Tim Cook, Apple, diritti civili e neocapitalismo: work in progress negli States

storia del logo apple

Con la sua uscita pubblica, Tim Cook, successore di Steve Jobs alla Apple, in un articolo sul Businessweek mette da parte il suo ‘desiderio di privacy’ e fa quello che è comunemente detto ‘outing’: “Sono fiero di essere gay e considero la mia omosessualità tra i più grandi doni che Dio mi ha dato”. Il manager della multinazionale dell’elettronica ha poi proseguito: “Certo, ho avuto la fortuna di lavorare in un’azienda che ama la creatività e l’innovazione e sa che possono crescere solo quando accogli le diversità tra le persone. Non tutti sono così fortunati”.[1] Quello che ci colpisce non è tanto l’esternazione del successore di Jobs –un’icona per la sinistra cultural-snob –, ma la partecipazione del manager al GayPride di San Francisco di quest’anno (che è un suo sacrosanto diritto). Tutto ciò ci permette di fare una riflessione più ampia.

Con il patrocinio della Apple: nelle foto scattate dalla folla si può infatti vedere il CEO di Apple e tanti impiegati al suo seguito con magliette bianche e logo Apple colorato con i colori dell’arcobaleno con tanto di scritta “Pride”. Cook ha inoltre dichiarato che “Apple sostiene fortemente l’uguaglianza nel matrimonio”. Per gli organizzatori del GayPride avere Apple come sponsor è stato davvero importante poichè conferisce un’enorme opportunità per dare visibilità al messaggio secondo cui “essere gay è bello”. Infatti, come nota l’opinionista de la Repubblica Federico Rampini,

“La decisione del 53enne Cook corona un’evoluzione dei costumi che in poco tempo ha cambiato l’America. Vivere apertamente la propria omosessualità ormai non è più un comportamento trasgressivo, non è più una libertà limitata a categorie speciali come gli artisti. È l’establishment del capitalismo Usa ad abbracciare la parità dei diritti e la trasparenza sulle preferenze sessuali. La California ne ha fatto una forza: l’attrazione che la Silicon Valley sprigiona verso i talenti creativi del mondo intero, deriva anche dalla sua apertura ad ogni forma di diversità. La rivelazione di Cook giunge al culmine di altri gesti significativi: da anni Apple, Google, Facebook e altre aziende digitali partecipano ufficialmente al Gay Pride di San Francisco; e offrono ai propri dipendenti assicurazioni sanitarie che includono l’assistenza medica ai partner dello stesso sesso. Non è solo il capitalismo digitale, da sempre progressista sui diritti civili, ad avere abbattuto le barriere. Sul terreno valoriale non è da meno Wall Street: i vertici di Goldman Sachs versarono donazioni generose per la campagna sui matrimoni gay. […] i sondaggi dimostrano che lui [Cook] ha saputo interpretare una travolgente metamorfosi dell’opinione pubblica. Il parere degli americani sui matrimoni omosessuali si è spostato in modo spettacolare in pochi anni. Lo scarto generazionale è impressionante, le ultime sacche di resistenza si ritrovano nella popolazione anziana, mentre fra i giovani i matrimoni gay ottengono un consenso schiacciante. La vicenda di Tim Cook ricorda però che l’evoluzione del costume non impedisce la sopravvivenza di pregiudizi tenaci, ostilità e paure. In fondo il suo coming out dovrebbe fare notizia perché tardivo. Nella California dove nacque il movimento per i diritti dei gay, insieme con le punte avanzate dell’ambientalismo e del femminismo, il movimento hippy e l’attrazione verso il buddismo zen, il chief executive più potente del mondo (per capitalizzazione di Borsa) ha dovuto aspettare fino all’ottobre del 2014? Lo stesso Cook ha sentito il bisogno di giustificarsi: ‘Siamo già una delle aziende più osservate del mondo, mi piace concentrare l’attenzione sui nostri prodotti’”.[2]

Insomma, la quadratura del cerchio di un Capitalismo che si lava la coscienza elevando a divinità assoluta il matrimonio omosessuale – innalzato a vessillo di ogni libertà, una necessità impellente da fare assolutamente, pena l’essere bannati e bollati come ‘omofobi’, ‘fascisti’ o ‘putiniani’. Ma intanto, nel febbraio del 2013, con in cassa un patrimonio di ben 140 miliardi di dollari, cifra pazzesca che fa senz’altro molto gola agli azionisti, la multinazionale informatica viene citata in giudizio per la mancata distribuzione dei dividendi agli azionisti, facendo così intervenire David Einhorn, direttore responsabile dei fondi pensione Greenlight Capital, che denuncia la Apple e presenta una lettera aperta agli azionisti, chiedendo loro di votare contro una mozione dei vertici aziendali che eliminerebbe dallo statuto la possibilità di emettere titoli privilegiati,

“una proposta che ‘limiterebbe la possibilità di liberare il valore nel bilancio della società’. La proposta di Greenlight Capital è la creazione di un titolo privilegiato da distribuire gratuitamente agli attuali soci Apple da sfruttar e per ottenere dividendi rilevanti. Secondo i calcoli di Einhorn, ogni 50 miliardi di dollari di titoli privilegiati, il titolo Apple guadagnerebbe 32$. Usando la metà dei suoi utili, la casa di Cupertino potrebbe emettere titoli per 500 miliardi e sbloccare un valore di 320 dollari per ciascun’azione. Non tutti sono favorevoli all’idea di Einhorn e, tra chi non è favorevole alla proposta, il fondo di pensione californiano Calpers, che controlla di 2.7 milioni di azioni Apple”.[3]

Il fatto che una multinazionale dell’informatica abbia deciso di mettersi in prima fila nel ‘Grande Processo di Liberazione’ – ovviamente dell’individuo singolo – è il segnale che è in corso un grande cambiamento in seno a quella che per comodità, usando la terminologia marxista, definiremmo come ‘borghesia’: essa, per sopravvivere e per far sopravvivere il modello produttivo che la caratterizza da sempre, cioè il Capitalismo, che dal tracollo del fordismo e dall’avvento del postfordismo si è proiettato in una fase di finanziarizzazione assoluta e postmoderna, non può più caratterizzarsi come classe ‘conservatrice’. A riguardo il defunto filosofo marxiano Costanzo Preve scrisse che stiamo assistendo allo sviluppo di un sistema sostanzialmente post-borghese e al contempo post-proletario, in cui il modello di produzione, il neocapitalismo,

“ha liberalizzato la sua etica e il suo riferimento alla religione, e lo ha fatto spinto dalla sua intrinseca logica ad allargare la mercificazione universale dei beni e dei servizi, per cui oggi sono mercificati beni e servizi che la borghesia classica intendeva invece preservare dalla sua stessa attività mercificante. I marxisti sciocchi e superficiali naturalmente non capiscono questa distinzione elementare, e continuano a definire ‘forze conservatrici’ le forze economiche e politiche capitalistiche, laddove ovviamente è il contrario. Esse non ‘conservano’ proprio nulla”.[4]

Quelli che definiscono “‘forze conservatrici’ le forze economiche e politiche capitalistiche, laddove ovviamente è il contrario”, riflettano sulla figura “conservatrice” di Silvio Berlusconi, sull’etica predicata dalle sue televisioni e nel privato, e daranno ragione, se onesti intellettualmente, a Preve. O riflettano sul fatto che il caso Tim Cook/Apple non sono inediti, ma altre forze economico-finanziarie sono in sintonia su tali temi. La scelta di Barack Obama di dire ‘SI’ al matrimonio gay nel 2012, sebbene abbia cercato di dipingere la scelta come “un atto personale, che mi è stato chiesto anche da mia moglie e dalle mie figlie”, non è indipendente: il Fatto Quotidiano registra infatti che

“C’è poi l’aspetto economico. Come ha mostrato la rivista Advocate, un grande finanziatore di Obama su sei è omosessuale (in gergo politico si chiamano “bundlers”, sono coloro che mettono assieme più di mezzo milione di dollari, raccolti da vari donatori e fonti). Sono gay “bundlers” come Dana Perlman, avvocato di Los Angeles, l’interior designer Michael S. Smith, il dirigente di HBO James Costos. Sono gay o lesbiche finanziatori importanti come Sally Susman, executive di Pfizer, o il filantropo texano Eugene Sepulveda (entrambi donano 500 mila dollari). Sono gay, infine, il direttore finanziario della campagna per la rielezione di Obama, Rufus Gifford, e il tesoriere del partito democratico, Andrei Tobias. Nelle ultime settimane finanziatori e “bundlers” gay diventati sempre più insofferenti, di fronte ai silenzi e alle timidezze di Obama. La dichiarazione di ieri, quindi, riporta il sereno e, con ogni probabilità, porterà un afflusso ancora più consistente di dollari nelle casse del presidente”.[5]

 

Insomma, Obama deve la sua rielezione anche ai finanziamenti della ricchissima e famosa ‘lobby gay’ (e negli States la politica la fanno esclusivamente le lobby), che ha le sue roccaforti a New York, a Washington D.C. e a San Francisco, ed è legata non tanto alle masse che tradizionalmente votano per i democratici quanto alle èlite ‘progressiste’ e aperte sui diritti civili e umani, che puntano su riforme che vanno a incidere su aspetti “sovrastrutturali”, ma non su quelli sociali, che intaccherebbero così la ‘struttura’; una lobby composta anche da figure “conservatrici”. È il caso dell’atteggiamento tenuto da alcune grandi fondazioni bancarie come Goldman Sachs e JP Morgan – istituzioni solitamente attente a non schierarsi pubblicamente su questioni sociali – che hanno pubblicamente “brindato” alla decisione della Corte Suprema Usa nel giugno 2013 di legalizzare i matrimoni gay, come registra il sito web del Corriere della Sera:

“Nel giorno in cui la Corte Suprema ha definito incostituzionale il Defense of Marriage Act – che definisce matrimonio solo quello tra un uomo e una donna riconoscendo ai coniugi gay gli stessi benefici federali di cui hanno goduto solo mogli e mariti nel senso tradizionale del termine – il numero uno di JP Morgan ha lodato la decisione odierna. ‘È una cosa buona per la nostra società e per i clienti ma soprattutto e’ la cosa giusta da fare’, ha dichiarato in una nota Jamie Dimon. ‘I diritti di tutte le persone sono importanti e devono essere protetti’, ha aggiunto. Goldman Sachs gli ha fatto eco: ‘L’uguaglianza nel matrimonio riduce gli oneri e le sfide a carico dei dipendenti e porterà alla costituzione di attività imprenditoriali di successo e a un’economia americana forte’. Queste dichiarazioni sono in linea con quanto detto in precedenza da altre big del settore finanziario, secondo cui il divieto di nozze tra persone dello stesso sesso rende piu’ difficile l’assunzione di personale qualificato. Anche Apple ha commentato la decisione storica della Corte Suprema: il produttore dell’iPhone ‘sostiene fortemente l’uguaglianza dei matrimoni. E’ una questione di diritti civili’. A circa un’ora dalla fine della seduta a Wall Street, Apple cede l’1,7%, Jp Morgan sale dell’1,27% e Goldman Sachs scivola dello 0,59%.”[6]

Le ‘lobby gay’ sono di fatto trasversali, e presenti in entrambi i poli politici. Nel 2008 negli Stati Uniti le organizzazioni di questo tipo possono vantare i loro principali finanziatori nella persona del miliardario George Soros – lo stesso che ha finanziato le ‘primavere arabe’, le ‘rivoluzioni colorate’ anti-russe in alcuni paesi dell’est e gruppi neofemministi come le Femen e le Pussy Riot – attraverso l’Open Society Institute, con ben 150.000 dollari annui, il quale è  diventato in breve tempo il più grande donatore della storia politica americana, finanziando con ben 25 milioni di dollari varie Ong che grazie alla legge 527 delle ultime elezioni americane hanno potuto ricevere fondi e finanziamenti illimitati per le proprie battaglie culturali. In particolare Soros contattò Ellen Malcom, la responsabile di Emily’s List, il più grande comitato pro-choice d’America, e Steve Rosenthal dell’Afl-Cio. Insieme, sia Malcom che Rosenthal, hanno così dato vita all’ennesimo gruppo portavoce delle istanze gay, l’America Coming Together (Act). Abbiamo poi la MoveOn.org, altra lobby finanziata da Soros nel 2004 di aperto orientamento radicale e libertario, ergo “di sinistra”, nata con l’intento di appoggiare l’operato di Bill Clinton (l’uomo dell’Ulivo mondiale di Veltroni), che insieme all’Act ha raccolto per le presidenziali circa 75.000.000 di dollari. Abbiamo poi la MacArthur Foundation, che nel 2008 hanno versato 600.000 dollari e la fondazione automobilistica Ford (con 1.200.000 dollari). Meritano così un cenno anche il Goldman Fund di San Francisco (che nel 2000 ha devoluto due milioni di dollari alle organizzazioni gay), Turner Foundation (di Ted Turner, della Cnn), che versa 60.000 dollari ogni anno, come la Rockefeller Foundation o i gruppi cattolici ‘dissidenti’, legati alle lobby sopra citate, come il Catholics for a Free Choice (Cffc), nata nel 1972, che dispone di un budget annuale di 900.000 dollari e conta su 8.000 iscritti, diretta dal teologo Daniel Maguire, docente di Teologia morale alla Marquette, prestigioso ateneo dei gesuiti a Milwakee (Wisconsin), autore di saggi in favore di aborto, eutanasia e matrimonio gay fino a quando lo Stato del Vaticano non è intervenuto esortando l’università ad essere più coerente con i princìpi professati. La Catholics for a Free Choice, con la International Lesbian and Gay Association (Ilga), lavora costantemente a Bruxelles per pressare i legislatori europei affinché agiscano contro quegli Stati che non riconoscono le unioni omosessuali, cioè contro gli Stati definiti “omofobici” dalla risoluzione approvata il 22 gennaio 2014 dal Parlamento europeo (la Russia di Putin, tanto per cambiare, e i soliti ‘stati canaglia’… le petromonarchie islamiche, guarda caso, non ci sono!). Negli Stati Uniti la Cffc lavora a stretto contatto con le più importanti organizzazioni a favore del matrimonio gay, come la Human Rights Campaign, la Ilga America, la American Civil Liberties Union (Aclu), l’America’s Union Movement (Afl-Cio) e la National Gay and Lesbian Task Force, sostanziosamente finanziate tramite innumerevoli altri “torrenti” di decine di migliaia di dollari da gruppi come Kodak, Hewlett-Packard, American Airlines, Apple (vedi sopra), AT&T, BP, Chevron, Citigroup, Credit Suisse First Boston, Daimler Chrysler, Dell, Deutsche Bank, Ernst & Young, Estee Lauder, Intel, Ibm, JP Morgan Chase & Co, Johnson & Johnson, Levi Strauss & Co, Merril Lynch, MetLife, Microsoft, Nike, Pepsi, Toyota, Ubs, Xerox, la Sony (tra i fondatori di Mtv Gay Channel, sponsorizzando gli attivisti pro-nozze gay e pro-aborto della Rock for Choice, che coinvolge artisti del calibro di Pearl Jam, Soul Asylum, Red Hot Chili Peppers, Iggy Pop, R.E.M., Green Day, Cyndi Lauper, Peter Gabriel e Tracy Chapman) e, soprattutto, Motorola (che dedicano un’apposita sezione nel suo sito web, MotoPride), oltre alla Fondazione Playboy (dell’omonima rivista erotica), che finanziano le principali lobby Lgbt. George Soros, insieme ad altri miliardari come Jeff Bezos di Amazon o Bill Gates, ha recentemente donato milioni di dollari ai comitati pro-matrimoni gay negli Stati Uniti, arrivando persino sostenere con migliaia di dollari molti deputati ‘liberal’ del Partito repubblicano (il cui elettorato è al 90% contrario ai matrimoni-gay) pur di ottenerne il consenso per tali iniziative e il loro appoggio nel Parlamento.[7] Sono, come nota un blogger, una potenza economica negli States:

“Ogni anno […] si tengono nella città di San Francisco e a New York due tra le più imponenti parate omosessuali del mondo. Decine di migliaia di persone provenienti da tutti gli Stati Uniti si raccolgono qui a ogni nuova edizione. La città di San Francisco assicura un contributo pubblico per l’evento, circa 70 mila dollari su una spesa organizzativa di circa 350 mila dollari. Il resto è coperto dai contributi dell’importante banca californiana Wells Fargo, dalla Kraft Foods, e dalla catena farmaceutica Walgreens. Molto significativo anche quanto avviene in California, dove la parlamentare democratica Nancy Pelosi è riuscita a destinare un milione e mezzo di dollari nelle casse del dipartimento di Salute pubblica di San Francisco per programmi rivolti ai malati di Hiv, fondi che in gran parte finiscono, sotto forma di contributi per attività culturali e di prevenzione, nelle casse delle organizzazioni gay come quelle che animano il quartiere Castro di San Francisco. Il Castro è un esempio di mercato immobiliare fondato sulle esigenze della comunità omosessuale, che beneficiando mediamente di stipendi medio-alti e non dovendo provvedere al mantenimento dei figli, sceglie volontariamente di ristrutturare e valorizzare aree depresse. Costituendo un mercato alternativo, la comunità omosessuale porta anche il proprio turismo e consumi specifici (basti pensare a cinema e riviste per gay). Qualcosa di analogo al quartiere Castro si è sviluppato a Washington D.C. nella zona di Dupont Circle e a New York, zona Chelsea. È proprio nel quartiere newyorchese di Chelsea che ha sede uno dei più importanti giornali gratuiti (free press) per gay, GayCity News. Ed è sempre qui il quartier generale delle organizzazioni omosessuali che hanno condotto la settimana di sensibilizzazione che quest’anno ha preceduto il Gay Pride cittadino. Oltre che dalla Human Rights Campaign e dalla storica Stonewall Foundation, il Gay Pride della Grande Mela è promosso anche dal Glbt Community Center, che riceve parte di quegli 8,5 milioni di dollari destinati alla lotta contro l’Hiv nello Stato di New York”.[8]

Perché tali finanziamenti cospicui e tali legami ‘trasversali’? Il capitalismo, nel XXI secolo, è ‘di destra’ o ‘di sinistra’?

Genderismo e capitale

Il caso Tim Cook e quelli citati sopra fanno riflettere sull’evoluzione del neocapitalismo, che non è né ‘di sinistra’ né ‘di destra’ (concepite nelle loro attuali declinazioni storico-politiche), ma ‘avanti’, e sulla “società liquida” descritta da Baumann, che necessita di individui “non sociali” che interagiscono fra loro solo attraverso la forma alienata e alienante dello scambio mercantile. Tutto quello che non è “economicizzabile”, che non è ‘utile’, non è funzionale al Sistema. Ecco perché il neocapitalismo cerca di mettere in discussione ogni certezza, ogni identità. È ontologicamente progettato – lo scrivevano Marx ed Engels nel loro Manifesto del partito comunista (1848) – per esser rivoluzionario, per fare salti di qualità prima strutturali, poi sovrastrutturali, cioè anche nei costumi. È nella sua stessa natura. Ecco perché esso necessita di intervenire sia sul piano sociale – disgregando ogni legame comunitario – sia su quello’antropologico-genetico. Il genderismo diventa così la neoideologia dominante supportata dalla nuova èlite neo-post-borghese citata nel paragrafo precedente, un’élite cosmopolita che domina la politica, l’alta finanza e l’industria culturale e dello spettacolo in Occidente, una ricca classe distaccata dalle masse popolari che fa sua una “visione turistica del mondo” e che archivia l’egemonia della vecchia borghesia legata ala ‘sacra’ triade “Dio, Patria, Famiglia”. Essa è così descritta dallo storico e sociologo Christopher Lasch:

“Quanti ambiscono a entrare nella nuova aristocrazia tendono ad ammassarsi sulle due coste [degli Stati Uniti. Ndr], voltando le spalle al cuore del paese e cercando di costruirsi dei legami con il mercato internazionale mediante il rapido movimento del denaro, la moda, gli atteggiamenti, la cultura popolare. A questo punto, non è neppure sicuro che si considerino americani. Il patriottismo, certo, non occupa un posto particolare elevato nella loro gerarchia di valori. Il ‘multiculturalismo’, d’altro canto, si adatta loro alla perfezione, contribuendo a definire la piacevole immagine di una sorta di bazar globale in cui cucina esotica, modi esotici di vestire, musica esotici ed esotici costumi tribali possono venire assaporati indiscriminatamente, senza problemi e senza impegno. I membri delle nuove élite si sentono a casa propria soltanto quando si muovono, quando sono en route verso una conferenza ad alto livello, l’inaugurazione di una nuova attività esclusiva, un festival cinematografico internazionale o una nuova attività turistica non ancora scoperta. La loro è essenzialmente una visione turistica del mondo […] che non è esattamente una prospettiva che possa incoraggiare un’ardente devozione per la democrazia”.[9]

Questa élite “progressista”, “cosmopolita” e multiculturalista che governa la globalizzazione mondialista fa sua la pseudo-retorica dei diritti umani e civili e critica ogni progettualità moderna, bollata come razzista, sessista e illiberale. La globalizzazione mondialista è per lei un’opportunità, e non uno squilibrio che uccide le singole individualità e le comunità tout court, “il sogno” che ci ha liberato dai lacci della modernità per proiettarci nella postmodernità, piena di opportunità per permetterci di forgiare la nostra singolare individualità. Per gli intellettuali vicini a tali idee, generalmente appartenenti ad una sinistra che non mette più in discussione il modello di produzione vigente (o alla destra ‘liberal’, si veda Berlusconi che si accorda con Vladimir Luxuria sul matrimonio gay o Vittorio Feltri che si iscrive all’ArciGay o associazioni ‘di destra’ come GayLib, filo-An), la modernità è il sinonimo di oppressione statalista, di “conformità a valori borghesi e [al] mantenimento in uno stato permanente di soggezione delle vittime dell’oppressione patriarcale: le donne,  gli omosessuali e la gente di colore”.[10] Il genderismo, il neofemminismo e il politically correct, quindi, sono il mezzo per sdoganarsi. La criminalizzazione del genere maschile – un neorevisionismo pernicioso addirittura insegnato nelle facoltà di Storia, dove le rivoluzioni sociali, le lotte per l’emancipazione umana, i diritti, la libertà, la democrazia, l’eguaglianza, il socialismo ecc. sfumano di fronte al loro “vero” proposito: opprimere la donna – anche se certe volte viene spacciato per marxismo, partono da questo presupposto: l’uomo è sempre e comunque l’oppressore, la donna è sempre e comunque la vittima. Oggi esso declina in una forma molto più radicale, il cosiddetto genderismo, che per superare questa neocontrapposizione creata a tavolino (uomo vs donna), spiega che c’è la ‘neutralità di genere’ dalla nascita, pretendendo di separare completamente l’identità del sesso biologico, rimpiazzandolo col ‘genere’ (gender), che sarebbe una pura costruzione sociale, una teoria che si fonda su un postulato di ‘neutralità’ dell’appartenenza sessuale di nascita. Coloro che sono di un avviso differente sono accusati di diffondere degli ‘stereotipi’ o di essere ‘omofobi’. I neonati hanno quindi organi sessuali diversi ma questo – secondo costoro – non determinerebbe affatto la loro identità sessuale. Peccato che molti studi abbiano rivelato che il sesso ha influenza su una moltitudine di caratteristiche fisiologiche, psicologiche, si pensi alle materie preferite, alla scelta delle attività, ecc. E’ evidente che tutto ciò non è rigido, e molto spesso maschile e femminile si compenetrano, ma in linea generale ad esempio le femmine hanno una maggiore fluidità del linguaggio dei maschi nei primi mesi di vita, una minore vulnerabilità alle malattie, ecc. tutte differenze che non sono dovute a un condizionamento culturale, ma di tipo biologico e fisiologico. La teoria del genere confonde il sesso biologico, il genere maschile e femminile, l’orientamento sessuale e ciò che si potrebbe chiamare il sesso fisiologico elevando le citate ‘eccezioni’ – una minoranza di donne con caratteri maschili, e un certo numero di uomini con tratti femminili – a ‘regola’.

Il problema è quando il genderismo entra nei programmi scolastici, come sta avvenendo in diversi paesi occidentali, durante le lezioni di educazione sessuale. Se un tempo si educava il ragazzo e la ragazza al “funzionamento” del loro corpo, i mezzi d’informazione – che non sono mai neutri, si vedano le citate fondazioni – con la scusa di tutelare le minoranze parlano sempre di più di discriminazioni di genere. Ma cosa significa? L’obiettivo è quello di inculcare nella popolazione l’idea che le persone siano neutre, intercambiabili, portando a riforme astruse e pericolose, come in Svezia, dove i nuovi giardini d’infanzia aperti vietano l’utilizzazione di nomi femminili e maschili, l’utilizzazione di “egli” o “ella”, dove in Tv e sui giornali appaiono pubblicità ‘unisex’, con bambini e bambine che giocano indistintamente con le bambole o le Tartarughe Ninja indistintamente dal sesso, pubblicità francesi – visualizzabili su YouTube – dove bambine si insaponano e radono il viso e ragazzini che si truccano o, in Italia, la proposta e la comparsa di certificati scolastici con la dicitura ‘neutra’ – per garantire il ‘rispetto per tutti’ e non offendere eventuali coppie gay – “genitore 1” e “genitore 2” al posto dei tradizionali “mamma” e “papà”. Nei testi dell’Unione Europea e nei testi della maggior parte delle organizzazioni internazionali, non si parla più di ‘sesso’ ma di ‘genere’. Un caso? Affatto. L’individuo viene quindi manipolato – una manipolazione lenta, attraverso il bombardamento mediatico, un condizionamento di tipo culturale e sensoriale – e poi ‘desensibilizzato’ e infine ‘destabilizzato fino a quando tutto ciò comincerà ad apparirgli normale. Egli perde quindi i punti di riferimento, incapace cioè di definirsi come uomo o come donna. Da qui l’attacco sfrenato al paterno e al maschile, dove paterno sta sempre per patriarcato e maschile per maschilismo; da qui la presenza di mode – e le mode non nascono mai dal basso ma da chi finanzia il tutto – che presentano modelli ‘maschili’ efebici, femminilizzati, incerti della loro sessualità, deboli, oppure modelli ‘femminili’ – si pensi ai video musicali pop o al rap femminile trasmessi su Mtv – mascolinizzati, aggressivi, volgari, dominanti, ‘virili’. Il tutto non è di certo funzionale alla libertà delle masse, ma rivolte alle singole individualità, ormai spappolate in un immenso minestrone dove prevale l’etica dell’utilità. Secondo Fabrizio Marchi infatti,

“la ‘società liquida’ […] è la società della mercificazione totale e assoluta dell’ente umano e per questo ha necessità […] di eliminare  qualsiasi forma di ‘auctoritas’ che non sia direttamente o indirettamente ricollegabile alla riproduzione in linea teorica illimitata di quel metaforico ‘Uroboros’ costituito dalla ‘forma merce’. Ergo, non ha più nessun senso continuare a sostenere che l’attuale società capitalistica sia dominata dalla cultura patriarcale. Sostenere una simile tesi equivale a sostenere che l’attuale crisi economica è dovuta ai rapporti di produzione feudale, alla mancata privatizzazione delle terre incolte e alla rendita fondiaria … L’attacco al maschile e al paterno, ovviamente ben camuffato sotto le spoglie della ‘Liberazione della donna’, propedeutica alla Liberazione Universale dell’intera Umanità, deve quindi essere ricompreso all’interno di questo processo che vede il Capitale (e la Tecnica), in tutte le loro (complesse) determinazioni, occupare ogni spazio dell’umano. […] D’altronde la capacità pervasiva di questo processo ha raggiunto vette che era difficile immaginare fino a qualche tempo fa. Quella che definisco da tempo come ‘psicosfera’, o meglio la sfera psichica intersoggettiva, cioè la nuova ‘struttura’, marxianamente parlando, che si aggiunge alla vecchia, è stata completamente invasa.[11]

Se i marxisti della Scuola di Francoforte – si pensi al classico di Herbert Marcuse L’uomo a una dimensione – compresero che l’alienazione creata dalla società industriale avanzata passava dalla manipolazione e dal livellamento consumista che rende l’uomo prigioniero, oggi il genderismo è l’ideologia che spinge il neocapitalismo verso altri lidi. È 2.0, come l’uomo che esso ha in mente, manipolato psichicamente, destabilizzato in un nuovo atto di manipolazione sensoriale. La critica, quindi, non è certo verso l’omosessualità o la figura del ‘transgender’, vittima anch’essa dell’alienante società capitalista che lo sfrutta, lo mercifica e erge la sua identità sessuale su tutto, a scapito di quella sociale, ma alla funzionalità di tale processo antropologico riguardo la creazione di una nuova figura umana postmoderna, ‘l’uomo nuovo unisex’. E, si sa, di solito erano le dittature novecentesche a voler forgiare ‘uomini nuovi’ e abbiamo visto i risultati. Oggi, senza necessità di lager, gulag, carceri, ecc.(perchè talmente potente e pervasiva da non averne bisogno), la neodittatura (capitalistica) del politicamente corretto che cavalca tali temi ma non intende affatto liberare gli omosessuali dalle “vere” catene che li opprimono (perché col matrimonio non sparirebbe affatto il pregiudizio, anzi. Il caso francese delle piazze di destra che si coalizzano e addirittura attirano insegnanti tradizionalmente di sinistra ma contrari all’educazione genderista, lo dimostra)  non ti sbatte in galera se non sei allineato, ma ti toglie il microfono e ti seppellisce sotto una coltre di silenzio dopo averti marchiato a fuoco come “maschilista”, “omofobo” e “sessista”. In altre parole, ti esclude. A gudcare dal silenzio dei cosiddetti “intellettuali”, sembra proprio che la vergogna e il timore dell’esclusione sociale pesino più del terrore.

 


[1] Apple, Tim Cook: “Orgoglioso di essere gay, un dono di Dio”, in la Repubblica, web, 30 ottobre 2014. Il corsivo è mio.

[2] F. Rampini, Orgoglio gay. Dal coming out di Ellen DeGeneres a quello di Tim Cook, l’omosessualità non sembra più essere un tabù, eppure l’83 per cento degli americani nasconde il proprio orientamento sessuale quando varca il portone dell’azienda in cui lavora, in la Repubblica, 31 ottobre 2014.

[4] C. Preve, Marx inattuale, Torino, Bollati Boringhieri, 2004, p. 184.

[5] R. Festa, Obama e i diritti gay. Un passo nella Storia (e verso la rielezione), in il Fatto Quotidiano, 10 maggio 2012, ora in http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/10/obama-diritti-passo-nella-storia-verso-rielezione/226065/

[8] Chi c’è dietro la Lobby Omosessuale?, maggio 2014. Cfr. inoltre http://www.cobraf.com/forum/coolpost.php?topic_id=3246&reply_id=123528147&topicGroupID=1

[9] C. Lasch, La ribellione delle élite, Milano, Feltrinelli, 1995, p. 13.

[10] Ibidem, p. 20. Cfr. C. Preve, Storia dell’etica, Pistoia, Petite Plaisance, 2007, pp.109-128

[11] F. Marchi, Il nuovo orizzonte del Capitalismo: la cancellazione delle identità sessuali, in L’Interferenza, 9 giugno 2014.

1 commento per “Tim Cook, Apple, diritti civili e neocapitalismo: work in progress negli States

  1. armando
    24 novembre 2014 at 20:21

    Sottoscrivo integralmente questo ottimo articolo. L’omosessualismo, il genderismo, il femmnismo sono vere e proprie ideologie sorte, storpiandole, sull’omosessualità, sulla sessualità, sulla femminilità. Mi permetto di segnalare a questo proposito tre mie articoli su http://www.ilcovile.it , numeri 799, 804 e 808 che trattanto appunto dei nessi, strettissimi, che intercorrono fra di esse e il capitale.
    Si tratta di ideologie prive di qualsiasi base scientifica che ci vengono quotidianamente ammannite da un sistema mediatico soggetto ai poteri forti e loro portavoce, ma profondamente estranee a ciò che pensa il popolo vero. La questione dei media è particolarmente importante per gli scopi che si prefigge e per i metodi usati. Metodi fondati essenzialmente su due elementi: parlare di queste cose come se fossero concetti scontati, normali, veri per definizione, e conseguentemente dare voce solo a chi li propugna, senza contraddittorio. Gli scopi sono evidenti: indottrinare il popolo, fare sentire chi dentro di sè non è d’accordo come una persona anacronistica, indietro nei tempi ed anche crudele in quanto vorrebbe negare agli altri dei supposti diritti. Penso all’impatto sulle generazioni più giovani, bombardate a scuola (già, perchè sempre più i programmi scolastici sono orientati in tal senso) e a casa dalla TV, senza alcun vero controcanto. I partiti (tutti, si veda l’ultima arrivata Forza Italia del Berlusca civettante con Luxuria ed eterodiretto dalla fidanzatina tuttologa) si stanno opportunisticamente allineando al mainstream capitalistico, i genitori o hanno già assorbito il veleno o non osano contraddire i media o non hanno i mezzi culturali per rispondere a tanta potenza di fuoco. Rimaneva la Chiesa sulla cui fermezza molti, fra cui il sottoscritto, riponevano le proprie speranze, ma anch’essa sta rapidamente cedendo. Ricordo solo, rapidamente, le dichiarazioni quanto meno ambigue del papa, o ultimamente le scuse del cardinale Scola per aver chiesto di sapere, come se non fosse normale anzi doveroso, in quali scuole si “insegnasse” il gender. Sabato pomeriggio ho avuto riprova diretta di quanto affermo. Nel noto Istituto Stensen di Firenze, diretta emanazione dei Gesuiti, si è tenuta una conferenza su Gender e Sesso. Erano invitati tre relatori schierati tutti dalla stessa parte, fra cui una teologa. In due ore, di fronte ad una platea strapiena e per quanto ho potuto constatare perplessa, è stato ribaltato il cardine dell’insegnamento millenario della Chiesa cattolica, tanto che quella conferenza poteva essere stata tranquillamente organizzata da SEL o da qualche organizzazione LGBT. Non si riusciva a percepire la differenza, se non per sfumature difficilmente percepibili da chi non si è occupato della materia se non per quello che scrivono i giornali o viene detto in TV. Inutile poi parlare dei cattolici alla Renzi, quelli “adulti” per intendersi, che sulla scia del venerato Obama, hanno sposato interamente i canoni culturali del capitalismo.

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