Identità e coscienza di classe

Tutti i movimenti di liberazione nazionale anticolonialisti e antimperialisti della storia, per lo più guidati da forze socialiste e in taluni casi marxiste, dalla Palestina di Arafat al Burkina Faso di Sankara, dall’Egitto di Nasser al Vietnam di Ho Chi Minh, dall’Algeria di Ben Bella alla Cuba di Castro, e tanti altri ancora, hanno sempre fatto leva, fra le altre cose, sull’orgoglio nazionale e sulla difesa della propria storia (ma è valso anche e soprattutto per le popolazioni indigene, dal nord America all’Australia). In molti casi la questione nazionale era del tutto sovrapposta a quella di classe e la liberazione della propria terra e del proprio paese coincideva con il processo sociale rivoluzionario finalizzato alla trasformazione dei rapporti sociali in senso, appunto, socialista. Che poi questi processi sia siano inverati o meno è altro discorso che ovviamente merita una riflessione molto più approfondita.

La dominazione coloniale ha sempre fatto di tutto per indebolire quel senso di appartenenza di un popolo alla propria terra, alla propria storia, ai propri usi e costumi, in altre parole alla propria identità.

Ed è facile capire il perché. Un popolo privato della sua storia e della sua cultura e, appunto, della sua identità può essere molto più facilmente sottomesso, lo si può controllare non solo dal punto di vista economico e politico, ma anche da quello culturale e psicologico. E’ per questo che durante l’epoca coloniale, le grandi potenze colonialiste e imperialiste, oltre ad imporre il proprio potere sul piano economico e politico, hanno cercato di modificare gli usi e i costumi e addirittura la lingua dei popoli e dei paesi occupati sostituendoli con i propri.

Oggi le cose non sono cambiate di molto nella sostanza. E’ cambiata l’ideologia, cioè la falsa coscienza con cui gli stati imperialisti coprono o cercano di imporre il proprio dominio sugli altri popoli e nazioni. Se dal XVII secolo alla prima metà del XX si esportava quella che veniva considerata la superiore civiltà occidentale liberale e cristiana, oggi, diciamo da almeno una quarantina di anni, la copertura e la giustificazione ideologica delle guerre imperialiste avviene sotto il segno dei diritti civili e della democrazia. Il retrogusto razzista che sottende a questa concezione è soltanto più velato e meglio camuffato rispetto al passato. Ma la sostanza, appunto, non cambia. Tutto ciò che non risponde ai requisiti ideologici e culturali del mondo occidentale è di fatto considerato barbaro, incivile, arretrato, oscurantista.

Questo tema è tornato prepotentemente alla ribalta in questi giorni, a causa del ritiro e della sconfitta in Afghanistan degli stati (e degli eserciti) occidentali e dei loro alleati in loco che hanno tentato, senza riuscirvi, di modificare fino a stravolgere quella cultura. Al di là delle fanfare mediatiche politicamente corrette che continuano a battere ottusamente sullo stesso identico tasto, la maggioranza di quel popolo è risultato impermeabile alle sirene della cultura occidentale, e quel tentativo è stato vissuto e percepito come una indebita ingerenza e una imposizione.  Che a noi occidentali (e non solo, perché non credo che ai russi o ai cinesi o ad altri la visione del mondo dei talebani sia più simpatica…) quella cultura piaccia o meno è tutt’altro discorso.

Oggi il concetto di identità è diventato una bestemmia perché è stato fatto proprio e interpretato dalle destre europee e occidentali in chiave esclusivista, ultranazionalista e razzista. Una sorta di sciovinismo occidentalista, anzi iper occidentalista, che non si discosta in nulla e anzi accentua quel carattere intimamente razzista che ha caratterizzato la dominazione coloniale e il neocolonialismo attuale.  Nulla a che vedere, naturalmente, con la rivendicazione della propria indipendenza, autonomia, storia e cultura (e quindi identità) dei popoli e dei paesi che si sono ribellati al colonialismo e all’imperialismo.

E’ ora che i socialisti e i marxisti facciano chiarezza e riconducano sui giusti binari il concetto di identità. Del resto, la coscienza di classe (senza la quale non si cambierà mai nulla…) non è forse una forma di identità?

(Fabrizio Marchi, candidato, come indipendente, alle prossime elezioni amministrative, con il Partito Comunista guidato da Marco Rizzo, come consigliere comunale)

Capitaine Thomas Sankara — der-andere-film.ch

3 commenti per “Identità e coscienza di classe

  1. GIULIO LAROSA
    9 settembre 2021 at 22:09

    Questo vale altrettanto x le colonie interne e le Duesicilie in italia appartengono a questa categoria. Purtroppo le sinistre e perfino i comunisti sono diventati più risorgimentalisti dei savoia e dei fascisti.

    • Alessandro
      11 settembre 2021 at 12:22

      Sotto il profilo storico la faccenda è talmente complessa che meriterebbe un trattato, non certo un commento frutto di cinque minuti di riflessione: che cos’era il Regno delle due Sicilie prima dell’Unità, perchè Garibaldi ha ricevuto, in gran parte, un sostegno entusiastico da parte della popolazione locale, poi l’avvento del brigantaggio( un fenomeno con tante sfaccettature), e così via; su tutte queste questioni si legge di tutto di più sul web, e nella maggior parte dei casi parliamo di sciocchezze.
      Il nuovo corso del capitalismo mondiale, quello della globalizzazione culturale-economica-politica, ha risvegliato tanti nazionalismi-regionalismi-localismi, quindi suscitato tanti secessionismi-federalismi-autonomismi, in risposta all’incapacità di questo nuovo ordine di dare risposte ai problemi concreti, in primis la difesa dei territori dalle offensive del mercato sregolato, oltre alla vocazione culturalmente imperialista e omologatrice che lo caratterizza.
      In Italia è nata la Padania, è stato riscoperto il Regno delle due Sicilie, hanno ripreso vigore alcuni autonomismi come quello sardo. Altrove la Catalogna, la Scozia e così via.
      Accantonando il passato, io la penso come Barbero ma questo è un’ altro discorso, al cittadino interessa il presente. Il presente del Meridione peninsulare e insulare è oggettivamente disastroso, ma questo per ragioni di carattere geografico( territori periferici), carenze di natura culturale( altissima dispersione scolastica e scarsa capacità formativa da parte delle istituzioni scolastiche, problema però nazionale, con tutto ciò che comporta), e in particolar modo economico( un modello di sviluppo neoliberista fallimentare, che abbandona a se stessi i territori, e che dà mano libera ai potentati locali), non certo perchè oggi questi territori sono “colonie” dello Stato italiano o del nord( ricordiamoci bene che al Governo del Regno d’Italia prima e della Repubblica italiana poi ci sono stati tanti “nordisti” quanti “sudisti” e che la crisi industriale ha pesantemente colpito anche il nord). Senza incidere proficuamente sulle ataviche fragilità e senza un radicale cambio di paradigma economico, il sud è destinato a condurre un’esistenza moribonda, a prescindere dal nome o dai suoi confini.

  2. Panda
    11 settembre 2021 at 15:14

    Giusto. Tra l’altro, agli antidentitari, andrebbe chiesto se esiste qualcosa come la “non identità”: anche i fan di Lady Gaga o i femministi hanno un’identità.

    Su quest’argomento riporto un pezzo di Preve, che avevo trovato molto chiaro: “in quanto totalità capitalistica che si riproduce sistematicamente e non in base a un piano preordinato di tipo “umano”, il capitale deve distruggere tutte le comunità sovrane preesistenti. Una volta però che le ha distrutte, dal momento che l’uomo non sparisce e continua comunque a essere un animale sociale, comunitario e razionale, il capitale deve agire sui due piani della razionalità e della sociabilità dell’uomo, inestirpabili ma anche manipolabili.
    Per quanto riguarda la razionalità, si tratta di distruggere il carattere “filosofico”, cioè quello che ricerca la sensatezza nell’insieme olistico della convivenza sociale, per sostiuirlo con una razionalità locale, specialistica, legata unicamente al rapporto mezzi-fini.
    Per quanto riguarda la società, si tratta di distruggere la sovranità comunitaria incompatibile con il dominio idolatrico delle merce e con il monoteismo del mercato, ricostruendo comunità settoriali sostitutive che possano essere più facilmente ricondotte al suo dominio.”

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