Scuola femminilizzata: nella materia si affonda

Premessa vincolante
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Con il solo e semplice occuparsi della scarsità di maschi nella scuola si dichiara implicitamente ma incontrovertibilmente che esistono differenze intrinseche tra F ed M, tali per cui c’è qualcosa che le une possono dare/fare mentre gli altri no e viceversa. Appunto. Lamentare la femminilizzazione scolastica e al tempo stesso affermare che non esistono differenze naturali sessuate (genderismo), significa mentire candidamente a se stessi per poter mentire spudoratamente agli altri.
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Il fatto
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La scuola d’Infanzia (ex Materna) è monopolio femminile sin dalla nascita (1968). Nelle elementari era presente una visibile quota di maschi fino all’inizio degli anni ’70. Poi sono virtualmente scomparsi. Qui dunque il fenomeno risale a decenni orsono. Questi due fatti indicano che le cause vanno ricercate anche nel diverso orientamento, nelle specificità relazionali-educative dei due sessi, nelle diverse “vocazioni”, come conferma il fatto che nei primi gradi scolastici le donne sono presenti in modo monopolistico o preponderante in quasi tutti i paesi. Fatto sul quale non ci sarebbe gran che da dire, se non fosse che la femminilizzazione si è estesa alle medie e sta conquistando le superiori. Le donne si occupano dunque ormai dell’intero processo formativo, subentrando ai maschi anche nell’educazione degli adolescenti, terreno sul quale invece si era sempre esercitata la prevalenza formativa maschile.
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Di nuovo i numeri: nella scuola d’infanzia i maschi non ci sono F = 100% (99,8), elementare F=96%, media 78%, superiore 62%. Il trend in corso accentua la deriva, come si è visto con le recenti assunzioni. La prospettiva di una scuola globalmente targata F al 90-95% non è fantapolitica.
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Le cause possibili e quelle …immaginarie.
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Mi rifaccio all’eccellente commento di Fabrizio Marchi in risposta a G. Verdi nell’ambito dell’articolo http://www.linterferenza.info/interferenza/la-squola/ . Il fatto non è stato programmato da nessuno e nessun governo, nessuna forza politica può esserne accusata direttamente. Tutti invece possono essere accusati (ivi compresi gli intellettuali silenti) di non aver fatto nulla per frenarlo e invertirne il corso e/o, peggio, di averlo favorito indirettamente con loro dissennate azioni (e inazioni) senza che da ciò si possa risalire ad una loro cosciente e mirata volontà in tal senso. Così va letta anche l’ultima trovata sulle assunzioni, folle sotto tutti gli aspetti, promossa dal Renzi, che dell’ulteriore spinta alla femminilizzazione non si è nemmeno posto il problema. Vi è dunque un insieme di concause, remote, prossime, immediate, dirette e indirette, interne ed esterne alla scuola, economiche e sociali, artificiali e naturali, tutte convergenti e canalizzate da scelte tecniche e amministrative che sembrano finalizzate scientemente (ma non è così) al medesimo scopo: eliminare i maschi.
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Il sistema di reclutamento infatti, con la sua evoluzione nel corso dei decenni, si direbbe elaborato precisamente per allontanare gli uni e favorire le altre. Quella del precariato, ad esempio, è una condizione che si possono permettere molto più facilmente e molto più a lungo le femmine dei maschi (giacché “homo sine pecunia imago castitatis”, certo, ma non solo per questo). Dal precariato per decenni è stata assunta “ufficialmente” la metà degli insegnanti, con il c.d. “doppio canale”, di fatto ben più della metà (a). L’altra quasi-metà veniva pescata dai concorsi, ai quali si presentava una quota di maschi significativa solo per le medie e le superiori, ciò per ragioni estranee sia alla scuola che allo stesso sistema di reclutamento. C’è da chiedersi: la quota dei maschi vincitori di concorso rispondeva a quella dei concorrenti o le femmine prevalevano pure qui? Non ho mai trovato dati al riguardo. Ma se si tiene conto dei risultati scolastici generali e si pone mente a ciò di cui si sostanzia un concorso (siamo a livelli di puro nozionismo), non sarà azzardato ricavarne che a prevalere fosse la parte F su quella M. Per chiarire il concetto: 70 candidate e 30 candidati sì, ma con 90 vincitrici e 10 vincitori. Se non è così, quanto ne siamo lontani? De facto, il metodo di reclutamento inevitabilmente favoriva e favorisce le femmine e ogni sua modifica non ha fatto altro che peggiorare le cose. Ma questo è solo il terminale di un processo poli-con-causale sostanzialmente esterno alla scuola.
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Di fronte al fenomeno ecco le spiegazioni che vengono ripetute sistematicamente.
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Spiegazione n. 1: “I maschi hanno lasciato la scuola a causa dei bassi stipendi”. E vediamoli finalmente questi stipendi di cui tanto si parla (e che nessun insegnante mai rivela…). Lo stipendio medio di un insegnante (medie e superiori) oscilla attorno ai 1650 Eu./mese netti. Iniziale 1.365 (primi 8 anni), finale 1850 ca. (dopo 35 anni). Adesso viene la domanda: questi stipendi sono bassi rispetto a quali altri? A quelli medi di un lavoratore dipendente? Di un impiegato del pubblico o del privato? O forse lo si confronta con quello dei magistrati? O si fa riferimento a quelli degli altri paesi? Se si fa riferimento a questi, si tiene anche conto del diverso costo della vita o lo si ignora volutamente? Si considerano anche gli stipendi delle altre categorie in quei paesi o ci si concentra solo sugli insegnanti?
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Restando in Italia, si potrebbe dire che lo stipendio dei docenti è basso solo se quello (medio) delle altre categorie fosse più alto. E quali sono queste categorie meglio pagate? Io non ne conosco alcuna. La lamentela sui bassi stipendi degli insegnanti, che i miei colleghi definiscono “da fame” è (quasi) universale. Persino ministri (demagoghi e seduttori) di diversi governi lo hanno “amaramente riconosciuto”. Ma che razza di riconoscimento è? Stipendi bassi rispetto a che? A quelli di chi? Sono bassi sicuramente rispetto a quel che erano nel passato. Questo è certo. Ma bisognerebbe anche quantificarne la differenza, per evitare di esagerarla.
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Andiamo ora all’estero. Con gli stipendi stranieri il confronto può essere fatto solo sul lordo in quanto non si può sapere a cosa esso corrisponda nel netto per ragioni ovvie. Iniziale-finale lordo: Italia 21.000-33.000, Francia 25.000-47.000, Spagna 33.000-46.000, Germania 42.000-57.000, Irlanda 33.000-60.000, Grecia 11.000-22.000. Qui il confronto è davvero choccante. Troviamo in quasi tutti i paesi stipendi iniziali pari o addirittura ben superiori a quelli finali in Italia. Stupiscono in particolare Spagna e Irlanda, paesi di livello economico paragonabile al nostro. In Grecia invece pare che stiano peggio che da noi. Ma quanto vale là effettivamente (potere di acquisto) uno stipendio, diciamo, di 700 Euro? E gli altri stipendi in Grecia a quanto ammontano?
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Gli uomini dunque avrebbero disertato la scuola a causa dei bassi stipendi. Se il confronto è interno, è necessario elencare le categorie rispetto alle quali si fa il paragone, indicando – finalmente – anche lo stipendio medio di ciascuna. Magari si scoprirà che interi settori con stipendi inferiori sono occupati da maschi. E allora cosa si dirà? Se il confronto è sull’estero, va notato subito che la scuola è femminilizzata ovunque, sia pure in misura variabile (1), anche là dove gli stipendi sono alti o altissimi. Ne ricavo questo, che il livello degli stipendi non ha nulla a che vedere con la femminilizzazione della scuola, né altrove né qui.
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Spiegazione n. 2: “I maschi hanno abbandonato la scuola perché questa ha perso prestigio”. Vuol dire che sta perdendo prestigio anche la magistratura visto che anche da lì i maschi se ne stanno andando. Sono ancora quasi la metà, ma tra i nuovi le FF sono il 75% (2). Basta dunque attendere. In Francia le FF magistrate sono già oltre il 70% e nei nuovi ingressi oltre l’82%. Bassi stipendi e perdita di prestigio pure là? La mia ipotesi è semmai speculare: la scuola ha perso prestigio anche perché gli uomini vi stanno scomparendo. Ma come si fa a dimostrarlo?
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Spiegazione n. 3: “L’educazione è un onere che i maschi hanno preferito lasciare alla femmine”. E’ una delle spiegazioni più smaccatamente femministe. Commentatela voi.
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Spiegazione n. 4 sui “bassi” stipendi: “Gli stipendi sono bassi perché il pregiudizio sociale e i maschi al potere svalutano il lavoro femminile”. Aspettiamoci dunque una diminuzione imminente degli stipendi dei magistrati e, in prospettiva, di quello dei medici. Deiezioni femministe che appunto per questo sono adottate da tutti.
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Alla base della lamentazione sui presunti bassi stipendi, vi è l’assunto che se fossero più alti, se fossero “decenti”… succederebbe qualcosa. Che cosa? Gli interessati lavorerebbero meglio e di più, diventerebbero più efficienti, più preparati, più competenti, più tecnologizzati; più sensibili, attenti e pazienti in aula e dunque la scuola migliorerebbe, gli allievi imparerebbero di più e meglio e via elencando altre infinite sciocchezze. Ne segue che i prof irlandesi sono molto più bravi degli italiani, mentre di quelli greci, vista la paga, non vale la pena parlare.
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L’idea malsana da cui si parte è dunque questa: l’educazione, la formazione e l’istruzione sono fondate sulla materia. Le nuove generazioni si formano tanto meglio quanto maggiore è la quantità di denaro che vi ci si investe e che si dà ai prof.
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La scuola non ha bisogno di denaro e gli insegnanti non hanno bisogno di altri soldi: la scuola ha bisogno di prestigio, gli insegnanti hanno bisogno di riavere e riconquistare il valore ormai perduto della dimensione educativo-formativa. La perdita di valore della formazione e dell’apprendimento, e quindi del ruolo dell’educatore-istruttore, maschio in primis, ecco cosa è accaduto e che non doveva accadere. Così l’intero processo è svuotato di senso dal di dentro e la professione di insegnante è diventata quasi un’occupazione come un’altra. Un “posto” che dà un reddito.
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Non basta: questa professione diventa sterile e tradisce i suoi fini se non include il carattere di missione, di dono adulto ai nuovi arrivati nel mondo. Se lo spirito muore, non ci sono soldi che tengano. E chi il è latore del dono? Chi è il portatore dello slancio fallico verso l’alto? Chi è vocato allo spirito che dà forma alla materia? Il maschio. Lo slancio non ha più soggetto perciò si affonda nella melmosa materia.
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Adesso la domanda clou: il maschio se n’è andato o ne è stato espulso? Nessuno ha apertamente programmato quella espulsione, ma il dato sociostorico è granitico e inoppugnabile: ne è stato cacciato. Da quale forza? Da quella oggi vincente.

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Note e osservazioni.
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Le precisazioni e le osservazioni laterali da svolgere rispetto a quanto ho scritto sono molte e di vario genere, giacché ho toccato solo concetti-base, lasciando da parte i dettagli.

A- Ad es. si sarà notato che 1.650 non è la media esatta tra 1850 e 1365. E’ ovvio: i giovani sono in numero inferiore ai vecchi e gli insegnanti italiani delle medie e superiori sono i più vecchi del mondo (media 54 anni), mentre sulle assunzioni (a) bypasso perché il discorso diventa tecnicamente complesso e noiosissimo. Ci sono altre cosucce simili nascoste nelle argomentazioni. Non ci perdiamo però in quisquilie che grondano ovvietà.

B- La dinamica del reclutamento tocca anche la secolare Questione Meridionale, come si è visto appunto con le recenti stabilizzazioni. Ma l’argomento è di tale ampiezza da non poter neppure essere sfiorato qui.

C- Livello degli stipendi. A scanso di equivoci, preciso che il mio stipendio è quello minimo e tale resterà: 1.365 Eu mese (cui vanno aggiunti i 55 netti del “bonus” del demagogo fiorentino ora al governo). Nondimeno, ed anzi proprio per questo, sostengo apertis verbis che non vi è alcuna ragione per aumentare gli stipendi degli insegnanti. Non più, anzi meno, di quanto sia necessario aumentare le pensioni sotto i 1.000 etc. etc. Tra l’altro non deve sfuggire che in quella casa dove c’è un insegnante con 1650, c’è anche qualcun altro con uno stipendio uguale o superiore. Infatti, parlare “degli insegnanti” è del tutto fuori luogo: si deve finalmente parlare “delle insegnanti”. E le donne, come regola base hanno questa, che non si associano a uomini di rango-reddito inferiore ma viceversa, uguale o superiore. Anche su questo lascio i dovuti chiarimenti ad altra occasione.
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(1)Si veda a pag. 122 di questo pdf: http://eacea.ec.europa.eu/education/Eurydice/documents/key_data_series/134IT.pdf
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(2) Per chi è curioso e maligno, in fondo a questo articolo si spiega perché i ruoli del PM sono ancora massicciamente “presidiati” dai maschi mentre quelli dei giudici sono già a maggioranza femminile.
http://www.giustiziami.it/gm/la-donna-e-toga-il-66-dei-magistrati-praticanti-sono-femmine/

27 commenti per “Scuola femminilizzata: nella materia si affonda

  1. Paola Pavese
    15 settembre 2015 at 9:47

    Commento inizialmente inserito sulla pagina di Facebook de “L’interferenza”
    “Ho avuto una maestra femmina che è stata l’unica insegnante che mi abbia insegnato qualcosa e pessimi professori maschi all’università. Detto questo, che lo stile maschile di insegnamento nelle scuole sia un retaggio ormai perduto è un dato. Che i maschi siano cercati e valutati come necessari in tutte le altre “agenzie educative” che esistono – perché bambini non di sola scuola vivono, ma di innumerevoli momenti, in cui il proletariato educativo svolge il suo lavoro – è un dato. Che il dono sia fallico mi perplime. Come dire che nel ruolo genitoriale il padre da e la madre … chissà che fa, ah, forse soffoca soltanto. Questo eccesso di psicologizzazione va ben oltre gli archetipi… E poi, ci sono una serie di salti logici, di dati dati per certi e non comprovati che ogni archetipo sulla razionalità maschile va a farsi benedire, ah, certo perché la razionalità è tutta femminile, da Minerva in poi, giusto ! Questo per dire: l’insegnamento è un mestiere che andrebbe fatto solo avendone l’inclinazione e la capacità. Donne e uomini hanno diversi stili, più o meno, a grandi numeri. Abbiamo avuto eccellenti maestri maschi, da Mario Lodi a Manzi, passando per Albini, il maestro di Pietralata, e una schiera infinita di maestre che diedero vita al rinnovamento della scuola elementare. L’alleanza tra maschi e femmine nel settore educativo si è poi perduta e questo è un problema per tutti. Ma ancora una volta, l’Interferenza non lavora per un’alleanza, ma per una “emancipazione” del maschile, forse, e a me la cosa non interessa più. Da tempo avrei dovuto scrivere un articolo su Manzi, ma, francamente, sarebbe il caso che lo scrivesse uno di voi, maschio, anche per andare a vedere, a rivivere la tempra che aveva, che non è questa”.
    Nel seguito de dibattito che è scaturito su Facebook ho aggiunto:
    Il femminile, così come il maschile, non va appiattito su un’unica modalità. Le donne hanno certo cura dei bambini, li “difendono”, ma sono anche coloro che li allontanano. Così come la difesa e l’allontanamento sono agiti dal maschio, dal padre. In tempi e modi diversi. Parlare di differenze più sottili, di stili, non vuol dire annullare le differenze, ma dargli un maggiore spessore, per me, perché maggiormente concreto, riscontrabile nella realtà. Certo, non è questo il modo in cui siamo abituati a ragionare, però io credo che sarebbe utile, darebbe nello stesso tempo maggiore consapevolezza e maggiore libertà nell’ambito del ragionamento sul maschile e sul femminile. Questa “raffinatezza” che tu mi indichi ( mi riferivo a Fabrizio Marchi) come fuori tempo, io la vedo come l’orizzonte dell’alleanza e del resto era quella che possiamo riscontrare negli antichi, nelle nostre civiltà classiche, che la scuola, almeno un poco, dovrebbe aiutarci a non dimenticare.

    • Fabrizio Marchi
      15 settembre 2015 at 11:44

      A questo punto è bene che riporti il mio commento pubblicato su facebook durante il dibattito (interessante) che si è sviluppato in risposta a Paola Pavese:
      “Relativamente a quanto dici capisco la tua osservazione che infatti è l’unico aspetto dell’articolo di Rino che ha destato anche in me delle perplessità (infatti avrei scritto diversamente quel passaggio).Ma io non credo che Rino volesse dire che le donne non sono capaci di donare, di dare amore ai ragazzi, ma che quel dono e quell’amore che le donne sono in grado di dare è diverso da quello che possono dare gli uomini. L’amore delle donne, specie in quella giovanissima età, si traduce nella “cura”. Rino parla di “missione”, cioè di una tendenza dei maschi all’esplorazione, alla ricerca, anche al rischio, se vuoi, è il famoso strappo del fanciullo dall’uroboros materno che è precipuo del padre e del paterno. Senza quello “strappo”, come spiega benissimo Neumann in “Storia delle origini della coscienza”, non ci sarà mai quel passaggio da fanciullo ad adulto e noi avremo degli individui monchi,diciamo così, non dotati di autonomia complessiva, con una personalità e una identità debole. E sappiamo a chi giova un individuo siffatto.
      Credo quindi che ciò che volesse dire Rino sia questo, non che le donne non sarebbero in grado di dare…ma danno in modi diversi dagli uomini, questo è il punto. Ora, se abbiamo una scuola di fatto tutta al femminile, un problema ci sarà, a meno di non considerare, come giustamente dice Rino, i due sessi come del tutto uguali e intercambiabili, il che secondo me è assurdo ed è il cuore dell’ideologia gender che sostiene il superamento delle identità sessuali.
      Relativamente all’alleanza che tu proponi, fra uomini e donne , in linea teorica sono d’accordo, perché ciò che mi/ci anima non è fare la guerra al genere femminile (sarebbe peraltro da idioti…); questo peraltro lo ha già fatto e continua a farlo a parti invertite il femminismo nei confronti del genere maschile tout court. Però il passaggio che tu proponi è ancora prematuro, purtroppo, e sottolineo purtroppo, perché quel passaggio deve prevedere prima un processo di autocoscienza e quindi di acquisizione di consapevolezza da parte degli uomini che ancora non c’è. E allora non sono maturi i tempi, di questo già abbiamo parlato, con te ma anche con altre amiche. Ti assicuro che non è una chiusura, anzi, ma non si può fare altrimenti. E’ necessario che gli uomini escano prima dal guscio, dalla campana di vetro in cui sono stati ficcati e si sono ficcati. E’ un problema molto più complesso di quanto tu possa pensare. Il livello di consapevolezza della stragrande maggioranza degli uomini è oggi sotto lo zero. E’ quindi prima necessario un lavoro di ricostruzione di una identità, altrimenti non ci sono neanche i presupposti per un incontro proficuo e per ricostruire le basi per quella alleanza di cui sopra.

  2. Michele Serra
    15 settembre 2015 at 11:04

    Il mestiere dell’insegnante trova nel salario contenuto soltanto uno dei tanti aspetti che ne sviliscono la qualità e la rispettabilità.
    A mio parere gli stipendi italiani sarebbero accettabili se corredati di tutta una serie di annessi e connessi che valorizzino la sostanza della professione.
    In molti Paesi europei gli insegnanti (e gli studenti) godono di forti incentivazioni allo studio e miglioramento della qualità delle proprie attività, come ad esempio ingressi gratuiti o fortemente ridotti a musei, teatri, concerti, acquisto libri, dischi. Tutte cose utili a motivare gli addetti ad arricchirsi intellettualmente e a dare il meglio di sé.
    Qui da noi gli incentivi e le detrazioni sono ridicoli. Lo stipendio dei docenti viene materialmente e pesantemente ridimensionato da tutte quelle spese che un insegnante coscienzioso è costretto ad affrontare di tasca propria per poter fare decentemente il proprio mestiere.
    Qui da noi gli insegnanti che leggono libri, visitano mostre e musei, ascoltano musica di qualità, vengono trattati come se queste cose servissero esclusivamente al proprio piacere personale, come per qualsiasi privato cittadino, e non avessero finalità di pubblica utilità.
    Qui da noi persino i corsi di aggiornamento, con annesso viaggio, vitto e alloggio, deve essere spesso in buona parte a carico del docente stesso, come se lo facesse per il proprio piacere.
    Qui da noi c’è un clima di forte svilimento del mestiere dell’insegnante, perché, in un Paese che produce una pressoché nulla politica di sostegno alle famiglie, il mestiere dell’insegnante viene trattato principalmente in funzione di welfare, come valvola di sfogo per tutti coloro che cercano semplicemente un mestiere part-time col quale guadagnare due lire e avere molte ore di libertà, infischiandosene dei tanti, onerosi e importantissimi impegni che un coscienzioso modo di vivere questa nobile professione richiederebbe.
    Per questo, a mio parere, c’è una enorme femminilizzazione dell’insegnamento. Per questo tante cose vanno così male in Italia.
    Quando ero piccolo (fine anni ’60) ebbi alle elementari 2 insegnanti maschi e 2 femmine. Ho un ricordo magnifico dei maschi, che ci mettevano e trasmettevano tanta passione. Ho invece un ricordo assai annoiato delle femmine, che vivevano l’insegnamento in maniera burocratica, limitandosi al minimo sindacale.
    Con questo non voglio dire che sia sempre così, ma…

    • raffaella jannasso
      16 settembre 2015 at 10:07

      Condivido quasi pienamente quello che dice, signor Serra…
      Concordo pienamente sulla sua visione della scuola oggi,,, sulle sue incoerenze e difficoltà per quelli che ci lavorano e la vivono.
      Ma nello specifico, di quando parladelle sue insegnanti “burocrati”, non crede che debba ‘soprattutto’o solo ‘anche’ a loro la sua formazione?
      Mi spiego…Anche io non ho un ricordo piacevole della mia insegnante di mat. e fisica, però col tempo ho cominciato ad ‘apprezzarla’…nel senso che ho capito che il mondo nn è fatto solo di un’umanità generosa ed interessante ma anche di persone noiose e burocrati ( purtroppo qualsiasi lavoro, anche quello artistico, è fatto anche di questo!)…molto spesso , però , sono proprio queste persone quelle che ci’ guidano’ o addirittura ci ‘governano’!

      • Michele Serra
        16 settembre 2015 at 11:37

        Purtroppo sì.
        Certamente non è a quelle due maestre che devo la mia formazione.
        (Ho successivamente avuto anche delle straordinarie insegnanti donne per le quali serbo un magnifico ricordo. Ma non affrontavano certo le cose con atteggiamento burocratico, loro).

        • raffaella jannasso
          16 settembre 2015 at 13:51

          Beato lei!…E’ un maschio fortunato!!

          • Michele Serra
            16 settembre 2015 at 19:00

            Che io sia maschio non c’è dubbio.
            Sul fortunato, invece, avrei un bel po’ di dubbi.
            Quanto all’abbinamento fra il mio sesso e la mia fortuna, questa proprio non l’ho capita…

  3. Giorgio
    15 settembre 2015 at 20:14

    Trovo triste che persone pensino di poter essere migliori o di pensare di avere in piu diritti solo perche nati maschi, il solo interesse per la scuola mostrato in questo articolo e il prestigio ed l’ interesse economico che la scuola può portare;
    per essere dei buoni docenti, a tutti i livelli di insegnamento,servono molte qualita che non sono essere maschio o femmina

    • Fabrizio Marchi
      15 settembre 2015 at 20:57

      Scusa l’estrema franchezza, caro Giorgio, ma è evidente dalle tue poche parole che tu di questo articolo non hai capito nulla. E anche questo è molto triste.
      Senza rancore, sia chiaro.

  4. Marco Lobbia
    15 settembre 2015 at 20:49

    Nonostante l’evidenza che Rino Della Vecchia ha colto, è interessante notare che continua comunque a far parte della retorica femminista l’idea da diffondere tra le adepte che il sistema educativo sia ‘maschile’, creato cioè da e per gli uomini, dando per scontato che il make-up mentale maschile sia differente da quello femminile. Quindi alle adepte femministe è fornita una motivazione molto sentita, quella di cambiare questo sistema ‘maschio’ a partire dall’educazione, nonostante oggi appaia anacronistico. Ovviamente questo fine è raggiungibile non accontentandosi della superiorità numerica ma cercando la supremazia, il potere assoluto: solo così si potrà alla fine trasformare completamente la società da maschile a femminile. La parità non è più in gioco.

    A Londra circa 7 anni fa ho frequentato un corso per adulti per accedere alle università britanniche (Access Course in inglese), in uno dei tanti istituti educativi che si occupano di ‘formazione’ per adulti. Il personale di quella scuola era composto quasi esclusivamente da femministe e da esponenti lgbt. In quel corso venivano volontariamente accantonati gli autori uomini in favore di autrici donne, i primi disprezzati apertamente quando non era necessario fornire una giustificazione razionale per la scelta, e spesso non era necessario considerato che il livello di cultura (di qualsiasi cultura si voglia) medio dei partecipanti al corso era basso. Così si introduceva in maniera negativa il famoso storico Eric Hobsbawm per preferirgli la meno autorevole Maxine berg, e in letteratura a Charles Dickens si preferiva Charlotte Bronte, solo perché donna.

    E’ comunque diffusa l’abitudine anche in ambito universitario a preferire autrici ad autori, specialmente nelle scienze sociali come sociologia o antropologia, perché i primi risulterebbero capaci solo di un approccio etico allo studio dei fenomeni, mentre le seconde sarebbero per natura portatrici del più apprezzabile approccio emico. E’ quindi nella cultura anglosassone da tempo un dato aquisito il fatto che esista una sostanziale differenza tra una mente maschile e una mente femminile, ed è in campo accademico una verità quasi assoluta che esista in fondo incomunicabilità tra i due sessi, che comunicherebbero usando simboli e significati completamente diversi.

    Considerando il dominio della cultura anglosassone nei confronti delle altre culture occidentali e che femminismo e ideologia gender sono prodotti della cultura anlosassone, è solo questione di tempo perché si arrivi anche in Italia ad accogliere completamente queste idee e si arrivi ad un livello di consapevolezza diffuso. Questo comunque non significa che dovremmo arrenderci all’idea di una femminizzazione totale del sistema educativo italiano, ma solo che dovremmo cominciare prima di tutto a creare e diffondere una coscienza maschile in grado di competere ideologicamente con quella femminista nella sua concezione di ‘coscienza femminile’, e poi ad accettare anche noi uomini l’idea che debbano esistere indipendentemente un sistema educativo maschile ed uno femminile, quando ancora siamo in grado di farlo o ci è concesso di farlo. Nelle università britanniche (io ne ho frequentata una e mi concedo la licenza di generalizzare) il livello di fanatismo femminista ha raggiunto livelli davvero elevati e preoccupanti, favorito senza dubbio dall’elevato rapporto tra docenti donne e docenti uomini, talmente elevato che certi episodi di cronaca che appaiono ai nostri occhi come estremi sarebbero invece da ridimensionare. Mi riferisco a certe sortite delle così dette ‘Femen’, alle campagne contro il man spreading sui mezzi pubblici, alla richiesta di chiudere i pochi locali esclusivi maschili come i ‘barber shops’ e vi discorrendo. Ho assistito durante un corso di ‘Gender studies’ e non solo, anche durante lezioni di altri corsi tenute da docenti donne e femministe, a manifestazioni di esultanza e a gestualità che ho associato a certe vecchie immagini di raduni fascisti e nazisti: il clima è lo stesso e la storia dovrebbe averci insegnato qualcosa, soprattutto un po’ di diffidenza nei confronti dei prodotti culturali provenienti dalla Gran Bretagna: eugenetica, femminismo e genderismo.

    In certi ambienti l’intolleranza nei confronti dei dissidenti o di chi cerca il dialogo da una posizione antitetica è totale. Pur usando cautela nelle espressioni e nel comportamento ho imparato a mie spese questa verità. D’altra parte essere maschi è requisito sufficiente per conoscere odio e violenza.

    La mia più grande preoccupazione è che sono ancora tanti, troppi gli stolti che credono che solo perché femminismo e genderismo sono fenomeni femminili non siano pericolosi. E’ un’idea che d’altra parte viene loro insegnata fin dalla più tenera età.

    • Alessandro
      3 ottobre 2015 at 21:15

      “La mia più grande preoccupazione è che sono ancora tanti, troppi gli stolti che credono che solo perché femminismo e genderismo sono fenomeni femminili non siano pericolosi.” Semplice ma illuminante considerazione, e non è la sola in questo intervento. E quanti di questi “stolti” albergano a sinistra! Una valanga.

  5. Alunna riconoscente
    15 settembre 2015 at 22:28

    Scusate se disturbo in tutto questo dialogo più o meno corretto in cui Giorgio è l’unico che mi è stato veramente simpatico xche’si vede che esce fuori da un coro di concetti ripetitivi e anche poco originali.. Ma la foto che cosa sta a significare e soprattutto che messaggio vuole lanciare? Che le prof.sse sono tutte delle belle donne? Devo ammettere che ho avuto un’ insegnante di italiano ( mi dispiace x le vostre cattive esperienze) veramente spettacolare sia x l’aspetto sia x le competenze..IL MONDO È BELLO XCHE’ VARIO !!

    • Fabrizio Marchi
      15 settembre 2015 at 23:42

      Un commento il tuo, Alunna riconoscente, veramente ricco di contenuti e carico di significati…un bel contributo, indubbiamente, che entra nel merito e ci offre degli spunti di riflessione assolutamente originali.
      Sapremo farne tesoro. Grazie ancora e torna a trovarci. Però la prossima volta magari cerca di esprimerti con parole più semplici…

  6. armando
    15 settembre 2015 at 22:39

    Il bell’articolo di Rino tocca un punto cruciale, ma prima mi dico subito perplesso sul punto in cui nega il fatto che siano stati gli uomini ad abbandonare la scuola di loro propria volontà. Credo occorra riconoscere che non è così, e che effettivamente gli uomini hanno via via perduto consapevolezza dell’importanza della professione di insegnante. Questo non deve sorprendere, perchè fa parte di un processo del quale, e sono d’accordo con lui, è difficile rintracciare il colpevole. Potremmo ricostruire storicamente il momento dal quale ha preso l’avvio, rintracciabile nella riforma protestante (si veda Dieter Lenzen, Alla ricerca del padre), quando i ruoli educativi iniziarono ad essere attribuiti alle madri/donne, processo che dura ininterrotamente da allora. Potremmo dire, ed è vero, che l’uomo ha progressivamente perduto consapevolezza della sua importanza come educatore perchè ha perduto, o gli è stato fatto perdere, consapevolezza della propria importanza come padre. Potremmo anche aggiungere che dal punto di vista sociologico gli uomini hanno sempre avuto nelle loro mani le leve del potere politico e quindi la possibilità di fare qualcosa in controtendenza. Ed anche questo è vero. Se non l’hanno fatto ciò non può certo essere attribuito alle donne “cattive”. Ma tutto ciò è a latere, un corollario o una conseguenza di quel punto cruciale a cui accennavo, che è quello che Rino definisce la “materializzazione” della società. E’ questo il grande processo sociale e soprattutto culturale in cui siamo immersi. Lo Spirito è messo in secondo piano rispetto alla Materia, anzi osteggiato. La filosofia moderna è antimetafisica, anzi della metafisica non sente alcun bisogno. La religione (le religioni monoteistiche) non sono più di moda (quì da noi in Occidente) e vengono abbandonate o ridotte a sentimentalismo dolciastro verniciato da superficiale solidarismo sociale anche ad opere delle massime autorità ecclesiastiche. E per contro imperversa la “spiritualità” panteistica alla new age, che glorifica la madre terra , Gea, la natura, ossia in ultima analisi la manifestazione immediata della materia glorificata a Dea. Lo slancio verso l’alto, verticale, spirituale, maschile (il fallo eretto ne è l’immagine simbolica) si è inclinato vieppiù fino a diventare un vettore che va in orizzontale. Le donne, che della loro maggior vicinanza alla natura si sono sempre fatto vanto rispetto all’astrattezza maschile, non possono negare l’equivalenza femminile=natura=materia, maschile=cultura=spirito. Equivalenza ovviamente tendenziale e prima di tutto simbolica. che non esclude la spirito nel femminile o la materia nel maschile, ma ne connota il diverso rapporto. Ma se di spirito non c’è più (apparentemente) bisogno, ovvio che non c’è bisogno di insegnanti maschi, posto che si tratta di una professione nella quale la trasmissioni di nozioni è si importante ma dovrebbe essere di supporto alla trasmissione d’altro.
    Il punto è tutto quì, e non è poco, nel processo di materializzazione della società e della psiche individuale e collettiva. che contrassegna la modernità.
    Si tratta di un processo che definisco come la tendenza alla dissoluzione di ogni forma, ed è noto che è il maschile il “facitore” di forme, per lasciare il posto alla società “liquida”, ossia informe. Nell’occidente capitalistico il processo pare inarrestabile ed avanza con sempre meno opposizione, ma la materializzazione aveva colpito pesantemente anche i paesi comunisti, che anzi ne facevano, più ancora che noi, un programma e un vanto. Non posso quì dilungarmi sul perchè, ma è un fatto che dopo la caduta del comunismo la cultura russa si pone e si propone oggi come un antidoto alla materializzazione, segno che qualcosa di positivo esisteva, ed è del tutto pertinente il richiamo di Marco Lobbia alle origini occidentali e in particolare anglosassoni del femminismo/genderismo,il che vale come immediato collegamento col fatto che il mondo anglossasone si identifica col capitalismo materialista e antimetafisico trionfante.
    E dunque, in questa situazione di materializzazione/femminilizzazione simbolica e concreta crescente, vedo difficile che , almeno da noi in occidente, gli uomini, anch’essi peraltro del tutto immersi nel processo tanto da non accorgersene neanche, tornino a captare l’importanza di porsi come educatori e insegnanti verso le giovani generazioni. Si tratta di un suicidio di genere , ma è doveroso prenderne atto. A meno che…..

  7. Rino DV
    16 settembre 2015 at 13:42

    Con l’articolo sulla “squola” si aperto un tema che ha una cascata di implicazioni. Ci aggiungerò appena posso altre mie osservazioni.
    Dico però subito “ok” agli interventi di Marchi (che ha chiarito ciò che cmq non sarà mai chiaro abbastanza, per ragioni che vedremo), poi a quello di Marco, su cui concordo pienamente e di Armando che mi trova pure del tutto concorde anche là dove egli è in disaccordo con me. Sic!
    Stupefacente invece il commento di Giorgio.
    Penso che nel campionato italiano la sola cosa importante, seria e piacevole da vedere sia la Juve perdente. Possibilmente sempre.
    E lui mi accusa di essere juventino.
    A presto.

  8. Alunna riconoscente
    16 settembre 2015 at 14:51

    Sig.Marchi, la sua ironia avvalora quello che io ho detto e che forse lei fa finta di non intendere.. Eppure sono stata semplice nel modo di scrivere! Detto tra di noi e in parole povere, cosa vuol dire quella fotografia? Che lei avrebbe desiderato un insegnante così o che invece non ha ancora imparato a vedere aldilà delle apparenze? Ps:Cmq. Nel corpo insegnanti c’è di meglio anche fisicamente rispetto a quello che lei fa vedere !!!

    • Fabrizio Marchi
      16 settembre 2015 at 15:32

      Cara Alunna riconoscente, continui ad insistere su un aspetto che è del tutto marginale rispetto al tema, o meglio, ai temi, affrontati nell’articolo di Rino Della Vecchia.
      Comunque, soddisferò la tua curiosità. Serviva una foto efficace e adatta allo scopo che potesse richiamare l’attenzione e naturalmente che avesse un riferimento all’oggetto dell’articolo, cioè al processo di graduale femminilizzazione della scuola. Tra tutte quelle che ho visto mi è sembrata la più adatta. Punto e stop.
      La foto ritrae infatti una giovane e bella insegnante “sbragata” sulla sua cattedra davanti ad una lavagna. Ma il fatto che sia bella e attraente non ha alcun significato. O forse il problema è proprio l’avvenenza della ragazza (che poi è l’attrice Cameron Diaz)? Perché, cosa cambia se fosse stata meno avvenente o addirittura brutta?
      Se avessi pubblicato la foto di Tina Pica o della figlia del ragionier Fantozzi, sarei stato egualmente sottoposto a critica perché qualcuna/o (e forse tu stessa) mi avrebbe accusato di aver pubblicato l’immagine di una donna brutta e quindi di voler offrire un’immagine fuorviata e fuorviante del corpo insegnante femminile ecc. ecc. ecc. Devi sapere che comunque ci si muove in questo ambito, si è sottoposti a critica e il più delle volte a insulto.
      Ora, se hai argomenti un po’ più seri e solidi, saremo felici di ospitarli e commentarli, qualora lo ritenessimo utile e opportuno. In caso contrario direi di proseguire e lasciarci alle spalle queste facezie. Perché tali sono.
      P.S. quando ti ho detto di esprimerti con parole più semplici, volevo essere ironico… Ma evidentemente l’ironia non deve essere il mio forte…,

  9. Alunna riconoscente
    16 settembre 2015 at 17:16

    Sig.Marchi, se riteneva insignificante e poco serio il mio commento poteva evitare di pubblicarlo. La mia era solo una critica ( non volevo essere offensiva nei suoi confronti) non all’avvenenza,ma alla volgarità della foto che a mio parere è inopportuna.Non ci prendiamo in giro quella foto non fa vedere una donna nell’esercizio delle sue funzioni, ma nell’esercizio che ogni Maschio professore vorrebbe fare con lei.

    • Fabrizio Marchi
      16 settembre 2015 at 17:47

      In effetti ritengo insignificanti i tuoi commenti ma li pubblico ugualmente perché su questo giornale vige piena libertà di espressione (purchè nel rispetto delle regole della buona creanza e delle opinioni altrui).
      Per il resto, ho già spiegato il criterio con cui ho scelto, fra le altre (che non mi convincevano), quella foto. Dopo di che sei libera di non credermi e di pensare ciò che ritieni opportuno o ti fa più comodo credere.
      Ora penso che possiamo voltare pagina e passare ad argomenti più pregnanti…

  10. raffaella jannasso
    16 settembre 2015 at 22:58

    Mi dispiace, signor Serra, se le ho dato adito ad essere fraintesa nello spirito del mio commento.
    Con il termine ‘ maschio’ nn c’era alcun intento di polemica, volevo ripetere un termine ed una distinzione che lei stesso ha fatto nel commento precedente.
    La ritengo ‘fortunato’ perchè ha avuto e ricorda come formative figure appassionanti, laddove per me possono essere formative ,purtroppo,anche le altre.
    Per il resto nn volevo fare alcun abbinamento tra l’essere ‘maschi e fortunati’…è venuto da sè , come chiusura di quello che è stato ,per me,un bel confronto libero!!
    Grazie sinceramente dell’attenzione!

    • Michele Serra
      17 settembre 2015 at 8:56

      Grazie a lei, Raffaella.

  11. Gabriele Gabbrielli
    18 settembre 2015 at 15:09

    Complimenti per li vostro Forum e per l’argomento trattato… Complimenti per la premessa, le note e i motivi della femminilizzazione della nostra scuola pubblica e non e anche alle puntuali critiche della redazione ai vari partecipanti alla discussione.
    Premesso questo vorrei portare il mio piccolo e modesto contributo a quanto discusso e sinceramente mi trovo d’accordo su quanto ha scritto la Sig.ra Raffaella quando ha fatto presente che contano gli insegnanti,le cosiddette figure formative che ti hanno portato a conoscere la materia che poi hai potuto apprezzare indipendentemente al sesso a cui loro stessi appartegono.
    La matematica,la meccanica, l’arte, la musica, erano per me materie così disparate e spesso quasi incomprensibili,talvolta quasi noiose e inutili ma grazie alla capacità e all’inclinazione all’insegnamento di queste meravigliose persone, insegnanti maschi e insegnanti donne, ieri erano materie oggi sono diventate passioni, realtà e professione e sono diventate per me il mio gradito..pane quotidiano! Non avrò mai parole a sufficienza per ringraziare queste persone per la loro dedizione al compito dell’insegnamento..!
    Complimenti di nuovo per il vostro forum e un augurio di buon lavoro a tutti voi.. Gabriele

  12. Andrea Boari
    20 settembre 2015 at 0:44

    Ho letto entrambi i commenti (del Sig. Dalla vecchia e del sig. Marchi) e devo ammettere che è raro leggere articoli così densi ed illuminanti sul senso e le finalità della scuola e della sua portata sociale,
    Ho insegnato per 4/5 anni in un passato abbastanza lontano, ma mi rammento ogni episodio di quell’epoca e rivivo quegli episodi come una battaglia che aveva lo scopo di entrare nelle menti e nelle emozioni dei ragazzi per formarli in individui capaci di esprimere un pensiero autonomo.
    Fabrizio Marchi distingue chiaramente fra istruzione e formazione e come la competenza fra le 2 modalità sia in qualche modo ripartita fra i sessi in base alle loro specialità antropologiche.
    Non si può certo negare che a priori le donne non abbiano l’intensità o quel quid risolutivo tipicamente maschile (a volte criminale), ma se lo hanno, lo hanno meno o per accidens rispetto agli uomini.
    Gli uomini abbandonano la scuola perchè l’ambiente non è più favorevole per via di un’approccio burocratizzato e basato su schemi e diligenze più femminili che maschili. La formazione, la quale per sua natura investe l’essere dell’alunno è stata abbandonata ed i docenti maschi abbandonano la scuola perchè in assenza di un criterio formativo il loro ruolo ed il loro senso antropologico è stato soppresso ed espunto dall’ambiente scolastico.
    Ricollegandomi ad altri articoli del sig. Marchi relativi al connubio femminismo / capitalismo, inteso alla costruzione di un soggetto fragile e sessualmente “indeciso”, si potrebbe – credo – ritenere che l’avversione del capitalismo globale alle “virtù” del maschile sia dovuto alla loro pericolosità intrinseca e che pertanto sia opportuno assopirle fin dall’inizio, costruendo una scuola di docenti femminili che non trasmettano modi di essere disturbanti.
    un cordiale saluto
    Andrea

    • Fabrizio Marchi
      20 settembre 2015 at 9:30

      Questa volta sono completamente d’accordo con lei, Sig. Andrea Boari, specialmente con la parte finale del suo commento.
      La ringrazio, naturalmente, anche per gli apprezzamenti.

    • armando
      22 settembre 2015 at 14:49

      Assolutamente d’accordo anch’io, in specie con le righe finali. Tutto ciò dovrebbe indurre qualche riflessione.
      1)la questione della femminilizzazione della scuola è centrale anche per la questione maschile.
      2) non solo il femminismo che svilisce il maschile è funzionale al capitalismo, ma anche, a proposito di sessualità “indecise” anche il genderismo e l’omosessualismo (da tenere distinto, in quanto ideologia, dall’omosessualità).
      3)La questione paterna entra direttamente in gioco, a questo proposito, nella misura in cui una “società senza padre” non può far crescere i ragazzi maschi e farli diventare uomini in senso forte.

    • Alessandro
      3 ottobre 2015 at 21:28

      “Gli uomini abbandonano la scuola perchè l’ambiente non è più favorevole per via di un’approccio burocratizzato e basato su schemi e diligenze più femminili che maschili.”Non so se questa sia una causa della scarsa presenza maschile tra le file degli insegnanti, di sicuro la scuola si è lasciata un po’ troppo sedurre dalla burocrazia, dalla produzione di scartoffie, che ormai assorbe una parte non irrivelante del lavoro docente a discapito della “missione” di cui si parla nell’articolo. La produzione infinita di scartoffie, di documentazioni, di programmazioni, di riunioni infinite non mi pare abbia migliorato l’apprendimento dei discenti, così come svincolare l’alunno-studente da regole rigide in seno all’ambiente scolastico. Per la scuola vale quanto spesso in altri ambiti: si è buttato via il bambino con l’acqua sporca.

  13. armando
    25 settembre 2015 at 12:47

    A proposito di femminilizzazione segnalo questo articolo. Nulla di eclatante, verità che noi sappiamo da tempo, ma è importante che si prenda consapevolezza che la femminilizzazione della scuola non passa solo da quella del corpo insegnante ma anche e forse soprattutto dal fatto che i programmi scolastici (in questo caso le letture proposte ai ragazzi), sono tarate sul target femminile. E in questo concorrrono anche le case editrici, alle quali poco importa se i maschi leggono meno delle femmine, e contuinuano a pubblicare libri che per i primi non hanno interesse.

    http://thoughtcatalog.com/porter-anderson/2015/06/why-are-boys-not-reading-more-and-is-publishing-addressing-the-crisis/

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