La fine del riformismo

La vicenda greca sarebbe stata, come tutti dicevamo, estremamente istruttiva per capire i destini della sinistra e dell’Europa. Sotto il primo profilo, emerge il fallimento totale del paradigma di Syriza, ovvero la possibilità di invertire in senso progressivo, o quantomeno meno recessivo, la direzione di marcia delle politiche economiche, e quindi di restituire una qualche forma di speranza nel futuro al suo Paese e, indirettamente, a tutti i Paesi sottoposti ad austerità nell’eurozona.
Dopo cinque mesi di negoziati estenuanti, un referendum tradito che, a questo punto, può essere considerato soltanto come una misura per evitare un possibile golpe che si stava materializzando, oppure, come sottolinea maliziosamente Evans Pritchard, come il veicolo per ottenere un “si” e far passare l’austerità anche agli occhi dell’ala recalcitrante di Syriza, dopo aver dovuto imporre un blocco ai movimenti di capitali ed alla liquidità di banche oramai esangui e che dovranno andare incontro ad un doloroso (dal punto di vista occupazionale) ed incerto (dal punto di vista competitivo) processo di fusioni, dopo tutto questo percorso tormentato, ecco quello che la Grecia ottiene:
– Entro tre giorni, il suo Parlamento deve approvare l’aumento delle aliquote Iva e la loro estensione ai settori esenti o che pagavano Iva più bassa, misure iniziali per migliorare la sostenibilità a lungo termine del regime pensionistico nel contesto di un programma globale di riforma delle pensioni, provvedimenti per rendere possibili tagli della spesa quasi automatici in caso di deviazioni da obiettivi ambiziosi in materia di avanzo primario, provvedimenti per rafforzare l’indipendenza dal Governo dell’ufficio greco di statistica;
– Entro sette giorni, dovrà presentare un piano di riforma della PA, mirato ad abbatterne il costo (quindi o a ridurre drasticamente gli stipendi, o a introdurre licenziamenti);
– Entro nove giorni, dovrà approvare provvedimenti che modifichino il procedimento giudiziario civile ed attuare la direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie (quella che impedisce la nazionalizzazione di banche in crisi e, con un principio liberista, ne trasferisce i costi su obbligazionisti, soci e correntisti di maggiori dimensioni);
– Solo dopo aver introdotto queste prime misure-capestro, la Grecia potrà accedere al negoziato vero e proprio, sulla base dell’approvazione di provvedimenti ulteriori, scanditi da un chiaro cronoprogramma da rispettare rigidamente, in materia di riforme ambiziose delle pensioni, precisando le politiche intese a compensare totalmente l’impatto che la sentenza della Corte costituzionale relativa alla riforma pensionistica del 2012 ha sul bilancio e attuare la clausola del deficit zero dei fondi pensionistici, di riforme neoliberiste del mercato dei prodotti, riguardanti tra l’altro l’apertura dei negozi di domenica, i periodi dei saldi, la proprietà delle farmacie, il latte e le panetterie, l’apertura alla concorrenza delle professioni chiuse macro-critiche (ad es. trasporto a mezzo traghetto), procedere con la privatizzazione del gestore della rete di trasmissione dell’energia elettrica, modificare il mercato del lavoro in senso neoliberista, rivedendo la disciplina della contrattazione collettiva per ridurne le tutele, e facilitando i licenziamenti collettivi (va notato che nella proposta greca del 12 luglio, le politiche sul mercato del lavoro erano appena accennate in termini vaghi e non così categorici, aprendosi la strada per una difesa dei lavoratori che ora viene definitivamente chiusa), rafforzare il settore finanziario, rivedendo la disciplina delle sofferenze (e quindi abbandonando la promessa elettorale di Tsipras di proteggere i piccoli debitori in buona fede, anche questa contenuta nel piano-Tsakalotos del 12 luglio), potenziare il programma di privatizzazioni;
– Dopo aver ottenuto il piccolo, formale, successo di cancellare la Trojka, privo di sostanza ma importante per la dignità nazionale greca, Tsipras dovrà accettare il ritorno in pompa magna dei suoi ispettori;
– fatta salva la legge sulla crisi umanitaria, il governo greco riesaminerà, per modificarla, la legislazione introdotta in contrasto con l’accordo del 20 febbraio, retrocedendo dagli impegni del precedente programma, o adottare soluzioni equivalenti sotto il profilo finanziario. Persino la riassunzione dei dipendenti della PA licenziati da Samaras, quindi, dovrà saltare nuovamente;
– infine, c’è la ignobile ed umiliante clausola-pignoramento. 50 miliardi di asset greci dovranno essere trasferiti ad un fondo, che le monetizzerà attraverso privatizzazioni o, ove non possibile, attraverso forme di gestione privatistica, al fine di rimborsare i 25 miliardi erogati dalla Ue per ricapitalizzare le banche, ridurre per 12,5 miliardi il debito pubblico, e per i restanti 12,5 miliardi per finanziare investimenti. Poiché il piano greco di privatizzazione prevedeva asset privatizzabili per 17 miliardi, evidentemente i restanti 33 miliardi saranno reperiti con beni culturali o asset naturalistici del Paese, facendo passare il principio che questi possano essere venduti a privati.
Questo pacchetto di condizioni durissime non aprirà nemmeno automaticamente le porte al finanziamento dell’ESM, poiché il documento dell’Eurogruppo specifica che “I succitati impegni sono requisiti MINIMI (sic) per avviare negoziati con le autorità greche”.
In cambio di ciò, il governo greco riceverà circa 82-86 miliardi, di cui 7 miliardi entro il 20 luglio ed altri 5 entro agosto, a titolo di prestito oneroso (quindi non si tratta di denaro regalato, ma che va rimborsato pagandoci sopra un interesse, quindi andando ad aggravare il debito pubblico greco).
Nessun haircut del debito pubblico nel suo valore nominale viene consentito. Tutt’al più, e comunque dopo una decisione negoziale, si potrà valutare l’allungamento delle scadenze dei rimborsi, ma comunque soltanto dopo la piena attuazione dei provvedimenti da concordare in un eventuale nuovo programma e dopo il primo riesame completato positivamente. Detto in altri termini, la questione viene rinviata di mesi, se non di anni.
Poi c’è la zampata del democristiano, ovvero di Juncker: la promessa pressoché impossibile da onorare. Ci si impegna a presentare un piano di investimenti pubblici per 35 miliardi, che dovrà comunque passare il vaglio del Parlamento Europeo e poi, ove approvato, dovrebbe essere intanto finanziato. Chi ricorda il precedente piano-Juncker, quello da 300 miliardi di cui però se ne reperirono solo 21, affidandosi ad un fantasioso moltiplicatore di 10 per e risorse aggiuntive dei privati, può capire bene quanto solida possa essere la promessa di trovare 35 miliardi per la Grecia, se se ne sono trovati solo 21 per l’intera Europa, per un piano che, a poco meno di un anno dalla sua presentazione, è ancora inattuato. Siamo al “milione di posti di lavoro” promessi dal Berlusca, più o meno, in termini di credibilità.
Questo è quanto. Tsipras si appresta ad uscire, malinconicamente, dalla scena, un po’ come quei calciatori greci degli anni Ottanta che sembravano i brasiliani d’Europa ma poi, alle strette, si rivelavano dei bidoni. Con lo sfaldamento di Syriza, tutt’altro che “marginale” come commentano certuni (10 di loro, fra voto contrario e astensionismo critico, si sono già squagliati sabato scorso, almeno tre di loro sono Ministri, altri 15 hanno sottoscritto un documento in cui dichiarano che voteranno no a un nuovo piano di austerità che venisse loro presentato, Varoufakis trascorre velenose vacanze su un’isola privatizzabile ricordando che lui un esito così non lui lo voleva, da Ministro era persino pronto a varare una moneta parallela) Tsipras dovrà far passare tutti i provvedimenti preliminari all’accordo con il voto delle opposizioni. A quel punto, quando fra fine luglio ed inizio agosto l’accordo con l’Esm sarà stato perfezionato, le opposizioni stesse gli diranno “bravo, grazie, vieni qui che ti offriamo una limonata, però adesso fai il bravo, eh? Prendi le tue carabattole e togliti di torno”, e si varerà un bel governo tecnico benedetto dal Presidente della Repubblica appartenente a Nea Dimokratia improvvidamente messo lì da Tsipras stesso. Realizzando così quel Governo tecnico di larghe intese richiesto esplicitamente, senza nemmeno troppi fronzoli, dal Fmi, come garanzia dell’attuazione del piano-capestro. Syriza precipiterà in un baratro di consenso, aver tradito le promesse elettorali e referendarie (come apertamente ammesso dallo stesso Tsipras sabato scorso in Parlamento) ed aver consegnato l’opposizione sociale ai neofascisti (o a gruppi vetero stalinisti minoritari arroccati nei loro fortilizi), che già oggi alzano la cresta, dicendo ai greci “visto? Ve lo avevamo detto che questo ragazzo era un bluff” avrà un prezzo elettorale e di consenso molto alto.
L’argomento usato dai difensori strenui di Tsipras (che tristezza non ammettere gli errori, io stesso ho appoggiato Tsipras e ho creduto in lui, ma senza ammettere che si correva per il cavallo sbagliato non si può ripartire) secondo cui la crisi greca sarebbe stata, per la prima volta, portata sullo scenario politico in forma trasparente, somiglia ad un inganno autoconsolatorio. Quello che è stato portato davanti allo scenario politico europeo è il dramma del “there is no alternative”. La tragedia (euripidea) di Un Paese che ha provato a ribellarsi ed è stato umiliato, prima di tutto sotto il profilo democratico, mettendosi sotto i piedi gli esiti di un referendum, come “memento mori” per tutti gli altri. E costretto ad ingoiare la stessa medicina che avrebbe ingoiato comunque, dopo essersi sottoposto al suicidio economico di un blocco dei movimenti di capitale che lo ha portato da prospettive di sostanziale stagnazione della sua crescita ad una previsione di nuova recessione per tre punti percentuali, proprio quando entrerà in attuazione il nuovo piano di austerità, con i suoi effetti ulteriormente recessivi. Un Paese che è tornato al 2011, ma molto più indebolito di quanto fosse nel 2011. La Grecia si avvia verso un nuovo tunnel senza la luce, è un Paese a cui è stato negato il futuro. Cosa succederà fra quattro anni, quando la Grecia avrà finito gli 86 miliardi di prestiti? Che sarà un Paese ancora più morto di oggi sotto il profilo produttivo, occupazionale e della domanda interna, con un debito pubblico ancora più alto e sicuramente superiore al 200%, le leve di comando dell’economia in mani straniere, e a quel punto si riproporrà lo stesso dilemma di oggi: lasciarla andare al suo destino, fuori dall’euro ed in default, o tenerla ancora agganciata al tubo dell’ossigeno, in coma farmacologico, con un nuovo, oneroso, piano di assistenza finanziaria? Non c’è domani possibile. “Nelle assemblee va bene la lingua, ma in guerra valgono di più le mani”, diceva Omero. La Grecia paga il non aver capito di essere in guerra, aver creduto di usare la lingua, quando andava usata la spada, dimostrandosi decisi ad andare fino in fondo, fino all’uscita dall’euro.
Questo dramma nazionale avrà l’effetto di sconsigliare ad altre sinistre che dovessero vincere le elezioni, in Spagna o in Portogallo, la via del negoziato critico. Anche perché quando tali sinistre dovessero andare al potere, il sogno di un fronte mediterraneo anti-austerity sarà svanito. Tolta l’Italia, saldamente in mano a Renzi, la Grecia sarà nuovamente controllata da un governo tecnico di destra, con la sua sinistra nazionale distrutta. La Francia di Hollande e Valls sarà impegnata a tenere in vita i rimasugli di una tradizione socialista rinnegata, in attesa di consegnare il Paese o alla Le Pen, o a un redivivo Sarkozy lepennizzato. Non solo, ma la contraddizione interna alla destra tedesca, fra la componente rappresentata da Schaeuble che voleva il Grexit e la componente europeista della Merkel, si è risolta a favore di quest’ultima, proprio in questi giorni di negoziato sulla Grecia. La Germania ripresenta quindi, fresco di vittoria, il paradigma ordoliberista su scala europea senza vie d’uscita possibili, rafforzando la sua presa su un’Europa che, però, ne esce complessivamente indebolita come ideale di convivenza comune e come principio di rispetto democratico dei popoli.
A tale risultato disastroso hanno contribuito dabbenaggine negoziale da parte di un Governo greco spesso preda dell’improvvisazione o di valutazioni errate, isolamento interno ed internazionale, con la Russia troppo poco attiva (evidentemente preoccupata dal fronte interno, la crisi economica, e quello esterno, l’Ucraina) e gli USA ossessionati dall’idea di una uscita della Grecia da euro e NATO, con la posizione geostrategica fondamentale della Grecia, e che hanno esercitato pressioni enormi (probabilmente anche minacciando Tsipras di colpo di Stato, magari facendolo finire come Allende) ma soprattutto contribuisce l’errore primigenio su cui si è fondato l’esperimento di Syriza: l’idea, cioè, che l’Europa sia riformabile, con il conseguente rifiuto assoluto, coerente e totale di uscire dall’euro, quantomeno di mettere sul tavolo delle trattativa l’arma-di-fine-di-mondo consistente nella minaccia, credibile, di uscire se non si ottengono risultati. Privata di tale arma negoziale, la Grecia si è ritrovata a trattare dalla parte debole dei rapporti di forza. Ed è stata picchiata malamente. Mentre Varoufakis, nel tentativo di allontanare ogni ipotesi di Grexit, faceva ridere mezzo mondo con la storiella del changeover troppo lento, perché nell’Irak distrutto del post Saddam, senza più Banca Centrale, senza più sistema bancario e circuito dei pagamenti, con baathisti, sciiti, marines e qaedisti che si ammazzavano per le strade, ci avrebbero messo 18 mesi ad introdurre la nuova valuta (come se la Grecia fosse l’Irak devastato da bombardamenti, caos e guerra civile, sostanzialmente diviso in tre Stati, come era quel Paese dopo l’intervento militare USA).
Per usare il gergo della teoria dei giochi tanto caro a Varoufakis, quello che si stava giocando era un gioco del pollo (Chicken game). L’esemplificazione classica è basata sulla sfida del film Gioventù bruciata con James Dean del 1955 in cui due ragazzi fanno una corsa automobilistica lanciando simultaneamente le auto verso un dirupo. Se entrambi sterzano prima di arrivarvi, faranno una magra figura con i pari; se uno sterza e l’altro continua per un tratto di strada maggiore, il primo farà la figura del coniglio, mentre il secondo guadagnerà il rispetto dei pari. Se entrambi continuano sulla strada, moriranno. In questo gioco vi sono due equilibri potenziali: (“sterza”, “continua diritto”) e (“continua diritto”, “sterza”). La soluzione del gioco proviene dalla dichiarazione credibile di uno dei due giocatori dell’intenzione di non voler sterzare ad ogni costo. L’altro giocatore si vedrà costretto a sterzare per primo per evitare di precipitare nel dirupo. Questo è il gioco che giocavano i greci a Bruxelles. Avrebbero dovuto essere credibili nel sostenere di essere disposti a precipitare nel dirupo, cioè di non accettare un accordo ad ogni costo, e di poter anche uscire unilateralmente dall’euro. In questo modo, chi è spaventato dall’ipotesi della Grexit (essenzialmente, Francia, Spagna e USA) avrebbe fatto pressioni per fare cambiare direzione alla Germania. La Grecia doveva porre l’ipotesi dell’uscita unilaterale con credibilità. E per farlo doveva costruire i paracadute potenziali (scala mobile dei salari, piano di emergenza per la popolazione, piano di nazionalizzazione delle banche, controllo totale dei movimenti di capitale, ecc.) COME SE stesse per uscire.
Adesso è tardi per la Grecia. Per noi, la lezione è che l’Europa è una gabbia, oltretutto una gabbia che non porterà a niente. Mai come in questi giorni la retorica dell’Europa che procede ad una integrazione politica è vuota ed insensata. Non si può proporre ai popoli maggiore integrazione e massacrarli. Non si può parlare di democrazia e mettersi i referendum sotto i piedi. Non è possibile riformare l’Europa, non ci sono i rapporti di forza. O la sinistra si rifonda su basi nazionali, mettendo al centro del suo programma l’abbattimento della sovrastruttura europea, o la sinistra si estinguerà. Questa è la lezione greca.

4 commenti per “La fine del riformismo

  1. armando
    14 luglio 2015 at 11:06

    “O la sinistra si rifonda su basi nazionali, mettendo al centro del suo programma l’abbattimento della sovrastruttura europea, o la sinistra si estinguerà. Questa è la lezione greca.”
    Concordo pienamente con questa conclusione. Occorre però anche vederne le implicazioni, perchè una sinistra rifondata su base nazionale potrebbe, in teoria, entrare in contraddizione con la sinistra di un altro paese anch’essa rifondata su base nazionale. Ciò vorrebbe dire che la contraddizione “principale”, almeno provvisioriamente, si sarebbe spostata su un piano diverso, quello fra stati nazionali e non più fra classi. Ma neanche fra Stati, a guardar bene, bensì fra blocchi, o più esattamente fra agglomeati, geopolitici. Fosse così, almeno tendenzialmente, il significato del concetto di “sinistra nazionale” dovrebbe precisarsi meglio, nel senso della consapevolezza di quale sia, quì ed ora, quell’agglomerato geopolitico meglio rispondente anche agli interessi delle classi subalterne di cui la sinistra è stata la rappresentante per tutto il secolo passato.

    • Fabrizio Marchi
      14 luglio 2015 at 12:32

      Caro Armando, vedo che batti e ribatti costantemente su questo tema della questione di classe e del suo superamento. Contestualmente però ti poni anche in un’ottica di critica e tendenzialmente di superamento del capitalismo. Il che è una contraddizione evidente. Capisco perfettamente che l’evoluzione del capitalismo ha prodotto anche altre contraddizioni ma ciò non significa che quella di classe sia stata superata. Ne abbiamo parlato ormai tante e tante volte. Il fatto che al momento non esista la classe “per se” nel senso che non esiste più una coscienza di classe (o meglio, una classe subordinata dotata di coscienza), non significa che le classi non esistano o la contraddizione di classe sia stata storicamente superata. E’ proprio l’assenza della coscienza di classe da parte delle classi subordinate che dimostra la vittoria delle classi dominanti e del capitalismo in questa fase storica.
      Del resto, come potrebbe darsi una società capitalista senza divisione in classi? E’ oggettivamente impossibile. Che poi i soggetti appartenenti alle classi subordinate non abbiano coscienza della loro condizione e addirittura abbiano interiorizzato l’ideologia delle classi dominanti e si sentano dei “borghesi” (termine oggi improprio ma ci capiamo…) o aspirino ad essere tali è altro discorso. Ma questo, purtroppo, è quasi sempre avvenuto nella storia. Tranne brevissime parentesi, è soltanto con la nascita del movimento operaio organizzato che cresce e si sviluppa una vera coscienza di classe. Prima di allora il mondo è stato caratterizzato (come ora) dallo scontro fra gli stati, fra le grandi potenze, e il conflitto di classe era sullo sfondo, latente, anche se a volte esplodeva in forme più o meno spontanee e (rare volte) organizzate. Ma per secoli e secoli masse sterminate di schiavi, plebei, servi della gleba, popolani e contadini non hanno avuto nessuna coscienza di se come classe (la famosa “perseità”…).
      Ciò detto, anche porre in contraddizione la questione di classe e l’internazionalismo con quella nazionale, è sbagliato. Alcune fra le più grandi lotte e guerre di liberazione hanno visto la compresenza dell’elemento di classe e internazionalista con quello nazionale e patriottico; penso al Vietnam, a Cuba, alla Palestina, all’Angola, al Mozambico, allo stesso Sudafrica, alla Rodhesia (ora Zimbabwe) e potrei continuare. La questione nazionale diventa di destra nel momento in cui viene separata da quella di classe e/o assume determinate caratteristiche che appunto non hanno nulla a che vedere con la critica di classe e anticapitalistica. A quel punto anche il presunto antimperialismo di quelle istanze e di quelle forze viene a perdere il suo carattere rivoluzionario e può tutt’al più avere una valenza tattica e/o geopolitica. E’ evidente.
      E ancora, una Sinistra senza più l’orizzonte del superamento della contraddizione di classe (e quindi l’orizzonte della possibile eguaglianza), è come concepire il liberalismo senza diritti e libertà individuali, o appunto la destra senza il prius del concetto di nazione (o di sangue, o di suolo, o di stato o di uomo guida, o di diseguaglianza, a seconda della tipologia di destra in questione).
      Anche parlare di blocchi non ha senso, dal punto di vista concettuale o filosofico (o ideologico). Può averne se questi blocchi hanno un minimo comune denominatore culturale, ideale e ideologico, e non solo politico. Altrimenti , sempre dal mio punto di vista, non ha senso. Il sottoscritto è convinto oggi della necessità di sostenere i cosiddetti BRICS, perché penso che si debba “muovere la classifica”, come si dice in gergo calcistico, politicamente parlando. E oggi questa classifica vede in testa l’imperialismo a trazione USA dominare sul pianeta. E quindi è ovvio (questa è la Politica) che si debba entrare in una relazione dialettica con tutto ciò e sapersi inserire all’interno di queste dinamiche (altrimenti si fanno solo chiacchiere da puristi e anime belle…). Ma questo non significa pensare che la Russia, l’India o la Cina rappresentino il sol dell’avvenir (dal mio punto di vista sono sicuramente più interessanti gli “esperimenti” politici sudamericani, Bolivia, Venezuela, Ecuador, anche se mi rendo conto della loro debolezza complessiva). Vanno sostenuti, certamente, in questa fase, perché le dinamiche politiche internazionali lo richiedono. Ma non bisogna però commettere l’errore di invertire la tattica con la strategia o con i contenuti e gli orizzonti ideali e politici. Poi si può e si deve anche considerare, come dicevi tu, quale dei blocchi può essere meglio rispondente agli interessi delle classi lavoratrici e subordinate, e si può anche decidere che in questa fase anche per questo motivo i BRCS debbano essere appoggiati. Ciò detto, non so quanto le condizioni delle masse lavoratrici e popolari in Cina, India e Russia (o Brasile) siano tanto migliori di quelle delle aree controllate direttamente o indirettamente dal capitalismo a trazione USA…Forse in Russia oggi c’è sicuramente una maggior sicurezza sociale (peraltro eredità del vecchio regime sovietico che è stato ripescato da questo punto di vista, anche per evitare il disastro…), e una certa egemonia del politico sull’economico, il che è già qualcosa ma non sufficiente. Anche in Cina, da un certo punto di vista il politico ha il primato sull’economico, ma a in questo caso la situazione è completamente differente, perché lo stato-partito cinese è il veicolo attraverso il quale il capitalismo si è affermato in Cina. In Russia la situazione è ancora differente. Il discorso si farebbe lunghissimo e lo chiudo qui…

  2. armando
    14 luglio 2015 at 14:07

    Caro Fabrizio, le contraddizioni ormai abbondano da ogni parte, quindi non ne sono esente neanche io. Se guardiamo la questione da un punto di vista strettamente marxista “classico”, per così dire, non c’è dubbio che hai ragione. Io sono però assai più cauto, ed osservo che la contraddizione fra borghesia e proletariato non si sovrappone interamente a quella fra capitale e lavoro. Credo che la seconda, capitale/lavoro, fondi il modo di produzione mentre la prima ne sia l’espressione storica, ma in quanto tale soggetta a mutamenti. Significa che possono esistere anche altri modi coi quali quella contraddizione si manifesta.
    Ne abbiamo già discusso, sappiamo bene che è questione intricata e che implica tutto il discorso su struttura, sovrastruttura, ideologia etc. Non mi dilungo oltre, se non per sottolineare che esprimo sempre le mie opinioni con cautela (provvisorietà, fase storica etc) perchè è questo momento di grande incertezza e insieme di enormi sommovimenti che lo richiede, e che mette alla prova ideologie e strumenti d’analisi.

  3. Aliquis
    16 luglio 2015 at 17:18

    La vicenda greca mi ha indubbiamente rattristato.

    L’ unico effetto positivo è aver svelato la natura dell’ Unione Europea. Magra consolazione. Evidentemente, il “politicamente corretto”, come dite voi, ha impedito che si sviluppassero movimenti capaci di usare la spada. Una spada che ovviamente ha bisogno della virtù. “La virtù, senza la quale il terrore è funesto. Il terrore, senza il quale la virtù è impotente”. Aveva ragione Robespierre.

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