Come tradire Rousseau tra riforma costituzionale e democrazia diretta

Nei giorni 20 e 21 di settembre ci sarà il Referendum che chiamerà gli elettori a pronunciarsi sulla Riforma Costituzionale che prevede il taglio del numero dei parlamentari. Approvata con il voto favorevole e trasversale di buona parte dell’arco parlamentare, la Riforma prevede una sostanziosa riduzione del numero dei seggi di Camera e Senato. Un cambiamento istituzionale fortemente voluto dal Movimento 5 Stelle, tanto da esser stato il punto principale ed imprescindibile dell’accordo di governo fatto l’estate del 2019 con il Partito Democratico. Se verrà confermato dalla consultazione referendaria, l’organo legislativo della Repubblica italiana, a partire dalla XX Legislatura, sarà composto da 400 deputati e 200 senatori, diventando, di fatto, con un parlamentare ogni 160 mila abitanti, il Parlamento con il rapporto di rappresentanza peggiore dell’intera Unione Europea.

Il Movimento 5 Stelle, dopo esser stato scaricato, oramai un anno fa, dell’ex alleato leghista, ha scelto la riduzione del numero dei parlamentari come primaria battaglia sulla quale accentrare il proprio armamentario comunicativo e propagandistico.

Mosso dalla necessità di rimettere a lucido la propria immagine del bagno sporco di realismo politico in cui si è calato da quando è al Governo, nel tentativo di tornare a rimarcare una netta differenza con i vecchi partiti, il M5S ha rispolverato il mantra della lotta alla casta. Il taglio alle poltrone, secondo il racconto dei proponenti, oltre che apportare un risparmio di spesa per le casse pubbliche, infliggerebbe un colpo ben assestato ai privilegi del mondo della politica. Una posizione curiosa, non tanto perché avanzata dalla forza di maggioranza del Governo in carica, ma perché proposta da chi, fino a due anni fa urlava, saliva sui tetti e si stracciava le vesti in difesa del ruolo centrale che il Parlamento dovrebbe ricoprire all’interno del sistema istituzionale e politico italiano.

L’Organo Legislativo, nei fatti, ha perso l’importanza che l’ordinamento gli conferisce. Nonostante la nostra continui formalmente ad essere una Repubblica Parlamentare, la prassi procedimentale, ingolfata e imbottita da Decreti Legge e Voti di Fiducia, svilisce il ruolo dei parlamentari. Inoltre, parte importante dei lavori delle due Camere è ormai confinata a mere ratifiche di Trattati Internazionali, Regolamenti e leggi attuative di Direttive UE. La fallita Riforma Costituzionale Renzi-Boschi del 2014, essendosi posta l’obiettivo di snellire le procedure parlamentari per rafforzare l’azione e l’efficacia del Governo, cercò di istituzionalizzare ciò che nei fatti stava già accadendo. A quel tentativo riformatore – bocciato dalle urne – il partito dell’ormai Capo Politico uscente Luigi Di Maio si oppose con veemenza usando argomentazioni, bisogna ricordarlo, tutt’altro che isolate e prive di autorevole sostegno negli ambienti politici e accademici del Paese.

A dispetto dei proclami pentastellati di epoca pre-governativa, a più di due anni dall’inizio della XVIII legislatura, nessuna inversione di marcia si è vista in riferimento al rapporto tra Governo e Parlamento. Il depauperamento di quest’ultimo, anzi, ancor più palesato durante l’emergenza sanitaria in atto, con questa riforma rischia di essere aggravato da una diminuzione netta dei suoi componenti. I membri delle Camere, ad oggi, rappresentano la Nazione con una proporzione di un parlamentare ogni 63 mila abitanti. Nell’UE sono ben 22 gli Stati che possono vantare un rapporto di rappresentanza più alto di quello italiano. Poco più basso, ma comunque in linea con il nostro, sono quelli di Spagna, Polonia, Francia e Olanda con i loro rispettivi 68, 70, 75 e 76 mila abitanti per parlamentare. La Germania, fanalino di coda in questa classifica – 105 mila abitanti per parlamentare – meriterebbe un discorso a parte considerata la sua struttura istituzionale federalista. I numeri comparati dimostrano che, al netto dell’opinione che si possa avere in merito a questa Riforma, ad oggi non si può certo affermare che quella italiana stia fotografando una situazione particolarmente anomala.

Al contempo, in riferimento al decantato risparmio economico, risulta poco comprensibile il motivo per il quale il Movimento abbia scelto la via impervia della Riforma Costituzionale invece che puntare, con legge ordinaria, ad un più facilmente percorribile ridimensionamento degli emolumenti per parlamentari e classe dirigente pubblica. La riduzione dei componenti di Camera e Senato, nei numeri proposti, consentirebbe alle casse pubbliche un risparmio di circa 350 milioni di euro a legislatura. Grossomodo la stessa cifra corrispondente al costo di due dei celeberrimi cacciabombardieri F13, oggetto del tanto discusso contratto di acquisto che impegnerebbe il nostro Paese per svariati miliardi di Euro nei confronti del Pentagono.

Nella sostanza, questa risulta essere una Riforma dall’impatto pressoché trascurabile sul bilancio pubblico, ma che rischia di incidere parecchio sulle dinamiche e le pratiche democratiche all’interno delle forze parlamentari, nel rapporto che intercorre tra gli eletti, i vertici dei partiti di appartenenza e il territorio di provenienza. Gruppi parlamentari più piccoli sono facilmente controllabili, indirizzabili, omologabili. Più ardua sarà coltivare il dissenso all’interno di questi, così come più complicato sarà avanzare e rispettare le istanze dell’elettorato passivo del territorio di provenienza. I sostenitori dello snellimento dei processi decisionali, che più o meno consapevolmente vanno a braccetto con quelli dello Stato minimo, accolgono di buon grado questo cambiamento. In coerenza con l’evoluzione – o involuzione, a seconda dei punti di vista – delle democrazie occidentali, la riduzione della rappresentanza si colloca perfettamente all’interno di un quadro complessivo in cui i luoghi decisionali della politica sono lontani, svincolati dal controllo popolare e contestualmente subalterni ad Organi e Organismi sovranazionali, spesso persecutori di interessi particolari e ideologie ad essi strumentali. Il Parlamento, simbolo della pratica democratica, espressione istituzionalizzata del metodo collegiale di prendere decisioni all’interno di una comunità, luogo della rappresentanza popolare, verrebbe così ridimensionato nel peso specifico del suo ruolo all’interno della struttura istituzionale repubblicana.

A vedere di buon occhio questo cambiamento non possono che essere i Capi-Partito, coloro incaricati di dirigere il gruppo, la propria comunità politica in una direzione piuttosto che in un’altra. Restringendo le maglie della rappresentanza parlamentare è presumibile aspettarsi un’ulteriore omologazione della classe politica. Nell’epoca della campagna elettorale permanente, del consenso labile e delle decisioni veloci dettate dall’emotività di massa del momento, le liste dei candidati dei partiti sono inflazionate da vuoti comunicatori, acritici fedelissimi e animali da campagna elettorale. Chiunque abbia, più o meno direttamente, osservato il metodo di selezione e formazione delle liste dei candidati per le competizioni elettorali sa bene quanto sia complicato per le personalità competenti, espressione autentica della società civile – quando non organici al Partito – ottenere un posto in quelle liste.

Quello prospettato è un quadro paradossale se consideriamo che è stato imbastito dalla forza politica che ha fatto della rivalsa del potere dal basso, del ritorno dei cittadini dentro le istituzioni, del parlamentarismo e del perseguimento dell’esercizio della Democrazia Diretta il proprio paradigma identitario delle origini. Il primo partito digitale italiano, quello fondato da Grillo e Casaleggio, ha cercato di affiancare a strumenti, metodi e dinamiche inedite per il mondo politico, un richiamo ad idee di epoca pre-contemporanea. Con il riferimento a Jean-Jacques Rousseau il Movimento 5 Stelle ha cercato, forse contraddittoriamente, di attribuirsi un certo spessore ideologico, auto-dichiarandosi però, contestualmente, forza politica post-ideologica.

La piattaforma digitale creata dalla Casaleggio Associati con l’obiettivo di rappresentare la sede virtuale e, al contempo, lo strumento principale di scelta e d’azione politica pentastellata, è stata denominata Rousseau proprio in omaggio al pensatore ritenuto padre nobile dell’idea moderna di Democrazia Diretta. Concetto, questo, sporcato e svilito dall’uso impervio fatto dal meccanismo di consultazione on line degli iscritti Cinque Stelle. Spesso questi referendum digitali sono stati preceduti da proclami pubblici attraverso i quali la volontà dei vertici del partito risultava ben chiara. Ciò ha fatto sì che difficilmente questo iter, dalla maschera democratica e dalla dubbia trasparenza, possa avere avuto esiti diversi da quelli plebiscitari. Un meccanismo decisionale completamente capovolto rispetto a quello ipotizzato da Rousseau: le deliberazioni dell’assemblea popolare non sono più intese come mandato imperativo dal basso emesso nei confronti degli esecutori politici, ma bensì come mera ratifica di decisioni già belle che confezionate all’origine, in seno all’ élite del partito.

L’opera più celebre di Jean-Jacques Rousseau – “Il Contratto Sociale” del 1760 – è stata spesso considerata una mera apologia della Democrazia Diretta. Il feroce giudizio nei confronti delle nascenti democrazie rappresentative dell’epoca e l’introduzione del concetto di volontà generale – che oggi chiameremmo volere popolare – ha prestato il fianco, nei secoli, ad interpretazioni spesso sommarie e poco generose nei riguardi del pensiero espresso da Rousseau. Soventemente la sua critica agli organi intermedi – colpevoli di diluire e quindi non rispettare l’espressione dell’interesse generale – e l’apologia della disintermediazione dei processi decisionali sono state intese come perseguimento di un ideale autoritario. In realtà, le pagine scritte dal filosofo ginevrino sono così pregne di realismo politico da rendere fumosi alcuni dei giudizi attribuitigli. Ci si dimentica colpevolmente di come circoscrisse esclusivamente all’isola della Corsica o alla città di Ginevra l’idealtipo di struttura territoriale dentro la quale fosse possibile applicare la Democrazia Diretta. Le pagine attraverso le quali Rousseau descrive dettagliatamente come la grandezza demografica e territoriale di uno Stato sia inversamente proporzionale all’influenza politica che un singolo cittadino può esercitare sul governo, ci consegnano riflessioni scevri da connotati di astratto idealismo. Rousseau era perfettamente consapevole dell’impossibilità d’attuazione di metodi decisionali prettamente basati sulla collegialità, tanto da apportare dei correttivi alla sua Democrazia Diretta: le figure del magistrato e del funzionario nella società rousseauiana rappresentano l’organo esecutivo, lo strumento attraverso il quale il volere generale, previa delibera collegiale, agisce. Il modello ipotizzato dal filosofo elvetico assumeva così caratteri tutt’altro che vacui, conservando però, come tratto distintivo del proprio pensiero, la subalternità degli organi esecutivi a quelli legislativi. Una piramide di potere dalla forma schiacciata, il cui vertice dipendeva direttamente dalla base, attigua e necessariamente ampia.

Ad un sistema politico stagnante, imprigionato da un certo immobilismo sociale – di cui i partiti figurano tra i principali colpevoli – il M5S ha dato una scossa importante. L’indubbia capacità di questa forza politica di rivoluzionare i metodi di selezione della classe politica e di porre la tecnologia digitale come elemento fondamentale della propria azione, non può e non deve essere sminuita. Ciononostante, come sempre accade quando si cerca di analizzare gli effetti dell’uso di un determinato strumento, i fini preposti e gli obiettivi proposti possono essere disattesi da eventuali effetti collaterali propri di quegli stessi strumenti. E’ così che la tecnologia, da possibile arma di azione e controllo democratico, direttamente usato da chi detiene la sovranità, diventa invece il cappello magico capace di illudere il popolo di essere protagonista di decisioni, invece, imposte dall’alto. Seguendo la stessa logica, quella che viene spacciata come Riforma anti-casta risulta, invece, destinata a favorire la conservazione della neonata casta grillina, di fatto blindandola. Ribaltando lo spirito del pensiero rousseauiano, il Movimento 5 Stelle sta promulgando un sistema parlamentare in cui gli spazi di rappresentanza e di confronto democratico saranno, ancor più di prima, subordinati alle direttive dei vertici. La ratifica prende il posto della deliberazione, il plebiscito quello della discussione democratica, le pratiche decisionali verticali sostituiscono quelle collegiali e il monismo ideologico e politico si impone sul pluralismo.

Il nuovo millennio è stato definito come epoca post-politicapost-democratica e post-ideologica. Le rivoluzioni tecnologiche e digitali nel campo dell’informazione e della comunicazione stanno trasformando le dinamiche sociali. La politica, in questo senso, non fa eccezione e il Movimento 5 Stelle, in Italia prima e più di tutti, sta incarnando lo spirito dei tempi. La fluidità organizzativa e ideologica di questa forza politica emerge ancor di più da quando la compagine grillina è al Governo. Il linguaggio populista ed un certo dilettantismo stanno pian piano lasciando il posto ad un pragmatismo tipico di chi deve gestire il potere. Lo streaming è oramai incompatibile con le manovre di palazzo o e l’uno vale uno è considerato un lontano, ingenuo errore di gioventù. La legge ferrea dell’oligarchia sta inevitabilmente spingendo i 5Stelle ad una radicale ristrutturazione organizzativa che difficilmente riproporrà un impianto multilivello tipico dei partiti tradizionali, ma che, piuttosto, rafforzerà il proprio esoscheletro digitale riducendo al minimo la complessità dei processi decisionali, di pianificazione e progettazione. Un rapporto tra oligarchia e base disintermediato e verticale, in cui il concetto di rappresentanza non lascia il posto alla pratica della Democrazia Diretta, ma viene bensì sostituito da quello di rappresentazione, compiendo in questo modo un vero e proprio tradimento nei confronti dei propri principi fondativi e delle idee espresse da Rousseau.

Chi è Jean-Jacques Rousseau, il filosofo che ha ispirato la piattaforma del M5S

 

1 commento per “Come tradire Rousseau tra riforma costituzionale e democrazia diretta

  1. Alessandro
    3 settembre 2020 at 9:38

    Articolo interessante, ma ci sono alcune inesattezze che è giusto evidenziare.
    Se stiamo parlando di rappresentanti del popolo, ossia di eletti, non ha alcun senso paragonare parlamenti interamente elettivi, come quello italiano, ad altri che non lo sono, che poi sono la maggior parte in Europa. A oggi l’Italia ha un numero di rappresentanti, ossia di eletti, di gran lunga più elevato rispetto agli altri Paesi europei, questi sono numeri, incontestabili, così come il taglio proposto renderebbe questo rapporto in linea o inferiore a quello degli altri Paesi europei.
    Democrazia diretta e rappresentativa sono realtà antitetiche, non è che se depotenzio la democrazia rappresentativa sto tradendo la democrazia diretta. non c’è alcun tradimento del filosofo.
    In ogni caso ritengo la democrazia rappresentativa a oggi non sostituibile da quella diretta, per quanto la prima abbia tradito in buona parte il suo mandato, se pensiamo che la politica debba essere qualcosa di serio che può essere tale solo riponendoci impegno, studio e passione, cosa che un singolo individuo che si occupa a livello lavorativo abitualmente di altro non può fare.
    Scritto questo io ritengo che il taglio sia eccessivo, ma che si dovesse tagliare è nell’ordine delle cose, gli stessi vertici del PC ripetevano spesso negli anni Ottanta che i parlamentari erano troppi e che bisognava dare una sforbiciata, ma dubito che la intendessero di queste proporzioni.
    E in ogni caso tutto ciò è di secondaria importanza. Il parlamentare deve rappresentare la nazione, questo mandato è stato spesso tradito, perchè ha rappresentato di frequente interessi personali, lobbistici( non solo economici ma anche di genere), regionali, particolari. Egli è al momento eletto dalle segreterie dei partiti attraverso i listini bloccati, lo sbarramento non consente a tanti cittadini di avere rappresentanza in Parlamento, e aggiungiamoci anche che, a livello regionale, gli elettori non possono neanche esprimere liberamente il loro voto dovendosi piegare ai diktat femministi che cassano il libero voto, ma su questo non ho mai sentito nessuno di sinistra prendere posizione, e questo è assai singolare visto che ci si straccia le vesti per i diritti degli elettori.
    Ne consegue che la vera riforma da richiedere, prima ancora del numero degli eletti, è una nuova legge elettorale che tenga conto di tutte le criticità emerse in questi ultimi decenni. Questo dovrebbe essere il compito di una sinistra seria, non prendere esclusivamente posizione in difesa dei Gasparri, delle femministe e dei tanti assenteisti che pullulano in Parlamento tanto per dare un segno di vita e andar contro ai 5S ( avviati a perdere l’anima a causa dell’abbraccio mortale con il PD in ogni caso), eletti, e qui scappa da ridere, a loro nemici giurati . E’ qualunquismo? Non, è la realtà.

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