E se il gender non esistesse?

Il recente uso strumentale della vicenda burkini come ennesimo pretesto per rinnovare gli attacchi ideologici contro la cultura islamica mi ha fornito l’opportunità per una riflessione sul Gender.

Una riflessione sul Gender è a mio avviso, e per quanto mi riguarda, una azione alquanto delicata, in quanto comporta accettare la validità del termine ed il suo uso, approvarne la definizione o muovere da essa per proporne una nuova, fare uso di una categoria culturale esistente anche se relativamente giovane, introdotta in tempi relativamente recenti, contribuendo quindi ad aumentarne la diffusione e a rafforzarne la veridicità.

Definire il Gender ed usarne il termine significa prima di tutto fare atto di legittimazione e poi muoversi dentro uno spazio i cui confini sono già stati tracciati o porre nuove delimitazioni, stabilendo inclusioni ed esclusioni, creare cioè categorie che aderiscano alla definizione o che siano da essa escluse, categorie/non-categorie senza definizione e identità, proponendo ed approvando allo stesso tempo riferimenti culturali accettabili.

Resta quindi da stabilire anche quale sia il vero scopo di questo atto di definizione, se cioè dare un nome ed attribuire un significato a qualcosa che ne è privo abbia come intendimento quello di fare emergere una realtà che altrimenti non esisterebbe (sarebbe in altri termini assente da ogni schema o struttura culturale, senza identità e potere) o se invece attribuendo un significato ad un concetto si voglia limitarlo, affidargli uno spazio circoscritto di più agevole controllo.

Un’altra doverosa considerazione deve riguardare il contesto culturale in cui questa operazione è eseguita. Tale contesto può non avere i concetti adeguati per raggiungere il suo obiettivo, in special modo se il tentativo nasce dalla necessità o da un impulso sociale di integrare una categoria culturale estranea, improvvisamente, senza cioè che vi sia stato per essa un’origine ed uno sviluppo graduale.

Si consideri ad esempio la vicenda di We’wha[1], ambasciatore a Washington nel 1886 del popolo Zuni, un gruppo di nativi americani del Nuovo Messico. In quel periodo l’opera di colonizzazione dell’America del Nord era ormai terminata e le ultime difese dei popoli indigeni erano crollate. Esaurito lo slancio imperialista, da aggressori i coloni si trovarono in una condizione nuova, che richiedeva anche un atteggiamento diverso nei confronti di quelle popolazioni che non potevano più nutrire ambizioni di resistenza fisica. Il nuovo obiettivo per i nativi americani si era ridimensionato alla resistenza culturale, la rinnovata ambizione politica e politicamente corretta dei coloni europei era quella di integrare i nativi americani.

Se il compito degli antropologi prima e durante la colonizzazione era quello di studiare cultura e società delle popolazioni indigene, inclusi gli aspetti più intimi, per conoscere meglio il nemico ed attaccarlo con metodo e razionalità, l’atteggiamento verso alcune (considerate) bizzarre peculiarità culturali ebbe dapprima come scopo quello di decostruirle e sostituirle con pratiche europee. Con il tempo e gradualmente nacque l’idea che alcune di esse potessero essere utilmente integrate.

Soprattutto gli antropologi, che avevano impiegato il loro talento nello studio e nella conoscenza dei nativi americani, erano gli esponenti europei più idonei ad organizzare tournée ed incontri tra delegati delle varie rappresentanze culturali.

We’wha fu introdotto a Washington dall’antropologa Matilda Coxe Stevenson, ed incontrò politici, militari, ufficiali governativi e lo stesso presidente Grover Cleveland. Nonostante la notevole altezza e prestanza fisica, i tratti maschili e l’incedere inequivocabile, il fatto che indossasse indumenti tradizionali femminili e che mostrasse una considerevole abilità nell’arte della tessitura al telaio manuale persuase tutti che fosse una donna al più sgraziata.

Il termine Gender, e perciò poi anche il concetto di ‘third gender’, furono sviluppati e diffusi nelle scienze sociali a partire dagli anni ’70 del XX secolo, per operare una distinzione tra sesso e ruoli sociali.

I primi missionari cristiani che si occuparono della conversione dei “selvaggi” cercarono di sopprimere la tradizione diffusa in molte culture indigene americane di riconoscere e legittimare la scelta di alcuni individui a non aderire a nessuno dei ruoli sociali stabiliti per uomini e donne, e a reprimere nei giovani le inclinazioni a compiere liberamente questa scelta. Così come oggi si tenta di reprimere la volontà di vestirsi secondo i precetti dell’Islam.

Questi individui vennero in seguito definiti ‘berdache’, dal persiano “bardaj”, termine usato per definire giovani uomini omosessuali passivi, di aspetto femmineo. Il fatto è che We’wha di femmineo non aveva nulla, né il fatto che un giovane decidesse di non diventare un guerriero e preferisse altre arti a quella della guerra o della caccia per i nativi americani implicava l’orientamento sessuale, era anzi una scelta degna di rispetto che procurava deferenza e responsabilità sociali e spirituali elevate. La decisione di We’wha e di altri come lui di indossare abiti femminili era una distinzione necessaria, in un contesto sociale che prevalentemente era organizzato su una divisione piuttosto netta dei ruoli tra uomini e donne per motivi di sopravvivenza di gruppi spesso non molto estesi.

È probabile quindi che la cultura britannica, su cui si fonda quella americana, per tradizione organizzata rigidamente su una distinzione piuttosto rigida dei ruoli maschili e femminili, che per quanto posso capire suggerisce e deriva da basi genetiche distintive (i portatori naturali di quella cultura sono facilmente distinguibili, se non altro per la loro difficoltà a ‘capire’ le sfumature di altre culture), abbia avuto difficoltà a riconoscere un uomo in un ruolo che per i britannici era improprio. L’assenza di concetti adeguati per capire ciò che la loro esperienza sensoria suggeriva spiega il maldestro tentativo di introdurre e usare categorie concettuali come ‘gender’ o ‘third gender’ per cercare di assimilare concetti che non capiscono e di definirne i confini partendo da categorie ben definite e conosciute.

Ciò che contraddistingue infatti le categorie concettuali britanniche, termine che volontariamente suggerisco venga usato al posto di “occidentali”, per evitare una volontaria accettazione di una colonizzazione culturale ancora in corso, è infatti la dicotomia, che non è presente in maniera così netta e distintiva in altre culture (inclusa la nostra), dove le inclinazioni di un individuo, i suoi interessi e le sue scelte, e anche i suoi abiti, ad una mente sgombra da influenze britanniche non dovrebbero suggerire considerazioni sessuali o goffi tentativi di categorizzazione partendo da riferimenti limitati da dicotomie.

Se si esclude la “working class”, che ha sempre dovuto fare di necessità virtù, si pensi ad esempio alla pratica in uso fino al 1875 di usare bambini maschi affinché si arrampicassero dentro i camini per pulirli da fondo a cima, o quella in uso fino al 1844 di usare bambini maschi a partire dai cinque anni per i lavori nelle gallerie più strette delle miniere, nonché al fatto che nelle fabbriche soprattutto tessili ma non solo sviluppatesi durante la rivoluzione industriale non si facesse distinzioni né di sesso né di età (solo nel 1867 a donne e bambini fu concesso di lavorare solo 10 ore al giorno, e 56 ore alla settimana nel 1878 solo per le donne), il resto della società britannica era rigidamente organizzato su una netta distinzione di ruoli tra uomini e donne.

Il sistema educativo americano ad esempio iniziò a fare esperimenti per considerare l’opportunità di introdurre le classi miste nel 1850, classi miste che divennero norma solo all’inizio del 1900. Tuttavia occorre considerare che sia in Gran Bretagna sia in America del Nord, più aumenta il prestigio degli istituti educativi e della stessa educazione e più si tende a mantenere il sistema strettamente organizzato su istituti maschili e femminili. L’università di Oxford permise l’affiliazione completa ai college femminili nel 1959, ma solo nel 2008 tutti i colleges di Oxford ammisero le classi miste. C’è inoltre da considerare che la Gran Bretagna è ancora oggi tra le poche nazioni in cui la percentuale di istituti educativi divisi per sesso è superiore al 10%. Nella società britannica c’è stata e c’è tuttora una certa resistenza a superare la dicotomia dei ruoli affidati a persone di sesso maschile e di sesso femminile. Dicotomia che tende a ridursi più si scende la scala sociale, fino a scomparire nella working class e nelle colonie.

Si immagini quindi la difficoltà e l’imbarazzo per gli studiosi e rappresentanti britannici ad esercitare la mente a muoversi a destra e a sinistra, a sinistra e a destra attraverso la loro endemica dicotomia concettuale quando si trovarono nella necessità di considerare personaggi di un certo prestigio come We’wha e trovare per essi la giusta, accettabile classificazione. Il britannico John Money[1] introdusse il termine “gender” solo nel 1955 per facilitare il dibattito culturale in materia e suggerire l’esistenza di una distinzione tra sesso e ruolo sociale, distinzione che fu per lui così chiara che dopo aver cambiato sesso ad un malcapitato bambino[2] suo paziente si convinse e cercò di persuadere genitori e società tutta che il bimbo se opportunamente calato nel suo nuovo ruolo di bimba si sarebbe potuto convincere di essere femmina.

Il termine “third gender”, usato nel senso di “altro”, “diverso”, faticosamente emerso dal grembo del gender, diede l’illusione di poter liberare la mente dal continuo rimbalzo da una categoria all’altra delle uniche due previste e finalmente classificare adeguatamente We’wha e i suoi pari. Insomma, se qualcuno aveva interessi e svolgeva attività che secondo i canoni britannici, o secondo norme apprese (e interpretate) da studi etnografici, non avrebbe dovuto avere o svolgere in considerazione del suo sesso, allora lo si sarebbe potuto metaforicamente “prendere e spostare” nella comoda categoria di “third gender”, l’altro genere, il diverso, quello che non è né l’uno né l’altro. Così si poteva anche porre un termine alla consuetudine di prendere in prestito termini non britannici, come ‘berdache’ o ‘fa’afafine’, per definire categorie sociali proprie del contesto culturale da cui quei termini provenivano.

Pare più una resa che un’evoluzione, un’implicita ammissione di incapacità di comprendere.

La scoperta poi che alcuni rappresentanti della nuova categoria avessero anche un vago orientamento sessuale non aiutò gli indiscreti antropologi a chiarire le idee. Così si iniziò ad introdurre le categorie di ‘fourth’, ‘fifth’ e ‘some’ genders, con evidenti difficoltà a stabilirne i concetti.

È comunque dentro il contesto culturale britannico e americano (e coloniale tutto), sempre più multiculturale e multietnico, che si avverte maggiormente tale difficoltà, essendo i portatori della cultura dominante incalzati da necessità sempre maggiori di stabilire e gestire piani di integrazione, tanto che il ricorso alla creazione (o meglio denominazione) di un nuovo genere come rimedio rapido per una immediata classificazione è diventato una consuetudine e una comoda soluzione per stabilire una nicchia culturale per il diverso[1].

Che per i britannici però i gender rimangano due, uno per i maschi ed uno per le femmine, lo si avverte in ambito educativo, o meglio nel campo dell’istruzione, dove il neanche tanto nuovo esercizio mentale che va per la maggiore rimane quello di sperimentare l’inversione dei ruoli.

Si esce dalla dicotomia quando si entra in un contesto estraneo o necessariamente “misto” e si ricorre per esigenze semantiche alla opportuna categoria culturale del Gender al fine di una rapida e conveniente classificazione.

Probabilmente la categoria dei genders si riempirà talmente di nuove definizioni che arriverà il momento che anche i britannici, nei limiti delle loro capacità di comprensione, potrebbero prendere in considerazione l’eventualità che il Gender sia così fluido da non aver motivo di esistere e quindi di essere definito in innumerevoli sottocategorie distinte che costringano chi le crea a sforzi mentali eccezionali e chi è oggetto di classificazione a ponderare dolorosamente l’eventualità di fare salti da una sottocategoria ad un’altra qualora mancasse di sentirsi a proprio agio in quella in cui è stato posto.

 

[1]https://www.youtube.com/watch?v=SAHvLAJ-5aQ

[1]https://en.wikipedia.org/wiki/John_Money

[2]https://en.wikipedia.org/wiki/David_Reimer

[1]http://www.willsworld.org/zunibook/zunibook.html

 

1 commento per “E se il gender non esistesse?

  1. Armando
    24 agosto 2016 at 18:04

    Infatti il gender in quanto tale non esiste, perché’ i sessi sono solo due, maschile e femminile, nell’ambito dei quali sono riconducibili tutte le varie manifestazioni della sessualità’ omosessualita’ compresa, tranne le numericamente insignificanti patologie organiche. Esiste però’ l’ideologia gender, che non sono gli studi genere, ma la pretesa che il sesso fisico sia non significativo per determinare anche quello psichico, come teorizzava il dott. money. E tutti coloro che vogliono l’introduzione nelle scuole di discipline sulla Cos’ mal detta parita’ ne sono portatori, anche se tentano maldestramente di negarlo. Le fiabe con due padri o due madri, vestire di rosa i maschi e abituarli a giocare con le bambole, e viceversa per le femmine, significa proprio dire , infatti, che il sesso fisico non conta nulla, ma sono importati solo le abitudini socialmente acquisite. Niente padri e madri con le funzioni corrispondenti, niente maschi e femmine con le tendenze innate determinate dal sesso, ma solo un magma indistinto dove le differenze sono puramente individuali, ma anche qui contraddicendo l’assunto iniziale che il corpo sessuato e’ un accidente. Ora, sempre ogni cultura ha considerato maschile e femminile come diversi, non tutte le culture allo stesso modo, ma sempre reputando che esistano cose da maschi e cose da femmine. Tutto da buttare, per costoro, gli inventori di una libertà’ astratta, sganciata da ogni determinazione. Ma la liberta’ abstracta, priva di Goñi forma, e’ anche la filosofía del capitale.

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