Solo la Tecnica ci può salvare?

Macchina a vapore di Watt

La macchina a vapore di Watt

Tecnocapitalismo

Porta il nome di capitalismo il sistema nel quale viviamo. Gli elementi costitutivi di base ne sono la proprietà privata, il mercato, il capitale e la tecnica. Tanto i critici quanto gli apologeti del capitalismo non rimarcano quasi mai l’importanza originaria e costitutiva di quest’ultima. Eppure essa è tanto essenziale da rendere lecita la domanda: cosa sarebbe il capitalismo senza la tecnica? Di più: si può concepire il primo senza la seconda? A queste domande si deve aggiungere l’interrogativo simmetrico: può la tecnica esistere senza gli altri tre elementi, ovvero senza qualcuno di essi? La Tecnica (ora in maiuscolo), ossia l’integrazione tra scienza, tecnologia (scienza applicata) e forma organizzativa sistemica congruente, è il motore della società industriale, attivo in tutte le sue fasi storiche, dagli inizi (emblematicamente rappresentata dalla macchina a vapore di Watt) ad oggi, in quella che definiamo società industriale avanzata (SIA) il cui simbolo può essere tanto il chip quanto il DNA ricombinante.

Struttura a doppia elica del DNA

Struttura a doppia elica del DNA

Tecnocomunismo

Lo sviluppo della società industriale capitalistica nell’Ottocento produsse/indusse anche, tra molto altro ovviamente, sia la nascita di un progetto idealpolitico mirante al superamento della stessa (il marxismo) sia le condizioni sociali della sua realizzazione storica, connubio sfociato poi nella Rivoluzione Russa, la quale abolì bensì il capitalismo in URSS, ma, e ciò va finalmente notato, non respinse né rifiutò l’industrializzazione e con essa la Tecnica che ne è il cuore. Tutt’altro. Il progetto andava infatti in direzione diametralmente opposta: non contro la Tecnica ma a suo favore. Ancora nei primi anni Sessanta in URSS (e non solo) si pensava infatti che proprio il sistema socialista fosse il più adatto allo sviluppo della società industriale (delle “forze produttive”, nel lessico di allora). Né il progetto idealpolitico marxista (abolizione del capitalismo) né la sua storicizzazione (il socialismo reale) ebbero dunque di mira il superamento e/o l’eliminazione della Tecnica. Non andrebbe dimenticato.

Un tentativo abortito

Dalla Rivoluzione d’Ottobre alla caduta del Muro dunque, sono state compresenti nella storia due forme di società industriali, entrambe fondate sulla Tecnica, pensate e strutturate per il suo incremento e poste al servizio del suo sviluppo, sia pur sotto motivazioni ed obiettivi diversi/opposti. Ma questa diversità/opposizione non può ingannarci e la lettura che oggi possiamo/dobbiamo dare di quella doppia presenza è questa: la via della Tecnica imboccò due strade una delle quali si è mostrata impercorribile nel momento in cui essa stava per abbandonare l’età del macro (società dell’industria pesante – Watt) per entrare nell’era del micro (società industriale avanzata – chip/DNA). Una di quelle strade si è dunque rivelata un vicolo cieco e dalla caduta del Muro (omologo delle 4 Modernizzazioni di Deng) è rimasto un solo sistema.

La creatura si fece Dio

E’ appartenuta ad entrambi i sistemi l’idea che la Tecnica sia/fosse uno strumento, un insieme di fattori guidati perché comunque governabili, dominati e sempre dominabili e che essa si giustifichi e si legittimi in quanto sarebbe “al servizio dell’uomo”. Questi sono i due caratteri fondamentali dell’ideologia di cui la Tecnica è prodotto ed al tempo stesso produttrice. Queste sono tuttora le fonti della sua legittimazione a livello di massa, solida e ben radicata, benché alcune ombre siano apparse da tempo a contaminare la prospettiva di un suo (e nostro con lei) eterno, luminoso futuro, quale ad esempio la questione ecologica. Non sono però mancati osservatori capaci di vedere il fatto essenziale del rapporto Tecnica/umanità (ovvero Tecnica/Politica): il rovesciamento dei ruoli, il tradimento delle funzioni e la natura ormai depistante (ideologica in senso proprio) dell’idea secondo cui la Tecnica sarebbe uno strumento. Si è capito che lo strumento è diventato il fine, ovvero che la dinamica si è resa autonoma e che il rapporto si è capovolto. Si può parlare oggi di umanità al servizio della Tecnica e non viceversa: la Tecnica non è più guidata, ma ormai guida, non riceve ordini, viceversa li dà, non subisce i valori ma li impone. Se in questa nuova visione prospettica c’è del vero, poiché il solo sistema esistente è quello capitalista, diventa sensato chiedersi se sia questo ad usare la Tecnica o se invece non sia questa ad usare quello. In questa ristrutturazione gestaltica il capitalismo non sarebbe altro che il sistema mantenuto in vita, alimentato e sostenuto dalla Tecnica ai fini della sua eterna riproduzione/espansione. Non è più il primo che usa la seconda, ma è questa ad usare il primo. Eterogenesi dei fini.

Ambivalenza e seduzione

La potenza materiale della Tecnica non ha bisogno di venir sottolineata. Ma ciò che importa qui è la sua capacità di raccogliere consenso, di “farsi amare” e di imporre i suoi valori. Su questo versante la sua vera forza consiste nella straordinaria capacità seduttiva delle sue realizzazioni e nella inattaccabilità quasi assoluta di buona parte delle sue conquiste. Chi rinuncerebbe agli antibiotici e abolirebbe la chirurgia? Chi distruggerebbe le macchine agricole, farebbe a pezzi la TAC, i telefonini e Internet e gran parte della panoplia dei beni, dei servizi e dei sistemi che hanno condotto l’umanità a moltiplicarsi quasi per 10 nel giro di 200 anni? Come si può condannare in toto e radicalmente quel motore che ha raddoppiato l’aspettativa di vita sul pianeta, (pur riducendo nel contempo l’aspettativa di vita del pianeta stesso)? Chi oserebbe? Di fronte a queste conquiste il cui valore nessuno riesce a negare, anche i critici più feroci si premuniscono e si proteggono, anteponendo i dovuti distinguo: bisogna salvare la parte buona e combattere quella cattiva, bisogna ricondurre la Tecnica a strumento strappandola dal ruolo che ha assunto: quello di determinare i valori e perciò il destino. Non bisogna gettar via il pupo insieme all’acqua sporca. Così si dice, pensando che sia ancora possibile, ma lo è?

Tecnoetica

Quali siano quei valori è ovvio: tutto ciò che la alimenta è bene, ciò che la frena è male. Ogni nuovo prodotto, sistema, dispositivo, metodo, ritrovato (ed ogni nuova trovata), devono “implementarsi” nel sociale. Chi si oppone … è perduto. Il dogma è questo: ciò che si può fare è bene e perciò deve essere fatto. Di qui la nascita di infiniti “diritti” tra i quali scelgo questo: tutte le forme riproduttive tecnicamente possibili sono contrabbandate per ciò stesso come buone e giuste, veicolo di libertà e di autodeterminazione del soggetto e la loro universalizzazione condicio sine qua non dell’eguaglianza. Ecco infatti che arriva Michela Marzano a sintetizzare la nuova etica da applicarsi contro la Legge 40 di recente cassata. Prima fa sue le motivazioni della Consulta: “Il desiderio di avere figli è l’espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi e non può che essere incoercibile anche quando sia esercitata mediante la scelta di ricorrere alla tecnica di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo” quindi chiarisce che “Nel documento, la Consulta fa non solo riferimento al diritto alla salute, ma anche e soprattutto al principio di uguaglianza che sarebbe violato nel momento in cui si permettesse di procreare grazie alla medicina solo a quelle coppie sterili che non hanno necessità di ricorrere ad un dono di gameti.” infine ordina al Governo di provvedere immediatamente “Senza farsi influenzare dai “guardiani della morale” che, dimenticando che la difesa dell’uguaglianza è uno dei pilastri dell’etica pensano sempre di sapere meglio dei diretti interessati ciò che è giusto o sbagliato per il loro bene”.

I “guardiani della morale” (insomma i “moralisti”) sono dunque coloro che si oppongono al dominio totale della Tecnica ed al suo potere di determinare il bene e il male, si oppongono alla tecnoetica, a questo micidiale principio: ogni desiderio la cui soddisfazione sia resa possibile dalla Tecnica sale al rango di un diritto inalienabile. La Marzano[1] non può vedere che il propagandato “diritto inalienabile” di beneficare di ogni nuova trovata non è altro che il potere della Tecnica di imporsi alla totalità del sociale e che, novella divinità, definisce per tutti il bene ed il male e così si fa Destino.

Polarità femminile

Chiudendo, mi limito ad indicare il fatto che tutte le invenzioni, i ritrovati, i dispositivi e i sistemi tecnici (nella SIA) sono di polarità femminile e ne materializzano – in una deriva senza fine – i valori: durata contro intensità della vita, sicurezza contro rischio. Semplificazione operativa, sostituzione dell’energia fisica, estensione delle “comodità”, castrazione della manualità. Il funerale dell’Homo Faber. Una mutazione antropologica. E della libertà cosa resterà? Quel che ci può concedere la Grande Sorella: una illusione, un fantasma.


[1] Qui la Marzano, di cui riportiamo integralmente l’articolo:

Eterologa e guardiani della morale

ORMAI non c’è più scusa che tenga. Che si tratti dei centri pubblici o dei centri privati, nessuno potrà più rifiutare un’inseminazione eterologa alle coppie sterili.
La Consulta ha bocciato il divieto previsto nella legge 40 e, da qualche giorno, è possibile per chiunque andare a leggere le motivazioni esatte della sentenza. La Corte di Cassazione è stata molto chiara: “Il desiderio di avere figli è l’espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi e non può che essere incoercibile anche quando sia esercitata mediante la scelta di ricorrere alla tecnica di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo”.
Nel documento, la Consulta fa non solo riferimento al diritto alla salute, ma anche e soprattutto al principio di uguaglianza che sarebbe violato nel momento in cui si permettesse di procreare grazie alla medicina solo a quelle coppie sterili che non hanno necessità di ricorrere ad un dono di gameti. Nessun vuoto normativo, quindi. Nonostante le solite lamentele di qualche parlamentare del Centro Destra, di Forza Italia o della Lega. Nonostante le paure di quanti, invocando la sacralità della famiglia, immaginano che mettere al mondo un bambino che non ha lo stesso codice genetico dei genitori equivalga a privarlo delle proprie radici. Ma come si fa a pensare che la provenienza genetica sia un requisito della famiglia? Perché identificare le origini biologiche con la storia familiare?
Il diritto alla conoscenza delle proprie origini è sacrosanto. È sempre la Consulta a ricordarcelo in un’altra recente sentenza, quella del 18 novembre 2013, quando si era dovuta pronunciare sui figli adottati e non riconosciuti alla nascita dai genitori biologici. Ma quando si parla di origini, si parla sempre della storia che ci ha preceduto, quella storia che ci ha portato ad essere stati o meno desiderati, ad essere stati o meno accettati al momento della nascita. Imparare da dove si viene serve infatti a capire dove si vuole andare. Anche quando il percorso non è stato lineare. Anche quando, per nascere, c’è stato bisogno di ricorrere ad un dono di sperma o di ovuli.
Ormai è giunto il momento, anche in Italia, di prendere atto del fatto che la legge 40, invece di aiutare le coppie sterili ad avere figli, non faceva altro che generare nuove forme di discriminazione, alimentando così il tristemente noto fenomeno del turismo procreativo. Ora si tratta solo di aggiornare le Linee Guida per i centri specializzati in procreazione medicalmente assistita. Delle indicazioni minime, e tuttavia necessarie, affinché i centri agiscano rispettando i diritti non solo delle coppie, ma anche dei futuri bambini. Speriamo che il Ministero della Salute se ne occupi il più velocemente possibile. Senza farsi influenzare dai “guardiani della morale” che, dimenticando che la difesa dell’uguaglianza è uno dei pilastri dell’etica, pensano sempre di sapere meglio dei diretti interessati ciò che è gusto o sbagliato per il loro bene.
Twitter: @MichelaMarzano

(17 giugno 2014)


26 commenti per “Solo la Tecnica ci può salvare?

  1. armando
    23 giugno 2014 at 19:54

    Articolo di estremo interesse e assai stimolante. Faccio alcune osservazioni che non ne minano l’impianto.
    Capitalismo e tecnica: in realtà il capitalismo è nato prima della società industriale, in cui si è rovesciato il rapporto uomo/strumento. Mentre ancora nella manifattura lo strumento tecnico era un’appendice dell’uomo, nell’industria è l’uomo ad essere appendice dello strumento. Ma già nella prima fase il lavoratore, come insegna il barbuto di Treviri, era espropriato sia dei mezzi di produzione che del frutto del lavoro (dominio formale del capitale).
    Questo, e la sconfitta tragica su ogni piano del socialismo reale, fa pensare che il capitalismo non è tanto e solo il sistema maggiormente favorevole allo sviluppo delle forze produttive, quanto, forse più propriamente, l’ambiente più favorevole allo sviluppo della tecnica, dove la figlia si è autonomizzata fino a detronizzare il padre.
    Ciò che la Marzano e compagnia inneggiante elevano principio universale e diritto inalienabile (Ciò che è tecnicamente possibile è giusto ed etico, quindi da attuare!, ossia che l’etica è un derivato della tecnica), è falso sul piano di verità, semplicemente perchè in questo modo l’etica non sarebbe più tale e perderebbe ogni suo valore, così come ogni ragionamento filosofico e/o religioso diventerebbe del tutto inutile e superfluo, e con ciò eliminando anche la libertà umana. Ma non solo, il ragionamento della Marzano vale, per lei, solo in senso strumentale perchè , oggi, la tecnica gioca in favore del suo scopo principale che non è la “libertà” di ogni soggetto (sia pure una libertà falsa e distorta in quanto concepita come assenza di limite interiore ossia, appunto, di etica) ma la “libertà” della donna da ogni altra determinazione che non sia autoriferita. Già si alzano alti, infatti, i lamenti del femminismo circa la possibilità futura dell’utero artificiale, ossia la libertà , anche per gli uomini, di sganciarsi dalla dipendenza femminile rispetto al desiderio di avere un figlio. Non sia mai! Allora ritorna il sogno “naturalistico”, per il quale l’esclusivo potere generativo femminile non può e non deve essere mai messo in discussione. E pensare invece che, se fosse coerente e applicato anche all’inverso, quel lamento potrebbe costruire il fondamento di una nuova (ed antica) collaborazione fra uomini e donne. Ma così non è, quindi dobbiamo interrogarci autonomamente. Quel processo delineato da Rino è ineluttabile? E, posto che l’esito non potrà non essere che il transumanesimo, può esso coniugarsi con la libertà o sarà comunque una nuova schiavitù mascherata da autodeterminazione assoluta?
    La mia risposta è che si tratterà di una nuova schiavitù totalitaria, e proprio perchè se è la tecnica che determinerà l’etica, allora non ci si potrà opporre in alcun modo senza essere bollati come devianti o delinquenti contrari all’etica, ovvero al bene.
    Dov’è dunque il margine di manovra? L’unico può essere, mi pare, nel continuare a credere, nonostante tutto, che l’uomo è l’unico animale capace di autodeterminazione e che etica (e morale) sono inscritti nella sua ontologia la quale, perciò, costituisce uno zoccolo duro, argine estremo incrinabile ma non sfondabile del tutto, ad onta della tecnica e del capitalismo. Non lo so se ci siamo già arrivati, ma so che per quanto nelle nostre forze dobbiamo far di tutto per trattenere o bloccare quella deriva. Finchè ci sarà al mondo un solo uomo non omologato ci sarà ancora una speranza.

  2. 24 giugno 2014 at 13:16

    Rino,
    nelle tue considerazioni non trova spazio alcuna soluzione.

    Dobbiamo quindi davvero ritenere che, prossimi al tempo del Giudizio, contrariamente alle intenzioni e alle previsioni originali, alle speranze e le illusioni del figlio di un dio minore (e dei suoi discepoli e seguaci), copiando le tue parole, in una clamorosa eterogenesi dei fini sentenziata dalla Storia “la strada degli errori (e degli orrori)”, coloro che si sono rivelati non “integri”, i destinati a riempirsi di oscurità, siamo proprio noi?

    Non c’è bisogno che tu mi risponda.
    Sappiamo entrambi che la mia, è solo una domanda retorica…

  3. davide
    24 giugno 2014 at 13:17

    Mi permetto di suggerire a tutti i tecnoscettici di essere coerenti fino in fondo, magari rinunciando a rivolgersi alle NS. strutture di cura ipertcnologgizzate in caso di malattia, magari richiedendo l’ultimo ritrovato dell’INDUSTRIA FARMACEUTICA o di eseguire una PET.
    Tutto ciò non sarebbe stato possibile, nei tempi in cui si é determinato senza il propellente dell’odiato mercato/capitale.
    Magari vivremmo liberi e felici fino a mediamente 50 anni.

    • Roberto
      24 giugno 2014 at 14:46

      Lo scetticismo è onorevole e non ho alcuna intenzione di essere coerente io per primo. C’è chi non presterebbe cure a scettici e fumatori. I caritatevoli fanatici del salutismo e della volgare ortodossia. Aspetto prima che i tecnofili smettano per coerenza di considerarsi uomini o donne, ma non a chiacchiere, veramente. Che rinuncino per esempio a concepire ora e per sempre bambini, confidenti nel fatto che d’ora in poi sapranno farlo la Tecnica e lo Stato.

      • davide
        24 giugno 2014 at 16:42

        Roberto, hai chiuso il tuo post citando proprio i due pilastri della società moderna e futura: tecnologia e Stato. Ma dato che su due soli appoggi un piano non si regge, aggiungerei: (cono)scienza ed economia.
        Così si svilupperà il futuro prossimo venturo, augurandoci per il bene dei piú, anche dei meno fortunati. In fondo l’aggiornamento tecnologico ha migliorato le condizioni di vita anche di quanti esercitano lavori manuali. Non credo che vorrebbero incudine e martello al posto di una pressa meccanica.
        Se tutto ciò si paga con un po’ meno di libertà individuali, pazienza.

        • Roberto
          26 giugno 2014 at 2:49

          Caro Davide: i pilastri della società del futuro come ben sai li decide l’Uomo con la propria immaginazione e il proprio arbitrio. Smettere di concepire bambini in maniera naturale non rappresenta come dici tu solo “un po’ meno di libertà individuali” bensì la fine stessa della forma vivente umana e soprattutto. della propria (umana) emancipazione, anche individuale, rispetto alle leggi impositive del potere.
          Tecnologia e cure ne abbiamo già e ci conviviamo, quello sul quale ci si allarma è l’esagerazione della Tecnica, non la sua armonica, oserei dire ecocompatibile, disponibilità. Peraltro le cure contro il cancro sono ferme e tutto ciò che ci propina la scienza biologica è costituito da nuovi strumenti per controllarci e programmarci. Curarci no. Mi risulta che i l’aspettativa di vita per chi è affetto da cancro polmonare sia sostanzialmente invariata da decenni, e questo è uno scandalo, se confrontato al fatto che decenni fa, sul fronte della manipolazione riproduttiva e genetica, ancora non si sapeva praticamente nulla.
          Progressi scientifici direzionati?
          E cosa ne è della ricerca pubblica?
          Chi controlla eticamente il processo, i fedeli tecnofili?

    • Fabrizio Marchi
      24 giugno 2014 at 17:08

      Davide, perdona la mia schiettezza, però, mi pare di poter dire, leggendo il tuo commento, che nella tua proverbiale vis “scientista”, secondo me non hai colto affatto il significato dell’articolo di Rino. E aggiungo che secondo me non lo hai voluto cogliere.
      Cito testualmente dall’articolo di Rino:” La potenza materiale della Tecnica non ha bisogno di venir sottolineata. Ma ciò che importa qui è la sua capacità di raccogliere consenso, di “farsi amare” e di imporre i suoi valori. Su questo versante la sua vera forza consiste nella straordinaria capacità seduttiva delle sue realizzazioni e nella inattaccabilità quasi assoluta di buona parte delle sue conquiste. Chi rinuncerebbe agli antibiotici e abolirebbe la chirurgia? Chi distruggerebbe le macchine agricole, farebbe a pezzi la TAC, i telefonini e Internet e gran parte della panoplia dei beni, dei servizi e dei sistemi che hanno condotto l’umanità a moltiplicarsi quasi per 10 nel giro di 200 anni? Come si può condannare in toto e radicalmente quel motore che ha raddoppiato l’aspettativa di vita sul pianeta, (pur riducendo nel contempo l’aspettativa di vita del pianeta stesso)? Chi oserebbe? Di fronte a queste conquiste il cui valore nessuno riesce a negare, anche i critici più feroci si premuniscono e si proteggono, anteponendo i dovuti distinguo: bisogna salvare la parte buona e combattere quella cattiva, bisogna ricondurre la Tecnica a strumento strappandola dal ruolo che ha assunto: quello di determinare i valori e perciò il destino. Non bisogna gettar via il pupo insieme all’acqua sporca. Così si dice, pensando che sia ancora possibile, ma lo è?”.
      Mi pare che la questione posta da Rino nel suo articolo non sia affatto quella di voler rinunciare alla scienza o peggio di considerarla come un sapere di second’ordine. Tutt’altro. Anzi…
      L’articolo pone ben altri interrogativi. Mi pare, francamente, e te l’ho già detto in altre occasioni, di cogliere un forte elemento ideologico nel tuo commento (come in altri). La qual cosa non mi stupisce affatto, lo “scientismo” (in realtà la celebrazione della Tecnica elevata quindi a ideologia, che è cosa ben diversa dalla scienza e soprattutto cosa ben diversa da un sanissimo atteggiamento laico, ma non laicista, e illuministico nei confronti della scienza) è un’ideologia, anzi uno dei pezzi dell’attuale ideologia dominante, cioè quella stessa che pretenderebbe di essere la rappresentazione e la concretizzazione della morte delle ideologie oltre che di “Dio”, inteso in senso lato, morte cioè della Filosofia, dell’Etica, e quindi della Libertà, per consegnarsi mani e piedi a qualcos’altro o a Qualcos’altro, con la maiuscola, come giustamente è stato sottolineato, cioè appunto la Tecnica.
      Ci vogliamo così poco bene, ci consideriamo così poco, per poter rinunciare alla Libertà e consegnarci mani e piedi al “nuovo Dio”? Una resa incondizionata. Della serie:“Abbiamo fallito, non siamo all’altezza, la Libertà non è per gli umani”. Meglio affidarsi a Qualcosa di più Alto, di Imparziale. Ma sarà veramente Imparziale?
      Nel frattempo, mentre siamo in attesa degli “imparziali” uteri artificiali, continua la migrazione nei paesi del cosiddetto terzo mondo delle coppie etero e gay occidentali bramose di affittare uteri di donne in carne ed ossa, il tutto salutato dalle fanfare “progressiste”, di “sinistra” e “femministe”. Di imparziale qui non c’è proprio nulla. Una forma moderna o postmoderna, se preferite, di neocolonialismo razzista. Perchè in questo caso non ci si limita sfruttare la forza lavoro ma si comprano letteralmente i corpi delle persone, delle donne, in questo caso, o meglio, delle donne povere e miserabili del terzo mondo. Razzismo classista e “intersessista”, mi verrebbe da dire, se mi passate la metafora.
      Ci penserà la Tecnica a risolvere queste contraddizioni? Il dibattito è appena iniziato…

  4. 24 giugno 2014 at 13:45

    Ah, dimenticavo, un dettaglio da nulla…
    .
    Hai messo la macchina a vapore come simbolo della Tecnica, ma la forza motrice del vapore non è il suo simbolo principale…

    Il simbolo più emblematico della tecnica, che nasce proprio per soppiantare la produzione artigianale “umana”, cioè dell’uomo, difettosa, cioè, dis-eguale, è la produzione in serie, la riproduzione dell’identico, dell’ “uguale a se stesso”.

    Più che la macchina a vapore, simboleggierebbe meglio la tecnica, odierna come quella genetica, primordiale come nella prima riv. industriale, una miriade di prodotti tutti uguali tra loro.

    Oh Europa!
    Oh Europa!
    Conosciamo molto bene l’animale cornuto che tu hai preferito a tutti gli altri e il cui pericolo torna sempre a minacciarti!
    La vecchia favola potrebbe ancora divenire «storia» – ancor una volta una smisurata imbecillità potrebbe impossessarsi di te e trascinarti seco!
    Con la differenza che quell’imbecillità non servirebbe da maschera ad un Dio, ma soltanto ad «idea», un’«idea moderna»!

  5. Roberto D
    24 giugno 2014 at 14:02

    Articolo notevole e commento all’altezza. Condivido con Armando la “storicità” del rapporto capitale/tecnica->l’attuale inversione con l’autonomizzarsi della tecnica (Rino) orme Gestell – dispositivo ma anche come “lavoro astratto nelle macchine” penso al “Marx dei Grundrisse” -> la necessità di una critica fondamentale e riorientamento sul tipo della “decrescita”, cioè sul ristabilimento di un contesto -comunità e dibattito etico-filosofico Aristotele insomma- ove “utilizzare” e non “servire” la tecnica.. Di contro c’è -come rileva Armando-il naturalismo teologico, l’ars combinatoria ben compendiata nella furia a-critica della Marzano. Certo agisce qui il meccanismo seduttivo -che dice Rino- questa “caverna” dove siamo “incatenati”, tuttavia mi pare che ci siano qua è la segnacoli, che non sono solo idee chiare ma accumulo, sofferenze, insomma prodotti storici della tecnologia. Non solo rose e fiori!

  6. fabriziaccio
    24 giugno 2014 at 16:00

    Quando ho visto citata la morte dell’Homo Faber non ho potuto desistere dal partecipare al mio funerale…
    Sarò breve, e la mia sarà una dissertazione “tecnica” più che filosofica.

    Ricordo, una simpatica classificazione della fattibilità:
    – fattibilità ideale, quello che ci piacerebbe divenisse reale ma non siamo in grado di immaginarne i confini scientifici
    – fattibilità teorica, quello che la scienza ci dice essere possibile, ma non ne siamo in grado di ingegnare o praticare l’artificio
    – fattibilità tecnica, quello che di cui siamo in grado di realizzarne l’artificio tecnico ma i costi superano i benefici
    – fattibilità pratica, quello che siamo in grado di realizzare a costi interiori ai benefici

    Ecco, in sostanza la tecnica ci accompagnerà sempre perché la madre della tecnica è l’ozio umano, la voglia di far fare ad altri, incluse le macchine, quello che non volgiamo o non sappiamo fare, ma che è fattibile praticamente perché è a buon mercato.

    Noi non viviamo tempi industriali e nemmeno capitalistici. Viviamo tempi post industriali e post capitalistici. Viviamo i tempi del consumo perché tutto appare poco costoso sostanzialmente per l’enorme disponibilità di energia che rende economicamente inefficienti le macchine biologicamente (ed entropicamente) più efficienti, l’uomo e la donna.

    La crescita demografica porterà rapidamente (e già sta avvenendo) molte delle cose oggi praticamente fattibili a non essere più disponibili, perché le risorse naturali sono limitate e proprio per il principio di non discriminazione da molti, e molte, brandito, tali risorse necessarie a rendere pratico quello che è tecnico saranno richieste da più consumatori di quelli accontentabili. La domanda supererà l’offerta e il prezzo troppo caro renderà l’artificio tecnico superfluo.

    Ciò che è a buon mercato non lo sarà più.

    Non ci salverà la tecnica ma la natura. E non è questione di secoli ma di decenni.

  7. ARMANDO
    24 giugno 2014 at 17:16

    Fabriziaccio, e se la tecnica si inventasse qualche “diavoleria” capace di superare l’inghippo che tu dici? Nessuno può escluderlo.
    E se la tecnica insieme al capitale portasse, e già in parte lo fa, ad una società post-industriale in cui non c’è più bisogno delle persone per fare prodotti, anche perchè i soldi si fanno ormai coi soldi e non col lavoro umano? E se da ciò derivasse il fatto che le persone, anzichè salvaguardate in quanto utili,(ovvio che il fine utiliatistico è antiumano, ma pur sempre di salvaguardia si tratta), possano invece essere commerciate come un qualsiasi oggetto, anzi consumate? O “investite” come un capitale (umano)?
    E se la dinamica demografica spingesse, (ed anche quì lo sta facendo) ad un rigido controllo delle nascite mediante aborto etc. etc. , di malthusiana memoria poichè sarebbero i più poveri a non dover procreare?
    armando

  8. Rino DV
    24 giugno 2014 at 19:00

    Quel mio intervento ha carattere del tutto interlocutorio e problematizzante. Non propone soluzioni ma tenta di presentare ragioni per un cambio, anche solo momentaneo di prospettiva, senza nessun obbligo di adottare questa nuova definitivamente. Un esercizio intellettuale che non è sterile, sulla linea di quanto suggerito la J. Popper-Lynkeus nella sua “Filosofia del come-se ” (prospettiva che assumo con grande frequenza e che continua a favorire – comprensibilmente – equivoci sulle mie reali opinioni in merito ad un sacco di questioni).
    Le vostre osservazioni sono tutte interessanti e stimolanti, anche e soprattutto in quanto tagliano l’oggetto con angolazioni diverse e persino opposte.
    1 – il titolo è già di per sé paradossale e spiazzante (e per questo mi piace). Ci si appresta ad una critica della Tecnica ponendosi la domanda (heideggeriana) se proprio essa ci possa salvare. A che gioco giochiamo? A quello delle domande intriganti, delle visioni che non rifiutano le contraddizioni reali, storiche, i paradossi e le domande prive (almeno per ora) di risposte. Affrontiamo senza paura delle conseguenze anche “il tragico”, gli aspetti del reale in cui si deve scegliere tra valori opposti, accettando delle perdite in cambio di determinati guadagni.
    2 – riconoscere i vantaggi della T.ca non significa minimizzarne i limiti e i danni. Evidenziare questi non significa negare quelli. Analizzare non significa schierarsi.
    3- è vero che altro fu l’era dell’industria pesante, altro è quella del chip. Ogni periodizzazione storica è criticabile e i passaggi dall’una all’altra non sono netti.
    Quanto alla morte dell’Homo Faber, direi questo, che la meccanica, l’elettromeccanica e l’elettrotecnica non lo hanno ucciso. E’ l’elettronica il suo assassino. In qs giorni gira uno spot (forse della Opel) dove un uomo si fa avanti per aiutare una donna con l’auto in panne. Quella gli fa: “In cosa vuoi aiutarmi? A premere un bottone?” Push ed è fatta
    4- Quanto si può dire che sia nato il capitalismo? La questione è aperta. Alcuni ne retrodatano la nascita al tempo dei Medici…
    Gli spunti sono moltissimi.
    Abbiamo tempo.
    .
    Rino DV

  9. Raimondo Gozzi
    24 giugno 2014 at 22:13

    Io credo che il cambiamento epocale che la globalizzazione ha introdotto debba modificare anche il modo di pensare alle cose ed alle relazioni tra esse. La globalizzazione è flusso tra nazioni, di merci, idee, persone, ma anche di centri di produzione, di ricchezze naturali e prodotto e soprattutto di centri di produzione delle stesse. Ma non è qui la novità. La novità è che tale flusso non è naturale ed ispirato da un principio di redistribuzione. E’ pilotato coscientemente. E’ guidato da logiche e porzioni di poteri della finanza che vogliono imporre un nuovo ordine mondiale. Un ordine dove non c’é più spazio per i governi nazionali ed il diritto delle nazioni e dei popoli. Un potere transnazionale (non internazionale) a tutela del profitto capitalista di natura finanziaria.
    Qui interrompo il ragionamento per seguire un ramo tra i tanti che l’argomento produce. Un argomento a tema. Il ruolo della tecnica.
    Prendiamo il nostro paese, l’Italia, la quale ha visto in un decennio mortificata la sua potenza industriale, sia quella relativa al segmento “grande” che quella piccola e media, le quali sono state un modello ed un vettore della riscossa economica degli anni 70. Moltissimi centri di produzione sono stati delocalizzati. Molte produzioni sono scomparse o crollate (alluminio, automobili, acciaio, elettronica, chimica, raffinazione dei prodotti petroliferi, lavorazione del legno, tessile, alimentare, ecc.).
    In aggiunta la crescita dei paesi del BRICS e degli altri emergenti dell’Asia, presentano prodotti di qualità e/o comunque competitivi rispetto la produzione indigena.
    L’assenza di politiche economiche di sviluppo e tutela incrementa le condizioni di precarietà dello stato di ricchezza della nostra economica (o anche dell’economia nella sua parte di vitale di produzione della ricchezza).
    Non avremo strumenti competitivi, con riferimento al mercato, per reggere una prospettiva di sopravvivenza delle attuali condizioni economiche e sociali. La redistribuzione di ricchezza nel pianeta avverrà attraverso una cessione di ricchezza e condizione di stato da parte di paesi come il nostro.
    Che fare?
    Vi sono duie condizione che dovrebbero essere poste in rilievo e considerate a prescindere dalla posizione di critica verso il capitalismo e dagli aspetti etici (perchè a mio avviso è la condizione materiale che lo impone).
    (1) L’avvio di una cultura ed una politica della moderazione dei consumi o della parsimonia. Razionalizzazione, riduzione degli sprechi, promozione di principi collettivi nei servizi e nella gestione della ricchezza pubblica (trasporti di massa in priorità rispetto il trasporto individuale, produzioni energetiche razionali e concentrate dove possibile, es. condomini rispetto gestione energetica individuale, centri di assistenza collettiva – es. le vecchie colonie estive per i bambini, gestione delle acque, ecc.). Si intuisce l’idea che voglio introdurre e quindi non aggiungo altri dettagli. Preciso un aspetto utile ad introdurre il secondo punto: serve una riduzione dei consumi energetici, serve una riduzione dello sfruttamento delle risorse del pianeta, una riduzione dell’inquinamento.
    (2) Gli obiettivi del punto 1 sono possibili solo se incrementa la potenza tecnologica. Serve un percorso rapido e veloce di potenza tecnologica. Conoscenza, cultura ed applicazione. Non necessariamente la tecnica può essere al servizio dei centri di ricchezza industriale (il capitale, se prorpio si vuole usare un termine). Conoscenza può portare all’uso di concimi biologici e di sostanze naturali protettive a tutela dei terreni agricoli e della loro integrità, può portare all’uso di profilassi mediche che riducano la necessità di medicine prodotte dalle multinazionali. E poi vi sono necessità di aumento dell’efficienza di trasformazione energetica (oggi le automobili possono generare consumi il 30-50% inferiori a quelli ottenibili 10 anni fa), nuove energie da produrre in via naturale, nuove tecnologie sui materiali (es. nanotecnologie, con una infinità di applicazioni in tutti i campi).
    Concludo (come al solito troppo lungo) con uno slogan.
    Servono tecnologie non per generare un modello di mondo con nuovi prodotti utili al consumo di massa ed al mercato, ma perché c’è bisogno di esse per produrre beni, cose ed energie ad un costo minore (non in termini di moneta), cioè non inquinanti, con più efficenza, senza sprechi e scarti nell’ambiente, per creare un modello minimalista, ma non in senso francescano. Produrre ciò che serve (veramente) col minor furto/degrado alle risorse del pianeta.
    L’Italia è stata la culla delle rivoluzioni tecnologiche e innovative e dovrebbe continuare a farlo diventando il centro delle invenzioni e delle creazioni. Per non morire, assorbita dalle nuove potenze emergenti.

  10. alessandro giuliani
    24 giugno 2014 at 22:23

    Torno oggi da un incontro molto bello e stimolante durato 5 giorni, nella città di Riga (un posto dove l’eco del male seminato dai totalitarismi del novecento è ben percepibile)…si parlava proprio di sviluppi tecnci molto avanzati nel campo della microscopia, tra i relatori il prof. Cremer (persona simpaticissima e profonda oltre che artefice di una delle invenzioni più strabilianti della seconda metà del Novecento,vedi:
    http://en.wikipedia.org/wiki/Christoph_Cremer) e a lungo preside della facoltà di fisica di Heidelberg oltre che consigliere per lo sviluppo tecnico scientifico di vari governi tedeschi. Insomma, vista anche la sua non verdissima età, direi una ‘persona informata sui fatti’.
    Ora, anche stimolati dalla nostra comune appartenenza religiosa di cattolici apostolici romani, ci siamo messi una sera a cena a parlare fitto fitto dei temi riportati benissimo da Rino nell’articolo. L’opinione di Cristoph è che il capitalismo della tecnica ormai non sa più che farsene o, per meglio dire, la usa per ‘pilastro ideologico’ (o forse ne è usato come sottolinea Rino) in quanto insostituibile (almeno per ora, ma io noto e in ciò anche Cristoph mi dava ragione..inquietanti slittamenti verso la magia, che tra l’altro il sistema sovietico ha utilizzato a man bassa..ma questo sarebbe tema per un altro intervento) come ‘fons iuris’ (che poi la Marzano ci faccia dei bla bla ideologici è roba folcloristica ad uso e consumo di chi si atteggia a pensatore progressista).
    Però per fare questo lavoro sporco basta il ‘simulacro’ della tecnica, in realtà quello che si produce sono ennesime ripetizioni più avanzate delle macchine già esistenti, niente di completamente nuovo e dirompente, anzi quando questi avanzamenti tecnici che potrebbero avere effetti veramente importanti DI CONTENUTO vengono proposti ci si ritrae impauriti. Pensate amici che una commissione di biologi (che potrebbero conoscere moltissimo dalle applicazioni della nanomicroscopia di cui Cremer è il padre) ha negato i finanziamenti per un avanzamento tecnico dello strumento dicendo a chiare lettere ‘ma a noi non interessa vedere dei dettagli così precisi..’.
    Questo in pieno crollo della farmacologia e di sostanziale fallimento pratico delle biotecnologie…insomma basta lo spettacolo della tecnica, della cosa vera il capitalismo finanziario ahimè non sa più cosa farsene.
    Detto questo io sono convinto che la tecnica ci salverà, ma non QUESTA tecnica, una tecnica ancora di la’ da venire che si insediera dopo la catastrofe del mondo attuale e che ricevera’ gande impulso dal brutale impoverimento del mondo.
    Un po’ quello che successe nei monasteri dopo la caduta dell-impero romano, non a caso grandi fucine di innovazioni tecniche dalla birra, all’arattro moderno, alle tecniche di bonifica, gli occhiali ecc…
    Nel frattempo, la ‘falsa tecnica’ chiaccherata troverà i suoi devoti che, come tutti i devoti di un idolo saranno i primi a essere sbranati , creerà delle aberrazioni nella nostra vita (lo sta già facendo), anzi, in quanto apparenza (idolo appunto) è ancora più pericolosa di quella vera. Il capitalismo finanziario non ha bisogno di oggetti più perfezionati ma solo di devoti di sogni…

  11. rita Chiavoni
    24 giugno 2014 at 23:40

    No, la tecnica non ci salverà, ma ci dannerà. sono un medico ed il mio peggior nemico e il rapporto assolutamente aberrante che esiste tra la possibilità di curare e l’applicazione di protocolli terapeutici che non considerano affatto le molteplici varianti individuali non solamente rispetto alla patologia che ho di fronte, ma variabili relative alle condizioni economiche, sociali e culturali e che vivo letteralmente come persecutori. Siamo ostaggio, purtroppo spesso con una strana sindrome di Stoccolma delle case farmaceutiche . Vero è che la tecnica sta definendo con determinazione sempre maggiore un’etica di se stessa nella quale l’essere umano viene stritolato nella sua peculiarità. Tuttavia, credo che bisognerebbe assegnargli un altro vocabolo, che al momento mi manca, perchè la tecnica ha perso la sua anima legata all’ etimologia: Tecnè dei greci che era proprio l’azione creativa nelle arti e nei mestieri. Riappropriamoci della Tecnè, ridistribuiamo agli uomini, come fece Prometeo con il fuoco, la fiducia per la conoscenza che nasce dall’esperienza, la fiducia che il proprio potere individuale, collettivo e di classe possa essere incisivo sulla realtà, solamente così si può trovare la via per ritrovare la Tecnè . Su un punto non concordo. nel periodo della guerra fredda l’unione sovietica fu costretta da esigenze materiali di sopravvivenza ad utilizza ed entrare in competizione sulla tecnica, questa però non è andata oltre il dovuto, tant’è che con il crollo del muro ha rallentato la sua progressione.
    Credo comunque che non vada dimenticato che dietro lo sviluppo della tecnologia e delle sua deriva è presente comunque il capitale con le logiche proprie di accumulazione e che lo sviluppo sconsiderato sia dovuto alla necessità di rinnovare costantemente la produzione, diversificarla, o almeno far credere che sia diversificata per immettere sul mercato prodotti vagamente innovativi. molto fumo e poco arrosto. L’arrosto è di nicchia, le cure vere per alcune malattie incurabili sono convinta che ci sono, ma non vengono messe sul mercato, per questioni di profitto sulla cronicità. Quindi la tecnologia è in buona parte taroccata! Per questo è importante ridistribuire la luce del fuoco per illuminare le coscienze, senza farci distrarre.
    Credo che il tema dell’autodeterminazione sia spinosissimo e riguarda l’aborto, l’eutanasia e la butto lì provocatoriamente: l’eugenetica, su cui si riflette troppo poco.

  12. Jack
    25 giugno 2014 at 0:47

    Grazie per il bell’articolo e gli interessanti commenti.
    Premetto che da Fisico non credo ad una salvezza attraverso la Tecnica. O meglio certo non lo credo relativamente a come essa viene concepita oggi: ossia come una forma di “magia” che cala dall’alto senza un briciolo di pensiero critico. Tutto il processo di “liberazione” dagli antichi vincoli del lavoro manuale e dell’ignoranza dei fenomeni attuato dalla Scienza moderna sembra che si ripieghi su se stesso nella Tecnica. Lo scienziato si trasforma man mano nell’esperto al quale non si chiede più il perché, ma solo di applicare la ricetta del momento.
    Un paio di spunti m’ispirano le seguenti considerazioni:
    1) la genesi del Capitale: ho il sospetto che il Capitalismo esista da sempre come un parassita del potere che ha momenti di grande espansione e momenti di stasi. Come i parassiti esso muta forma e appiglio sul corpo sociale, ma in definitiva non ha altro scopo che la massimizzazione del profitto in tutti le epoche e in tutti gli spazi. Nel medioevo esso era di tipo commerciale: avere la possibilità di massimizzare il profitto moltiplicando per 50-100 volte l’investimento commerciale su una nave che andava alla ricerca di merci su lunga distanza come le spezie era il meglio che si poteva ottenere. Questo ha provocato guerre che sono durate fin quasi alla rivoluzione industriale per il possesso di isole, porti, merce e uomini che lavorassero da schiavi o come schiavi poco importa (cosucce da poco! Mentre in Europa ci si scannava per le guerre di religione e dominio). Intanto i fiorientini, i lucchesi iniziavano a scoprire i segreti del capitalismo finanziario, che i genovesi portarono ad un primo grande successo quando nel 1500 di fatto dominavano l’intero impero spagnolo.
    2) La Scienza Moderna fecondò lo sviluppo della prima tecnica, che qualcuno ha sopra identificato con la macchina a vapore, giusto, io aggiungerei anche qualche altra meraviglia meccanica come i mulini ad acqua o i primi cronografi di precisione che permetteranno di navigare conoscendo la longitudine con un errore accettabile (prima era molto difficile se non impossibile farlo), nel cronografo è interessate notare come appaia per la prima volta il processo di progressiva miniaturizzazione dell’oggetto: si passava da un pesante orologio intrasportabile ad un relativamente piccolo oggetto “da taschino”.
    Il capitalismo si è allora lanciato nell’avventura industriale come sappiamo bene perché adesso questo permetteva di massimizzare il profitto tanto tanto di più del semplice commercio su lunga distanza. I “Robber Barons” dell’800 ne sanno qualcosa. Nacque allora come è giustamente ricordato sopra anche un’idea alternativa all’uso della Tecnica, non il suo rifiuto, anzi il suo pieno sviluppo per “liberare” completamente l’uomo dalla schiavitù del manuale e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La celebre affermazione di Lenin sul comunismo visto come “l’elettricità più i soviet” è in forma condensata l’espressione di questo pensiero;
    3) Purtroppo questa “alternativa” è caduta, ma chiediamoci il perché? C’è ne sono tanti è vero, ma per me uno conta molto nel discorso di sopra: il limite delle risorse. In un mondo con risorse infinite non ci sarebbe storia: che-mi-frega della proprietà privata o delle azioni in borsa se ho a disposizione un’infinita quantità di energia? Se c’è energia per tutti che varrebbe fare le guerre per il petrolio o per l’uranio? Che senso avrebbe il baloccarsi con il Grande Gioco quello che amavano fare le potenze mondiali al fine di accaparrarsi le risorse per dominare il mondo?
    4) Semplifico troppo forse, dovrei considerare la fase “finanziaria” del Capitalismo e la “deriva burocratica” con più attenzione, ma ho sempre pensato che questo è un limite importante perché il Capitalismo lo ha anche abilmente usato per creare dis-eguaglianza, perché la diseguaglianza è il motore che spinge un poveraccio a imbarcarsi su una carretta di nave per cercare di arrivare dal suo poverissimo paese nell’opulento occidente dove ora la stessa “classe media” è stata appena ridotta ad un insieme di “consumatori” sempre con l’acqua alla gola, con le tagliole dei burocrati e delle tasse sotto i piedi, espropriati ormai anche di semplici strumenti di controllo democratico, ma con l’idea che nell’affermazione del se conti solo il desiderare perpetuo di beni (anche “beni” come i figli diventano merci e quindi evviva il mercato del biologico: la banca dello sperma esiste già, ma in futuro si potrà fare molto molto di più come è stato giustamente commentato sopra).
    5) Ritorno alla domanda iniziale dell’articolo di RIno. La Tecnica ci può salvare? Ho già detto che non lo penso, ma alla luce delle cose che ho detto devo dire anche che il problema posto dalla scarsità di risorse non è facilmente risolvibile per due motivi. In primo luogo non esiste al momento una fonte di energia rinnovabile in grado di sostituire completamente quelle fossili a meno di non modificare completamente il nostro stile di vita. Peraltro, in secondo luogo, lo stesso Capitalismo ha capito molto bene che la dis-eguaglianza, il desiderio deve essere mantenuto: l’obsolescenza programmata è uno dei principi di questo sistema: in teoria potremmo costruire automobili in titanio il cui chassis durerebbe 50 anni, ma nessuno lo fa perché il mercato crollerebbe. Lo stesso vale per i continui miglioramenti tecnologici che dobbiamo “inseguire” pena essere messi semplicemente fuori gioco dal mondo. Chi ha letto un poco di “decrescita” sa che questa è attuabile solo se usciamo dall’idea di dover cambiare telefonino ogni anno e macchina ogni cinque anni.
    6) la Tecnica sarebbe neutra, ma il nostro “desiderare sconfinato” indotto dalla lente distorcente del Capitalismo avanzato finisce per produrre effetti etici. Non rinuceremmo certo alla TAC alla PEC e nemmeno alla TAV (che è certamente meglio dell’auto, metto qui delle sigle a caso per assonanza), ma in compenso abbiamo ridotto le nostre città a delle prigioni d’asfalto popolate da colonne di auto senza fine in cui essa è già l'”esoscheletro” dell’uomo in cui appunto “basta un pulsante” (mi ha colpito invece in questi giorni la pubblicità della peugeut in cui lo sguardo di lei è “desiderante” in modo quasi osceno e poi non è vero che l’auto è efficiente: il mezzo con il rendimento più alto in assoluto è la bicicletta, ma volete mettere l’indotto che ha l’auto con quello della bici?).
    Di dilemmi morali se ne possono generare a centinaia sono stati citati quelli relativi alla procreazione, ma ci sono in agguato anche quelli come: “quando staccare la spina?”; “quali sono i diritti di un disabile?” e tanti altri, Ci manca soprattutto un pensiero critico da opporre al conformismo dominante, questo sarebbe ben rappresentato dalla scienza (non dallo scientismo che è confondere scienza e natura), ma avendola ridotta a “magia” essa ci appare sempre più sconvolgente e incomprensibile. Lo scienziato diceva Nietzsche pone il suo laboratorio sul Vesuvio perché in ogni istante le sue certezze possono essere spazzate via dall’eruzione d’altre idee.

  13. Fabrizio Marchi
    26 giugno 2014 at 10:32

    Non sono tendenzialmente un “complottista” però la questione posta da Roberto è più che calzante.
    Voglio dire, ma non sarebbe più utile per tutti/e concentrare i nostri sforzi per trovare una cura contro il cancro o un vaccino contro l’AIDS piuttosto che clonare pecore e/o vacche (e forse anche umani), montare la testa di un babbuino su quella di un cavallo o inventarci il modo di fabbricare figli in laboratorio?
    Sono certo che se facessimo un sondaggio su un campione rappresentativo, pressoché il 100% degli intervistati opterebbe per la prima soluzione .
    Ciò detto, una domanda (al di là di tutte le considerazioni possibili e anche necessarie di ordine politico, sociale, ecc.): ma siamo veramente così depressi e malmessi al punto di preferire di procreare in provetta piuttosto che come natura comanda (un bel comandamento, direi, non mi pare che sia proprio una sofferenza…)? Cosa c’è, anche dal punto di vista psicologico, dietro questa ossessione per procreare artificialmente?
    Cerccherò di esprimermi in modo più chiaro con la premessa che non sono uno scienziato né un esperto, quindi mi scuso per il linguaggio e la terminologia impropria e mi affido alla vostra intelligenza per capire ciò che voglio significare.
    Capirei perfettamente, ad esempio, la ricerca indirizzata a “fabbricare” in provetta dei cibi “alternativi”. Da sempre siamo, ahinoi, ossessionati dal problema delle risorse, o meglio della scarsità delle risorse (e soprattutto del loro controllo e possesso…) e, come giustamente è stato fatto notare da alcuni nel corso del dibattito, l’intera storia dell’umanità ha fino ad ora fondamentalmente ruotato intorno a questa questione (conflitti orizzontali e verticali, conflitti di classe e fra stati e nazioni).
    Sarebbe quindi del tutto comprensibile uno sforzo della scienza (ammesso e non concesso che questa sia svincolata dal controllo politico…) in questa direzione, al di là, ovviamente, della questione politica che inevitabilmente rimane e che sta dietro alla questione del controllo delle risorse. Voglio dire, se il problema ad esempio della fame nel mondo fosse risolto dalla scienza invece che da un grande processo sociale, politico e culturale che portasse ad una redistribuzione equa delle risorse e alla eliminazione o quanto meno alla drastica riduzione delle diseguaglianze, potrebbe anche essere considerato come una sconfitta, da un certo punto di vista (culturale e politico), però ci si potrebbe tutto sommato anche stare. Alla fin fine, potrebbe valere in questo caso il noto motto di Deng (che a me, ovviamente, non è mai stato simpatico, ma questo è un altro discorso):”Non è importante che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che ammazzi il topo”. Dovremmo anche in questo caso arrenderci al fatto che solo la scienza (che comunque è fatta dagli uomini) è in grado di darci una mano e che Politica, Filosofia, Etica, Libertà devono essere definitivamente consegnate alla critica roditrice dei topi, tanto per parafrasare una celebre affermazione Marx (Miseria della Filosofia).
    Però, nel caso della procreazione artificiale (e della sessualità, che non è proprio un fattore estraneo alla prima…), mi pare francamente che la questione sia assai diversa. Perché non c’è in questo caso, mi riferisco alla sfera della sessualità, un problema di risorse. O meglio, da un certo punto di vista c’è, dal momento che anche e soprattutto la sessualità è stata completamente sottoposta alle logiche della ragione strumentale capitalistica, quindi mercificata (non solo dal punto di vista pratico, ma soprattutto da quello psicologico e culturale), e quindi ridotta a “risorsa” o meglio a “merce”, e ovviamente, trattandosi di merce c’è chi può permettersi di comprarla, o addirittura controllarla e possederla, e chi no (la maggior parte). Ma è evidente che, a meno che non si pensi di risolvere il tema della sessualità con dei robot-replicanti sostitutivi degli umani – e per la verità qualcuno ci sta già pensando – la questione non può essere affrontata e risolta dalla scienza o dalla tecnica. A meno che non si arrivi al punto di provare piacere facendo sesso con una super perfezionata bambola artificiale (in questo caso però alzerei le braccia e mi arrenderei…), la questione non può che essere affrontata “umanamente” e non scientificamente.
    Dunque, nel caso della procreazione artificiale, non siamo di fronte ad un problema di scarsità delle risorse. Anzi, potenzialmente ne avremmo in gran quantità…
    E allora cosa c’è dietro questa’ansia di procreazione artificiale? Forse diversi elementi.
    Azzardo qualche ipotesi. Che individuo sarà colui/colei nato/a in provetta? Cosa gli racconteranno i genitori che lo hanno “comprato” in un laboratorio quando il “loro” figliolo, dopo aver capito che non lo ha portato la cicogna (questa bella favola che tutti noi abbiamo più o meno vissuto non esisterà più perché saltata a piè pari nell’immaginario collettivo, anche dei più piccoli) gli chiederà come è nato? (e non potrà neanche più intonargli, da grandicello, il famoso ritornello di Pierino, per chi se lo ricorda, dove alla mamma che gli spiega che lo ha portato la cicogna, il figlio-monello risponde“O me cojoni, oppure tu e papà nun siete boni”…).
    Dicevo. Che persona sarà quella nata in un laboratorio? Quindi figlia non dell’incontro fra un maschile e un femminile, non cresciuta da un paterno e un materno (perché, ovviamente, chiunque, uomo, donna, gay, lesbica, singolo/a, in coppia ecc. potrà comprare figli), quindi figlia di non si sa bene cosa. Quale relazione avrà innanzitutto con se stessa, sentirà di avere delle radici (antropologiche, umane), come e cosa si sentirà come ente nel mondo? Marx definiva gli uomini come “enti naturali”. Potrà quella persona continuare a sentirsi tale? Quali effetti sulla sua psiche potrà avere tutto ciò? Quale sarà la sua capacità/possibilità di acquisire/conquistare coscienza e consapevolezza di se? Quale sarà il suo rapporto con il contesto sociale? Come si sentirà rispetto a chi è invece nato per vie “naturali”? E il rapporto con la politica? Sarà una persona più forte o più fragile, più o meno manipolabile?
    Sono solo interrogativi che mi pongo, sia chiaro, la discussione resta apertissima. Una sola cosa, anzi due. La prima è che ancora, per la grande maggioranza delle persone, questa può sembrare fantascienza, ma non lo è affatto. Ci siamo e siamo molto vicini ad oltrepassare quelle frontiere.
    La seconda. Sono un grande sostenitore della scienza, a scanso di equivoci, da bravo figlio (anche se critico) dei “lumi”, come si suol dire. Ma qui la questione va ben oltre la ricerca scientifica e riguarda la natura stessa dell’uomo, chi siamo, dove andiamo, cosa vorremmo essere. Se andiamo a vedere sono quelle famose domande che da sempre ci poniamo.

  14. Alessandro Giuliani
    26 giugno 2014 at 12:49

    Fabrizio pone delle domande cruciali che necessitano di una risposta quando giustamente si (ci) chiede perché invece di dedicarci a bizzarrie o a casi in cui la natura fa già benissimo da sola (procreazione) non ci si concentra su cose come cancro, aids ecc.
    Allora il punto è che le cose su cui ci si ‘concentra’ non sono necessariamente quelle su cui si racconta di concentrarsi…cercherò di chiarirmi.
    Il problema più pressante per gli scienziati è attualmente la loro occupazione, cioè il portare a casa lo stipendio, il che li accomuna a tutti i lavoratori. A differenza di altri lavoratori però gli scienziati hanno una ‘committenza’ dai contorni molto vaghi, insomma un idraulico o un muratore sa individuare perfettamente chi e perché gli ordina una riparazione, nel caso degli scienziati la cosa è molto più complessa.
    Fino a pochi decenni fa (almeno in Europa e in Giappone, negli Stati Uniti la situazione stava già cambiando) gli scienziati erano per la gran parte degli impiegati statali con il posto fisso o impiegati in grandi e floride industrie e quindi anche loro praticamente al riparo dalle intemperie. In queste condizioni il problema della committenza non si poneva se non in termini puramente culturali del tipo ‘a chi servirà questa mia ricerca..’ ma certo non in termini di pagnotta.
    La situazione ora è irriconoscibile, se si esclude una strettissima minoranza di persone relativamente in là con gli anni e che hanno il privilegio di occuparsi di scienza teorica e/o computazionale (come il sottoscritto) che hanno il loro bel posto fisso e non necessitano di nulla per la propria ricerca se non un PC e la corrente elettrica, gli scienziati si trovano a dover mendicare fondi ad agenzie pubbliche come la UE, l’NIH (National Institute of Health), l’NSF (National Science Foundation), o a ‘charities’ più o meno private come le varie associazioni che promuovono le cure per certe malattie, poi c’è il mondo totalmente privato della grande industria che, a differenza del passato, trova molto più comodo e redditizio non ‘tenersi in casa’ la ricerca ma invece commissionarla in outsourcing a università ed enti di ricerca. Insomma è la precarizzazione totale, usatissimo espediente di questi tempi e che tutti conosciamo bene.
    Ora, il punto è che queste agenzie (sia le pubbliche che le private) non hanno, in tempi di finanza veloce, alcuna intenzione e neanche possibilità di investire sull’ordine dei decenni (che è la scala congrua per affrontare cose come il cancro, di fatto la famosa ‘war on cancer’ lanciata da Nixon negli anni 70 come obiettivo a trenta anni è ormai assodato che sia stata persa però da questa sconfitta gli scienziati hanno capito che bisogna ripartire su basi nuove e che per altri trenta anni dovremo lavorare di scienza di base). Il punto è ‘ma chi glielo dice agli investitori che prima di decenni non vedranno alcun ritorno ?’ ..allora il punto è ‘alzare la caciara’ facendo balenare alle porzioni ‘influenti’ della società in termini di opinione (e conseguentemente di allocazione delle risorse, un guaio inaspettato della democrazia è stato quello di far coincidere l’influenza delle persone con la loro capacità di spendere..) ‘miracoli a breve’ e soprattutto felicità in un mondo sempre più infelice. Come diceva il CEO di una grande industria farmaceutica: ‘i sani sono molti di più dei malati, è quindi molto più conveniente produrre medicine per i sani che per i malati, visto che il mercato è infinitamente più grande’
    Quindi il punto è ‘far sentire tutti in qualche modo dei malati bisognosi di cure’
    Ecco allora che la naturale infertilità di chi ha atteso fino a quaranta anni (per motivi di carriera , di posizione sociale, di voglia di divertimento da ‘adulti’) per provare ad avere un figlio sia percepita come una malattia (l’assurdo diritto al figlio come se si trattasse di un bene di consumo) e quindi rappresenti un mercato appetibilissimo, una grande leva per chiedere finanziamenti. Il paradossale è che con la scienza questo non ha nulla a che vedere , è tutt’al più un fatto tecnico, (ragazzi vi prego separate la scienza dalla tecnica se no non ci capiamo nulla) però lo scienziato dice ‘Ma che ci frega, diciamo che questa ricerca serve alla cura dell’infertilità, poi facciamo quello che interessa a noi’ Ora ‘quello che interessa a noi’ è qualcosa di completamente astruso e di cui il committente non ha alcuna contezza tipo ‘la proteina GKC11 ha un diverso funzionamento dopo fosforilazione ?’ e la strada dalla proteina alla cura dell’infertilità non è altro che un artifizio retorico per bussare a soldi. Ora, agli scienziati sembra così di essere furbissimi e di far si che una massa di stupidi (tutti i non scienziati) li finanzino immaginando una immediata ricaduta nel sociale, che magari ci sarà anche ma che non è DIRETTAMENTE l’oggetto del loro investigare. In realtà molto spesso la furbizia denota una prospettiva limitata, e anche in questo caso accade che così gli scienziati si leghino mani e piedi alla propaganda che implica che sia USA che UE proclamino spocchiose ‘Brain Initiatives’ e ‘secoli del cervello’ facendo chiaramente intendere che dagli scienziati vogliono solo improbabili dichiarazioni di potenza conoscitiva (in realtà assente) per rimbambire di psicofarmaci una massa crescente di infelici…
    Insomma , se è vero che la tecnica assume un potere inquietante, è altrettanto vero che scienziati e tecnici (nella gran parte) sono a loro volta massa di manovra del consenso..

  15. Fabrizio Marchi
    26 giugno 2014 at 13:40

    E a questo punto, dopo la risposta di Alessandro, rientra prepotentemente e inevitabilmente in gioco la Politica. Perché chi, se non la Politica, con la P maiuscola, è quella in grado di indirizzare la ricerca in una direzione e non in un’altra? Chi se non la Politica è preposta a far sì che vengano adottate politiche pubbliche per la ricerca contro i cancro o l’AIDS? Tradotto, non è forse giusto che la scienza, come la sanità, come l’istruzione, debba essere pubblica, finanziata con finanziamenti pubblici? E questo non implica forse la scelta politica di tagliare da altre parti e di investire in ciò che si ritiene sia prioritario?
    Chi può fare tutto ciò? Forse la mano invisibile del Mercato? Ho forti dubbi, perché come ha appena spiegato Alessandro, è proprio quella mano (e contestuale smantellamento del pubblico) che ci ha portati in questa situazione. Dopo di che, sia chiaro, nulla toglie che una multinazionale faccia le sue ricerche in piena libertà nella direzione che meglio crede opportuna per i suoi interessi di mercato (a condizione che rispetti la legge e paghi le tasse anche per finanziare la ricerca scientifica pubblica).
    Però, appunto, è evidente che ci vuole una volontà politica che riporti la ricerca scientifica nelle mani dello Stato, cioè del pubblico, cioè in ultima analisi, per lo meno in linea teorica, del popolo (sappiamo che le cose sono assai più complesse, ma ora facciamo a capirci…).
    E non basta. Perché ci vuole uno Stato che affondi le sue radici in un sistema di valori saldamente ancorato ai quei principi di libertà, eguaglianza, democrazia, che poi sono in fondo quelli della nostra Costituzione (sia pur disattesi…).
    Ecco cosa intendo quando dico che la Politica deve avere il primato su tutto il resto. La Politica intesa nel senso più alto e nobile del termine, cioè la partecipazione e il controllo democratico sulla cosa pubblica che deve essere trasparente. Sono convinto che in questa fase storica la democrazia stessa, concettualmente intesa e ben oltre le kermesse elettorali e mediatiche alle quali siamo chiamati a partecipare , sia in serio pericolo.
    Difendere ed ampliare gli spazi democratici dall’ ”aggressione” di un sistema capitalistico che tende a diventare sempre più “postmodernamente” autoritario e pervasivo, è diventato un imperativo categorico per chiunque creda in quei valori a cui facevo riferimento sopra che, è bene ricordarlo senza nessuna enfasi ma solo perché è la verità, scaturiscono dalla lotta contro il nazifascismo che ha visto l’unità di forze politiche molto diverse fra loro ma che hanno saputo trovare un momento di sintesi alta, proprio in quel momento storico.

  16. Rino DV
    26 giugno 2014 at 15:59

    Sociofilosofia della scienza. E’ di questo che ci occupiamo qui.
    Bene.
    .
    Pare che le cose siano andate così: si cercava un rimedio alla calvizie. Mercato potenziale immenso, in rispondenza ad un bisogno relativo, stimolabile dalla pubblicità, ma non urgente. Si è trovato il principio attivo del Viagra. Ben altro mercato per estensione e intensità e per giunta senza alcun bisogno di promuovere il prodotto con la pubblicità. Il solo annuncio su media (anche quelli non finanziati dalla Pfizer) e il passaparola bastarono.
    .
    La chiamano serendipicità (cerco una cosa ma ne trovo un’altra).
    .
    Guardo con il telescopio Giove e scopro 4 suoi satelliti. Mi accorgo che sono precisi come un cronometro. Propongo al re di Spagna un sistema per fissare la longitudine con quell’orologio.
    Ma in mare non funziona. Però funziona sulla terraferma. Ne segue che la Francia con le nuove carte si “rimpicciolisce”. Però c’è qualcosa che non va. Ogni tre mesi il cronometro sbaracca di 10 minuti. Si scopre che la luce ha velocità finita e si riesce persino a calcolarla.
    Etc. etc. etc.
    La storia della scienza è un coacervo di trovate geniali, di errori pacchiani, di idee giuste che sembrano sbagliate ma poi si rivelano corrette e poi ancora forse sbagliate, di tentativi falliti, di sfighe tremende, di colpi di fortuna pazzeschi, di intrighi e di alleanze, di errori in buona e di palesi inganni, di studi interminabili e di trovate infantili capaci di stravolgere il mondo. Un intreccio quasi infinito (insondabile nei suoi termini minimi) di eventi folli e razionali, banali e stupefacenti etc. La ricerca del colpevole in criminologia equivale alla ricerca della causa nelle scienze naturali. C’è un effetto (la febbre, il movimento della bussola, le maree) ma chi è il colpevole? Uno o tanti? Che nome gli diamo? Virus, elettrone, fotone, gravitone?
    Si prenda il caso di Ignoto1 (Yara) che è un giallo nella realtà. Bisogna moltiplicarne la complessità per 10, 20, 30 ordini di grandezza per avvicinarsi a quello della storia della scienza.
    .
    Succo: come possiamo sapere prima cosa sarà davvero utile dopo?
    Come sapere prima ciò che prima – appunto – non si sa?
    A quali e quanti settori si potrà applicare una trovata, una invenzione?
    Il grande Faraday avrebbe detto: “A cosa servono i campi elettromagnetici? Non lo so, ma so che un giorno verranno tassati!”
    .
    Orientare la scienza appare necessario, ma quanto è pericoloso? Quanto castrante? Ci provò Bellarmino, ma certo non siamo d’accordo con lui.
    .
    Forse è meglio pensare di lasciar libera quanto più possibile la scienza ma porre dei limiti alle sue applicazioni (la tecnica).
    Sorge però un problema: possiamo fare questo senza intaccare la scienza stessa? Che rapporto reale c’è fra le due, al di là delle apparenze?
    .
    La questione è complessa. Ipercomplessa.
    Non per niente il mio primo art. su questo spazio si occupava di complessità.
    .
    Non offro soluzioni. Pongo domande.
    .
    RDV

  17. Alessandro Giuliani
    26 giugno 2014 at 17:59

    D’accordissimo con Rino, ma la serendipità implica il potersi muovere su due piani (per questo ripeto fino alla noia il punto della separazione fra scienza e tecnica): uno immediato di scienza applicata (dove può benissimo accadere una storia come quella del Viagra ma dove l’obiettivo ‘traslazionale’ è altresì chiaro) e uno del tutto svincolato da ogni ricaduta pratica, puro amore della conoscenza. Poi chiaramente le equazioni di Maxwell sono fondamentali per produrre il televisore ma a Maxwell non gli era manco passato per la testa e il suo scopo era puramente conoscitivo.
    In Germania un pochino fanno così: il circuito degli istituti Max Planck è tenuto protetto dalla corsa ai finanziamenti, è fatto da persone con posto fisso e senza ansie del tipo ‘publish or perish’..lo stesso in parte avviene in Giappone.
    E’ chiaro che questi luoghi ‘devoluti alla pura conoscenza’ (il fatto che magari una scoperta fatta lì tra N anni può anche tornare utile è del tutto accessorio, è insomma un bel regalo ma non un motivo fondante) sono profondamente anti-democratici o meglio, possono esserlo solo in un’ottica generale di accettazione della necessità di un’ottica non immediatamente ‘quantificabile’ in termini di benefici pratici.
    Poi chiaramente ci sono i problemi del reclutamento, di come evitare che si formi una casta perversa di gente talmente lontana dal reale da essere del tutto inconcludente (anche scientificamente, nella scienza il buon senso comune ha un ruolo preponderante)…ma questi sono aspetti troppo dettagliati da essere discussi qui. Può ‘il pubblico’ (che io non identifico necessariamente con lo stato) comportarsi come un principe rinascimentale ? Domanda a cui non so rispondere..

  18. Fabrizio Marchi
    26 giugno 2014 at 18:33

    “Può ‘il pubblico’ (che io non identifico necessariamente con lo stato) comportarsi come un principe rinascimentale ? Domanda a cui non so rispondere..” (Alessandro Giuliani)
    Caro Alessandro, capisco che la questione è estremamente delicata, ma qualcuno dovrà pur decidere… Tanto più che se non è il pubblico a farlo, sono i “privati”, cioè quei gruppi industriali (e farmaceutici, nel caso specifico) che decidono pro domo loro (cioè per i loro profitti), oppure quella casta di scienziati a cui facevi riferimento tu o qualsiasi altra casta. Può anche essere quella dei cosiddetti “intellettuali” (a stipendio). Oggi, a determinare la scelta di ricercare in una direzione o in un’altra sono i grandi gruppi industriali e finanziari e l’ideologia genderista eugenetista laicista e politicamente corretta (la nuova ideologia del capitale) che ben conosciamo.
    Quindi che fare, avrebbe detto qualcuno? Non ci sono molte alternative allo stato. E’ ovvio che lo stato a cui mi riferisco non è il Leviatano hobbesiano, e non è neanche quello che una volta (l’unica intuizione valida in un lungo e tragico elenco di drammatici e grossolani errori/orrori commessi) qualcuno aveva chiamato SIM, cioè Stato Imperialista delle Multinazionali.
    Lo stato a cui mi riferisco è uno stato con un accettabile tasso di democraticità e trasparenza, pur essendo consapevole che lo stato è pur sempre uno strumento o uno degli strumenti dei gruppi sociali dominanti. Però, diciamo così, ci sono delle fasi storiche in cui si riesce a raggiungere un minimo di equilibrio, un punto di mediazione dato dal confronto tra le forze in campo. Oggi non è così perché la vittoria di una delle due parti è stata schiacciante e infatti siamo qui a discutere di questo, nel caso specifico della deriva liberista che ha preso anche la ricerca scientifica, per le ragioni che tu stesso hai spiegato. Per questi motivi, il dibattito sulla scienza e sulla tecnica è anche un dibattito politico. Ed è anche per queste stesse ragioni che la Politica deve riconquistare il posto che le compete e non può essere ridotta o autoridursi (cioè suicidarsi) ad ancella del Mercato e del Capitale.
    Poi, se qualcuno di voi, ha delle alternative da proporre, batta un colpo. Personalmente non ne vedo realisticamente altre.

  19. 26 giugno 2014 at 20:56

    Ovviamente dico subito che non sono un esperto in materia ma, rispondendo a Fabrizio sul famoso “figlio in provetta” ,anzi ,per i tempi che corrono, tutte le persone ormai vorrebbero in provetta una bambina, va beh ..comunque credo che questo derivi da avere il figlio perfetto praticamente “ariano” …
    Il figlio in provetta ,visto che lo potranno averlo tutti i generi di coppie, o anche singoli ,sarà come ad andare a comperare un automobile o qualsiasi altra cosa e non entrerà in ballo la genetica , non so se questo sia un bene ,io ,per esempio ,avendo i reni policistici (malattia genetica) , i vari dottori mi hanno detto chiaramente che sarebbe meglio non avere figli per spezzare la catena , forse in questo caso il figlio in provetta sarebbe anche una soluzione , però non so ,farlo in laboratorio mi sembra ancora strano … sarebbe invece utile che la scienza e la tecnica studiasse un modo per eliminare la malattia, a Vicenza si è fatto passi da gigante (se non sbaglio ,per i reni ,siamo uno degli ospedali migliori d’europa) però non siamo ancora ad una strada che porta ad una cura definitiva .. nel mio caso ,se il rene collassa ,ho la dialisi e poi il trapianto con tutto quello che comporta , se la scienza studiasse una cura meno invasiva di certo non mi farebbe schifo ,scusate per il pario abbastanza personale e forse sono andato anche fuori tema ,scusatemi

  20. Jack
    26 giugno 2014 at 22:33

    Non posso che concordare con Alessandro. Ricorderò come casi celebri quello del Giappone che apparentemente “non aveva malati di depressione” prima che le multinazionali americane introducessero gli psicofarmaci nel loro mercato. Mentre viceversa il successo del Prozac negli US portava persino a delle opere come Prozac Nation, di Elizabeth Wurtzel, in cui si inneggiava alla “liberazione” compiuta attraverso la (Tecno)-chimica, che riusciva a rivelare il “vero se” togliendo di mezzo ogni senso di colpa.
    Dal lato opposto vorrei ricordare come ogni Stato “serio” ha sempre cercato un investimento di lunga durata nella conoscenza assumendo un insieme di persone per la ricerca pura. I Tolomei fondarono il Museo di Alessandria che è stata la prima istituzione scientifica del mondo occidentale e che ebbe tra i suoi “conservatori” persone come Euclide ed Eratostene. Tutti costoro erano “stipendiati” lautamente, nel senso che avevano vitto e alloggio garantito sine die.
    Lo stesso dicasi di Isaac Newton, che ebbe una cattedra a Cambridge su un fondo perpetuo lasciato da un certo Lucas.
    E la cosa continua anche oggi: nel mio campo un certo Michel Devoret era direttore di un importante istituto del CNRS francese, viveva già da papa, ma Yale gli ha offerto 1 milione di dollari, una casa, uno stipendio superiore ai 200.000 dollari l’anno e un lavoro per la moglie, per condurre un gruppo di ricerca sul quantum computing cosa che probabilmente non vedremo che dopo il 2050 o mai (perché non è ancora assodato se funzioni).
    Certo Fabrizio ha ragione il problema della Scienza è politico: quale deve essere il ruolo della Scienza in uno stato democratico? Domanda ormai un poco retorica in questi tempi di post-democrazia in cui lo Stato ha rinunciato ad una politica industriale e quindi a maggior ragione ad una politica di lungo respiro scientifico, lasciando tutto nelle mani del “mercato”, al tempo rapido e impossibile da seguire per qualsiasi scienziato serio della “congiuntura”. Il publish or perish è semplicemente l’attuazione dei principi liberisti di massimizzazione del profitto al campo scientifico: l’investimento in ricerca deve dare subito un “ritorno” in termini di pubblicazione di risultati.
    Per questo la stessa Italia ha messo su la famosa abilitazione nazionale (ASN) in cui tutti i ricercatori italiani sono stati valutati usando degli indici bibliometrici, uno di questi è l’h-index, con il controverso risultato che non ci si è accorti che numerosi premi Nobel e Field medal (il Nobel per i matematici) hanno h=1 perchè del publish or perish non gli è mai fregato nulla.

    Naturalmente il problema del pericolo di una casta di scienziati è ben noto e in questo vi devo segnalare lo studio fondamentale di David Noble “The Religion of Technology” (esiste in italiano con lo stesso titolo) che però non a caso parla di tecnologia non di scienza. Come il problema della democrazia e della trasparenza nella scienza non è affatto banale. Ma il grosso problema attuale della scienza è quello di essere parassitata dal capitale e di assumere modelli di produttività “liberisti” che guardano al profitto immediato non considerando l’investimento “culturale” nei tempi lunghi. Uno dei tormentoni degli ultimi anni è stato per i ricercatori quello della teoria di Andrea Ichino (fratello del più noto Pietro) secondo cui chi si laurea attua un investimento di cui deve essere il solo responsabile: per cui ad esempio si potrebbe pensare di alzare le tasse universitarie fino a livelli assurdi perché, come accade negli US, si può chiedere un prestito in banca che sarà restituito nel corso della carriera professionale. Che sia un ragionamento tipicamente liberista si vede dal fatto che è del tutto trascurato l’effetto “culturale” di miglioramento sociale indotto dall’avere dei “bravi” professionisti (medici, ingengneri, avvocati) che rappresentano un “bene comune” tutto sommato.

    Ora però vorrei tornare al tema principale: capitalismo e tecnica vanno sempre insieme come capitalismo e democrazia? Se nel secondo caso la risposta è sicuramente no, nel primo è più difficile dirlo. E’ evidente che fin dall’inizio (e probabilmente dall’antichità) il capitalismo cerca di asservire la tecnica ai suoi scopi, per cui il capitalismo è sempre “tecnologico” in una misura più o meno grande (lo è anche quello finanziario che utilizza sofisticati programmi per operare transazioni su tempi piccolissimi sempre al fine di massimizzare il profitto). Tuttavia la Tecnica deriva in fondo dalla Scienza, quindi è mantenendo intatto questo collegamento che si può controllarne la deriva, perché a sua volta la Scienza non è il dominio dell'”esperto”, lo scienziato non può ne deve essere avulso dal dibattito pubblico che è sempre politico.

    Devo notare che c’è un’altro tema che è emerso, ma non so se era nelle intenzioni originali dell’autore dell’articolo, che è quello della differenza tra “naturale” e “artificiale”. Questo è anche un bel tema, a mio avviso molto complesso e a cui dare una risposta non è affatto semplice, perché in realtà nulla è totalmente “naturale” ne totalmente “artificiale”. A me però non preoccupa di chi si riterrà figlia il risultato di un essere umano “artificiale” poiché la qualifica di umano significa che in qualche modo troverà in chi gli è vicino un “genitore” o “due genitori”, ma il problema che mi assilla è il “desiderare” che si fa etica perché cedere su questo significa in qualche modo, se questo “desiderio” è indotto dal “mercato”, mercificare anche il campo dell’etica e bene o male a tutti noi credo che il “mercato” nel “tempio” non ci sta affatto bene. Sarò un “guardiano della morale” come dice la Marzano ma resto convinto che gli affetti e l’amore non si comprano.

  21. armando
    2 luglio 2014 at 15:13

    Trovo che la discussione sia di estremo interesse, benchè di difficile conclusione in quanto non esistono, e non possono esistere , risposte chiare, piuttosto domande assillanti. Vengono toccati punti importanti ognuno dei quali meriterebbe un suo proprio sviluppo.
    Credo però si debba partire da un punto fondamentale. Nel suo post del 25 giugno, Jack accenna al sospetto che il capitalismo sia esistito da sempre. Se così fosse, avrebbero ragione coloro che lo considerano l’espressione più genuina della natura umana e perciò sistema astorico e pienamente legittimato, con la possibilità, al più, di qualche correzione che ne emendi i difetti maggiori. Non credo sia così.
    Ciò che lo contraddistingue non è la ricerca del profitto, nè l’esistenza della proprietà privata, neanche quella dei mezzi di produzione. Una società di piccoli artigiani e piccoli coltivatori non può dirsi, in quanto tale, capitalistica. Sono la separazione del produttore a)dai suoi mezzi di produzione e b)dal prodotto del suo lavoro, nonchè la sostituzione dello scambio diretto fra produttore e consumatore con l’intermediazione astratta del mercato, che fanno sì che si possa parlare propriamente di capitaliamo. Il quale ha una ulteriore specificazione: il valore di scambio si autonomizza dal valore d’uso, che non solo non è più sotteso al primo come suo presupposto “naturale”, ma viene esso stesso “creato” (o indotto) in funzione del primo. Oggi lo vediamo chiaramente, ed il motivo mi sembra semplice. Il capitale tende riprodursi illimitatamente, e per poterlo fare necessita di drogare i desideri, di stimolarli continuamente anche in campi e settori sempre più nuovi (si veda ad esempio la questione della procreazione artificiale) ma mai di soddisfarli del tutto. E’ cio che jack definisce il desiderio perpetuo di beni per la realizzazione di sè. Da quì discende immediatamente un’altra considerazione, spesso sviluppata negli interventi, sulla scarsità delle risorse. E’, questo, un concetto non assoluto, ma relativo alla quantità e qualità dei desideri da soddisfare, come bene scriveva Ivan Illich. Più crescono, più cresce anche la sensazione di scarsità.
    Il meccanismo è identico a quello a cui accennavano Roberto e Alessandro Giuliani il 26 giugno a proprosito di medicalizzazione dell’esistenza: farci sentire “malati” o “bisognosi” per propinarci la cura o l’oggetto che ci darà sollievo (sempre momentaneo, beninteso). Anche l’evoluzione della medicina, da curativa a preventiva ed infine predittiva, va nello stesso senso, con in più una enorme implicazione etica. Se sarà possibile predirre certe malattie genetiche (e trascurando il non piccolo particolare dell’attendibilità della predizione), sarà considerato “non etico”, far nascere un bambino a rischio. Non etico per il bambino stesso, destinato ad una vita infelice come se si avesse il segreto della felicità, non etico nei confronti della società che dovrebbe sopportare costi molto alti. Ecco che l’etica divente dipendente dalla tecnica o meglio dalle decisioni politiche ed economiche che decretano il suo sviluppo in un campo piuttosto che in un altro, ed entrambe, tecnica ed etica, diventano funzionali alla riproduzione del capitale. Si materializza in tal modo anche il fantasma mai sopito dell’eugenetica, che è bene ricordare essere nata in ambienti progressisti e solo poi sviluppata in senso dichiaratamente razzista dal nazismo. Fra eugenetica progressita e nazista c’era una sola differenza. Entrambe miravano al miglioramento della specie umana, sebbene si raccontassero la favola in modi diversi, gli uni per amore dell’uomo gli altri dell’ariano. Solo che quella nazista era imposta a forza dallo Stato mentre quella progressista è individuale e ottenuta col “convincimento” culturale (leggasi questione etiche di cui sopra) cioè “democratica”.
    A parte, appunto, il senso del convincimento etico di cui ho già detto, il risultato sarà lo stesso, quello di un’umanità inquadrata in falange che pensa e agisce nello stessa direzione, quella che interessa al potere per scopi per niente filantropici benchè ammantati di retorica sui “diritti” degli individui e quant’altro.
    E quì è inevitabile parlare di democrazia e di Stato.
    Mi dichiaro subito d’accordo con Costanzo Preve (ma anche con autori conservatori quali Scruton o Fronen) per i quali la democrazia non può essere nè solo una procedura formale, nè solo una questione di contenuti. Fosse solo una procedura, rispettata questa anche la più infame delle decisioni sarebbe legittima. Fosse solo una questione di contenuti, saremmo esposti al pericolo di dittature, con fortuna se si trattasse di dittature illuminate, con sfortuna se si trattasse di autocrazie, peraltro spesso iniziate con le migliori intenzioni. Ora, se è evidente di debbano individuare strumenti di partecipazione popolare autentica e non drogata come ora, alle decisioni che ci riguardano tutti, il tema dei contenuti è assai spinoso ma non meno importante. Dove si situa il limite fra un contenuto legittimo e uno illegittimo? Esiste o non esiste una verità che non può essere negata o contraddetta? La questione può essere posta anche in altro modo. Uno Stato e il suo sistema di leggi, debbono avere dei limiti, e quali, e come determinati? La risposta, o meglio il tentativo di risposta che io do è che si, certi limiti non possono non esistere. Li si rintracci nel diritto naturale, li si consideri frutto di rivelazione o verità elaborate filosoficamente poco importa, a mio avviso. Ciò che conta è che ci debbano essere e che si discuta su di essi a partire dalla loro esistenza. Ma tutto ciò è all’opposto del modo di essere del capitale che per sua natura non ammette limiti alla sua riproduzione. Quelli di ieri erano dovuti soltanto all’esistenza di spazi nella vita sociale e individuale fuori dal suo circuito, spazi in cui non era ancora dilagato e che potevano farlo pensare ancora come semplice sistema razionale di produzione (il migliore) di beni e ricchezza la cui redisribuzione era compito della politica. Oggi si vede che non e, o non è più, così. Per concludere, che dire? Solo che tecnica, etica, e capitale sono diventati inestricabilmente connessi anche nell’immaginario collettivo ma anche che, per quanto mi riguarda, mi ostino a credere che possano ancora essere separati perchè a) Il capitale non è eterno, b)L’etica invece lo è, e c) La tecnica si impone come meccanismo impersonale e a-ideologico solo perchè se ne è fatta un feticcio.

  22. armando
    21 agosto 2015 at 13:24

    Le domande poste da Rino, a un anno di distanza, sono più che mai attuali. La tecnica si impone oltre la “razionalità” del mercato, oppure è la “razionalità” del mercato a imporsi alla tecnica (si farà ciò che tecnicamente sarebbe possibile se e solo se esiste convenienza economica, ossia profitto)?
    Credo si debba partire dallo smitizzare il concetto utilitaristico e meccanicistico di razionalità. Una cosa è la ragione calcolante, una cosa è la razionalità intesa come bene per gli esseri umani. Sfido chiunque a dimostrare che una decisione che porti benefici a tutta la comunità sia non razionale anche se implica rinuncia al profitto o all’applicazione di certe tecniche. Nè la tecnica nè il mercato possono autolimitarsi per ragioni loro intrinseche o possono agire fuori dalla loro logica nella quale etica e morale non sono contemplate. Possono, al massimo, competere fra di loro, ma vinca uno o l’altra l’esito non sarà positivo. TEcnica e mercato sono sempre creazioni umane, e solo l’uomo li può limitare ove abbia consapevolezza che il suo bene presuppone una razionalità superiore al puro calcolo. Sono dunque necessari fattori esterni a tecnica e mercato.
    Se è così, come sono convinto sia, allora la domanda si sposta. Come e chi decide cosa è bene per gli uomini, ossia una ragione superiore a quella della tecnica e/o del profitto?. Attenendomi alla terra, dico ciò che è bene per gli uomini lo debbano decidere gli stessi uomini, a condizione che se ne offra loro una vera opportunità che presuppone una reale conoscenza. Ma ciò esclude la delega agli “esperti”, scienziati, economisti o tecnocrati che siano, che invece è proprio quello che accade oggi, anche e soprattutto nei paesi così detti democratici dove i cittadini sono chiamati in pratica a ratificare decisioni prese in altra sede. E’, credo, solo in un contesto comunitario che la partecipazione dei cittadini può essere effettivamente democratica. Poi si può discutere (non lo farò) se una comunità , per essere tale, debba essere fondata teologicamente o filosoficamente, ma ciò che conta è che la comunità sia vincolata da credenze, usi, tradizioni, costumi, condivisi. Solo così le differenze di ide e interessi, che pure sono connaturate e ben vengano, potranno essere compensate e mediate senza mettere in pericolo la comunità stessa. Vale anche per le risposte che gli uomini possono dare alle innovazioni tecniche. Porto un esempio reale, non perchè credo possa riproporsi tal quale su scala planetaria, ma per il principio ispiratore. La comunità Amish, in Usa, prima di introdurre una novità la sperimenta per un certo tempo. Lo hanno fatto per i cellulari, lo fanno per altre cose. Al termine della sperimentazione, in cui se ne possono valutare gli effetti sulla comunità stessa, decidono se quell’innovazione può essere introdotta, ossia se i benefici sono maggiori delle controindicazioni, e se la risposta è positiva, decidono le forme d’uso e i tempi.
    A me sembra un modo molto razionale di procedere, che procede a partire dall’equilibrio della comunità come il bene superiore da conservare prima di tutto.
    La letteratura ci offre altri esempi. Wendel Berry, nel romanzo Jayder Crow, ci parla di una piccola comunità agricola nel Kentuchy che fu disgregata, e con essa i rapporti umani fra i suoi membri che erano molto solidali, dall’introduzione di nuove tecniche agricole più redditizie economicamente. Tecnica e mercato questa volta uniti nella lotta, viene da dire, contro l’essere umano.

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