Interclassismo e intersessismo

Pubblichiamo la prima parte di questa interessante analisi di Rino Barnard Della Vecchia che certamente aprirà un dibattito ricco e fecondo:

 

Dimensioni della segmentazione sociale e Guerra dei Sessi

 

Parte A

 

Prendo spunto dall’articolo di F. Marchi del 18 Nov. ‘20,  “Discriminazioni positive o …” e dal commento di E. Barone http://www.linterferenza.info/attpol/discriminazioni-positive-solo-discriminazioni/  per presentare le seguenti considerazioni ed esprimere una posizione che – come d’uso – non pretendo sia condivisa. Se poi avessi inteso male ciò che i due citati intendono dire, le mie considerazioni non ne risentirebbero, andrebbero lette come commento a osservazioni ipotetiche.

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Marchi ripresenta la domanda relativa alla cecità da parte dei comunisti di di fronte al fatto palese che l’intera guerra dei sessi è un prodotto dell’evoluzione del capitalismo, che è gestita dalle élites, che è istradata su binari interclassisti e che le forme del suo articolarsi nella prassi politico-sociale – come l’istituzione delle discriminazioni positive – ne esprime ovviamente il carattere. Aggiunge altro e conclude: “Sarebbe ora … di aggiornare, proprio a partire dalle categorie e dall’analisi marxista, il nostro punto di vista sulla realtà”.

 

Premessa terminologica. Già tempo fa ho qui distinto tra il marxismo di Marx e il marxismo reale, ossia tra il pensiero di Marx quale emerge dai suoi testi e quello che ne ha portato il nome dalla fine dell’Ottocento, a ragione o a torto, con coerenza o meno. Ciò  non ha importanza. Il marxismo reale, nel seguito marxismo-(r),  è la narrazione del passato, del presente e del futuro costruita da tutti coloro che si sono dichiarati e si dichiarano marxisti a qualsiasi titolo. La Vulgata, allargata fino a ricomprendere ogni affermazione che i locutori abbiano mai riferito a Marx, sia poi questa di Marx stesso o no, compatibile o meno, corretta o deformata etc… Perciò è fuori luogo e fuori asse ogni obiezione che indichi come errata l’attribuzione a Marx di questa o quella tesi, come sarebbe fuori luogo contestare i rimandi alla Dottrina della Chiesa (ad es. in campo sessuale) sulla base del fatto che …nei Vangeli non ve n’è traccia. Il rapporto tra la fonte e i suoi rivoli è una questione qui irrilevante. L’oggetto del contendere è il marxismo-(r) di fronte alla guerra dei sessi.

 

TRE DIMENSIONI DEI CONFLITTI

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  1. Le partizioni, le linee di frattura delle società e quindi dei conflitti sociali, appartengono a tre dimensioni. Orizzontale, relativa alle classi sociali ed alle suddivisioni interne alle stesse (sottoclassi, ceti). Verticale secondo quei caratteri che costituiscono la prospettiva oggi detta “identitaria” e che sono: lingua, religione (sistema simbolico di appartenenza), razza (caratteri fisici esteriori, oggi pudicamente detta “etnia”), tradizione culturale e civile, retaggio storico (avvenimenti vissuti dalla collettività), territorialità. Vi è poi quella diagonale, relativa alle generazioni ed ai sessi.

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Barone ricorda che la priorità della lettura  deve essere quella di classe (orizzontale) e non quella dei sessi (diagonale) e che diritti civili e politici vengono dopo,  ribadendo il principio cardine del pensiero marxista-(r). In tale prospettiva infatti le altre due dimensioni sono o poco rilevanti o del tutto irrilevanti. Conflitti e contraddizioni sorgenti nelle dimensioni verticale e diagonale sono generati in via diretta o indiretta, suscitati ad arte o quantomeno alimentati in modo conscio e attivo (o inconscio-passivo) dalle élites. In ogni caso sono funzionali alla divisione delle classi subalterne ed al depistaggio rispetto alla sola divisione davvero esistente o comunque decisiva su cui va centrato il focus dell’analisi sociopolitica, da una parte, l’azione politica stessa, dall’altra. Ogni analisi ed ogni azione politica che non metta al centro il conflitto di classe va intesa e rifiutata come interclassista, depistante, oscurante, mistificante. E’ la visione marxista-(r).

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Riaffermare che “…la storia è storia della lotta di classe…” significa restringere il peso delle altre due dimensioni in un intervallo di valori che va da zero (come del tutto irrilevanti) fino, al massimo, ad attribuirvi un qualche peso solo in certi contesti e momenti storici.

Significa considerare i conflitti (che non siano di classe) come privi di una fonte autonoma che li generi e perciò senza fondamento, in sostanza, fasulli. Contraddizioni e  conflitti destinati a scomparire del tutto una volta abolito il capitalismo, ovvero, se non tutti e radicalmente, come si pensava ingenuamente – e presuntuosamente – in tempi andati, quasi tutti e sostanzialmente. Questa è la corretta lettura marxista-(r). Si tratta di vedere se essa stessa sia corretta, esaustiva, completa o se invece lasci fuori qualcosa, come l’equazione di Newton lasciò qualcosa (di decisivo) ad Einstein.

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Ovviamente tra i conflitti che cesserebbero di esistere, in quanto senza radici proprie, vi sarebbe quello dei sessi, di cui qui ci occupiamo.

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LE DINAMICHE IN AZIONE

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  1. Classe, etnia, nazione… e sesso.

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L’equazione esatta (…o meno scorretta) dice invece: la storia è anche storia della lotta di classe. Di fatto è un coacervo di conflitti, conclamati o latenti,  tra i  fattori delle dimensioni dette che si intrecciano, convergono, divergono, si rafforzano, si elidono, emergono e poi tornano nell’ombra, in un  percorso che solo il semplicismo ottocentesco (non ancora scomparso) poteva immaginare di cogliere in un tratto unitario per vedervi sottotraccia un asse portante. No, la realtà è più complessa del previsto e di quanto sarebbe piacevole rilevare.

 

Gli esempi di intersezione tra le dinamiche sono infiniti e, per quanto mi riguarda, più che sufficienti a rendere l’equazione marxista-(r) incompleta. Che sia tale lo prova ad es. il fenomeno storico delle lotte anticolonialiste nonché  la loro conclusione. I colonizzati si sono ritrovati sottomessi (dimensione orizzontale, di classe) ad una élite che era però anche diversa per razza, religione, lingua, ossia diversa sulle linee verticali (identitarie).

 

La fusione dei conflitti nascenti da quelle due dimensioni ha generato, impulsato, alimentato le più tenaci, durature, coinvolgenti, estese lotte che si siano registrate nella storia, non solo moderna.

Laddove e quando poi il colonialista sia stato cacciato, la sottostante lotta di classe, la prospettiva di liberazione sociale, solo in poche occasioni è riuscita a mantenere il livello di mobilitazione generale e a conservare la tenacia dei gruppi combattenti. La lotta in genere si è ridimensionata, affievolita e infine azzerata (vedi Africa subsahariana etc.).

 

Lo stesso dicasi per i casi individuali. In queste pagine è stato ricordato Patsy O’Hara. che lottava al tempo stesso come marxista e come nordirlandese. Attenzione: come nordirlandese. Nessun irlandese ha però mai fatto per la lotta di classe nell’Eire indipendente quel che lui e alcuni suoi compagni fecero nel Nord occupato. Raramente le masse hanno combattuto contro le élites interne come fecero e fanno contro quelle esterne.  Ciò vale, in parte, anche per i singoli.

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Ancora. Chang Kai-Shek fece una guerra di indipendenza (identitaria), Mao sia quella di indipendenza  che quella di classe in tempi diversi ma – per un periodo – anche simultaneamente.

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Curiosamente – ma guarda un po’! – la fusione di due dimensioni come motore dell’azione politica è alla base anche del femminismo marxista-(r) per il quale infatti la liberazione della femmina dal giogo maschile (dimensione diagonale) va unita  a quella orizzontale (lotta di classe). Fondere due dimensioni è meglio che adottarne solo una. Contemporaneamente, la persistente lotta delle classi alte contro le altre non disdegna di promuovere e combattere anche quella di un genere contro l’altro. Come se fosse vero …ciò che sto dicendo: non vi è alcuna incompatibilità né logica né storico-sociale tra le due. Nulla impedisce di combattere su entrambe le dimensioni. Su entrambi i fronti.

 

L’idea della incompatibilità tra la lotta orizzontale e le altre, è dunque smentita dai fatti. Polverizzata. Tuttavia – giacché i fatti non contano – essa sta alla base dell’approccio marxista-(r) alla guerra dei sessi, ossia alle indicazioni sulla postura che gli uomini dovrebbero mantenere nei suoi riguardi. I soli che non dovrebbero adottare questa duplice prospettiva simultaneamente – nel pensiero e nell’azione – sarebbero gli uomini. Solo loro – noi – dovremmo attenerci al principio marxista-(r) secondo cui non si deve adottare anche la prospettiva diagonale e ciò per evitare di cadere nell’interclassismo. Il nemico usa l’iprite, ok, ma noi non dobbiamo indossare le maschere antigas. Ciò sarebbe “funzionale al Sistema”.

 

No, non vi è alcuna incompatibilità tra le due prospettive. Vi è invece il pericolo, oggi, di occultare il conflitto dei sessi sotto il mantello della lotta di classe. Di usare la prospettiva della lotta di classe per eludere, dissimulare, evitare quella dei sessi. Se è permessa un’ipotesi psicologica, sembra fondato ipotizzare che l’esclusività della prospettiva orizzontale (o anche solo la sua priorità) diventi un alibi per evitare di riconoscere il conflitto dei sessi in corso, di schierarsi e di combatterlo dalla parte degli uomini. Così lo spauracchio dell’interclassismo (che nega la lotta di classe) diventa la maschera dell’intersessismo, che nega il conflitto dei sessi.

A Mirafiori gli impiegati ed ponzi pilati superano di poco la coscienza  operaia | LA CONOSCENZA RENDE LIBERI

Fonte foto: La conoscenza rende liberi (da Google)

5 commenti per “Interclassismo e intersessismo

  1. Sandro
    17 gennaio 2021 at 11:23

    Rino Barnart
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    No, non vi è alcuna incompatibilità tra le due prospettive. Vi è invece il pericolo, oggi, di occultare il conflitto dei sessi sotto il mantello della lotta di classe. Di usare la prospettiva della lotta di classe per eludere, dissimulare, evitare quella dei sessi. Se è permessa un’ipotesi psicologica, sembra fondato ipotizzare che l’esclusività della prospettiva orizzontale (o anche solo la sua priorità) diventi un alibi per evitare di riconoscere il conflitto dei sessi in corso, di schierarsi e di combatterlo dalla parte degli uomini. Così lo spauracchio dell’interclassismo (che nega la lotta di classe) diventa la maschera dell’intersessismo, che nega il conflitto dei sessi.
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    Concordo al 100% e aggiungo che solo tu potevi scrivere questo interessante articolo.

  2. Alessandro
    17 gennaio 2021 at 19:35

    Provo a esprimere il mio pensiero di getto su uno scritto breve ma molto denso, quindi bisognoso forse di più riletture e di una meditazione più approfondita.
    Il marxismo italiano, ma credo occidentale in genere, considera la guerra dei sessi come una sottocategoria della guerra di classe, perchè parte dal presupposto che le donne hic et nunc siano davvero in una condizione di subalternità rispetto alla componente maschile ed è legato a quanto gli autori di punta del marxismo hanno teorizzato, soprattutto dal fondatore fino alla metà del secolo scorso. Dal quel momento in poi, tranne poche voci, non è stato più in grado di rinnovarsi nella tradizione, per così dire, e questo spiega sia la svolta a destra di vecchi marxisti, oggi arruolati tra le file della sinistra politicamente corretta, fautrice del libero mercato, sia la perdita di appeal presso le nuove generazioni, che sbrigativamente considerano il marxismo purtroppo come un rottame del passato sconfitto dalla storia, come tale non in grado di rappresentare un’opzione credibile, nella società dello spettacolo in cui il vincente fa bottino pieno. Rimangono i “nostalgici” e un manipolo di acuti osservatori del presente, che però non riescono a fare breccia nella maggioranza “ortodossa”, quindi inevitabilmente relegando questa proposta politica alla marginalità.
    Limitatamente a Marx, è ovviamente una delle personalità più straordinarie della storia, non solo per l’impatto che ha avuto nella prassi, ma anche per la straordinaria batteria di strumenti teorici che ci lascia in eredità, ancora oggi validissima per la lettura del presente. Scritto questo, ha fotografato una realtà che sotto alcuni aspetti risulta oggi datata. Sicuramente in riferimento alle relazioni tra i sessi. Pensare di leggere gli scritti sulla famiglia e trasporre quegli schemi al presente, significa sbagliare completamente bersaglio. Ma tant’è, questo accade, e chiaramente si finisce per prendere partito a favore di quella lotta di genere, unidirezionalmente condotta.
    Credo che questo spieghi la reticenza a prendere atto della realtà, non tanto il fatto che il marxismo si trovi a disagio di fronte a una lotta identitaria, quindi interclassista, perchè per esempio in Sud America il conflitto di classe è sempre stato anche declinato in chiave identitaria, sia nazionale che continentale, e non mi pare che i marxisti italiani guardino di traverso quegli esperimenti. Magari li interpretano qualche volta male, magari storcono un po’ il naso quando li vedono ventilati in patria, ma li guardano con simpatia in America latina .
    Il problema del marxismo, come in generale della sinistra in tutte le sue versioni, è che davvero crede in quel gap e ritiene sia doveroso colmarlo. Non è ammissibile quindi ai loro occhi, tranne ovviamente le note eccezioni, che si risponda a un’offensiva che si ritiene giusta ( la lotta politica marxista non si fa o non si dovrebbe fare in punta di fioretto, secondo la vulgata), per quanto in odore di interclassismo, ma basta a quel punto la parola delle “compagne” per accantonare l’imbarazzo. Questo dimostra che il marxismo “ortodosso” non è sufficiente per interpretare il presente, occorre integrarlo, piaccia o non piaccia.

    • Rino DV
      18 gennaio 2021 at 19:15

      E’ ciò che intendevo.
      Temevo di non essermi spiegato bene e di prestarmi ad equivoci.
      .
      Succo. “Questo dimostra che il marxismo “ortodosso” non è sufficiente per interpretare il presente, occorre integrarlo, piaccia o non piaccia.” Esatto.
      Non si tratta di buttar via le acquisizioni dell’Ottocento, ma di integrarle nel quadro delle esperienze (positive e tragiche) e delle conoscenze (in campo epistemologico, la complessità dei sistemi ed etologico) maturate nell’ultimo secolo.
      .
      A giorni segue parte B.

  3. A.
    18 gennaio 2021 at 15:02

    Le rivoluzioni, e i concetti che le sottendono, sono necessariamente contestualizzate al loro periodo storico.

    Sarebbe ora di scrollarsi di dosso concettualizzazioni della realtà, che se allora erano rivoluzionarie, oggi, sono vetuste.

  4. Panda
    19 gennaio 2021 at 11:28

    Certo dimostri che certe forme di dogmatismo marxista, paradossalmente, finiscono con lo screditare la stessa predominanza dell’economico, che io ritengo invece, *quando si parla della società capitalista*, vada preservata.

    E dire che risulta ormai sempre più chiaro dalla pubblicazione degli inediti che la vulgata marxista è del tutto fuorviante per cogliere la ricchezza, e talvolta anche la contraddittorietà, del pensiero di Marx. Certo, inchiodarlo alle formule canoniche dovrebbe essere ormai inaccettabile. Un esempio: che la storia sia solo storia di lotta di classe è una prospettiva che Marx abbandona già nei Grundrisse, nell’analisi delle società precapitalistiche, e non recupererà più, anzi. In una lettera del ’77 di critica a una recensione russa del primo volume del Capitale scrisse (cito da Musto, L’ultimo Marx, pag. 62):

    “Il disappunto più forte di Marx trasse origine dall’intento del suo critico di

    trasformare, a ogni costo, il [suo] schizzo storico della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica del percorso
    universale fatalmente imposto a tutti i popoli, indipendentemente dalle
    circostanze storiche in cui si trovano posti.

    Ironicamente, Marx aggiunse: «ma io gli chiedo scusa. (È farmi al tempo stesso troppo onore e troppo torto)». Utilizzando l’esempio dell’espropriazione dei contadini dell’antica Roma, e della loro separazione dai mezzi di produzione, egli notò come essi non divennero affatto dei «lavoratori salariati, bensì una plebaglia nullafacente». In seguito a questo processo, si sviluppò un modo di produzione schiavista, non capitalista. Marx, pertanto, concluse affermando che «eventi di un’analogia sorprendente, ma verificatisi in ambienti storici diversi, producono] risultati del tutto disparati». Per comprendere le trasformazioni storiche era necessario studiare separata- mente i singoli fenomeni e solo successivamente diventava possibile confrontarli. La loro interpretazione non sarebbe stata mai possibile mediante «la chiave universale di una teoria storico-filosofica generale, la cui virtù suprema consiste nell’essere sovrastorica».”

    Aggiungo che la priorità dell’economico non significa affatto – anche questa è un’illusione giovanile – una sua traduzione in termini di azione politica sempre più trasparente. Il concetto giovanile di “lotta di classe”, l’ha dimostrato secondo me in modo convincente Comninel (ma anche Bongiovanni), è ereditato dalla narrazione di conflitti politici compiuta dalla storiografia liberale francese; il rapporto di una simile categoria di “classe” con quella contenuta nell’analisi dei modi di produzione, che si colloca a un livello di astrazione assai maggiore, è molto problematico e può facilmente dar luogo a cortocircuiti utopistici.

    Il problema è che la facile partita vinta su queste questioni metodologiche non ti autorizza a trascurare, e nemmeno sminuire, la centralità dell’economico quando si parla di conflitti nella società capitalista. Ovvero senza la massiccia immissione delle donne nel marcato del lavoro a partire dagli anni Sessanta/Settanta tutta la vicenda della “guerra fra i sessi” per conto mio risulta incomprensibile. Da questa osservazione non deriva meccanicamente una strategia politica; un enorme caveat a chi voglia proporne una però direi di sì.

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