Il Natale del disimpegno

Qual è la logica che ha portato una grandissima quantità di esseri umani a parteggiare per i potenti, ad ammirare il loro stile di vita, a scimmiottare i loro gesti, a confondere privilegi e prevaricazioni, sobrietà e cinismo, serietà e oppressione? Quando insomma dalla mente di persone con le quali si esce, ci si diverte, ci si confida e nelle quali si riconoscono intelligenza, curiosità e brillantezza è scomparsa l’attenzione, la sensibilità per i temi sociali? Perché quei racconti esistenziali, economici, politici che le classi dirigenti consumano e propongono non sono più oggetto di critica ma sono trasformate in buon senso comune? In che modo anche chi fatica giorno dopo giorno per sbarcare il lunario in una continua rincorsa affannosa verso la luce della sicurezza personale che si allontana a ogni passo dall’orizzonte si accontenta di evadere, sopravvivere, cazzeggiare, rilassarsi, sballarsi o di concentrarsi sulla propria costellazione romanzata di flirt, amori, intimità, avventure?
Intendiamoci questa non vuole essere una paternale o una ramanzina, né una lezioncina sui doveri inappellabili degli individui. Non mi si addice la parte del censore. Il mio essere socialista non ha molto a che fare con una determinata convinzione sugli sviluppi del marxismo o della rivoluzione. Forse nel 1921 – per mie affinità intellettuali avrei seguito Gramsci e non Turati. Sono un riformista radicale, non credo molto alla moderazione e affatto ai mezzi di adattamento al sistema capitalista. Ma oggi considero il termine riformismo una manipolazione. Il mio sentirmi affine alla storia dei socialisti italiani tutt’al più riguarda vicinanze antropologiche. Mi sono sempre appassionato alle debolezze umane perché ho riconosciuto le mie. Non amo l’etica protestante né le condotte irreprensibili che nascondono sempre il velo dell’ipocrisia. Disdegno l’applicazione dell’assoluzione cattolica a sé stessi mentre si pontifica di irreprensibilità civile per tutti gli altri. Nonostante la mia educazione “francofortese” mi sono appassionato a chi è sempre riuscito a riconoscere la propria inadeguatezza condita da disincantata ironia. Non mi imbarazzano gli eccessi, il fasto, l’allegria festosa, la pornografia, i tacchi delle donne. Adoro il jazz e stappare bollicine. Sono sempre a disagio di fronte all’austerità dell’ortodossia del Partito.
Ma allo stesso tempo non considero questo un alibi per il trionfo del disinteresse o del disimpegno. Non posso accettare che ci si rinchiuda nella gabbia del minimalismo letterario, che si possa considerare l’effimero un’ideologia. Così come appare insopportabile la rinuncia preventiva alla fatica portata dalla complessità. Leggerezza non può voler dire addomesticarsi al racconto egemonico o spaventarsi quando si pronunciano parole come capitale, sfruttamento, classe o coscienza. O ridursi nel partecipare alla politica assecondando il pettegolezzo carnevalesco dei partiti contemporanei. Pensando seriamente di essere socialmente impegnati. Inglobare nel proprio lessico termini insulsi quali efficienza, competenza, razionalizzazione, sobrietà senza accorgersi che celano la più bieca normalizzazione dell’oppressione di classe. Quella lotta di classe che i ricchi hanno continuato a combattere da decenni senza alcun avversario, in uno stato di catatonica ammirazione concessagli dai nuovi atteggiamenti acritici votati alla resilienza ridanciana delle intelligenze flessibili e sapute.
Comprendo però la molla psicologica iniziale della mia generazione. All’inizio della stagione del riflusso, quando i “rivoluzionari” sessantottini furono folgorati sulla via dello spirito d’impresa per confondere la fantasia al potere con il darwinismo sociale, restava intatto il giovanilismo assembleare rinchiuso però in un esercizio di maniera parolaio. Nella finzione contestativa i rampolli dell’aristocrazia di sinistra, ben parcheggiati nei licei classici dei centri storici, si esercitavano nelle palestre dell’estrema sinistra per iniziare a nutrirsi di un insospettabile leaderismo manageriale. Le manifestazioni – seppur ancora numerose – apparivano improvvisamente svuotate di efficacia. La retorica umanitaria iniziava a essere colorata da cortei disegnati da palloncini colorati. L’americanismo libertario si intrufolava negli interstizi delle rivendicazioni. La lotta trovava una sua posa teatrale. I figli della nobiltà accademica, di sinistra e sindacale coperti dalla loro rete illuminata, ammiccavano alla cultura individualista e sfoderavano cinismo compulsivo nei rapporti inter-personali. Le occupazioni diventavano un’occupazione. Proprio quel mondo tracciò allora una linea ancor’oggi invalicabile. Da una parte coloro che sono investiti di creatività artistica e curiosità imprenditoriale dall’altra tutti quelli che restano ancorati al grigiore della routine impiegatizia o – ancor peggio – al sudore per la produzione di beni solidi, duraturi. Poveri cristi incatenati dalle loro canottiere di lana e da connotati poco rifiniti.
Lì si consumò la separazione tra sinistra e popolo. La propensione per il riduzionismo furbetto, per la cultura élitaria ma condita da romanzetti pop immersi in atmosfere di intimo misticismo narcisista. Così vinse la manualistica manageriale che sponsorizzava scaltrezza immediata per il raggiungimento di quella sociologia dell’eterno presente nel quale la rigenerazione di sé diventò condizione indispensabile per l’impiegabilità. Chi detiene i giusti contatti si auto-celebrerà sull’altare della competenza. Club da ammirare e di cui occorre agognare la considerazione. I problemi sociali, la povertà, la precarietà, il fallimento, le abitazioni periferiche diventarono stigmi da superare con cure psicologiche sgocciolanti farmacologia. La fine della Storia venne accolta come segno del destino ineluttabile. I centri storici fortini della civiltà progressista e cosmopolita dei mercati.
Le nuove tecnologie, la società aperta del capitale, l’uniformazione culturale del design e del marketing, la globalizzazione esportatrice della democrazia inventano un uomo nuovo. Lasch lo descrive capace di scelte sempre più razionali ormai sollevato dalle oppressioni dell’Es e del Super-Io. L’Io si muove in un processo evolutivo perpetuo. Dimentico del dramma della finitezza umana data dalla separazione con la natura, si auto-rigenera in tappe evolutive coincidenti con l’idea del mercato auto-costruttivo, che diventa entità dinamica nel quale l’individuo apprende le tappe dello sviluppo perpetuo. Psicologia ed economia insegnano a comportarsi adeguatamente alla sfida concorrenziale. Utilitarismo spicciolo che libera dalle faticose costruzioni ideologiche e dall’irrazionalità della psicologia di massa. Medesima irrazionalità immaginata dai sacerdoti del liberalismo quando descrivono le ingerenze dello Stato volte a rompere il processo evolutivo del mercato, che quindi non troverà mai un equilibrio. Progresso economico e individuale vanno a braccetto e smobilitano l’idea democratica di progresso sociale. Un’umanità libera così dal peso della morte, dell’inconscio, del collettivismo e dal mefistofelico inganno portato al mondo dalle grandi narrazioni.

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2 commenti per “Il Natale del disimpegno

  1. Alessandro
    16 febbraio 2021 at 16:13

    Bella “confessione” e fotografia desolante ma veritiera dell’andazzo in corso.
    Io comunque non dipingerei la società nostrana come totalmente integrata. Ci sono ancora sacche di dissenso, che però non riescono a farsi consapevolezza. D’altronde non potrebbe essere altrimenti visto il disagio socio-economico che la “restaurazione” neoliberista alimenta. Dovrebbe raccogliere il dissenso e portarlo a chiarificazione una forza politica di sinistra degna di questo nome, ma non esiste.
    Sappiamo bene che la sinistra in parte ha imboccato la scorciatoia del pensiero unico impostosi sulle ceneri del socialismo reale, cercando di nascondere la sua impotenza dietro la retorica politicamente corretta, mentre è meno evidente che cosa abbia fatto l’altra, quella che è apparentemente rimasta fedele alla sua missione storica. In verità questa “fedeltà” è solo sbandierata, in quanto quell’intellighenzia ha rotto completamente i ponti con il “popolo”, cioè con il suo privilegiato interlocutore e potenziale elettore, ossia le fasce sociali più penalizzate dalla globalizzazione neoliberista, non solo sotto il profilo strettamente materiale. Oggi assistiamo all’incredibile spettacolo della sinistra antagonista che festeggia con le elite la “caduta” del “populismo”, ossia di ciò che in sua assenza, sia pure in modo contraddittorio e confuso, ha cercato di riportare sulla scena politica la voce degli classi sociali più marginalizzate. Fino a che la sinistra cosiddetta antagonista non capirà che si riparte dai problemi concreti e dal dialogo con i ceti popolari, che nella grande maggioranza dei casi sollevano anche questioni reali che non possono essere sbrigativamente ignorate o ridicolizzate, e un po’ meno dalla “teoria” a priori delle grandi firme, non avrà alcun ascendente su di essi e la predicazione liberista e consumista procederà indisturbata.

  2. Giulio Bonali
    16 febbraio 2021 at 20:05

    Sono nato nel 1952 e trovo molto precisa e verace, quasi “radiografica”, questa diagnosi di gran parte della mia generazione: ambiziosi gretti e meschini alla ricerca di privilegi che in un primo momento credettero di potersi procacciare facendo i “super-rivoluzionari” dal momento che erroneamente credevano -non sono mai stati particolarmente persipaci- “la rivoluzione dietro l’ angolo”; e conseguentemente ben presto riciclatisi come zelanti “pifferai” dell’ ingiustizia, del privilegio, della reazione).

    Fra i termini insulsi inglobati nel loro lessico segnalo, in quanto a me particolarmente indigesti, “eccellenza” (del tipo di quella che ogni imbonitore da festa paesana ha sempre spudoratamente millantato a proposito della propria chincaglieria più o meno “miracolosa”), “meritocrazia” (esercitata da gente il cui unico preteso merito consiste nei privilegi ereditati dal babbo), e soprattutto “innovazione” (che non é mera “novità”, di per sé neutra, che potrebbe essere positiva e da applicarsi o negativa da evitarsi a seconda dei casi concreti -per esempio la bomba atomica fu una grossissima novità…- ma assatanata pretesa del “nuovo” purchessia, del nuovo in quanto tale, fosse pure peggiore, più scomodo, meno funzionale, più controproducente, ecc. del “vecchio”, come non di rado di fatto succede)

    Circa “quei racconti esistenziali, economici, politici che le classi dirigenti consumano e propongono” e che “non sono più oggetto di critica ma sono trasformate in buon senso comune” e in particolare la pretesa ”sobrietà” sotto la quale si cela “la più bieca normalizzazione dell’oppressione di classe, segnalerei l’ istruttiva storia del fu Padoa Schioppa, tuttora frequentemente incensato dai moderni preti* di stampa e TV, predicatore INDEfesso di parsimonia e frugaità per gli sfruttati e letteralmente “schioppato” -sarebbe stato perfetto se fosse accaduta a Padova!- mentre smodatamente gozzovigliava in compagnia di altri zelati servitori dei potenti e di qualche potente in persona.
    (Si sa, noi politicamente scorretti detestiamo l’ ipocrisia del “non si deve mai parlar male dei morti”; anche perché pure un certo Adolfo coi baffetti é morto…).
    __________
    * Compagni, dobbiamo stare al passo coi tempi:
    “con le budella dell’ ultimo giornalista impiccheremo l’ ultimo manager”

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