Oltre il mercato

La questione del lavoro e dei suoi rapporti col capitale sarà uno dei grandi problemi di qualsiasi agenda politica futura. Se si dà un’occhiata anche distratta alla condizione socio-economica del nostro tempo, appare del tutto ovvio che la tendenza sia quella ad emanciparsi dalla centralità del lavoro salariato che era stato centrale in tutta la fase moderna e fordista dell’industrialismo. Infatti, visto il peso sempre maggiore che va assumendo la tecnica nelle nostre vite e l’importanza crescente delle formazioni individuali, e delle competenze di ciascuno, il compito dell’attuale generazione ma più ancora delle generazioni future, inevitabilmente, sarà quello di rimettere al centro della società la persona a prescindere dal lavoro prestato presso un determinato ente. Bisogna cominciare a pensare, dunque, a forme di lavoro remunerato che vadano al di là dell’impegno salariato e che considerino l’importanza sociale delle competenze culturali. E’ chiaro che tutto questo sarà impossibile fino a quando l’impegno lavorativo sarà considerato soltanto in quanto produzione di merci che entrano nel mercato capitalistico. Il sapere, in realtà, non ha bisogno di essere messo sul mercato, dal momento che esso è già valore di per sé. E’ valore sociale, valore comunitario e, in quanto tale, va remunerato. Il sapere può e deve essere considerato capitale fisso. Il capitale umano è il valore più importante e non necessita di diventare merce per poter essere riconosciuto in quanto tale. Anzi, l’idea che il valore reale sia soltanto quello che si può sottoporre alla legge della domanda e dell’offerta è uno dei prodotti più efficaci, ma anche socialmente più distruttivi, dell’ideologia capitalistica. Mai come oggi, alla fine della civiltà industriale, ci troviamo davanti ad un allargamento su base sociale della condizione che è sempre stata quella dell’artista le cui opere, anche quando non trovano un posto nel mercato capitalistico, possiedono indiscutibilmente già in sé stesse incorporate un valore frutto di anni di impegno. Si potrebbe ignorare l’importanza di tale lavoro soltanto a condizione di assumersi la responsabilità di cancellare esigenze sociali che, con ogni evidenza, hanno il diritto di essere riconosciute nonostante il mercato.

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2 commenti per “Oltre il mercato

  1. jack fletcher
    19 dicembre 2020 at 15:06

    Interessante integrare approfondendo la sovrastruttura dalla storia del pensiero della classe dominante, oggi il “neoliberismo senza alternative”.

    Secoli fa vigeva il cosiddetto “diritto divino dei re”. Il re Giacomo I d’Inghilterra e Luigi XIV di Francia, tra gli altri, affermavano che i re ricevevano la loro autorità da dio e quindi non erano responsabili nei confronti dei loro sudditi terreni. [Quella dottrina terminò con la gloriosa rivoluzione inglese del XVII secolo e le rivoluzioni americana e francese del XVIII.]
    Il suo equivalente moderno è il “fondamentalismo del mercato neoliberista”, il credo assolutista promosso dai super ricchi con non meno zelo della vecchia aristocrazia che millantava il proprio “diritto divino”. Infatti oggi si assume che il prezzo pagato sia semplicemente la misura di ciò che vali sul mercato.
    Se accumuli un miliardo di dollari, devi meritarlo perché il mercato ti ha premiato. Se riesci a malapena a sopravvivere devi incolpare solo te stesso. Se milioni di persone sono disoccupate o il loro stipendio si sta riducendo o devono fare due o tre lavori e non hanno idea di cosa guadagneranno il mese prossimo o anche la prossima settimana, è un peccato, ma è il risultato delle forze di mercato “senza alternative”.
    Poche idee hanno avvelenato così profondamente le menti come la nozione di un “mercato libero” – esistente forse in qualche luogo nell’universo – in cui il governo “si intromette”. Secondo questa visione, qualunque cosa facciamo per ridurre la disuguaglianza o l’insicurezza economica – per far funzionare l’economia per la maggior parte di noi – corre il rischio di distorcere il mercato e renderlo meno efficiente, o di conseguenze collaterali che potrebbero finire per nuocere tutti noi. Il “libero mercato” è da preferire al “governo”, ossia il governo è il problema non la soluzione.
    Le regole del mercato non sono né neutrali né universali. Rispecchiano solo in parte i valori della società in evoluzione. Ma rappresentano invece coloro che nella società hanno il potere prevalente di creare o influenzare le regole del mercato da loro gestito a piacimento.
    Le disuguaglianze di reddito, ricchezza e potere politico continuano ad aumentare in tutte le economie avanzate. Non deve essere così. Ma per invertirli, abbiamo bisogno di un pubblico informato in grado di vedere attraverso le mitologie che proteggono e preservano i super ricchi di oggi non meno di quanto fece il diritto divino dei re secoli fa.
    Il mito creato dai premi Nobel della scuola di Chicago ha fallito su tutto, ma persiste imposto dalla struttura capitalista ultra orwelliana. La società iper controllata dagli algoritmi, dalle telecamere, dal media unificati.

    • ndr60
      20 dicembre 2020 at 12:04

      Concordo: il “Libero mercato” è propagandato dai monopolisti, così come la società aperta, libera e democratica è propagandata dai medesimi, installando ovunque telecamere, analizzando i Big data per prevedere (e indirizzare) i comportamenti dei cittadini/consumatori, comprando politici e media.
      Come criticare questa mitologia? Con informazione, boicottaggio e disubbidienza civile, ma temo che non basterà.

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