Le mamme vanno a scuola

Qualche spunto di riflessione sulle dinamiche sociali dei nostri tempi emerge dall’osservazione dei mutati rapporti tra corpo insegnante e genitori soprattutto negli anni della scuola dell’obbligo. La vecchia società della negazione considerava il principio di autorità con i suoi divieti o i suoi ordini parte integrante delle relazioni interpersonali o di classe. Qualsiasi contestazione ai precetti autoritari, morali, sociali si stabilizzavano in una dimensione politica del conflitto. Questa dinamica era assicurata da un substrato culturale nel quale i principi di austerità e di parsimonia della morale borghese e la concreta frugalità proletaria agganciavano anche l’educazione dei figli al valore della Realtà. Per la formazione della coscienza critica del bambino o dell’adolescente si faceva affidamento a una serie di obblighi che proiettavano il problema della serenità in spazi lunghi e durevoli.
La nuova società della prestazione che si è sbarazzata della disciplina si presenta come una società della libertà. Anche il bambino è ossessionato dal “poter fare”. L’orizzonte delle infinite possibilità soggettive si costruisce attraverso un compulsivo “percorso”. Ogni esistenza non si misura più sull’altro per cui si affievolisce il terreno della dialettica. Perde così qualsiasi significato l’autorità. Il cammino di crescita del bambino si trasforma in una narrazione. Questa narrazione ha bisogno però di uno spasmodico monitoraggio da parte dei genitori. Pensiamo alle chat delle mamme che di continuo scandagliano in una conversazione che non ammette pause tutti i problemi inerenti alle attività scolastiche dei figli. Tutte le mattine nei bar di fronte alle scuole, i comitati permanenti delle mamme fermentano ossessive chiacchiere, infervorate opinioni su quanta censura potrà bloccare non l’esistenza ma l’esplorazione dell’esistenza da parte dei figli. La vita viene sempre di più accostata al viaggio e alla meraviglia della scoperta. Tutto è positivo.
In realtà questa mutazione che si è andata via via fortificandosi nel corso degli anni è strettamente connessa con il sistema pedagogico del capitale umano e con le riforme che hanno liberalizzato l’istituzione scolastica. Le scuole sono inserite nella dinamica della concorrenza, godono di autonomia amministrativa e sono costrette a promuoversi secondo lo spirito del mercato. Come logica conseguenza fortificano l’idea che la vita si componga di infinite scelte utili alla costruzione dell’impresa di sé. Sacri custodi della scelta sono le famiglie che investono nella pedagogia delle spinte gentili. Questa non ammette traumi, dolore o delusioni. L’investimento sul capitale umano per portare a risultati di profitto deve impregnarsi di molteplici felicità istantanee. Il “percorso” è ricco di sogni, di immaginazione, di creatività. La scintilla imprenditoriale si poggia su una continua affermazione solipsistica ingigantita dal mantra delle innumerevoli attività extra-scolastiche. Il “poter fare” non conosce ostacoli, non incontra pause o noia, non ammette regole. Figuriamoci se può solo concepire lo Stato.
Nei meccanismi costitutivi dell’ideologia della deregolamentazione perpetua gli insegnanti non possono nulla. O si annientano in un ruolo accondiscendente che esalta le sconfinate virtù caratteriali del bambino, le sue infinite peculiarità, che vive di accudimento protettivo o sono destinati a essere licenziati dagli investitori – in questo caso le famiglie – i quali curano il valore delle loro azioni.
L’Isola di Salina dove Nanni Moretti incontrava il dispotismo dei bambini che assoggettava i genitori a umiliazioni e capricci oggi vive di un’evoluzione naturale ma allora inaspettata. I genitori anticipano l’erba voglio dei figli e loro stessi la rendono etica, credibile. Incontestabile. Per proteggerla si riuniscono in gruppi di auto-coscienza facenti funzione di un consiglio di amministrazione. Dove tendenzialmente si prendono provvedimenti severi nei confronti di chi si permette di esercitare quel minimo di autorità subito accostata al fascismo che è in ognuno di noi.
Potrebbe essere un'immagine raffigurante 4 persone, persone in piedi, palloncino e cielo

 

1 commento per “Le mamme vanno a scuola

  1. Giulio Bonali
    22 settembre 2021 at 9:38

    Lucidissima sintesi di un andazzo penoso che la scienza umana del materialismo storico spiega a mio parere ottimamente con il fatto che, in assenza dei fattori soggettivi necessari e sufficienti al loro sovvertimento, persistono superatissimi rapporti di produzione oggettivamente “in avanzato stato di putrefazione”.
    Viviamo purtroppo in tempi bui di reazione e di decadenza (ben presenti nella storia umana, accanto a tempi di progresso e di rivoluzione) nei quali l’ irrazionalismo dilaga (mentre nei tempi di avanzata della civiltà umana tende a prevalere il razionalismo), E poiché l’ aspetto più fondamentale del razionalismo é il senso della misura e del limite (anche l’ etimologia delle parole stesse “ratio” e “logos” rimanda al concetto di proporzione o di misura) mentre l’ irrazionalismo é soprattutto pretesa illimitatezza e delirio di onnipotenza, dunque dolore, morte, fatica, sconfitte, ecc. non sono ammesse dalla reazionarissima e disumana (o meglio: antiumanistica) ideologia dominante,
    Così (per esempio, fra il molto altro di deteriormente abbrutente) le bocciature (ma anche soltanto voti men che buoni e giudizi men che lusinghieri) sono considerate non eventuali salutari provvedimenti necessari ad aiutare i ragazzi a crescere e a migliorarsi attraverso il sacrificio personale e la fatica dell’ apprendere, ma invece ignobili ingiustizie “a prescindere”; le malattie e le morti non sono considerate fatti naturali in larga misura inevitabili (anche se ovvamente da curare e da evitare NEI LIMITI DEL POSSIBILE) e dunque da saper affrontare con dignità e forza d’ animo ed accettare, ma sempre e comunque ingiustizie subite per colpa di qualche medico da taglieggiare peggio dei peggiori usurai (come se la vita umana fosse eterna salvo errori diagnostici e terapeutici!); chi ha un handicap non viene considerato titolare del reale, sacrosanto diritto a che la società provveda RAGIONEVOLMENTE, ancora una volta NEI LIMITI DEL POSSIBILE, a compensare e limitare le sue difficoltà, ma invece del privilegio di fare quello che gli pare a suo insindacabile giudizio e capriccio anche a prescindere dal danno che ne potrà derivare agli altri).
    E’ il pessimo (senza virgolette) “buonismo” politicamente corretto particolarmente caro alle pseudosinistre “che più destre non si può”.

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