Afrotopia. Un altro immaginario per l’Africa

Un altro immaginario per l’Africa: intervista all’economista senegalese Felwine Sarr.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Traduttore, critico letterario e giornalista culturale, collabora con diverse riviste cartacee e online.

Un prontuario di pensiero postcoloniale africano: si potrebbe definire così Afrotopia, il libro dell’economista e filosofo senegalese Felwine Sarr recentemente pubblicato dalle edizioni dell’asino (traduzione e cura di Livia Apa). Le questioni affrontate da Sarr sono cruciali per il futuro del nostro paese e del mondo intero: in questi tempi di nazionalismi e xenofobia cercare di capire il complesso universo africano è una grave e trascurata urgenza intellettuale. Personaggio eclettico, Sarr lavora accanto ad Achille Mbembe, alfiere dei postcolonial studies africani, e con Boubacar Boris Diop, noto scrittore senegalese e autore di quello che è probabilmente il libro più importante sul genocidio ruandese (Murambi, il libro delle ossa); insieme a quest’ultimo Sarr ha fondato una casa editrice a Saint Louis, in Senegal. A Roma, dove lo incontro, è ospite del Romaeuropa festival come coautore dell’opera “Kirina”, accanto al coreografo burkinabé Serge-Aimé Coulibaly e alla cantante maliana Rokia Traoré. Afrotopia si concentra soprattutto sugli immaginari, i quadri mentali e le narrazioni che fanno da sfondo e cornice alle nostre azioni e scelte politiche. Sono questi, anzitutto, che vanno cambiati, secondo Sarr. Ho cercato di portare il discorso sul terreno delle questioni migratorie non solo perché è quello su cui oggi in Europa si decidono i governi, ma anche perché il libro è un ottimo strumento per avvicinarsi in maniera non superficiale all’universo morale, economico e culturale di chi sceglie di partire dal sud del mondo per venire dalle nostre parti.

Uno dei punti chiave del libro è come l’Africa possa essere capace di produrre modelli di sviluppo diversi da quelli dominanti.

Già li produce. Si tratta di paesi che fin dall’indipendenza sono stati messi su traiettorie che riprendono l’essenziale della teleologia occidentale: lo stato nazione come modello politico, i progetti di sviluppo economico, l’obiettivo di entrare in quella che viene chiamata la “modernità” sociale. Ma le società sono creative, producono soluzioni che non rientrano necessariamente in questo schema, per esempio hanno modi di occupare il territorio che vanno al di là delle frontiere costituite dal colonialismo. Le società producono una dimensione economica articolata con una dimensione relazionale, con elementi della propria cultura e del proprio ambiente. L’economia è fondamentalmente antropologica. L’economia capitalista neoliberale impone delle forme nelle quali la gente non si ritrova perché sono state concepite non per loro ma contro di loro, in un rapporto globale del tutto squilibrato. La gente dà allora prova di creatività economica: è quello che solitamente si chiama economia informale, un’economia socio-popolare fondata su culture e realtà specifiche. Invece di cercare di comprenderla la si definisce negativamente rispetto a un’economia che sarebbe al contrario formale, e l’unica cosa che si vorrebbe fare è appunto formalizzarla. Il continente esprime stili di vita, forme economiche e relazioni sociali alternative rispetto all’economia dominante, il problema è che i nostri ricercatori non investono su tutto questo per capirlo, teorizzarlo, per comprendere se e dove questi modelli hanno un potere d’irradiazione, se sono forti o deboli, cosa si può sistematizzare, cosa si può replicare, cosa si può aumentare di scala. Siamo sempre all’interno di un’economia della mancanza, non si guarda quello che abbiamo e su cui possiamo costruire ma solo quello che gli altri hanno e che noi dovremmo avere. È un problema di sguardo.

Le grandi istituzioni che animano la globalizzazione economica hanno gli strumenti epistemologici e soprattutto la volontà di valorizzare e integrare queste altre economie?

Ci sono dei tentativi, ho visto dei rapporti della Banca Mondiale che cercano di considerare il capitale sociale e culturale. Si rendono conto che il modello diciamo razionalista non funziona, ma sono tentativi di integrare a margine, non è una critica del sistema ma una critica dall’interno: non vogliono cambiarlo ma migliorarlo, umanizzarlo. Ma non è questo il punto per me, il punto è che questo modello comunque crollerà, non è perenne né sostenibile. Crollerà in ogni caso, non foss’altro per una questione ecologica. Siamo nella situazione di chi si trova davanti al precipizio e invece di fermarsi accelera. Molti economisti seri hanno iniziato a riflettere sull’economia postcapitalista, sanno che arriverà il giorno in cui bisognerà cambiare direzione, e che non sarà tra molto, e si chiedono su quale fondamento le società umane potranno creare valore secondo i loro bisogni quando non ci sarà più tutto quello su cui si basa l’economia attuale. Questo sistema finirà perché non è caduto dal cielo, non è sempre stato così, ha una storia: è nato e morirà.

Questo è un punto molto ribadito nel libro: il sistema economico è in crisi quindi possiamo essere ottimisti perché dovrà cambiare, ma è un punto di vista tutt’altro che evidente. La crisi di cui si parla sempre, quella del 2007/8 per intenderci, è servita soprattutto come occasione per rinforzare le politiche neoliberali. Se arriverà la catastrofe sarà un altro discorso, ma potrebbe esserci anche la possibilità che questa catastrofe non si presenti, che venga neutralizzata, o respinta sempre più in là.

Non sarà respinta, il mio lavoro da economista da più di venticinque anni è quello di osservare le tendenze in atto: ci vorrebbero due pianeti per vivere secondo il modello con cui oggi viviamo. Abbiamo superato ad agosto quello che viene chiamato earth overshoot day, il giorno del debito ecologico. Significa che viviamo a credito, in un regime instabile. La grande questione è sull’ordine di misura temporale: se si guarda ai prossimi venti, trenta o anche quarant’anni tutto può sembrare ancora accettabile, ma se si guarda alla stabilità del sistema è chiaro che più avanti collasserà. La crisi è nel sistema e noi ci comportiamo come se non ci fosse.

E come possiamo pensare che i paesi del sud del mondo siano quelli più pronti ad affrontare questa crisi quando sono quelli che sembrano più accanitamente voler arrivare dove siamo noi, che vogliono godere di quello di cui noi godiamo?

Questa è la grande sfida, far comprendere che non dobbiamo inseguire il mimetismo e ripetere la storia occidentale, ma imparare da quella: ci sono stati dei meriti oggettivi, come in ambito medico, ma anche delle grandi derive che non possiamo ignorare. Per esempio dobbiamo imparare a pensare a un’industria al di là delle energie fossili. È un lavoro sull’immaginario: elaborare forme più ecoresponsabili significa lavorare su un immaginario che non sia una semplice replica. Bisogna cercare di essere più intelligenti, di non fare come l’America: l’America conta il venti per cento della popolazione del globo e consuma l’ottanta per cento delle risorse. Se gli altri vogliono fare lo stesso avranno bisogno del trecentosessanta per cento delle risorse mondiali. La Cina vuole mostrare di essere all’altezza della partita, di essere più forte degli occidentali, e sta facendo come l’America. Ma non può.

Riguardo agli immaginari allora mi domando se non si possano stabilire dei nessi tra il tuo discorso e le attuali migrazioni. Con quale immaginario i giovani africani partono verso l’Europa?

Ho scritto il libro proprio per dire loro che devono cambiare immaginario, che devono allargarlo. Ho attraversato un immaginario mimetico, ostruito, abitato da altri, quello che Aminata Traoré chiama “lo stupro dell’immaginario”, quello di un’intera generazione che contempla come unica via di salvezza il fatto di sbarcare sulla terra occidentale e di vivere una vita all’occidentale. Questo significa che l’offerta è povera, ciò che viene loro proposto come futuro è troppo poco: il mio scopo è diversificare l’offerta, spiegare che esistono possibilità più reali e multiple, che l’orizzonte è molto più ampio di quell’unica opzione che conoscono.

Ma esiste una legittimità anche nelle pretese di chi, non uscendo dal sistema mondiale capitalista pretende quella parte di ricchezza che gli è stata sottratta, che gli viene negata?

È legittimo pretendere una distribuzione più equa delle ricchezze del mondo. Il sistema economico e le regole del commercio internazionale così come sono costituiti sono strutturalmente asimmetrici e fatti per portare beneficio a una minoranza. Sono queste le regole del gioco, per esempio al livello della OMC, ma possono essere cambiate. È logico che in un sistema globalizzato chi contribuisce alla ricchezza globale voglia essere retribuito in maniera dignitosa rispetto al proprio contributo, e quando ricostruisci le catene del valore, vedi come chi lo produce non è colui che ne gode maggiormente. C’è dunque un lavoro da fare su diversi piani: sull’esistente, che è asimmetrico, e bisogna rendere più equilibrato; e sull’alternativa: dove mi conduce l’esistente? Quali sono le conseguenze umane, ecologiche, sociali? È un buon modello? Hanno certamente regione di esistere quelli che lavorano per correggere un sistema che presenta diseguaglianze inaccettabili, quello che non accetto è che si faccia finta di nulla e si giochi la partita solo per vincerla: se questo gioco è pregiudizievole per l’insieme della collettività umana, bisogna investire energia e forza intellettuale per articolare un gioco diverso. Perciò l’argomento di chi dice che altri già hanno intaccato il clima e quindi possiamo farlo pure noi è insostenibile.

Nel libro ci sono pagine molto interessanti sulle città africane. Le descrivi come serbatoi di potenzialità. Personalmente davanti alle città africane ho avuto delle impressioni più ambigue: da una parte l’energia e la creatività di luoghi dell’abitare diversi e imprevisti ma anche l’impressione di una accelerazione delirante dove si bruciano legami sociali, valori tradizionali e così via.

Non considero la città né un problema né un bene, registro una dinamica esistente, demografica: il continente africano contiene il 48% dell’umanità e raggiungerà il 70% nel giro di qualche anno. C’è l’urgenza di pensare al contesto urbano, d’immaginarlo, di non lasciare che la città si costruisca da sé, non pensata né organizzata. Gli urbanisti, i paesaggisti, gli architetti africani dovranno creare una dimensione contemporanea che tenga conto del modo in cui lo spazio è realmente abitato. Le nostre, per esempio, sono città dove la gente cammina, sta molto all’aperto, ama la convivialità, ma quelle attuali non sono fatte per i pedoni, non ci sono spazi pubblici, non tengono minimamente conto del nostro modo di occupare lo spazio e il tempo. Il risultato è un modo di abitare schizofrenico. Non possiamo pensare che la sola contemporaneità passi attraverso il fatto di replicare modelli come Singapore o Dubai. Il che non significa dimenticare la funzionalità, al contrario.

Quali sono i canali per veicolare questo immaginario non esogeno?

L’immagine, l’arte, tutti gli spazi creativi, il cinema. Mi è piaciuto Black Panther perché ci ho visto delle città afrofuturiste con un’architettura mista dove si riconosceva Timbuctu, Djenne e altro ancora. Quello per me è un esempio di figurazione di un tutto possibile. Penso che in certi casi si debbano colpire gli animi: le arti visuali in questo senso sono particolarmente efficaci, sono come un modello 3D attraverso cui ti viene mostrata un’opzione in maniera immediatamente percepibile: “potrebbe assomigliare a questo”. Dunque anche Black Panther pur essendo un blockbuster con tutti i codici del genere è interessante, perché c’è un tentativo di produrre un immaginario diverso e di figurare rapporti di forza diversi: un’Africa caratterizzata dal potere, dalla forza tecnologica, e non dalla miseria. Questo va benissimo per i ragazzini di tredici quattordici anni: vedersi non come gli eterni perdenti ma come vincitori, come quelli che si trovano in una posizione più avanzata.

Pensi che i nuovi mezzi di comunicazione che si diffondono in maniera virale nel mondo intero, e in Africa forse ancora più rapidamente che altrove, possano funzionare in questo senso? Internet e le grandi piattaforme non rischiano di produrre un immaginario ancora più eterodiretto?

Il problema degli strumenti è sempre quello di capire come servirsene. Internet è uno strumento formidabile che veicola un potenziale di creatività e di regressione. Ci sono usi senza dubbio fondamentali per il continente come l’educazione o l’informazione sanitaria. Ma spesso a decidere sono i GAFA, le grandi compagnie, c’è dunque un rischio non solo di regressione ma anche di controllo della vita e degli immaginari. Ogni innovazione tecnologica è ambivalente, non è mai un progresso lineare.

Bill Gates sulla Stampa un po’ di tempo fa diceva che l’unico modo di fermare l’immigrazione è creare una classe media africana. La modernità africana deve passare necessariamente attraverso il suo contributo alla creazione di una classe media globale?

Intanto vorrei che si smettesse di cercare di fermare l’immigrazione africana e che si facesse attenzione alle statistiche più ragionevoli: l’ottanta per cento dei migranti africani migrano all’interno dell’Africa. Ci sono paesi africani dove i migranti compongono il 30% o il 40% della popolazione totale: il Gabon, la Costa d’Avorio. Bisogna ricordarlo. E sapere che solo il 3 o il 4% dei migranti africani viene in Europa, e che tra i migranti che arrivano in Europa gli africani sono gli ultimi numericamente parlando. Bisogna riportare le cose alla loro giusta proporzione: ci sono flussi migratori molto più massicci e importanti di quelli africani ma quando si parla di pericolo e di invasioni si fa quasi sempre allusione agli africani. È una distorsione del punto di vista che dice molte cose. Infine la mobilità è un diritto fondamentale dell’essere umano. Penso che l’Italia sia uno dei paesi che ha più emigrato nel mondo per le classiche ragioni: guerre, benessere economico, o anche per il semplice desiderio di andarsene via.I governi africani devono garantire delle condizioni di vita degne sul loro territorio perché una parte della gioventù non sia costretta a migrare. Se c’è la possibilità di crescere, di realizzarsi sul continente, classe media o meno, se c’è uno spazio dove si può investire sul futuro, dove si può seminare, quella di partire diventa una scelta e non una costrizione. Credo che qui ci siano due livelli: la maggior parte dei nostri governi ha fallito nell’offrire sbocchi professionali e vite decenti ai giovani, ma sono presi da una storia globale e da un sistema economico che li strozza: la divisione è così ineguale che si battono per una microporzione. Su questa microporzione si dirà che sono corrotti, ingiusti, ed è assolutamente vero, ma se le regole del gioco fossero più imparziali sarebbe un altro discorso. Le persone devono potersi muovere ma devono anche avere la possibilità di restare a casa loro, di non essere costretti a partire per necessità soprattutto economiche, facendo delle scelte in cui ne va della loro vita.

Anche su questo mi viene una domanda che riguarda l’immaginario: la visione della vita non degna in Africa non è una deformazione dello sguardo occidentale, più o meno introiettato?

Assolutamente. Per questo insisto nel libro sulla quantofrenia [la tendenza a tradurre ogni aspetto della realtà in termini quantitativi N.d.R.], insisto sui valori culturali della civilizzazione dicendo che abbiamo una prospettiva invertita dell’uomo, e questo vale anche per molti africani. Quelli che partono non sono i più poveri, per partire bisogna avere i mezzi, migliaia di dollari. I veri poveri non possono pagarsi la traversata. Per molte di queste persone migrare non è una questione vitale, sono ambizioni di realizzazione sociale, di status, per esempio sperano di costruirsi una casa e pensano che sia più facile riuscirci passando dieci anni in Europa. È come una scorciatoia. Questo è l’immaginario. Alcuni di loro si trovano bene nella parte dei miserabili perché è quella che gli viene attribuita. “Queste povere persone che non hanno nulla da mangiare, bisogna accoglierli”, è un discorso che qua rassicura molto, che elimina la complessità, ma è un inganno.E tuttavia c’è anche una gioventù senza lavoro, inoperosa e che aspira ad avere lo stesso livello di comfort che vede alla televisione, su internet, come tutti. Sono pronti a mettere la loro vita in pericolo per ottenere questo livello di benessere materiale. Ma c’è anche dell’altro, c’è il fatto di volere fare della propria vita un’avventura, un cammino iniziatico, di andare alla conquista di qualcosa, darsi un senso che va anche al di là del semplice guadagno: mettere la propria vita in pericolo è riuscire in qualcosa di arduo, fare della propria vita una storia.

Quest’ultimo aspetto ha qualcosa a che fare con quell’energia in esubero del continente di cui parli nel libro?

Sì, e questa energia si deve esprimere in qualche modo. Se persone nel pieno delle loro forze non hanno un lavoro, un progetto, qualcosa che le metta in moto, cercano partendo di fare qualcosa della loro vita, di conquistare qualcosa, di scavalcare qualche barriera. Questa tensione della vita che vuole sentirsi vivere e sentirsi realizzata è un dato fondamentale nella biochimica degli individui e della loro vita psichica: alcuni partono in guerra o vanno a fare la jihad perché non hanno nulla da fare, semplicemente. L’odio dell’altro può essere un buon surrogato contro il sentimento di inattività, di inutilità, di una vita senza realizzazioni. Bisogna cominciare a capire anche questo tipo di economia psichica.

È molto difficile capire queste cose soprattutto perché nei media il discorso sull’immigrazione è sempre orientato verso una retorica emergenziale: sono disperati che scappano dalla guerra, dalla rovina materiale. È un problema d’immaginario nostro allora, in questo caso. Un discorso e un immaginario che torna utile alla politica per dire: accogliamo solo il 4% ovvero quelli che hanno veramente bisogno perché scappano dai disastri umanitari, di tutti gli altri ci laviamo le mani.

Bisogna sempre ricordare che l’immigrazione prima di essere un fatto è un processo storico, che non emerge dal nulla, e che non si può trattare il sintomo senza trattare le cause strutturali profonde. Se la si prende come un processo possiamo capire quali sono gli elementi che lo mettono in moto. Quando Sarkozy bombarda la Libia non pensa che questo avrà degli effetti, che destrutturerà il paese, che le armi scenderanno verso il Sahel, che ci saranno conseguenze in Mali, che il territorio diventerà ostaggio dei signori della guerra, che tutto un processo storico-sociale si metterà in movimento e che questo processo avrà dinamiche che si svolgono a livello di geopolitica mondiale, di rapporti economici, eccetera. Bisogna pensare il processo nella sua globalità se si vuole trattarlo.

Perché in Occidente abbiamo tanta reticenza ad allargare lo sguardo?

Perché abbiamo difficoltà a ragionare sul medio e lungo termine. La comunità umana sul lungo termine ha gli stessi interessi: l’Europa, l’Africa, l’Asia sono tutti interessati ad avere un mondo pacificato, una distribuzione delle risorse capace di ridurre una violenza globale legata strutturalmente alla lotta per la ricchezza. Abbiamo due o tre volte le risorse che servirebbero realmente per la popolazione mondiale. Ma perché a breve termine le posizioni divergono? La politica ha preso la pessima abitudine di fare la corte alle opinioni, di lisciare il pelo. Nessuno osa dire qui in Europa che avete bisogno dei migranti, che in Germania o in Italia c’è un tasso di fecondità talmente basso che il rischio di un invecchiamento della popolazione è altissimo. Quando Angela Merkel riceve un milione di siriani è certamente una buona cosa ma sa bene che i siriani sono formati, che ci sono informatici, medici, che investendo per sei anni diventeranno produttivi mentre bisogna investire per sedici anni su un giovane tedesco per renderlo ugualmente efficiente; sa bene che ci sta guadagnando da tutti i punti di vista: demografico, politico, economico.Questo è un discorso che va fatto: mostrare all’opinione pubblica che un corpo sociale che non ha diversità e che non si rigenera è in una situazione di entropia, e che la biodiversità, anche la biodiversità sociale, è la grande forza dell’umanità: l’apporto degli altri, dalla cultura al mercato del lavoro, è fondamentale. L’entropia colpisce tutti i sistemi chiusi, indipendentemente da ciò che hanno potuto realizzare, e le grandi civiltà sono quelle che hanno saputo articolare i mondi complementari che si trovavano di fronte. In ogni epoca, ogni volta che una civiltà ha raggiunto l’apogeo e si preoccupa anzitutto di preservare se stessa contro gli altri, entra in un processo di degenerazione.

Però ci sono stati momenti in cui il pensiero identitario aveva meno successo di adesso. Mi domando se sia possibile che questo pesante ripiegamento xenofobo dipenda solo dalla diminuzione di qualche punto decimale nel PIL.

Può essere, ma anche questo è un immaginario che è stato creato, l’immaginario della crescita infinita come criterio assoluto. Bisogna sapere condividere una crescita senza prosperità. Oggi esistono delle comodità che non fanno aumentare il PIL ma che rendono la vita più gradevole e facile. Ci troviamo in quella che viene chiamata la terza rivoluzione industriale, la rivoluzione informatica: non produrrà crescita economica come ha fatto la prima rivoluzione industriale ma migliorerà la qualità della vita sotto molti punti di vista. È il momento di uscire dall’immaginario che prevede una crescita infinita in un mondo finito, come si è voluto fin dal diciassettesimo secolo. L’immaginario del sempre-di-più e non del meglio: il meglio non coincide con il più. Una crescita senza prosperità è una crescita più sociale e collaborativa, più qualitativa e meno quantitativa.Il sistema basato sulla quantifcazione della vita e dell’egoismo come norma sociale ha funzionato per anni, ha prodotto la sua teoria attraverso opere di divulgazione, i media, la stampa, ha creato una forma di discorsività eterogenea che ci governa, e che si dà come naturale e ineluttabile: bisogna fare un discorso inverso mostrando che non si tratta di una necessità ma di una forma storicamente definita e che esistono altre forme possibili che potrebbero venire incontro meglio ai bisogni delle persone. Le persone hanno paura di perdere il benessere, non appena si fa un discorso alternativo credono che si propongano ipotesi regressive, come tornare a vivere nei boschi. Ma i bisogni non sono illimitati, lo sono i desideri, e su questi si può intervenire, si può decidere di non avere desideri infiniti e irragionevoli. Bisogna lavorare molto sull’economia psichica dei gruppi.

Passando dai modelli di sviluppo a quelli di governance, l’Africa può essere portatrice anche da questo punto di vista di “visioni” diverse? Mi domando anche se mentalità e culture così fortemente ancorate all’idea gerarchica del “capo” o ai legami etnico-tribali possano incorporare il modello occidentale della democrazia rappresentativa. La storia africana ci ha mostrato che non funziona: arriva sempre qualcuno che si prende il potere e lo gestisce in maniera personalistica e clientelare.

Affronterei la domanda da un punto di vista diverso: anzitutto direi che la democrazia rappresentativa è un sistema in crisi nel mondo intero, compreso il mondo occidentale, dove i rappresentanti non rappresentano la gente ma interessi privati. Democrazia rappresentativa è diventato un ossimoro perché nei sistemi di rappresentazione c’è un grande deficit di democraticità. Ci vuole una riflessione su quali siano le forme reali di partecipazione e rappresentazione della volontà popolare. C’è sempre bisogno di una corrispondenza tra la forma di una determinata istituzione e l’ideale che la sostiene. Penso che quello democratico sia un ideale che possiamo condividere: volere che la maggior parte delle persone partecipi alle decisioni, che la maniera con cui è prodotto il nostro sistema di governo derivi dall’intelligenza collettiva, che ci siano dei sistemi di contropotere e di controllo per fermare le derive del potere. Sapendo che tutto questo non servirà a nulla se non c’è allo stesso tempo un contratto sociale intorno alla divisione della prosperità.Queste idee, che considero la base della democrazia sostanziale, danno vita a forme istituzionali diverse a seconda della cultura e delle storie dei gruppi umani. Ci sono studi di scienze politiche che mostrano come sono esistite diverse forme di governance nel continente africano nelle quali si può riconoscere la preoccupazione della partecipazione del gruppo, dell’equilibrio dei poteri, dell’inclusività. Si è mancato di immaginazione all’indomani delle indipendenze quando si è voluto replicare delle forme istituzionali prodotte altrove, da un’altra storia, senza tenere conto delle produzioni endogene. Hai ragione nel dire che il potere legittimo, quello che rappresenta le persone, non si trova nelle istituzioni come le abbiamo costruite: le persone hanno affiliazioni religiose, etniche, consuetudinarie, che sono molto più importanti del singolo deputato. Non si può mettere da parte questa realtà. In Africa esistono società fortemente gerarchiche ma anche fortemente egualitarie. Quando si fa un sondaggio e si domanda agli africani se vogliono la democrazia rispondono di sì, e capiscono bene cosa significa: partecipare al modo in cui la vita è organizzata è per noi un’aspirazione fondamentale. Quello che non funziona è la democrazia elettoralista: le elezioni in Africa costano molto denaro, tensione politica, vite umane, e il sistema messo in atto non sono sicuro che rifletta quello che vuole la gente. È un grosso problema. C’è dunque da fare anzitutto una critica delle forme di rappresentanza – Trump ha avuto tre milioni di voti meno di Hillary Clinton eppure il sistema dei grandi elettori, della democrazia censitaria, ha fatto sì che diventasse lui il presidente. E questa penso sia una critica globale. Dopodiché, ci vogliono sforzi specifici per chiedersi come la risposta a determinati bisogni di determinati gruppi umani possa creare un sistema che funziona, che tiene conto del rapporto con l’autorità, con il potere, la governance, facendone qualcosa di intelligente. Non esistono forme ideali e buone una volta per tutte, dipende dal momento della propria storia in cui si trova un certo gruppo sociale: le forme vanno sempre reinventate.

Insieme allo scrittore Boubacar Boris Diop hai creato a Saint Louis, in Senegal, una casa editrice. Non dev’essere facile, in Africa il paesaggio editoriale è praticamente desertico.

Sì, con Boubacar Boris Diop abbiamo fatto la tua stessa constatazione, e abbiamo pensato che se vogliamo che i nostri immaginari trovino spazi bisogna creare dei luoghi dove vengano prodotti, editati e fatti circolare. C’è un’attenzione crescente verso la nostra letteratura ma un autore africano dentro una casa editrice occidentale deve negoziare l’immaginario che trasmette. C’è un rapporto di forza: soprattutto se sei un giovane autore finiranno con l’inglobare il tuo immaginario per tradurlo nella visione che hanno di quello che deve essere pubblicato. Questo avviene sia a livello di scelte dei titoli che a livello di lavoro editoriale. Le case editrici occidentali sanno benissimo quello che funziona e cercano di replicarlo: un certo esotismo, alcuni temi come il bambino soldato, la condizione della donna, le tragedie del continente. La prima cosa da fare è dunque proporre al mondo il nostro immaginario senza adattamenti o manipolazioni e finché non esisterà un’editoria africana forte questo, almeno in letteratura, non si potrà fare.

Un’ultima domanda, all’inizio hai parlato della Cina, la grande novità – sempre esogena purtroppo – del continente. Credi che gli interessi economici cinesi possano inserirsi in un quadro africano un po’ più equilibrato? I cinesi sembrano molto aggressivi.

I cinesi sono molto aggressivi, la cosa che mi fa sorridere è che la violenza cinese crea problemi mentre quella occidentale non disturba nessuno. Loro almeno non vengono con l’idea di imporre dei valori o una missione civilizzatrice, non vengono a dirti di votare una certa legge, non condizionano il loro aiuto a un certo cambiamento politico-sociale. Almeno in questo sono chiari. Il continente africano è un terreno di gioco le cui ricchezze sono disputate da tutte le grandi potenze: contiene un terzo delle risorse minerarie e naturali del mondo, è così grande che persino la proiezione di Mercatore lo sottostima: secondo le vere proiezioni ci puoi infilare l’Europa, la Cina, l’India, gli Stati Uniti e avanza ancora dello spazio. È anche un continente che oggi contiene i sei decimi delle terre arabili non utilizzate. Paesi come la Cina che hanno bisogno di spazio per svilupparsi, che hanno bisogno che la popolazione si sposti altrove, bramano queste risorse.La grande questione è quella dell’autonomia politica e della sovranità, avere dei regimi e delle società che siano in grado di non lasciare che queste ricchezze vengano saccheggiate per soddisfare i bisogni industriali del resto del mondo, bisogni che si basano su un’economia del superfluo e il cui costo sarà che qui, al contrario, non si potranno soddisfare bisogni primari umani fondamentali. Da questo punto di vista considero la Cina alla stessa stregua della Russia, degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale. Sono le stesse logiche. Perciò mi dà fastidio quando vedo gli occidentali che fanno le pulci ai cinesi. Loro si sono comportati in modo diverso? Si comportano in modo diverso? Il nostro problema è quello di essere costretti a scegliere il male minore, la predazione minore, magari in cambio di qualche infrastruttura. In Senegal recentemente si è scoperto del gas e del petrolio ma sappiamo già che non saranno i senegalesi ad approfittarne per primi: si stipuleranno contratti con il 10% di royalties, su questo 10% ci saranno delle retrocommissioni, e non è normale che esistano contratti di divisione della produzione così ineguali. La Cina mi preoccupa meno di un sistema di predazione globale che dopo avere esaurito le risorse di un posto va in un altro per esaurire anche quelle. E tutto ciò a vantaggio di quale modello di civiltà?

Fonte: https://www.iltascabile.com/societa/afrotopia-sarr/?fbclid=IwAR2VoL93lX3K8ny9j8WAhiUQtNrnbDbd2cgnAbECGvFOnFa1aeCRKiJhjso

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Foto: Panorama (da Google)

 

1 commento per “Afrotopia. Un altro immaginario per l’Africa

  1. armando
    28 ottobre 2018 at 20:20

    Bella intervista. sacrosanta l’ultima parte sulla divisione ineguale delle risorse. Vorrei chiedere una cosa: esiste somiglianza fra il concetto di crescita senza prosperità e quello di “decrescita felice ” di Latouche?

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