Reddito di cittadinanza, lotta alla povertà, lavoro.

Dal sito del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali:  << Per ricevere il Reddito di cittadinanza è necessario rispettare alcune “condizionalità” che riguardano l’immediata disponibilità al lavorol’adesione ad un percorso personalizzato di accompagnamento all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale che può prevedere attività di servizio alla comunità, per la riqualificazione professionale o il completamento degli studi nonché altri impegni finalizzati all’inserimento nel mercato del lavoro e all’inclusione sociale. Al rispetto di queste condizioni sono tenuti i componenti del nucleo familiare maggiorenni, non occupati e che non frequentano un regolare corso di studi. Si noti che ai sensi dell’articolo 4, comma 15-quater del DL 4/2019, sono considerati disoccupati i lavoratori a basso reddito, ovvero i dipendenti con redditi da lavoro inferiori a € 8.000 e i lavoratori autonomi con redditi inferiori €4.800>>. Calmati gli animi e finita la polemica ipocrita che ha caratterizzato il confronto sulle affermazioni della Meloni che ha definito il reddito di cittadinanza “metadone”, personalmente penso che la definizione corretta sia quello di “soma” mutuando  il termine da “ Il mondo nuovo “ di Huxley; voglio provare a fare un ragionamento il più sereno possibile sulla questione. La prima riflessione che mi viene da fare è che il confronto sul reddito di cittadinanza non ha nulla a che vedere con la lotta alla povertà. Sia chiaro, non sto negando che, dato il contesto attuale caratterizzato da politiche economiche liberali, povertà e disuguaglianza sociale siano cresciute per cui il reddito di cittadinanza  è stato utile ad aiutare i tanti che vivono in condizioni di povertà assoluta o relativa. Detto questo, ignorare che la polemica politica di questi giorni sul R.d.C fosse  finalizzata alla campagna elettorale in vista delle  prossime elezioni amministrative equivale a non vedere la realtà. Come è da ciechi non vedere  che la polemica in corso non ha fatto altro che alimentare il conflitto tra gli ultimi, ossia coloro che beneficiano del R.d.C. , e i penultimi, esclusi dal beneficio magari per pochi euro, che lo vedono come una elargizione data a coloro che non hanno voglia di lavorare, a delinquenti, lavoratori in nero ecc. ecc. Ancora, è da ciechi non vedere l’altruismo ipocrita di chi spaccia per solidarietà un provvedimento che ha come unico scopo quello di dare quel tanto di ossigeno ai poveri per evitare che questi scendano in piazza a manifestare. E’ anche da ciechi non vedere che il R.d.C. sia funzionale a tutto un sistema economico e lavorativo in nero. L’ altruismo ipocrita, per essere chiaro fino in fondo, è quello del ceto politico che continua imperterrito a sostenere le stesse politiche economiche liberali che producono disuguaglianza sociale e povertà. Se il ceto politico che si duole  avesse  a cuore davvero la povertà, visti i dati sulla crescita dei poveri passati da 1,7 milioni nel 2006 agli attuali 5,6 milioni ossia 2 milioni di famiglie, cambierebbe i paradigmi economici ai quali si ispira. Visto il sostegno unanime a Draghi, uno degli artefici di quelle politiche che hanno prodotto le condizioni sociali ed economiche attuali, è del tutto evidente che le dichiarazioni polemiche di questi giorni non hanno nulla a che vedere con la lotta alla povertà e alla disuguaglianza.  Il R.d.C. nelle intenzioni dei proponenti ( il M5S ne ha fatto la sua bandiera salvo poi ascoltare le dichiarazioni di Conte che, pur difendendolo, evidenzia come vada in qualche modo rivisto) è un istituto pensato come  strumento di politica attiva del lavoro. Tradotto: uno strumento utile a guidare la fase di transizione tra la perdita del posto di lavoro e l’ottenimento di un nuovo lavoro. I navigator avrebbero dovuto svolgere la funzione di favorire l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro. Pensare che i navigator potessero svolgere questa funzione era una pia illusione e questo non certamente per colpa loro ma per la semplice ragione che non sono  stati messi nelle condizioni di operare. Faccio notare che in Germania il numero dei dipendenti  che lavorano negli  Enti preposti all’attuazione delle politiche attive del lavoro è circa 90.000.

Il R.d.C. non nasce quindi come strumento per combattere la povertà ma nasce per un fine completamente diverso ossia creare le condizioni perché domanda e offerta di lavoro si incontrino. Nasce come strumento di politica economica liberale, nell’accezione ordoliberale, nel senso che lo Stato interviene per correggere le storture del mercato del lavoro. Se il mercato del lavoro funzionasse in modo efficiente il lavoratore, secondo la logica liberalcapitalista,  dovrebbe emigrare verso quelle aree che offrono lavoro. Una logica completamente diversa da chi pensa che lo Stato per sopperire alle inefficienze del mercato si fa Imprenditore e crea lavoro attraverso imprese pubbliche in quelle aree arretrate nelle quali l’imprenditore privato, per tutta una serie di ragioni, non investirà mai.  Il problema della povertà e quello della disuguaglianza sono strettamente legati, poveri non sono solo quelli privi di reddito, disoccupati, pensionati ecc., poveri sono anche molti lavoratori a tempo indeterminato che pur percependo un salario non riescono a vivere dignitosamente. Per affrontare in concreto il  problema della povertà bisogna creare occupazione in quelle aree dove c’è domanda di lavoro e interventi di questo tipo, dicevo, possono essere messi in campo solo dallo Stato. Negli anni della famigerata “Prima Repubblica” lo Stato attraverso le proprie partecipate ha creato aree industriali per bloccare l’esodo dal Mezzogiorno verso le aree industriali del Nord a differenza di quanto sta accadendo a partire dalla nascita della Seconda Repubblica e, ormai con un semipresidenzialismo di fatto, dovremmo dire anche della Terza Repubblica,  dove a farla da padrona sono politiche liberali fondate sulla logica che debba essere il mercato a risolvere i problemi della disoccupazione e della conseguente povertà. Lo Stato, secondo questa logica, deve semplicemente intervenire per regolamentare il mercato nel caso in cui non funzioni in modo efficiente. Altri modi concreti e non liberali per combattere la povertà sono l’aumento delle pensioni e dei salari tra i più bassi dei Paesi OCSE; mettere fine alla precarizzazione del lavoro, intervenendo direttamente nelle aree arretrate del Paese evitando che si impoveriscano  ulteriormente; intervenire sull’istruzione, sulla sanità e sull’assistenza per gli anziani, i disabili ecc.; sostegno alle famiglie con assegni familiari degni di tale definizione. Ciò che preoccupa il Governo e il ceto politico che siede ora in parlamento è solo salvare il liberalcapitalismo dalle crisi che esso stesso provoca mettendo a rischio la tenuta sociale e le stesse istituzioni democratiche.

Sinteticamente riporto le proposte politiche avanzate dalle destre sul tema che ho evinto dalle dichiarazioni apparse sui media. Per chiarezza alla categoria politica “destra” ascrivo anche le forze politiche che si spacciano come di sinistra dal momento che anche esse sostengono politiche economiche liberali. Procedendo con ordine vediamo cosa propone la Meloni. L’esponente di Fratelli d’Italia  in sostituzione del R.d.C. propone un assegno di solidarietà unico di 300€, più  altri 250 € per ogni componente del nucleo familiare a carico, verso una prestazione lavorativa coatta a favore dello Stato o dei Comuni. Per beneficiare di un tale provvedimento bisogna essere privi di reddito, di alcun tipo di risparmio e non possedere una prima casa. Giorgetti propone “il lavoro di cittadinanza” , ne parla anche Fassina di “ Patria e Costituzione”. La differenza tra le due proposte è che il primo vorrebbe dare le risorse alle imprese per finanziarie piani di formazione e di politiche attive del lavoro; il secondo    propone  programmi  promossi e gestiti dai Comuni e dalle associazioni di cittadinanza attiva. I programmi devono riguardare progetti quali : attività per il recupero di immobili pubblici da adibire a case di quartiere; supporto ad attività ludico ricreative; supporto presso musei e biblioteche; assistenza sociale, messa in sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico, coltivazione e cura di orti e giardini pubblici. Forza Italia, per bocca di Sestino Giacomini, propone  agli Italiani di accettare qualunque lavoro e lo Stato si impegna ad integrare la differenza tra il salario percepito e il tetto minimo di 1000 € ritenuto il salario che consentirebbe una vita dignitosa. Il Ministro Orlando con il suo G.O.L. ossia “Garanzia di occupabilità dei lavoratori” propone di utilizzare i circa 5 miliardi del PNNR per finanziare formazione ai disoccupati, ai titolari di partite IVA, ai NEET, a coloro che percepiscono il R.d.C.  i quali riqualificati dovrebbero essere di più facile collocazione nel mondo del lavoro. Anche il G.O.L. di Orlando propone il lavoro coattivo a fronte di un sostegno alla sopravvivenza. Come si può vedere dalle varie proposte avanzate l’idea di fondo è l’ occupabilità non l’ occupazione. La stessa proposta di Fassina ha come principio ispiratore quello della occupabilità differenziandosi da tutte le altre  perché rivolta al settore pubblico. Come si può evincere dagli esempi che ho citato, tutte le proposte tengono insieme povertà e lavoro e tutte sono riconducibili a politiche economiche dal lato dell’offerta e cioè del mercato. L’altro dato che emerge è che c’è del lavoro e che questo lavoro lo si vuol far fare al di fuori dei contratti nazionali di lavoro della categoria interessata e senza le relative tutele. Il “lavoro di cittadinanza” di Giorgetti gestito dalle imprese apre all’utilizzo di forza – lavoro flessibile al di fuori degli obblighi che scaturiscono dall’assunzione in via ordinaria. Non si evince altro dalla sua proposta se non che oltre ad incentivi finanziari e fiscali di diverso tipo si offre lavoro a buon mercato altamente flessibile. Gli occupati con il “lavoro di cittadinanza” si verrebbero a trovare in una situazione non solo di precarietà ma di debolezza assoluta nei confronti del datore di lavoro. Andiamo al “lavoro di cittadinanza “ proposto da Fassina, la domanda che sorge spontanea è: se nei musei e nelle biblioteche serve del personale per catalogare i libri, fare da guida ecc. perché non fare un piano serio di assunzioni da parte degli Enti interessati invece di dare a questi lavoratori un sussidio per sopravvivere?  Per la manutenzione del territorio, mi vengono in mente strade provinciali abbandonate a se stesse: perché non finanziarie un piano per l’assunzione di personale addetto alla manutenzione delle strade come era un tempo? Stessa cosa dicasi per l’assistenza agli anziani ed altro ancora. Perché dare a un disoccupato un qualche reddito per poi imporgli del lavoro coattivo che andrebbe pagato diversamente con in aggiunta le dovute tutele? La proposta di Forza Italia è un modo per dire ai datori di lavoro sfruttate e pagate in nero tanto la differenza poi la mette il pubblico. La proposta di Forza Italia incentiva anche il lavoratore ad operare in nero tanto poi c’è lo Stato che integra.

Tutte le proposte segnano un cambio di paradigma e cioè il  passaggio dal Welfare al Workfare. L’idea che ispira il Workfare è appunto quella della “occupabilità”. Tale termine non ha nulla a che vedere con le politiche per l’occupazione le stesse politiche attive del lavoro non hanno nulla a che vedere con l’occupazione. Per dirla con M. Roccella << L’Europa , insomma, continua ad annaspare nelle sue irrisolte contraddizioni: stretta fra la proclamazione dell’altisonante obiettivo della piena occupazione e la persistente mancanza di una politica macroeconomica  coordinata credibilmente atta a sostenerlo; fra l’affidamento agli Stati membri della responsabilità primaria delle politiche occupazionali e gli ostacoli centralisticamente ad esse frapposti in nome dei dogmi del diritto comunitario della concorrenza; preoccupata di continuare a combattere un cavaliere inesistente ( l’inflazione), avendo la BCE trasformato in ossessione il proprio compito di assicurare la stabilità monetaria; troppo disinvolta nel governare il rapporto fra allargamento ed approfondimento, salvo poi trovarsi a dover fare i conti con un dumping fiscale ( e sociale) dei nuovi paesi membri, dagli effetti potenzialmente devastanti per gli equilibri dell’intera Unione; assolutamente insincera, infine, nell’esaltare la centralità degli obiettivi di Lisbona per la crescita e l’occupazione, destinando poi ad essi soltanto la quota irrisoria dell’8,4% del bilancio comunitario>>[1] . Questo passo risale al 2007 e rimane ancora oggi, a distanza di quattordici anni, attuale. Con la crisi pandemica ogni giorno si leggono e si ascoltano notizie circa il mutamento delle politiche economiche, monetarie e sociali provenienti dall’U.E. La BCE sta inondando di denaro il mercato, il Next Generation EU ha posto sul piatto un bel po’ di risorse finanziarie che aggiunte agli stanziamenti dei singoli Stati UE non sono lontane dalle poste finanziarie messe in campo dagli USA di Biden. Ebbene ciò che evinco è una cosa molto semplice che le politiche economiche, sociali, del lavoro, monetarie, fiscali messe in campo hanno una sola funzione: salvare il liberalcapitalismo dalle crisi che esso stesso genera. Non c’è nessuna voglia di cambiare il sistema sociale ed economico, di riconoscere che il Liberalismo e il Capitalismo produco disuguaglianza, precarizzazione dell’esistenza, povertà e sottomissione delle masse alle elitè. Per capire che sia cosi è sufficiente leggere i documenti prodotti in materia di politiche economiche e del lavoro negli ultimi tre decenni. I passaggi più significativi indicano come percorso la costruzione di un mercato in cui tutti i fattori della produzione, anche il lavoro sono solo  una merce da scambiare. Compito dello Stato non è quello di perseguire politiche di piena occupazione e di giustizia sociale ma solo quella di “ordinare il funzionamento del mercato” attraverso interventi legislativi mirati. Se in Italia si volessero fare sul serio politiche per la piena occupazione sarebbe sufficiente un piano di assunzioni nella Pubblica Amministrazione a tutti i livelli.  Scrive E. Reyneri, uno dei maggiori sociologi del lavoro esistenti, che per adeguarsi all’Europa in Italia servirebbero almeno 2 milioni di lavoratori in più nella P.A. [2] Lavoratori da impiegare proprio in quelle attività che si vogliono imporre coattivamente a fronte di un reddito che, come preferisco definirlo io altro non è che il “soma” descritto da Huxley. Altro che “metadone”! L’EUROSTAT denunciava che i dipendenti pubblici sul totale degli occupati era del 14% a fronte di una media UE del 16% sul totale. Il sole 24 ore del 15 febbraio 2021 riporta il dato aggiornato: gli occupati nella P.A. in Italia sono il 15% rispetto alla media UE del 18%. Per adeguare gli standard italiani a quelli europei bisognerebbe finanziare un piano per l’assunzione di 2,5 milioni di unità lavorative nella P.A. [1] Per rendere l’idea: se Germania e Francia, in proporzione, avessero lo stesso numero di dipendenti nella P.A. che ha l’Italia avrebbero un numero di disoccupati di gran lunga maggiore sia in termini assoluti che in percentuale. Come scrive D. Colombo << Negli ultimi quattro decenni si sono susseguite riforme di mercificazione del lavoro, di privatizzazione del pubblico e dei sistemi di protezione sociale, di austerità e di tagli ai bilanci delle pubbliche amministrazioni. Ogni aspetto della realtà in grado di produrre profitti è stato mercificato, il reddito di riserva è stato contratto perché considerato deleterio per la crescita economica, i diritti sociali sono stati delegittimati. Le strategie finanziarie del capitale hanno slegato il mezzo di circolazione del capitale dal’economia reale, permettendo nuove tecniche di appropriazione. I deprezzamenti periodici sono divenuti la modalità principe per rilanciare gli smantellamenti delle proprietà sociali e le diminuzioni dei da lavoro. (…) La società non è stata ridotta a un ambiente del mercato: essa esiste e va educata a comportamenti secondo le logiche di un mercato autoregolato. Non è più intesa nel senso di una sorgente di bisogni individuali affrontati collettivamente, bensì è concepita nella forma di un serbatoio di spontanee energie e solidarietà da risvegliare, potenziare e indirizzare. Lo Stato, concetto dai confini incerti, non è diventato più debole: ha cambiato ruolo e obiettivi. In tal senso si può parlare di una sopravvivenza nel neoliberalismo sia delle agenzie keynesiane della regolazione sociale, sia delle traiettorie di intervento dello Stato sulla società. Le trasformazioni occorse hanno però alterato la strumentazione ereditata, utilizzandone le potenzialità tecniche e amministrative previo adattamento alla mercificazione delle vite.>>[2].  In conclusione tutto il dibattito sulle politiche del lavoro non ha nulla che vedere con la lotta alla povertà, è pura e semplice propaganda finalizzata a salvare il sistema dalle crisi che esso stesso determina. Le oligarchie, comprese quelle nazionali, per dirla con Dardot e Laval[3] stanno conducendo una vera e propria guerra alla democrazia. La vittoria delle oligarchie  passa dalla riorganizzazione del sistema produttivo e la questione lavoro è centrale.

 

[1] Roccella M. Giornale di diritto del lavoro e delle relazioni industriali Anno 2007. N. 113

[2] La Voce. Info Reyneri E. Troppi pochi lavoratori nel welfare italiano.  21/09/2020.

[3] A cura di Fassina S. Controvento. Contributi per la rinascita della Sinistra. Il patriottismo costituzionale. Ed. Imprimatur 2018

[4] Colombo D. Neoliberalismo e Stato sociale. Ed . Aracne 2013

[5]  Dardot P. e Laval C. Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoloiberista. Ed. DeriveApprodi 2016

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Fonte foto: QuiFinanza (da Google)

1 commento per “Reddito di cittadinanza, lotta alla povertà, lavoro.

  1. Alessandro
    27 settembre 2021 at 22:27

    Anche a me piacerebbe vivere in un Paese socialista, dove lo Stato incamerasse il plusvalore che il privato arraffa e lo utilizzasse per assunzioni e potenziamento dello stato sociale. Sicuramente piacerebbe anche all’autore dell’articolo.
    Purtroppo, come è evidente, non piace molto alla stragrande maggioranza delle persone che vivono in questo e in tanti altri Paesi. Allora ci troviamo di fronte a un’alternativa: cerchiamo comunque di fare qualcosa di migliorativo oppure, visto che non abbiamo i numeri per fare ciò che vorremmo in Parlamento, facciamo la Rivoluzione. Ma non al pc, nelle piazze, come è sempre stato. Siccome però non la facciamo, direi che sarebbe meglio non denigrare un provvedimento che ha i suoi limiti, ma che rappresenta l’unica riforma che dopo trent’anni si occupa un po’ delle sorti degli ultimi, sia dal punto di vista economico che lavorativo, pur ovviamente all’interno di una cornice capitalistica.
    Nell’articolo si scrive che sarebbe uno strumento ordoliberale. Qualcuno ha sentito qualche partito, a parte i 5S, parlarne bene? Renzi e Salvini, che possiamo definire ordoliberali, stanno proponendo un referendum per abolirlo. Non perchè è un provvedimento comunista, ovviamente, ma perchè diffonde l’idea che sotto una certa soglia retributiva non si debba lavorare, diffonde l’idea che lo Stato si debba prendere cura dei propri cittadini anche quando non hanno santi in paradiso. Certo, non basta, ci vorrebbe un grande piano di assunzioni nel pubblico ( ma le due cose possono anche coesistere), ma rimane un provvedimento che cerca un minimo d’invertire la rotta e a me non va di sputarci sopra, come tanti a sinistra, nella maggior parte dei casi con una pensione retributiva o con un bel posto di lavoro nel pubblico.
    Un’ultima notazione. In Unione Sovietica quando c’era bisogno di un minatore a Vladivostok, qualcuno faceva le valigie a Mosca e con la Transiberiana raggiungeva il Pacifico in una settimana. Certo erano miniere gestite dallo Stato, ma non è che ti dessero molte alternative. Purtroppo non sempre è possibile, soprattutto per un certo tipo di lavori, trovare un’occupazione nel proprio paesino di residenza. L’importante è che si venga retribuiti dignitosamente e che si venga tutelati nel posto di lavoro.

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