzismo, dalla miopia localistica – pregiudizi di cui certi politicanti sono propagatori professionisti – e prendono nelle proprie mani la lotta, possono imporre al potere politico soluzioni altrimenti impensabili.

Queste misure, non solo sono impellenti per impedire a una parte del proletariato di vegetare nell’inedia e nella disperazione, ma sottrarrebbe una parte non indifferente di denaro che il capitale lascia dirottare verso i percettori di mazzette, sinecure, prebende, congrue, rendite, e tutti gravami, ben maggiori di quelli medioevali, che una classe dirigente incanaglita ha riversato sulle spalle dei lavoratori.

Note

1) “E’ ufficiale : Gli USA hanno rubato l’oro dell’Ucraina”, Fonte: http://cluborlov.blogspot.it, Link: http://cluborlov.blogspot.it/2014/11/its-official-us-stole-ukraines-gold.html, comedonchisciotte. traduzione Bosque Primar, 18.11.2014

Tyler Durden | globalresearch.ca

Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

www.resistenze.org – osservatorio – mondo – politica e società – 17-03-14 – n. 490

2) “Cosa farà l’FBI Cn i soldi rubati all’Ucraina ?”, Valentin Katasanov

Link: http://www.strategic-culture.org/news/2014/04/22/what-will-the-fbi-do-with-stolen-ukrainian-assets.html, 22.04.2014

3) “Il premier greco: “Istituzioni creditrici vogliono umiliarci”

Grecia.Tsipras contro Fmi: “Responsabilità criminale”. Juncker: “Atene non dice la verità”

2 commenti per “Espropriati di tutto il mondo, unitevi!

  1. Armando
    25 agosto 2015 at 19:59

    L’articolo espone in modo realistico lo stato delle cose, ma non credo basti quella parola d’ordine, che poi sarebbe l’internazionalismo proletario, del quale non si vede una prospettiva diciamo così soggettiva, anche se le condizioni oggettive ci sono, come c’erano in altre epoche storiche. Io credo invece che ci siano le condizioni per accentuare le contraddizioni del capitalismo dando il proprio appoggio a quei paesi che contrastano il disegno americano. Qualcuno lo dovrà fare guardandosi il naso, non io, ma non vedo altra via, nemmeno per chi crede nella rivoluzione mondiale.

  2. Armando
    25 agosto 2015 at 20:01

    Turandosi il naso, non guardandosi il naso, ovviamente. Scusate il refuso.

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