Estrema sinistra e liberismo

Qual è stato il momento preciso nel quale la sinistra estrema – o almeno quella che si definisce tale – ha abbracciato tutti i proponimenti del capitalismo nella loro forma globale e trans-nazionale? Esiste un punto di unione tra due mondi che in realtà dovrebbero considerarsi antitetici?

Partiamo dall’assunto di Michéa il quale sostiene – a ragione – che mentre la destra (e ormai anche la sinistra politica ) persegue gli obiettivi economico e sociali dell’ideologia neo-liberale – spoliticizzazione dell’economia, privatizzazione del diritto pubblico, stabilità dei prezzi e lotta all’inflazione, abbattimento della spesa sociale, individualizzazione dei rapporti di lavoro, verticalizzazione del sistema politico – la sinistra (estrema) accetta le conseguenze che quelle politiche portano nelle relazioni umane e soprattutto finisce per esaltare la concezione individualista che si manifesta nella nuova frontiera del mercato illimitato.

La critica pressante della gioventù sessantottina era rivolta all’oppressione della società gerarchizzata all’interno della quale si muovevano tre istituzioni che comprimevano il desiderio di una libertà personale illimitata, resa allettante dalla propaganda sul consumo di massa: lo Stato dirigista, l’Azienda burocratizzata e la famiglia moralista. Il conflitto che si manifestò in quegli anni – nonostante la copertura di critiche marxiste più compiute – trovò un consenso di massa per una spinta sostanzialmente individuale. Abbattere tutti i limiti all’espansione della propria individualità posti dalle strutture collettive. Anche i partiti e i sindacati erano considerati baracconi che comprimevano il legittimo desiderio soggettivo.

A questa domanda rivendicativa – dopo la stagione del terrorismo che di fatto fece naufragare una reale prospettiva socialista di trasformazione della società – rispose lo stesso capitalismo con un’operazione mistificatoria. Accolse il desiderio di realizzazione di sé attraverso la modifica delle struttura aziendale. Questa trasformazione non si rivolse però al lavoro operaio ma a quello più qualificato, tenuto conto che la critica all’Azienda irreggimentata proveniva da un ceto medio/alto e istruito. L’essere umano diventava libero di contrattare il proprio futuro direttamente con il capitale nel contesto di un sistema concorrenziale. L’Azienda così si presentava agile e democratica e nella contrattazione individuale nascondeva lo sfruttamento attraverso la narrazione di una società di liberi e uguali, tutti però condizionati dagli imperativi di comando della flessibilità e della mobilità. Altro che Dio, Patria e Famiglia.

Così tutte le riforme del lavoro che hanno precarizzato i contratti hanno trovato un consenso di fondo proprio da quei soggetti – un tempo politicizzati – che hanno accettato di buon grado le conseguenze esistenziali di quel nuovo modello. La liberazione dalle catene oppressive della gerarchia e dell’alienazione impiegatizia tradizionale considerata “da sfigati” assecondava l’ideologia dell’imprenditore di sé stesso e del capitale umano. Il modello più congeniale era appunto l’economia sociale di mercato dove lo stesso individuo si fa impresa. Stretta conseguenza fu l’idea che lo Stato fosse da abbattere perché – in una sorta di americanizzazione psicologica – limitava con le sue regole morali e sociali la naturale espansione delle proprie capacità. La strana idea che l’Unione Europea sia un sogno di fratellanza deriva proprio dal fatto che la UE è istituzione che ha il compito di educare l’individuo alla concorrenza e di costringere lo Stato a privarsi della sua capacità decisionale.

Con la rivoluzione di internet quel ceto ha elevato l’individualismo a vera e propria missione mistica. L’esaltazione del “nuovo mito della frontiera” ha immiserito tutte le critiche alla globalizzazione dei mercati e ha dato il colpo definitivo alla difesa delle prerogative statali e di difesa dei diritti sociali. Improvvisamente chi osava contestare il modello del libero mercato veniva colpito dal marchio di “conservatore”. La globalizzazione era automaticamente associata al progresso. Diventava evento storico impossibile da limitare e dal quale era impossibile tornare indietro. La mentalità fatalista e determinista assumeva anche contorni di ossequiosità nei confronti dell’imperialismo americano – contro le politiche USA l’estrema sinistra non organizza una manifestazione da tempo immemore – che diventava  paragonabile a svariati altri imperialismi. Per questo motivo l’unica condizione per valutare le politiche di uno stato era la sua democraticità formale messa in relazione alla protezione delle libertà individuali. Artifizio argomentativo congeniale alla difesa della potestas indirecta americana, esportatrice della “vera” democrazia nel mondo.

L’americanizzazione dell’estrema sinistra e la sua convergenza con la sinistra liberal ha reso esplicito un certo liberismo di costume o culturale che considera obsolete le tradizionali rivendicazioni di classe. Al tempo stesso l’ha resa allergica alle condizioni di precarietà esistenziale di chi ha sofferto delle politiche liberiste derivanti dalla globalizzazione dei mercati. Lo stigma del conservatorismo ha colpito tutte le fasce popolari che non si adeguavano al nuovo modello. Il popolo è così diventato ignorante e arcaico, non al passo con i tempi, limitato culturalmente e colpevole dei propri fallimenti. La resilienza, quell’atteggiamento passivo e di attesa, è il solo modo di confrontarsi con le proprie difficoltà, per una successiva rigenerazione personale. L’unico contesto nel quale si deve esercitare la critica è lo scontro tra categorie di individui maschio/femmina, immigrato/autoctono, laico/cattolico così da nascondere il reale conflitto che è quello tra capitale e lavoro.

Per questo le azioni di lotta – comunque da sostenere –  sono limitate alla categoria degli esclusi – immigrati, carcerati – così da far ingenerare il pensiero che le ingiustizie provocate dalle politiche liberiste si manifestano solo in un campo estremamente ristretto e da far risultare in confronto la condizione dei lavoratori tradizionali privilegiata e in fin dei conti ancora protetta.

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Fonte foto: Il Post (da Google)

 

5 commenti per “Estrema sinistra e liberismo

  1. nicola volpe
    3 aprile 2020 at 18:01

    Una sintesi lucidissima e, per quanto mi riguarda, molto vicina alla realtà. Da tempo, infatti, dicevo che la sinistra post-sessantottina era caduta vittima e carnefice di una gigantesca rivoluzione passiva. Ci sarà molto da discutere e analizzare. Ma questo mi sembra già un buon punto di partenza.

  2. armando
    3 aprile 2020 at 22:54

    Nulla da aggiungere a questo deprofundis della sedicente sinistra.

  3. Giorgio
    4 aprile 2020 at 1:15

    Grazie per questo articolo lucidissimo anche se non tutto è perduto, sinistra antimperialista e destra sociale pur da mondi diversi non possono essere subordinati a logica individualista mercati sta.

  4. Panda
    4 aprile 2020 at 22:09

    Tutto condivisibile, andrebbe osservato che fu un intellettuale cattolico conservatore come Del Noce a prevedere, con fin troppa accuratezza, una tale deriva. Che però a noi che delnociani non siamo richiederebbe qualche spiegazione sociale in più. Com’è stato possibile? Almeno una cosa si più dire: mi pare difficile negare ci sia stata un’articolata operazione di azzeramento, culturale e repressivo, di tutto quello che si è posizionato a sinistra del PCI dopo la svolta di quest’ultimo a metà dei Settanta. Gli esempi sono banali: vanno dall’operaismo (ricordo una bella testimonianza di Riccardo Paccosi che avevate pubblicato voi) al terrorismo. Forse vale la pena rileggere queste righe del vecchio Luigi Cortesi, contenute nella sua storia delle origini del PCI: “grande impressione ha suscitato l’iniziativa di Berlinguer e colleghi di consegnare allo Stato e alla magistratura i nominativi di ex iscritti al Pci usciti “a sinistra”; ci sono iscritti che rimangono nel partito per timore di essere sospettati o denunciati.”

    Quello che voglio dire è che discrimine preliminare è stato il posizionamento rispetto al partitone: è impossibile svolgere più che un ruolo di finta critica, di fatto copertura a sinistra, senza una rottura radicale e irrevocabile col medesimo, cosa che la c.d. estrema sinistra, per un motivo o per un altro (essenzialmente, la sopravvivenza del suo ceto dirigenziale), non ha mai fatto. La subordinazione culturale non ne è che una logica conseguenza.

  5. Alessandro
    6 aprile 2020 at 17:52

    Ottimo articolo, anche se bisognerebbe intendersi prima sul significato da dare al termine “estrema” sinistra, anche se io preferisco il termine sinistra radicale. Io intendo come “estrema” sinistra quel variegato mondo politico che ha preso avvio da Rifondazione comunista, giustamente nata in seguito alla svolta clintoniana di Occhetto, fino a Potere al popolo.

    “Qual è stato il momento preciso nel quale la sinistra estrema – o almeno quella che si definisce tale – ha abbracciato tutti i proponimenti del capitalismo nella loro forma globale e trans-nazionale?”

    Direi che attribuire un’adesione totale ai proponimenti del capitalismo a quell’area politica è un po’ forte, almeno in Italia. Sarei più dell’opinione che non c’è stata la capacità di agire, quando ve n’era la possibilità, perchè quei proponimenti trovassero in loro un ostacolo chiaro ed evidente anche agli occhi dell’elettorato. Questi partiti hanno fatto parte o hanno offerto un appoggio esterno al Prodi 1 e 2. Ebbene, se io chiedessi d’indicarmi un provvedimento importante da loro caldeggiato e portato a casa, beh si stenterebbe a indicarne uno. Ognuno può avere un’idea diversa sull’opportunità di entrare a far parte di quelle coalizioni di governo, io sono dell’opinione che sia stata una scelta giusta, di sicuro il bilancio di quelle esperienze politiche ha contribuito alla marginalizzazione di quest’area politica. Quindi, se vogliamo rispondere alla domanda, direi il primo Governo Prodi, anche se la sua conclusione testimonia comunque il rapporto conflittuale con quell’esperienza, l’adesione difficile a quei proponimenti, il distanziamento da essi.

    ” Esiste un punto di unione tra due mondi che in realtà dovrebbero considerarsi antitetici?”
    La risposta è contenuta nell’articolo. La sinistra radicale o estrema ha in sostanza fatto proprio il modello antropologico caro al neoliberismo capitalistico.L’uomo e la donna di “estrema” sinistra evidenziano, salvo eccezioni, lo stesso disprezzo per il popolo che la destra dei potentati economici, l’unica destra che poi esiste nei fatti, esprime: se in quest’ultimo caso il disprezzo è di classe, materiale, nel primo è intellettuale. Gli uomini e le donne di “estrema” sinistra si ritengono migliori del popolo che definiscono tout court fascista, razzista, maschilista, misogino, se va bene ignorante, appena si discosta dalla loro “verità”. Spesso si tratta di una superiorità puramente immaginaria, ma tant’è. La differenza è che mentre il disprezzo di destra è celato da un certo populismo, quello di sinistra è diretto. Si arriva poi al paradosso di un partito che si chiama “Potere al popolo”, ma che dimostra spesso e volentieri di schifare quel popolo a cui vorrebbe dare il potere.
    L’individualismo, il chiudersi nel piccolo gruppo, lo scadere nelle piccole beghe, la difesa aggressiva di piccole lobby (pensiamo solo al lobbismo di genere, con benefici poi solo principalmente per donne altolocate), è un atteggiamento tipico dell’homo economicus, incentivato dalla svolta neoliberista degli ultimi trent’anni circa. Quindi ritengo che Michèa abbia ragione.

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