La politica estera di Portorico

Essendo l’ironia appannaggio degli spiriti liberi e colti, sono sarcasmi di grana grossa quelli che quotidianamente si abbattono sul ministro Luigi Di Maio, marchiato a vita come “bibitaro” per essersi guadagnato in gioventù un po’ di soldini a bordo campo. Accusa senz’altro infamante (per chi, specie da “sinistra”, la muove) che dà un tocco in piú di meschinità classista ad un impianto di per sé inconsistente: malgrado le sue carenze Giggino non é l’elefantino sgusciato dentro la cristalleria, e questo per il semplice fatto che il locale era sfitto da tempo. Vogliamo paragonare il suo operato a quello dei predecessori? Fermo restando che lui é appena agli esordi (e dunque un periodo di prova gli andrebbe bonariamente concesso…), il risultato dei confronti sarebbe uno zero a zero senza emozioni.

L’Italia ha cessato di avere una politica estera (talvolta pagata a caro prezzo!) con il tramonto della c.d. Prima Repubblica: da allora si registra il nulla, a parte qualche tentativo velleitario di fuoriuscire da schemi cogenti avviato dai governi Berlusconi. Velleità “autonomiste” dicevo, perché il dialogo con la Russia é sempre stato limitato da fattori esterni e il lungimirante trattato con Gheddafi stracciato per ordini superiori ad esclusivo beneficio di altri. Possiamo concludere che l’unica stabile “acquisizione” degli ultimi tre decenni é stata la… cessione all’Unione Europea di quel briciolo di sovranità che ancora avanzava dopo il “volontario” ingresso, settant’anni fa, nell’Alleanza Atlantica.
La triste veritá é che se ai tempi dei due blocchi l’Italia era sprezzantemente definita la “Bulgaria della NATO”, dagli anni ’90 in poi il nostro Paese é retrocesso a una sorta di Portorico: siamo inesistenti in politica estera perché a colonie e protettorati non é permesso averne una, indipendentemente dalle referenze e dal numero di cognomi vantato dal ministro di turno. In questo perdurante vuoto di contenuti si può al massimo imputare ai 5Stelle di aver seguito pedissequamente il copione trovato sulla scrivania confinando il promesso cambiamento di rotta a pochissime dichiarazioni e prese di posizione accettabili, come la cautela ostentata sul caso Venezuela, ma si tratta di un rilievo formale: una volta giunti al governo non avevano, nella sostanza, opzioni alternative a quelle dettate dalle circostanze e da fattori che solo lato sensu possiamo etichettare come esterni. In fondo l’Italia é un Paese occupato da oltre mezzo secolo da decine di basi americane, oltre che da fiumi di pellicole hollywoodiane a tesi, e i nostri apparati di sicurezza, com’è noto, rispondono direttamente a Washington: sganciarsi pacificamente o disattendere gli ordini é, in queste condizioni, impresa inattuabile. Lo era anche prima (i casi Mattei e Moro stanno a rammentarcelo), ma allora nei confronti dell’Italia – se non altro per la sua collocazione geografica e per il seguito che avevano le forze di ispirazione marxista – i dominatori sapevano opportunamente dosare carota e bastone, mentre oggi siamo considerati una realtá periferica definitivamente assoggettata, e come tali trattati.
Dare la colpa di tutto ció a un trentatreenne – che non é, siamo d’accordo, Alessandro Magno – non é soltanto ingeneroso: é ipocrita e stomachevole. I c.d. opinion leader (se abusiamo di termini inglesi ci sará pure un motivo…) sono tutti o quasi intellettuali organici al sistema liberalcapitalista occidentale: certe reazioni isteriche alla Brexit e la demonizzazione giornaliera degli “altri” lo comprovano. Esiste un blocco di potere (solo) apparentemente multiforme e variegato che, estendendosi in ogni campo della vita sociale, svolge in realtá la funzione assicurata dal cemento nelle costruzioni: tiene saldamente insieme la struttura, dandole una fisionomia unitaria (al netto di qualche ingannevole ornamento). Un minimo esempio, attinente alla comunicazione:
a proposito dell’assassinio del generale Soleimani, Andrea Purgatori inizia bene la puntata speciale di Atlantide, dando la parola a Caracciolo e sottolineando il carattere dimostrativo della risposta militare iraniana – poi peró incentra il discorso sulla repressione dei moti giovanili in Iran ed Irak, addossandola per “fatto notorio” al defunto e facendo il controcanto alle risibili accuse di terrorismo lanciate da Trump. Alla fine il telespettatore medio spegne il televisore confusamente persuaso che quel gran farabutto con la barba abbia incontrato la giusta punizione – e ció indipendentemente dal fatto che il giudizio suggerito si basa su illazioni e cifre indimostrate e che in ogni caso gli USA non colpiscono una personalitá per la sua presunta “cattiveria” (altrimenti avrebbero fatto fuori, ad esempio, il pessimo Pinochet anziché elevarlo a proprio proconsole in Cile), ma perché la valutano un ostacolo alle proprie finalitá/brame di dominio. Dei ragazzi iracheni bersagliati (forse) dalle milizie sciite a Trump&co non frega un bel nulla, ma il loro accorato racconto alle telecamere é suggestivo e “aiuta” a sviare l’attenzione dal tema principale: la violazione brutalmente plateale da parte americana delle norme internazionali, che non autorizzano di certo ad eliminare una figura pubblica di uno Stato con cui non si é in guerra (gli yankee lo hanno sempre fatto in passato, ma per cosí dire “rispettando le forme”).
Informazione di marca psyops insomma, come quella che metodicamente ci ammanniscono i quotidiani: questo é lo stato dell’arte, questa la situazione di stallo con cui bisogna fare i conti.
Un Paese valvassino qual é il nostro non puó manco permettersi (il minimo sindacale) di ritirare i propri soldati da conflitti che non dovrebbero riguardarlo, né di intervenire autonomamente in territori di vitale interesse (la Libia) o di sottrarsi a sanzioni ingiustificatamente dichiarate da terzi nei confronti di Stati che non ci sono avversi (Russia e Iran) e costituiscono, per di più, importanti mercati di sbocco: in questo quadro abbiamo le mani legate.
C’é modo di liberarsi?
Il prerequisito sarebbe una rivoluzione politica, se non (troppa grazia!) sociale.
Ci vorrebbe del personale radicalmente nuovo e non compromesso, capace di pensare e osare l’inosabile: un’uscita non meramente onirica dalla NATO (la cui dichiarata ragion d’esistere é venuta meno con il crollo dell’Urss) e dalla UE (che non é l’Europa, bensí la sede in cui i piú influenti Stati continentali vengono a patti con i potentati economico-finanziari).
Le motivazioni logiche non mancherebbero: a far difetto é la forza per farlo, senza la quale i diritti sono pura enunciazione libresca. Per “forza” intendo in primis quella militare: il pacifismo é senz’altro una nobile aspirazione, ma chi é sprovvisto dei mezzi per difendersi é appunto un imbelle, alla mercé del primo che passa. Come insegna la lezione coreana (e al contrario quella persiana) missili, intercettori e una flotta efficiente servono, ma sono niente senza l’atomica – unico serio rifugio oggidì da aggressioni esterne. Un’arma da non usare mai, ma da esibire all’occorrenza per riportare alla calma potenze troppo sicure di sé. La capacitá nucleare andrebbe ovviamente sviluppata in gran segreto, e questo implica la preventiva necessitá di un completo riassetto dei vertici (non solo) militari: degli esecutori occorre potersi ciecamente fidare. Sebbene il nostro sia un Paese tra i piú tecnologicamente progrediti simili strumenti non si producono in una notte né si comprano al mercato rionale: per quanto la dissimulazione rientri, che piaccia o meno, fra le doti dello statista sarebbe comunque arduo non suscitare sospetti, sia perché il popolo deve avere – per sostenerlo – perlomeno una vaga idea del progetto sia perché nomine mirate non lascerebbero indifferenti gli osservatori esterni ed interni, ivi compreso un apparato mediatico sempre all’erta e sicuramente ostile. Nella migliore delle ipotesi le immancabili reazioni preventive intralcerebbero il raggiungimento dell’obiettivo: non siamo l’impenetrabile (?) Corea del Nord né ambiamo a diventarlo e, per quanto distrattamente, il mondo e gli “alleati” ci guardano.
Per mettere in ginocchio una Nazione basta oggidì uno sbatter di ciglia dei mercati: un solo “loro” dubbio sulla nostra duplice fedeltà atlantica ed europeista scatenerebbe sconquassi, che verrebbero ulteriormente amplificati da una tambureggiante campagna mediatica.
Per avere chance di resistere abbisogneremmo di una straordinaria coesione sociale, cioé della piena fiducia di una qualificata maggioranza popolare, e di una classe politica non soltanto preparata e onesta, ma disposta addirittura al martirio in nome di un’indipendenza che, per avere senso compiuto, dovrebbe colorarsi di Socialismo. Di certo le possibilità di successo aumenterebbero se il virus si diffondesse in un’Europa marginalizzata e immiserita, gettando le basi non per un tetro “tutti contro tutti” di conio nazionalista ma per un futuro riavvicinamento delle genti del continente, affratellate da un’innegabile ereditá comune.
É fattibile tutto questo? Non lo so, ma tendo a dubitarne: gli anni acuiscono il pessimismo, dopo aver messo i sogni giovanili all’impietosa prova del reale.
Senza un drastico mutamento di rotta, tuttavia, siamo destinati a galleggiare nel pantano: inutile e sciocco lamentarsene, se si non si dispone del temerario coraggio di ridiscutere tutto ció che giorno dopo giorno ci é stato inculcato.

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Fonte foto: TimeSicilia (da Google)

2 commenti per “La politica estera di Portorico

  1. ndr60
    12 gennaio 2020 at 17:39

    Puntuale ricostruzione della nostra attuale (e penosa) situazione, Apprezzabile anche il fatto di avere ricordato che l’atomica è tipicamente un’arma di deterrenza: guarda caso, né i giornaloni né i tg riuniti lo dicono mai.

  2. Gian
    18 gennaio 2020 at 23:13

    Un bel sogno, condivisibile ma irrealizzabile.

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