Un paese ai domiciliari

Prima di infettare i corpi il virus si insedia nelle menti, propagando isteria e panico e mettendo cinicamente a nudo l’anima di quella che chiamano “gente comune”.

Sul male in sé ho poco da dire, non essendo io un medico: mi pare di avere inteso che nei casi gravi si manifesta come una polmonite estremamente aggressiva e resistente ai farmaci, che ammazza i malati pressoché all’improvviso oppure – al contrario – li costringe a una degenza assai più lunga e sofferta rispetto a un’infezione “qualsiasi”, con la conseguenza di esaurire in fretta i pochi posti di terapia intensiva disponibili sul territorio nazionale (5.090).

Le cifre aggiornate quotidianamente e quasi con voluttà dai media non consentono di capire se siamo effettivamente di fronte a una replica dell’epidemia di febbre spagnola, che un secolo fa uccise decine di milioni di persone in Europa, o a qualcosa di meno letale, ma una cosa è palese: i mezzi di informazione contemporanei stanno raccontando il contagio con l’enfasi di un disaster movie americano, e questo produce un effetto eco capace di espandersi pressoché all’infinito e di coprire ogni altra notizia. La peste è fra noi, tutto il resto cessa di avere rilievo.

Alla radio, in tivù, su internet (pure sui quotidiani, che nonostante le edicole aperte leggono in pochi) e dunque nella vita reale degli italiani figura soltanto, oggi, l’insidia del coronavirus, che malgrado la sovraesposizione rimane però una presenza misteriosa, sfuggente, dagli incerti contorni – e perciò ancor più sinistra e terrificante. Nel Dracula di Bram Stoker c’è un capitolo introduttivo, a mio avviso la parte più riuscita del libro, in cui il capitano di una nave mercantile annota sul suo diario, in un crescendo di orrore, i fenomeni inspiegabili e paurosi che si susseguono a bordo, annientando progressivamente l’equipaggio: il mostro agisce ma ancora non si vede, delegando il ruolo di (temporaneo) protagonista al narratore.

La comunicazione non è mai neutra, e pertanto può avere ricadute positive o negative sulla gestione di una crisi: non a caso gli esperti di protezione civile ammoniscono che prima e dopo l’evento essa deve essere ridondante, pessimistica, ma pure accentrata e univoca. La popolazione colpita o minacciata deve essere guidata da una “voce sola”.

Oggidì al contrario il pubblico è sottoposto a un’autentica doccia scozzese: le trasmissioni televisive brulicano di rinomati esperti che si rimbeccano a vicenda, mentre a patetiche descrizioni di falcidie in lazzaretti che rievocano l’Armageddon si alternano, a distanza di pochi minuti, letture di percentuali suggerenti che non di coronavirus si muore, ma “con il coronavirus”, e che la stragrande maggioranza delle vittime aveva già un piede o entrambi nella fossa. Questa contraddittoria cacofonia genera qualcosa di ancor più inquietante del timore che tutti giustamente dovremmo avere: il totale spaesamento, che si traduce in panico incontrollato, isteria di massa ed egoismi (questi sì) da fine del mondo. Il rincorrersi di decreti presidenziali preannunciati da edizioni straordinarie del telegiornale moltiplica l’ansietà degli spettatori, ma in circostanze eccezionali – in cui molte libertà costituzionali già risultano ridotte o sospese – ci si poteva legittimamente attendere che il governo prendesse il controllo dell’informazione, per azzerare i rumori di fondo e ricondurla al perseguimento dell’interesse collettivo. Le veline governative, in fondo, dovrebbero far meno paura del coprifuoco nelle strade, eppure nulla è stato fatto in tal senso: tutti seguitano a dire la loro, anche sulle reti pubbliche, e persino alti funzionari statali non trovano di meglio che abbinare la conta dei morti a quella – pressoché equivalente – dei guariti, suscitando in chi ascolta l’istintiva impressione che un infettato su due non abbia speranze. Conclusione erronea, certo, ma dal punto di vista comunicativo questa macabra contabilità giornaliera costituisce un errore ben più grave e inescusabile. Possibile che persone che hanno di sicuro dimestichezza con alcune fondamentali regole di comunicazione non si rendano conto di ciò? Ipotheses non fingo

Il risultato è sotto i nostri occhi arrossati: sui social e nel chiuso delle abitazioni tutti straparlano di coronavirus e non sapendo a che santo votarsi cercano a tentoni i colpevoli. La psiche umana non si giova del progresso tecnologico, restando nel profondo inalterabile: Facebook, che “democraticamente” (cioè a fini commerciali) offre uno spazio anche a chi non pensa, sta diventando una cloaca. Esattamente come nella Milano descritta da Manzoni si è scatenata online una forsennata caccia all’untore, che ha per destinatari quanti – in questi grami e beffardamente assolati giorni di primavera – evadono dai domiciliari per una corsetta o una passeggiata all’aria aperta. Nessuna distinzione è ammessa tra gli scriteriati che si ammassano in branchi e quanti escono per una mezzoretta da soli, rispettando regole scritte e distanze: tutti sono colpiti da uno stigma senza appello, che ai danni del malcapitato si concretizza in maledizioni, insulti e minacce. In un clima di parossismo il passo che conduce alla violenza fisica è assai breve: forse per non arrivarci, o semplicemente per affidare ad altri la punizione, si sente da più parti invocare “l’esercito nelle strade”, vale a dire lo stato d’assedio. Richiesta pericolosa ma diffusa, che più presto che tardi qualcuno accoglierà di buon grado. In un mese e mezzo il cittadino si è ridotto a homo homini lupus (o, più prosaicamente, iena…), col sospetto che avvelena i rapporti tra i singoli, e la politica cavalca il sentimento generale non avendo l’attitudine – e sospetto neanche la voglia – di influenzarlo in positivo. Stamattina ho udito il Presidente della Regione Lombardia affermare (testuali parole): “dobbiamo costringere la gente a rimanere a casa”. Parole contundenti, e poco importa se la reclusione non è egualmente dura per chi ha un parco o perlomeno un giardino e chi vive in cinquanta metri quadri sprovvisti di balcone. Tutti a casa a tempo indeterminato: già fioccano le ordinanze dei sedicenti governatori, ma il sollievo venato di rassegnazione di un gregge atomizzato e livoroso non durerà a lungo. Trascorreranno le settimane, scandite da “bollettini di guerra” invariabilmente cupi, le festività sbiadiranno sui calendari e la tensione accumulata fra quattro mura inizierà a deflagrare, portando – temo – ad una crescita incontrollabile dei crimini domestici o, nella migliore delle ipotesi, ad un acutizzarsi dei reciproci rancori. Dopo la frantumazione, oramai a buon punto, dei legami sociali assisteremo – ciascuno per conto suo – a quella dei vincoli familiari, messi a dura prova dagli assembramenti domestici ex lege.

Molti, per combattere l’angoscia, troveranno temporaneo rifugio nel lavoro, specie se smart, ma quando usciremo dall’interminabile quarantena (in autunno?) riusciremo a stento ad adattarci alle regole di una società comunque meno libera di prima e segnata da una spaventosa crisi economica di cui adesso percepiamo confusamente le avvisaglie. Come già ci ha segnalato mister Spread i c.d. mercati non si lasceranno intenerire dalle nostre sofferenze e si accaniranno su quel che resta di un Paese messo in ginocchio da una crisi incontrastabile (si pensi solo ai mancati introiti del turismo). All’interno dell’odierno sistema liberalcapitalista la riedificazione della sanità pubblica – il cui scellerato e consapevole smantellamento è la vera causa del presente disastro – degrada a mero auspicio, a pensierino da scuola elementare, anche perché dubito che una massa polverizzata di “sopravvissuti” isterici o comunque feriti ritroverà, assieme a un’improbabile coesione, la lucidità e la forza per imporre un drastico cambiamento di rotta. Se poi per assurdo un mezzo miracolo accadesse non ci verrebbe comunque permesso di ottenere granché: è più comodo spedire – col plauso insensato dei sudditi – l’esercito a presidiare le strade che ritirarlo, a emergenza conclusa, nelle caserme, senza contare il fatto che gli stati di emergenza (e di assedio) possono essere artatamente prorogati all’infinito.

Può anche darsi che, mitridatizzati dalla nostra dose quotidiana di psyops, nemmeno ci accorgeremo più delle garitte in piazza oppure, passando loro accanto, saluteremo i militi armati di fucile con un umile sorriso ebete, curando sempre di “rigare dritto” perché, in certe situazioni, le già bistrattate libertà civili assumono ben che vada l’impalpabile consistenza di una benevola concessione dell’autorità. Si delineano i contorni di un incubo senza risveglio.

Fuori dalla finestra le nubi cominciano ad oscurare il sole.

Risultato immagini per militari pattugliano strade per il coronavirus

Fonte foto: Fanpage (da Google)

2 commenti per “Un paese ai domiciliari

  1. Rita fadda
    21 marzo 2020 at 12:02

    Veline governative…bella.
    Per quante nuvole possano coprire il sole,lui é là… così come la nostra volontà di farcela.

  2. Filippo
    21 marzo 2020 at 18:24

    Totalmente d’accordo, tralasciando per un attimo la questione medica in se (che voci autorevoli hanno messo comunque in dubbio).
    La dittatura che viviamo oggi non ha uguali, e spaventa. La gente che non ne ha abbastanza di costrizioni spaventa ancora di più

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