Islanda, laboratorio del femminismo europeo

L’ANSA ci comunica che l’Islanda è il primo paese a rendere obbligatoria per legge la parità di stipendio fra uomini e donne: http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2018/01/01/islanda-parita-salario-tra-uomo-e-donna_85c4c769-748b-4bc0-803a-9e147939812b.html

Ciò significa (o meglio, è quello che vorrebbero farci credere…) che fino a ieri, cioè fino all’approvazione di quella legge, nella ultra progressista, avanzatissima e socialdemocraticissima Islanda (ma il discorso vale, formalmente e di fatto, per tutti i paesi europei) una donna poteva essere pagata meno di un uomo, a parità di mansione e qualifica, solo per il fatto di essere una donna, e che un imprenditore  poteva quindi assumerla con un salario più basso (sempre a parità di qualifica e mansione) rispetto a quello di un uomo. La logica, se non è acqua fresca, ci dice che questa legge è stata varata proprio per porre fine a quella che se fosse stata vera, sarebbe stata una intollerabile discriminazione sessista. Ma le cose stavano/stanno realmente così?

Naturalmente – questo per inciso –  quelle che invece erano retribuite nella stessa misura degli uomini lo erano non “per legge” (che comunque, a quanto pare, poteva essere aggirata anche in quel paradiso socialdemocratico…) ma per la buona volontà e lo spirito di solidarietà dei datori di lavoro (cioè quelli che una volta chiamavamo “padroni”, fra cui anche donne) i quali, volendo, avrebbero anche potuto retribuire in misura minore una donna ma, per ragioni etiche (forse l’etica calvinista? Visto che siamo da quelle parti…) ed umanitarie, sceglievano comunque – Deo gratias –  di retribuirle in egual misura degli uomini.

Ora, come faccio spesso in questi casi, spogliandomi dei miei abiti di “marxista rivisitato del XXI secolo”, invito tutti a mettere da parte le rispettive appartenenze ideologiche e ad optare (per lo meno a provarci) per la “ragione kantiana”, diciamo così, quella dei lumi. Perché è evidente a chiunque abbia mantenuto un briciolo di ragione e di buon senso che siamo di fronte ad una lucida manipolazione della realtà per fini ideologici.

Vediamo perché, ricorrendo appunto alla ragione.

Intanto comincerei a scartare l’ipotesi che le Costituzioni liberaldemocratiche (e ancor più quelle socialiste dell’ex blocco sovietico) di tutti gli stati europei (del sud, del nord, dell’est o dell’ovest europeo) scaturite dopo la seconda guerra mondiale e in seguito alla sconfitta del nazifascismo potessero e possano contenere una simile discriminazione sessista in base alla quale una donna può essere retribuita, a parità di qualifica e mansione, in misura minore rispetto ad un uomo.

Ma – si potrebbe legittimamente obiettare – un conto sono le Costituzioni formali e un altro quelle materiali, un conto sono le leggi e un altro la loro effettiva applicazione. Giusta e anche, in larghissima parte, condivisibile constatazione.  Che in questo caso però cozza clamorosamente con la realtà e con la logica che inevitabilmente ne scaturisce. Se, infatti, gli imprenditori europei (e non certo solo quelli islandesi..) avessero potuto retribuire le donne – se non per legge, per usi e costumi e per convenzione non scritta – in misura inferiore rispetto agli uomini, è ovvio che l’occupazione femminile sarebbe stata e sarebbe di gran lunga superiore rispetto a quella maschile, in proporzioni schiaccianti. La ragione è ovvia: quale imprenditore messo nelle condizioni di ottimizzare l’utile abbassando il costo del lavoro sceglierebbe di sua libera e spontanea volontà di alzarlo? Tradotto in parole ancora più povere: se si avesse l’opportunità, scritta o non scritta, formale o sostanziale, di assumere una donna con un salario inferiore, a parità di qualifica e mansione, rispetto ad un uomo, quale imprenditore non la assumerebbe? Perché assumere un uomo, che costa molto di più? Con l’eccezione (che conferma la regola) di qualche filantropo la stragrande maggioranza degli imprenditori avrebbe agito e agirebbe secondo quella logica (il profitto).

Saremo tutti d’accordo, spero, almeno su questo, e cioè che la logica che muove l’intera economia capitalista è il profitto, l’accumulazione di capitale. O no?

Ma proprio il femminismo (ormai del tutto sovrapposto al sistema mediatico) martella sistematicamente sul fatto che il tasso di occupazione femminile è inferiore a quello maschile, cosa senz’altro vera ma non per una discriminazione sessuale/sessista, di una sorta di conventio ad excludendum nei confronti delle donne – aggiungo io – ma per tutt’altre ragioni che ho approfondito in questo articolo che invito caldamente tutti/e a leggere: http://www.linterferenza.info/attpol/un-racconto-maschile-classe/

Ma le due presunte discriminazioni non possono coesistere, per la semplice ragione che l’una esclude l’altra, sono in contraddizione logica fra loro stesse. A meno di non pensare che la molla, la logica e il fine del capitalismo (sia esso avanzatissimo o arretratissimo, ultra moderno o “straccione”) non siano dati dal profitto ma da qualcos’altro che con tutta la buona volontà di questo mondo non sono personalmente in grado di spiegare cosa possa essere.

Ergo, come è possibile, in epoca di capitalismo assoluto, sostenere che le donne possano ricevere salari inferiori rispetto agli uomini e al contempo che l’occupazione femminile è inferiore a quella maschile, in entrambi i casi a causa di una discriminazione sessuale? La contraddizione è macroscopica ma da tempo abbiamo capito che gli occhi delle persone possono restare chiusi anche quando sono aperti…

La “tesi” (si fa per dire…) potrebbe essere valida se ci trovassimo in una società organizzata per caste (come potevano essere le società dell’epoca medioevale o di altri contesti geografici e storici), dove il prius non è dato dal plusvalore e dall’accumulazione di capitale bensì da una gerarchia valoriale/ideologica su basi castali e/o appunto sessuali o di altro genere (religiose/clericali, ecc.).

Ma questa non sarebbe una società capitalistica (dove il prius, la “stella cometa”, è SEMPRE il plusvalore) e di certo non è la società capitalista assoluta in cui ci troviamo a vivere.   L’attuale forma del dominio capitalistico non ha, peraltro, alcun interesse oggettivo a discriminare economicamente le donne per la semplice ragione che queste sono chiamate a produrre e soprattutto a consumare (e ad orientare le tendenze del mercato…) come e più degli uomini.  Il capitalismo nella sua fase matura (quella attuale, del futuro non possiamo sapere) non ha alcun interesse ad alimentare una discriminazione economica su basi sessuali, così come non ha alcun interesse ad alimentare qualsiasi altra forma di discriminazione di questo genere a meno che (ma nell’attuale contesto storico è pressochè impossibile) non sia funzionale e riconducibile all’unica e sola ragione della sua esistenza: l’accumulazione illimitata di capitale e a tal fine la mercificazione totale di ogni forma e spazio dell’agire umano.  Se tali forme di discriminazione sono avvenute, anche in modo massiccio e sistematico, in passato e in molti contesti (pensiamo ad esempio alla discriminazione razziale e all’apartheid in Sudafrica o negli USA), ciò è stato possibile perché quella discriminazione era funzionale alla riproduzione del capitale in quel determinato contesto storico (molto diverso da quello attuale) che naturalmente ha lasciato delle tracce profonde in quelle società. Ma questa forma di discriminazione razziale non ha nulla a che vedere con la condizione delle donne in quanto tali, come se queste fossero una categoria in sé e per sé. Nessuna donna nera negli USA o in Sudafrica è stata incatenata o frustata in quanto appartenente al genere femminile ma in quanto schiava e in quanto nera (esattamente come i neri venivano incatenati e frustati in quanto schiavi e in quanto neri e non in quanto maschi…), cioè in quanto appartenente ad una etnia e/o ad un gruppo sociale che la divisione capitalistica del lavoro aveva generato e collocato nell’organizzazione del lavoro, sulla base di determinate condizioni storiche e culturali che a loro volta rendevano possibile quel tipo di divisione del lavoro.  Ma considerare il genere femminile come una categoria a sé, come una etnia, un gruppo o una classe sociale, è stato e continua ad essere una forzatura ideologica operata dal femminismo, perchè è evidente che ci sono donne ricche e donne povere, donne sfruttatrici e donne sfruttate, donne appartenenti alle classi sociali dominanti e donne appartenenti alle classi sociali dominate. La sovrapposizione del concetto di classe con quello di genere (un assurdo logico, oggi decisamente ancora più assurdo) è l’escamotage ideologico del femminismo, anche e soprattutto quello di “estrema sinistra” (l’utilizzo di tale categoria è puramente virtuale e serve solo al fine di individuarlo all’interno del più ampio schieramento femminista). Secondo questa concezione, il genere femminile, nella sua totalità, viene considerato di fatto alla stregua di una classe sociale oppressa (gli schiavi, i servi della gleba e/o il proletariato), di un’etnia perseguitata (come ad esempio gli indios sud e nord americani), di una razza (come ad esempio i neri in un paese razzista), e così via. Quando si prova a fargli notare la contraddittorietà evidente di tale postulato, la risposta migliore (sottolineo, migliore…) che si può avere, se si è fortunati, è quella di essere tacciati di vetero marxismo, di avere una visione obsoleta e superata delle cose.

In conclusione, è quindi evidente, a patto di non essere ciechi, come la legge approvata in Islanda non abbia nessun presupposto concreto nella realtà di quel paese (vorrei proprio che qualcuno mi mostrasse la busta paga di una qualsiasi lavoratrice dipendente, pubblica o privata, che in Islanda, prima di quella legge, percepiva un salario inferiore a quello di un lavoratore, a parità di qualifica e mansione…), sia dal punto di vista formale (il principio di eguaglianza di tutti i cittadini e le cittadine è contenuto nella Costituzione islandese) che soprattutto sostanziale, ma sia soltanto una ennesima forzatura ideologica e politica finalizzata a marcare il territorio.

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Foto: La Repubblica (da Google)

 

5 commenti per “Islanda, laboratorio del femminismo europeo

  1. Michele Serra
    3 gennaio 2018 at 14:20

    Islanda… mi viene in mente un’altra cosa che ho letto di recente: su quell’isola molto ricca, avanzatissima nei servizi e nelle tecnologie, ad altissimo tasso di femminismo, con la capacità di effettuare i test prenatali più accurati e attendibili al mondo, in virtù del suo “isolamento” etnico, la sindrome di down è completamente scomparsa.
    Nonostante che il Paese sia ricco e molto attrezzato in materia di servizi ai cittadini, e dunque perfettamente in grado di fronteggiare i disagi di una malattia certamente non piacevole ma che può permettere comunque di condurre un’esistenza dignitosa, nonché una vita affettiva e lavorativa, se ci sono le risorse e le strutture adeguate, le donne optano SEMPRE e comunque per l’aborto eugenetico.
    Mi è venuto spontaneo associare questo fatto a quello del post dell’Interferenza perché mi pare che siano due parti (o meglio: due “aborti”) della stessa weltanschauumg.
    Certe “libertà” spacciate per conquiste civili, vengono facilmente capovolte in nuove forme di violenta oppressione.
    E non si tratta certo di uno specifico problema islandese…
    http://www.repubblica.it/salute/medicina/2017/08/22/news/la_sindrome_di_down_sta_scomparendo_in_islanda-173630428/

  2. Rino DV
    3 gennaio 2018 at 16:31

    1- Per le ragioni ancora una volta elencate da Fab., il carattere mistificatorio di quella norma è abbagliante. Si tratta di una legge che abolisce una legge e/o che contrasta una prassi …mai esistite. Ma allora, perché è stata ideata? Come mai è stata redatta e approvata senza che la sua assoluta assurdità la rendesse ridicola? Perché evidentemente..
    .
    2- Si può scommettere che prima o poi verrà proposta anche in Italia. E’ sempre stato così. Prima in Spagna, in USA, in Svezia, in Danimarca … e poi qui. Diamo tempo al tempo.
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    3-I down scompaiono, certo. Scompaiono prima di …apparire. Ciò mentre si celebrano i valori dell’accoglienza come specifici del femminile. Qui da noi di down ne nascono ancora. Ma in quale proporzione rispetto al passato? e fino a quando?

  3. armando
    3 gennaio 2018 at 19:45

    pura propaganda ideologica atta a far credere che esista una discriminazione che non c’è. E lo stesso in politica. ogni partito punta a massimizzare i consensi come un’impresa i profitti. Se le donne funzionassero meglio in tal senso nelle liste metterebbero solo donne. Se non lo fanno se non obbligati non è per discriminazione sessista ma semplicemente xché non funziona
    così ci si inventa la legge sulla parità.

  4. ndr60
    6 gennaio 2018 at 11:58

    Le varie contro-riforme del lavoro europee sul modello di quella tedesca hanno portato (e porteranno sempre di più) alla parità salariale: stipendi unisex rigorosamente saltuari e precari.

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