Tecnici, funzionari e burocrati, ma docenti non ne vogliamo…

Il prossimo concorso ordinario per l’assunzione nella scuola secondaria di circa 33.000 docenti (su 430.000 candidati) si svolgerà all’insegna del più trito e ritrito nozionismo e delle sempiterne logiche burocratiche.

E’ prevista una prova preselettiva la cui sola finalità è sfoltire il numero dei candidati – indipendentemente dalla loro preparazione e competenza nelle materie che si sono candidati ad insegnare – che verranno presumibilmente ridotti di almeno il 40% se non della metà. La prova prevede di rispondere in 60 minuti a 60 quiz di vario genere (logica, matematica, insiemistica, abilità di calcolo, calcolo combinatorio, probabilistico, trasformazioni simboliche, “problem solving”, abilità visiva con numeri e lettere e naturalmente e soprattutto una montagna di burocrazia, normativa scolastica, conoscenza dell’amministrazione, metodologia didattica).

Coloro che riusciranno a superare la prova preselettiva dovranno sostenere due prove scritte, di cui soltanto una sulle materie specifiche per le quali ciascun docente concorre (lettere, storia e filosofia, latino e greco, matematica, storia dell’arte ecc.). La prima avrà infatti come oggetto proprio quella montagna di burocrazia di cui sopra.

Ora, qualsiasi docente è perfettamente consapevole della totale inutilità di questo genere di prove (quiz e conoscenza amministrativo-burocratica) ai fini dell’insegnamento ed è ancora più consapevole di come siano totalmente inadeguate per valutare le effettive capacità di un insegnante.

Al contrario, questa modalità di selezione finisce molto spesso, se non il più delle volte, per penalizzare proprio le persone più competenti e brillanti nelle loro materie e favorire quelle che lo sono di meno però provviste di una maggiore praticità e destrezza (per quanto riguarda i quiz della prova preselettiva), o di una maggiore attitudine ad uno studio mnemonico, nozionistico e, lasciatemelo dire, pallosissimo (mi riferisco sempre a quell’inutile carico di nozioni amministrative e burocratiche a cui ho già fatto cenno).

E’ con queste modalità, dunque, che anche la ministra Azzolina – in perfetta e totale continuità con tutti i suoi predecessori fin dai tempi della fondazione dello stato unitario – ha deciso che verrà selezionato un docente di lettere o di filosofia o di qualsiasi altra materia. Non sulla sua effettiva competenza, bagaglio culturale, doti dialettiche, capacità di impostare una lezione e tenere viva l’attenzione di una classe bensì sulla base di “criteri” che hanno a che vedere con una competenza, diciamo così, burocratico-amministrativa e altri tendenti a premiare una sorta di attitudine alla “destrezza”, alla “rapidità di esecuzione di una mansione” e alla “ragione calcolante”.

Eppure anche lei è stata un’insegnante (anche precaria) prima di essere stata miracolata (chiedo scusa, diventare ministro). Ergo, certe cose dovrebbe saperle e, a mio parere, le sa, anche se non è un pozzo di intelletto. Tuttavia sceglie di seguire la solita vecchia strada, proprio lei che appartiene ad un partito che, fra le altre cose, aveva fatto del rinnovamento complessivo della società e delle istituzioni uno dei suoi cavalli di battaglia. Perché? Ci si chiederà legittimamente.

Quello che ha in testa a livello personale la Azzolina non lo so e non mi interessa neanche saperlo, a dire il vero. Quello che conta sono i fatti. E questi ultimi ci dicono con chiarezza due cose.

La prima è che questo paese è ancora fortemente impregnato di una cultura e di una mentalità burocratica tuttora viva e vegeta più che mai. Del resto, questo stesso concorso assomiglia più ad un concorso per funzionari amministrativi piuttosto che per docenti, il che è contraddittorio e illogico per chi è dotato di un briciolo di buon senso e sa cosa è la scuola e quali devono essere le reali competenze di un insegnante.

La seconda è che questa mentalità burocratica ha finito per sposarsi con quella “cultura” (sto peccando di generosità a definirla tale…) che proviene, guarda caso, dall’altra sponda dell’Atlantico, per la quale anche e soprattutto i docenti devono essere considerati e devono considerarsi dei funzionari, cioè letteralmente dei “facenti funzione”. Il docente non deve essere un educatore, un maestro, un “formatore” (nel senso alto del termine), un portatore di conoscenza, un “agente” della dialettica (passatemi la metafora…), ma un funzionario preposto alla trasmissione di un “sapere” settoriale, di fatto un tecnico.

Naturalmente, tutto ciò non è affatto casuale. E’ il processo, appunto, di “tecnicizzazione” in corso e il conseguente impoverimento di una scuola che ha smarrito quella vocazione ad una formazione culturale e umana complessiva che nella cosiddetta “scuola di massa” tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso aveva in parte cominciato ad intravvedersi, pur fra tante contraddizioni. Ma è evidente che sto parlando di un’altra epoca.

Tutto molto triste…

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3 commenti per “Tecnici, funzionari e burocrati, ma docenti non ne vogliamo…

  1. Mario Galati
    7 ottobre 2020 at 9:01

    Sottoscrivo quanto detto da Fabrizio Marchi e, a conferma e rafforzamento, aggiungo che questi quiz esigono, in certi casi, anche la risposta sbagliata, ma l’unica ammessa secondo la razionalità di chi li ha impostati: non si ammettono ragionamenti diversi, seppure più complessi e più giusti.
    Non è ammesso ragionare e ragionare meglio. Non sono ammesse alternative, seppure perfettamente coerenti e plausibili; anzi, anche più corrette.
    È un a cosa vera, già rilevata ai tempi del primo quizzone per docenti.

  2. Mario Galati
    7 ottobre 2020 at 9:09

    Una risposta che tiene conto di una maggiore complessità è più vera, secondo l’assunto hegeliano per il quale la verità è l’intero. Ma la verità è pericolosa per il potere capitalistico. Un pensiero complesso, non un automatico esecutore, non è funzionale al sistema ed è pericoloso.
    Perciò, largo a funzionari burocrati col paraocchi, detti “insegnanti”.

  3. Alessandro
    7 ottobre 2020 at 12:24

    Piddizzazione 5S. In effetti non si capisce che cosa ci sia di diverso in un simile concorso rispetto alla solita solfa, anzi in questo caso forse si riesce anche a far peggio. Oltre tutto non si capisce proprio che senso abbia organizzare un concorso in presenza in piena pandemia. Forse l’Azzolina come tutti i suoi predecessori vuol mettere un’altra bandierina sull’agonizzante mondo della scuola.
    Fino a una decina d’anni fa il reclutamento passava principalmente attraverso la SSIS. Sulla SSIS ci sarebbe tanto da scrivere, ma l’idea, pur messa in pratica maluccio, era buona. Tra l’altro portava anche quattrini alle Università. Poi si è deciso di abolirla. Perchè? La ragione principale è dovuta al fatto che i concorsi da sempre sono più facilmente pilotabili. Troppi “intrusi” entravano nel modo della scuola attraverso la SSIS.
    L’idea di una scrematura iniziale dei partecipanti è corretta, ma questa dev’essere fatta solo ed esclusivamente sulle discipline di cui si ricerca l’abilitazione, come accadeva con la SSIS ( prove strutturate a risposta multipla), non sulle demenzialità previste da questo concorso, come se fosse una sorta di sfida a parole crociate ( giustamente nell’articolo si evidenzia che questa robaccia arriva da oltre oceano sponda a stelle e strisce e noi da buona colonia applichiamo).
    A volte è meglio non fare piuttosto che produrre castronerie, ma è una massima tenuta in scarsa considerazione.

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