Crisi e conflitto

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

Le manifestazioni di quanto sta accadendo negli USA sono un segnale importante di un momento di crisi globale, accelerato anche dall’emergenza virale , che sta colpendo ovunque, creando incertezze e smarrimento di fronte alla consapevolezza, per troppo tempo dimenticata, della precarietà della nostra esistenza. Uno scontro, quello americano, scatenato dal casus belli dell’efferato omicidio conseguenza di un potere violento, ma strutturalmente figlio di una crescente economia disumana, rafforzatasi dal processo di globalizzazione, che dotata di voracità insaziabile con il solo fine di divorare, ha parcellizzato la classe subalterna dividendola e facendo sì che le conquiste di condizioni simili di fratellanza raggiunte nel secolo scorso si trasformassero in odio e nel disastro del tutti contro tutti per l’inaccettabile qualità della vita vissuta senza più speranza e senza più soddisfacimento esistenziale e socio/economico. In Europa, questa condizione ha permesso ad una qualunquista demagogia di bassa istintualità di ottenere un largo consenso delle classi popolari utilizzando come carta luccicante il razzismo o fascismo, ma agendo sopra il reale vissuto quotidiano di vite invisibili e minuscole, che votano chiunque prometta di distruggere tutto: cada Sansone con tutti i filistei.

D’altro canto il crescente impoverimento della popolazione ci porta a situazioni simili a quelle di un secolo fa aggiungendo però la fake più vincente della storia, che ormai si è sostituita di fatto alla realtà e cioè la falsa narrazione della inevitabilità della situazione, del mantra tanto nulla può cambiare, della fine della storia in cui tutto è dato per sempre e in eterno etc etc ( un dogma fideistico dunque). In questa dinamica, l’egemonia di turno, che possiede capitale e dominio assoluto sui beni di produzione e sulla capacità di influenzare, come poche volte nella storia, sia le decisioni delle istituzioni nate da una rappresentanza democratica e sia della politica,  riaffermando in modo brutale, la loro posizione di potere tra le classi medie e quelle più disagiate che tengono in condizioni di sussistenza.

Mai come oggi sarebbero necessarie alternative di opposizione , che va dalla creazione di un nuovo modello globale di istituzioni veramente rappresentative di tutte le istanze di bisogno di ogni essere umano, trasparenti ed efficienti, che garantiscano giustizia economica e sociale.

La consapevolezza che le élite sono state la causa della situazione attuale e anche che le migliori opportunità sono ancora riservate per gli stessi gruppi di potere, dovrebbe diventare il perno del cambiamento per le nuove generazioni.

Si è coscientemente abbandonata l’idea di giustizia sociale, o meglio, di benessere sociale, sotto il nome di una presunta legittimità popolare. Stiamo parlando di una degenerazione della democrazia intesa come sistema politico basato sul consenso espresso da un voto, ma il voto è possibile manipolarlo ed indirizzarlo.

Un sistema dominante che non conosce altra legge al di fuori del mercato, completamente amorale, in quanto si basa sulla legge della domanda e dell’offerta.

Già nel 1966 Marcuse denunciava l’attuale forma di libertà e la riduzione della democrazia al “dio mercato”. Le persone manipolate dalla pubblicità e “stordite” dal consumismo si sentono libere: l’ignoranza, l’impotenza e l’eteronomia introiettata è il prezzo della loro libertà. La democrazia e la libertà sono cannibalizzate ovunque dai mass media i quali, secondo Marcuse, oltre a mortificare e svuotare di significato di questi valori, mirano a ridurre il pensiero critico e a rimbecillire le masse (Marcuse).

L’opposizione adesso è lasciata a nuovi movimenti sociali molto eterogenei tra loro e spesso confusi. Essi si stanno battendo con tenacia dimostrandosi come i più strenui difensori dell’ambiente e dei beni comuni. Gli unici attualmente che, pur tra mille difficoltà, cercano di opporsi all’ideologia mercatista del pensiero unico e di proporre un’alternativa di stampo comunitario. Il loro difetto è che mancano di un impianto culturale di vasta mole che sappia elaborare una visione del mondo   di sintesi delle forze subalterne,rendendo così possibile l’unità di azione.

Il nocciolo della questione sta nella capacità di risvegliare nella società odierna una labilissima capacità critica che sia in grado di provocare una rottura del pensiero unico che è agito attraverso il “dogma del mercato”.

La nuova politica dovrebbe essere concepita e praticata come sintesi di realismo ed idealismo etico capace di rifondare e praticare la politica come prassi decisionale di condivisione, inclusione e crescita dello spirito comunitario.

L’obiettivo generale non è il successo di parte quanto lo sviluppo di tutti.

Per operare questo rovesciamento radicale, è necessaria una vera trasmutazione della prassi e dei suoi ideali. Non basta più la denuncia fenomenologica dei vizi e delle passioni del potere né è sufficiente la solita predica sulla necessità di una moralizzazione della politica. Bisogna ricostituire l’idealità di una politica, che unisca saperi antichi e nuovi capaci nuovamente di attrazione e che si misuri e si qualifichi sulla capacità di risolvere i bisogni comunitari emergenti. Solo così la politica diventerà uno sforzo collettivo di ricostruzione del bene comune universale per tutti gli uomini del mondo.

La politica, “rifondata” sul primato dell’antropologia e del rispetto della natura ha bisogno di nuove virtù e di nuove relazioni sia nella società civile che nelle istituzioni. Non deve essere assillata dalla strategia mediatica e clientelare del consenso e da quella del successo individuale, cinico, cieco e spietato, ma una aspirazione ad essere incisiva per un equo governo e per il superiore bene comune universale.

La nuova politica diventa così “il realismo dell’utopia ”, concepita come obiettivo, compito e scopo personale e comunitario. Non è , badate bene, una fuga dalla realtà nella fumisteria di un orizzonte utopistico perché sarebbe un’ulteriore via di alienazione e di negazione della realtà, un chiudere gli occhi sul malessere sociale e sul malcostume, sull’illegalità e la criminalità.

Paradossalmente sono i cosiddetti utopisti, le cui realizzazioni ideali si proiettano “nella terra di nessuno”, coloro i quali difendono i pochi territori e le comunità ideali, ma esistenti, ancora presenti sul nostro pianeta. Sono loro che cercano incessantemente nuove forme di espressione, nuovi modelli idonei alla pratica dell’utopia comunitaria intesi come un insieme di possibilità reali realizzabili a determinate condizioni. Queste persone provano a mettere in atto progetti di vita collettiva basati sulla creazione di piccole organizzazioni autarchiche; comunità in grado di vivere al di fuori del sistema istituito in grado di superare il pensiero debole tipico della post-modernità senza, ma sono esperimenti di pochi tollerati dal potere proprio perché troppo frammentati e dunque innocui al potere stesso.

Accanto a questo è arrivato il momento di rimettere in circolazione parole forti tenute in una teca di vetro: conflitto , inclusione, natura e conoscenza.

 

Conflitto

Il termine conflitto, come tanti altri termini importanti che disegnano la struttura linguistica e comportamentale degli esseri umani, è oggi messo al bando. Trasformato in sinonimo di odio. Utilizzare questo termine in dinamiche politiche è considerato taboo. Esso è identificato come il male assoluto. Eppure conflitto ha un altro significato. Conflitto è “polemos” un dio. Più che un dio. Eraclito ne fa la base del suo pensiero filosofico: «Pólemos è padre di tutte le cose, di tutte; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi». È il Polemos/conflitto inteso come confronto anche aspro, che viene indicato come «padre di tutte le cose», motore capace di aiutarci a trovare una soluzione ai contrasti, per esempio quando descrive un mondo diviso in due, tra «schiavi e uomini liberi».

Occorre riappropriarsi del conflitto.

Soprattutto oggi in cui la diseguaglianza che genera il conflitto è figlia di una crescente economia disumana.

L’azione politica infatti non può che nascere dalla necessità di riconoscere il conflitto, non come guerra o odio per ma piuttosto campo di forze, e il campo di forze non è -in questo mio modo di riflettere-, che un campo tensionale, un movimento incessabile, dove diverse , convergenti o divergenti differenze si affollano, è l’istituzione di un luogo in cui ascoltare le reciproche istanze, i diversi e contraddittori bisogni, e trovare quell’unità necessaria a ripensare e cambiare radicalmente il mondo.

Le crescenti diseguaglianze ci pongono di fronte ad un possibile conflitto radicale, un conflitto che nasce dal tradimento del patto umano che desidera la realizzazione di una convivenza civile, di una comunità umana, del senso medesimo della polis intesa come solidarietà ed eguaglianza tra tutti i componenti. È evidente che  a questo degrado potrebbe opporsi soltanto una sinistra in grado di interpretare la propria funzione storica per la quale, non dimentichiamolo mai, è nata, cioè di forza che combatte la diseguaglianza e l’ingiusti­zia sociale così da poter pensare di contendere al populismo il consenso dei ceti popolari, altrimenti si riduce a essere un soggetto esclusivamente rappresentativo di una parte del ceto medio, come sta avvenendo in diversi paesi europei con una progressiva emarginazione delle forze più deboli e scomode. Una forza capace di essere “parte” attiva del conflitto per contrastarne le istanze più regressive e conservatrici.

 

Inclusione

Soprattutto è mancata alla sinistra una strategia dell’attenzione, quando non sia possibile una collaborazione, nei confronti di tutti quei movimenti anti-establishment che non siano riconducibili alla destra razzista e nazionalista.

È mancata la strategia di “includere “ come chiave di un ribaltamento di forze in campo. Invece di concentrarsi sulla forza enorme dell’inclusione sociale si è preferita una dolce via del compromesso riformista, la via assistenziale che permette una sopravvivenza ai limiti ma riduce il fruitore a parassita, scatenando rabbia e frustrazione ancora maggiore. Attenzione dicendo questo non sto proponendo un pensiero nostalgico e regressivo che indichi un ritorno alla presunta purezza di un mondo perduto e idealizzato. Credo piuttosto sia centrale il tema della necessità di rianimare un’unità di persone che vivono medesime condizioni di subalternità, tema che deve sapersi collegare in modo innovativo con la complessità contemporanea dotata di un’identità molto fragile e nello stesso tempo pretendere una crescita economica e di comunità ambientale. Lavorare sull’inclusione: promuoverla, non solo dall’alto verso il basso – lo Stato e il cittadino – ma come modo di ragionare, di confrontarsi, di crescere come individuo.

Non è un palliativo alla mancanza di un salario o dei propri diritti, non il circenses al posto del panem;  l’inclusione è la cultura, popolare e della classe subalterna prima di tutto, che sta alla base di molte soluzioni ai problemi che dobbiamo affrontare e che non abbiamo fatto non solo in Italia, ma in tutti paesi sviluppati dove sono forti le disuguaglianze, i divari economici, di genere, la disoccupazione, la sottoccupazione.

L’inclusione sociale è l’antidoto al disprezzo delle leggi, al rigetto delle norme, all’odio sociale e all’indifferenza per quello che ci accade intorno. Questo lavoro è l’opposto dell’odio che vediamo esprimersi nei modi più diversi: dall’infelicità collettiva che ci rende apatici, apolitici, astenuti, fino alle forme più estreme di violenza cieca, che producono odio contro la classe politica, vista come rappresentazione di un potere lontano, che esclude ed emargina, lasciando il cittadino distante e impotente, solo con la sua rabbia e senza poter esser ascoltato. Tutto questo è oggi una vera emergenza sociale, e non mi limiterò a incolpare la facile demagogia per trovare delle responsabilità. Perché qualunquismo e demagogia sono una conseguenza della mancata inclusione, non la causa.

Perché non ha senso dare degli ignoranti a chi non vota come noi, a chi ci contesta, anche a chi ci odia. Non ha senso dileggiare il povero chiamandolo razzista e fascista se esprime disagio verso un diverso che non conosce. Questa è visione aristocratica non di sinistra.

 

Conoscenza

Oggi va di moda parlare di meritocrazia, dopo decenni contrassegnati dal clientelismo e dalla baronia, questo è comprensibile. Bene. Ricordiamoci però che il merito ha significato rispetto a un valore. Quale valore stiamo proponendo? Che vinca il migliore? Ma si partiva tutti dalle stesse condizioni? Gli strumenti di cui dicevamo all’inizio: sì, quelli per partecipare, sentirsi parte, trovare ascolto. Li abbiamo ricevuti tutti? Ecco, il valore va cercato qui, nelle condizioni di partenza. E se tutti i contendenti partono dalla stessa base, allora vinca il migliore davvero ma voglio occuparmi anche della sorte dei peggiori; di quelli che non ce la fanno.
Mentre si insegue un “essere migliore” svuotato di senso perché sprovvisto di valori, si trascurano le sorti dei “peggiori”. Ora, la sinistra non è forse quella appartenenza che vede il mondo dalla prospettiva dei peggiori? degli emarginati, dei poveri, degli incolti, dei vinti? Questo è il nostro valore per il quale siamo nati.

Questa modalità di negare il sapere non è casuale ma effetto determinato da chi detiene il potere produttivo e che si oppone affinché la conoscenza sia inaccessibile ai non appartenenti alla loro classe.

Nel tempo si sono costituite isole di conoscenza, che detengono la quasi totalità del sapere, mi piace definirle comunità epistemiche, cioè comunità che condividono un medesimo sapere ed hanno in comune i linguaggi per accedere e poter utilizzare questo sapere. Le comunità epistemiche sono i saperi diffusi che si sono sedimentati e tramandati nel tempo, dando luogo a élites che hanno condiviso conoscenze funzionali al loro interesse che sviluppi esclusivamente modelli di organizzazione produttiva e divisione del lavoro.

Oggi queste comunità epistemiche sono diventate molto complesse e grandi e non coincidono più con le comunità locali e in parte neanche con le istituzioni.

La gran massa degli esseri umani viene lentamente deprivata della possibilità di accedere alle comunità epistemiche così che viene minato lo sviluppo del pensiero critico capace di elaborare infiniti mondi possibili.

Ripartire dal riappropriarsi della conoscenza è fondamentale e in questo deve nascere una massa critica che parta dalle scuole pubbliche, ultime sacche di resistenza di mantenere la conoscenza. Mai come oggi appare necessario e prioritaria un’azione simile a quella avvenuta all’inizio del 900 che dia da mangiare non solo pane ma anche conoscenza.

Diffuse “scuole del sapere e popolari” come antidoto all’oligarchia crescente.

Questo punto lo ritengo il passo necessario e imprenscindibile dal quale una forza di dissenso debba partire. Significa far circolare un’idea semplice quanto potente. Nella storia umana nulla è dato per sempre ed è immutabile, infiniti modelli di sviluppo sono possibili, cerchiamo di appropriarci di quei modelli il più equo è giusto. Pensiamo un altro mondo.

 

Natura

Abbiamo tutti fatto in questi mesi esperienza, di fronte alla pandemia del virus covid, quanto fragile sia la nostra esistenza e quanto forte invece la natura rispetto all’umano.Ma mai come oggi è evidente che la comunità umana non può essere disgiunta dalla ricerca di un patto nuovo tra la presenza del complesso della specie umana su questo pianeta e la preservazione degli equilibri ecologici, per garantire anche alle generazioni future questa stessa presenza.

Natura e socialismo in una sintesi unitaria di contro pensiero al sistema dominante, potrebbero rappresentare una forza notevole ci contrasto.

Sappiamo ormai con certezza che non può esistere una società umana incapace di sostenibilità nel tempo, ma per riuscire nel patto deve essere una società giusta, con un forte livello di consapevolezza, istruzione, partecipazione.

Senza superare il bisogno, che genera ignoranza, ricattabilità, disperazione, non si può sperare che la popolazione adotti o sostenga comportamenti e scelte lungimiranti verso le future generazioni, le altre specie biologiche, gli equilibri naturali del pianeta.

Come nessuna uguaglianza sociale si potrà mantenere, se si compromettono gli equilibri ecologici planetari.

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1 commento per “Crisi e conflitto

  1. Angela Amendola
    30 Marzo 2021 at 1:29

    Interessantissimo. In poco tempo dall’articolo tanto é cambiato, in peggio.
    Mi piace particolarmente il passaggio sugli idealisti…a trovarli! Conoscenza inclusione conflitto
    concordo.
    In merito ai giovani,senza generalizzare certo,io non li stimo.
    Potrei dire di piu’ ma verrebbero fuori pagine e pagine.
    Dalla data dell’articolo molto é mutato gravi danni hanno fatto al Paese i Governi Conte i 5SS ed un OD inutile ed,appunto,dannoso. Le uniche cose buone sono arrivate dal Governo Renzi finito troppo presto ma inevitabilmente. Ora come ora abbiamo anzi ho qualche speranza con Draghi ed i suoi 5 collaboratori e con il Generale non solo per i vaccini che vengono per primi. In merito ai vaccini una parentesi, non sono d’accordo con la non obbligatorieta’ che credo verra’cosi’ come con l’apri e chiudi ed il continuo cambio di colori delle Regioni in piena pandemia che é arretrata troppo poco in Italia per fare una cosa grottesca come questa. A tale ultimo proposito credo che il Governo Draghi cambiera’ le cose. C’é poi la grave come quasi mai crisi economica che in parte Draghi trattera’ perche’ non ne ha il tempo necessario
    No comment sull’opposizione meglio tacere. Idem per Letta ed il PD.E con questo ho parlato direi!
    Confido in Renzi e nelle sue Mosse Politico Stratega Tattico in Draghi e nei i suoi collaboratori sebbene la fine della Legislatura é a breve. Non riesco a pensare chi potra’ governare dopo Draghi non trovo chi ne sara’ all’altezza ma credo in Italia Viva sotto tutti gli aspetti. Il resto e’ robetta.
    Mi taccio sugli italiani

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