Linguaggio ed egemonia manageriale – La Mckinsey

La lingua non è mai statica. Nel corso del tempo si lascia influenzare dalle reciproche relazioni tra gli esseri umani. In questo modo ciò che un tempo era una regola linguistica può diventare più avanti desueta o scorretta. E allo stesso modo i singoli termini mutano forma o significato. Si può legittimamente pensare per esempio che una società sempre più multietnica ridisegnerà corposamente il nostro vocabolario con nuove parole che irromperanno nell’uso comune o con leggere trasformazioni di altre. Nella musica leggera questi mutamenti si possono già intravedere. Anche la comunicazione di massa è destinata a imprimere un’accelerazione a questo processo. Questo lo si può definire un meccanismo virtuoso, costante nella storia.
Diverso è quando si iniziano a utilizzare termini presi forzatamente da un’altra cultura e calati dall’alto. In questo caso si compie un’operazione ideologica. Durante il fascismo tutto era italianizzato fino ad arrivare e vere e proprie forzature spesso grottesche. Oggi appare consueto un uso apparentemente neutrale di parole inglesi che non dicono nulla di più dei corrispondenti termini italiani. Questo fenomeno ha preso piede in un determinato mondo, quello dei manager. La loro unificazione in vera e propria classe dotata di una specifica coscienza è stata cristallizzata anche attraverso l’irruzione di uno vero e proprio idioma internazionale. Puoi esserti formato in scuole di business sparse per il mondo ma uscito da lì avrai digerito quel determinato modo di esprimerti. Così come l’aristocrazia dell’800 utilizzava il francese per porre un confine tra la buona società e il mondo villano, oggi l’inglese aziendale decodifica un’appartenenza elitaria.
Ma appunto quel linguaggio non è neutro. Fa riferimento a specifici dispositivi di comando. Le sue clausole retoriche poggiano le basi sulla vita plasmata dalla managerialità in senso assoluto, non ferma al semplice luogo di lavoro. L’idea appunto che l’esistenza debba trovare stimoli nelle qualità imprenditoriali di ognuno. In questo modo il mercato ha ritrovato una sua dinamica seducente. La vita si consuma in progetti evolutivi che trovano senso all’interno del sistema della concorrenza. Ogni scelta personale costruisce un percorso dinamico che educa il soggetto alle regole di mercato. Quando quel linguaggio si separa dalla dimensione tecnica e irradia le proprie maglie nella lingua di tutti i giorni quell’ideologia vuol dire che è egemone. Non che non sia sottoposta a critica ma che diventa improvvisamente senso comune.
Nonostante le avversità, la crisi, le eventuali proteste si respira comunque quella mentalità. Ultimamente e sempre di più viene utilizzato il termine “too much” per descrivere l’idea di “troppo” in tutte le sue sfaccettature. Non si parla dunque di un concetto tipicamente aziendale. In questo caso la ricchezza di un concetto che si sostanzia in molteplici termini linguistici – eccessivo, esagerato, inappropriato, sovrabbondante solo per citarne alcuni – si uniforma in una sola parola buona per ogni contesto. Ciò che emerge è proprio la via omogeneizzante di questa deriva. Quando si perde la facoltà di arricchire il proprio linguaggio scegliendo di volta in volta il termine più adatto a una determinata circostanza si affievolisce progressivamente la capacità di analizzare la realtà in senso critico. Si rischia insomma di piegarsi arrendevolmente a una forma mentis che condizionerà le relazioni sociali, i rapporti di forza e la capacità conflittuale di un popolo o di una classe.
Non deve stupire quindi l’affidamento sul controllo del Recovery Plan a una società privata americana di consulenza. Draghi è un esponente qualificato di una peculiare ideologia politica. Quella che vuole pubblicizzare il diritto privato e assoggettare lo Stato a mero esecutore degli interessi di profitto dei privati. Nulla di nuovo sotto il sole, funziona così da un trentennio. Quello che ancora spaventa è la considerazione generale della popolazione che vede in questa operazione un segnale di normale efficienza. Quindi l’incapacità ormai consolidata di interpretare gli eventi. Pensare insomma che la McKinsey possa sostituire il meccanismo democratico sul controllo della spesa pubblica che dovrà essere delimitata secondo i canoni di una presunta razionalità. Non capire che quella certificazione di qualità dovrà stabilire quanto lo Stato si sia attenuto alle indicazioni dei privati sulle modalità di impiego di quelle minime risorse che il “vincolo esterno” ci concede. Certificare insomma che lo Stato non racchiude in sé gli sviluppi dinamici e conflittuali della società intera ma – come pensano alcuni antagonisti funzionali al sistema – è un ente statico che non si potrà mai conquistare. La privatizzazione della sfera pubblica è un processo apparentemente travolgente proprio perché le ramanzine sulla competenza tecnica degli operatori razionali di mercato hanno foggiato i costumi e le condotte degli individui. La didattica pedagogica delle scuole di business.
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2 commenti per “Linguaggio ed egemonia manageriale – La Mckinsey

  1. Giulio Bonali
    8 marzo 2021 at 16:10

    Un commento del tutto marginale a queste lucide e inappuntabili considerazioni non riesco a trattenerlo.

    Amo la mia splendida lingua italiana e trovo decisamente offensivo, insopportabile che ormai (almeno in TV e sulla stampa) nessuno dica più “tendenza” ma solo e sempre “trend” (in particolare a proposito della diffusione della pandemia), o “squadra” ma solo e sempre “team”, che non ne sono altro che banalissime e pedisseque traduzioni (non presentano nemmeno la ben che minima “sfumatura non traducibile senza giri di parole”, che potrebbe eventualmente essere concessa come “attenuante”: uno schifo integrale, assoluto, merdosissimo; N. B.: come probabilmente gli anglomani che reputano “forbito” il loro proprio penosissimo lessico spregevolmente servile non sanno, il sommo Dante quando occorreva -non nel Purgatoio e men che meno nel Paradiso ovviamente- usava termini come “merda”, culo”, “puttana”; scriverei che qualcosa di analogo potrebbe dirsi di anche di Shakespeare e di Dickens, se non sapessi che i loro “maestri” sono caccole pseudoculturali come Jobs e Gates).
    Con tutto il mio odio (di cui vaio fiero, alla faccia dei pessimi “buonisti” alla Gramellini: mi vergognerei se non lo provassi!) e il mio disprezzo del fascismo, trovo oggi encomiabili perfino le italianizzazioni più forzate e grottesche dell’ “italianizzazione forzata” del pessimo ventennio.

  2. Giulio Bonali
    9 marzo 2021 at 8:32

    Segnalo questo interessante scritto sull’ imperialismo linguistico..

    https://contropiano.org/fattore-k/2021/03/08/forum-cina-6-imperialismo-linguistico-e-resilienza-cinese-0136945

    E’ lungo ma non l’ ho trovato noioso (qua e là discutibile ovviamente).

    Addirittura mi é capitato di sentire equiparare l’ Inglese ad una specie di “Esperanto di fatto”; in particolare ricordo bene che qualche anno fa una popolarissima cosmologa (anzi, astrofisica) ora scomparsa, con antipaticissima, fastidiosa prosopopea, disse una volta in TV (ove era spessissimo presente) che “l’ inglese é un po’ l’ Esperanto di noi ricercatori scientifici”.
    Affermazione di una falsità ideologica pazzesca (oltre cheespressione di crassa ignoranza in materia).
    Infatti Zamenhof inventò l’ Esperanto proprio con l’ intento di proteggere il Polacco, lo Jiddish, il Russo e altri idiomi centroeuropei dall’ imperialismo linguistico del tedesco, per negare la pretesa esistenza di lingue di seria A e di serie B e C, affinché tutti i popoli si intendessero da pari a pari, senza alcuna subordinazione culturale degli un agli altri!

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