La Nuova Sinistra: scientifica, sfacciata e non ortodossa

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

Le eterogenee trasformazioni politiche, culturali e sociali che in questo ultimo quarantennio hanno accompagnato il passaggio dalla Prima Repubblica della “rappresentanza” post-bellica alla Seconda della “rappresentazione” (dominata come ovvio dal berlusconismo e dai suoi corollari), e dalla Seconda alla Terza della (per certi versi ancora più cupa) “auto-rappresentazione” (culminante nella vittoria pentastellata del 2013), presentano un fattore comune: la costante dissoluzione di un pensiero e di un’azione politicamente efficaci e nel contempo orientati a sinistra.

Non si vorrà, in questo articolo, elencare con eccessiva enfasi o accanimento i perché della lunga crisi del Socialismo (rivoluzionario o riformista che sia) nel nostro paese. Troppe sarebbero le interpretazioni, troppe le analisi, e quel che è peggio altrettanto numerose le dispute intestine e le conflittualità ad esse relative che si andrebbe a produrre o evocare. Dispute e conflittualità che oggi, con perifrasi ormai tristemente peculiari quali “la scissione dell’atomo”, hanno reso tutto ciò che orbita nella cosiddetta “sinistra radicale” tristemente celebre per la sua natura litigiosa, autoreferenziale, randagia, settaria e in ultima istanza autolesionista.

Sarà questo mio intervento a far sorgere finalmente la tanto agognata Nuova Sinistra? Logicamente no. Mi permetto però di sottolineare, non senza una vena di profondo disappunto, che a tutt’oggi nessuno, ma veramente nessuno ha mai proposto alcunché di oggettivamente innovativo e contro-intuitivo in materia di reale costruzione di ciò che in molti appellano come Socialismo del XXI Secolo.

Il movimentismo diffuso che da qualche tempo viene un po’ supinamente salutato come la salvezza e la via per la riconquista dei diritti, in realtà, esiste in mille forme e versioni ormai da decenni, senza che un bel nulla sia cambiato. Altrettanto decennali sono le attività “dal basso” (espressione tornata di moda dopo i successi pentastellati) che centinaia e centinaia di centri sociali portano avanti nelle maggiori aree metropolitane del paese. Si tratta forse di prassi che hanno coalizzato forze sociali allineate e coperte lungo una precisa e composta direttrice politica? Possiamo forse affermare che tali pregresse esperienze abbiano determinato la nascita, l’aggregazione e lo sviluppo misurabile di una sensibilità politica determinante, rappresentativa a livello popolare, aperta, inclusiva, capace di individuare reali percorsi di avanzamento di specifiche vertenze?

A mio avviso la risposta è ben più che negativa. I ragazzi che vedo oggi ergersi a capi e portavoce riproducono le stesse iconografie che vedevo tempo addietro, e che poi si sono educatamente trasformati in tanti professionisti obbedienti e servili alla logica del mercato e del tornaconto. Anzi, oserei dire che spesso sono state esattamente queste prassi a produrre e aggravare quella ferita, a innalzare quella muraglia percettiva e culturale, quella cesura insanabile tra la società civile nel suo complesso e le istituzioni che sono chiamate, costituzionalmente parlando, a servirla per un progresso reale dello Stato inteso come sommatoria della pluralità organizzata di cittadini che ne fanno parte.

Più nel dettaglio, e il lettore si prepari a una serie piuttosto corposa di domande, siamo certi che i veri mali della sinistra non siano proprio quelle pose semplicistiche a base di “asterischi femministi e antifascisti”, o quelle battaglie randagie e al ribasso che oggi vengono sbandierate come uniche armi meritevoli del titolo di comunista o socialista? Per essere, cioè, “di sinistra”, bisogna per forza disdegnare qualsiasi interlocuzione ragionevole e seria circa la gestione proattiva e lungimirante dei flussi migratori (bollando altrettanto obbligatoriamente come “rossobrune” queste prese di posizione), oppure snobbare per partito preso ogni possibile riferimento a programmi che diano reale e difendibile percezione di sicurezza da parte dei cittadini, o ancora sputare verso chiunque invochi una giusta ed equa amministrazione della legalità, una tutela di tutti i ceti, ivi compreso quello medio e micro-imprenditoriale, oppure marchiare col fuoco della vergogna qualsiasi rapporto virtuoso e rispettoso coi versanti progressisti del mondo cattolico, col versante sindacale, con le associazioni di categoria, con l’industria e con il complesso mondo produttivo formato da liberi professionisti e manager?

Il marxismo, sul quale si impernia tutto il pensiero socialista nelle sue evoluzioni lungo tutto il Novecento, da sempre pone l’accento sulla concretezza di una lettura materialista del mondo. Ebbene, siamo realmente e altrettanto concretamente su questa strada? Sulla strada del rendere operativa e – appunto – concreta la carta costituzionale, attraverso una mobilitazione delle classi e dei relativi rapporti di forza?

Tale poderoso richiamo all’oggettività, che nello specifico del dettato socialista si esplica nella volontà di restituire la ricchezza a coloro che la producono oggettivamente, sembra forse esaltato e realizzato da questa coltre di proclami policromatici che giorno dopo giorno sta cacciando le lotte sociali nel dimenticatoio politico più definitivo e irreversibile? La pacca sulla spalla di un picchetto di solidarietà, o di un presidio partecipato dai quattro gatti che l’hanno organizzato, costituisce forse lo strumento per realizzare scientificamente un percorso di avanzamento? La stessa “solidarietà”, oggi passata a terminologie quali “mutualismo” e “controllo popolare”, si inserisce in un programma comprensibile e fattibile, oppure naviga ancora nell’oceano dei piagnistei che hanno reso famosa la militanza extraparlamentare?

In questo tripudio di raduni, proclami, campeggi a sfondo politico, presunte scuole di partito, improvvise infatuazioni per la democrazia diretta mediata da marchingegni informatici che complicano invece di facilitare, tavoli di lavoro ridotti a chilometriche bibliografie condivide tramite inascoltate newsletter, cortei, occupazioni, assemblee buone solo a decimare i partecipanti, sigle elettorali valevoli per una sola stagione, trattative inconcludenti, votazioni inutili, scissioni che generano altre scissioni, salti in avanti, inseguimenti di trend improvvisamente esplosi dal nulla (Greta Thunberg docet) o di testimonial inconsapevoli (da Richard Gere a Pamela Anderson, tutta gente che – per inciso – non credo possa avere alcun dimostrabile e documentato interesse in materia di anticapitalismo), forse possiamo scorgere una dinamica in controtendenza rispetto alla decadenza che dal flop del Brancaccio ad oggi caratterizza, mi pare, tutti, ma proprio tutti i tentativi della sinistra radicale di risalire la china? Le militanze potranno rispondere citando le loro entusiasmanti esperienze coi compagni e le compagne partecipanti all’ennesima marcia di piazza. Ma a gioire non deve essere l’attivista, bensì l’elettore, e a tutt’oggi l’elettore medio di una possibile alternativa al mainstream politico del centrodestra e del centrosinistra non ha di fronte a sé nulla di comprensibile, solido, condivisibile e degno di abdicazione al voto utile.

Ecco dunque spiegato il dilagante astensionismo, che non registra solo la delusione, ma anche l’indipendenza (e il conseguente menefreghismo) di certo mondo sociale dalla politica, vista come variabile lontana anni luce dalla realtà.

Ma ecco soprattutto spiegata l’autoreferenzialità di una sinistra che ormai conta (anche elettoralmente) solo i propri adepti, e li vede ogni istante più conflittuali, rancorosi, divisi su tutto, nonché impegnati in lotte che non si innestano in alcun filone univoco e centrato sul piano tanto ideologico quanto operativo.

A dirla con Lenin, la battuta suona banale: “Che fare?” Per quel che mi riguarda, la risposta, sia pure in forma di cappello concettuale, mi è capitato di suggerirla qualche tempo addietro attraverso un’espressione che andrebbe certamente esplosa con più particolari, in tutte le sue possibili applicazioni. Sto parlando dell’idea di un’ormai necessaria e urgente “non ortodossia”, ovvero di una ricerca di modalità e canali radicalmente nuovi per le proposte alla società civile di un’auspicata Nuova Sinistra. Detta così, suona banale. In quanti oggi parlano di innovazione, distribuendola come formaggio grattato su ogni pietanza che il mercato dei prodotti e dei servizi presenti loro davanti? In molti, ma tale inflazione è acritica e generalista. L’innovazione di cui parlo  passa attraverso un cambiamento radicale, che prima di illustrare il “che fare” dovrebbe individuare il suo esatto opposto: cosa non si deve più fare, cosa si deve definitivamente estirpare come cattiva abitudine.

Ecco dunque la vera domanda: In quali ambiti la sinistra radicale continua a raschiare il fondo, pensando di cacciare a forza la forma a stella nel buco a cuore a furia di martellate? Abbandonando definitivamente certe tematiche ad uso interno si perderanno degli elettori o degli attivisti storici? Meglio, dico io. A che sono serviti tanto i primi quanto i secondi, se la sommatoria di tutti gli attori politici non farebbe ad oggi un quattro o cinque percento dei consensi? A questo punto tanto vale perderli: abbandonare l’acquario dell’attivismo per tuffarsi nell’oceano della società, della realtà, dei meccanismi e dei desideri che caratterizzano sul serio il nostro presente.

Se il mio discorso può essere ancora nebuloso nei termini di operatività, ecco alcuni esempi che illustrano quelle che  a mio avviso dovrebbero essere le priorità da svolgere.

In primis, un coinvolgimento generale su temi “di base”, che nel caso del Socialismo di nuova generazione (ma di antica e sana ispirazione) non possono prescindere da un’idea di Stato e di centralità del medesimo. Non si tratta di allestire un Grande Fratello su basi cibernetiche, che possa alimentare accuse di centralismo inteso come ingerenza. Al contrario, l’economia pubblica – che si auspica sovrana, o come minimo capace di un minimo sindacale di emancipazione dai dictat di un’Europa dei trattati, e non dei popoli – dovrebbe tornare ad essere la protagonista di vasti contratti col paese reale, a base di pianificazioni per il pieno impiego, per il welfare, per la salute pubblica, per l’istruzione, l’educazione e la formazione uguale per tutti. Se queste affermazioni appaiono banali, forse non ricordiamo quanto questo trentennio abbia diffuso e scientificamente edulcorato la nefasta narrazione delle privatizzazioni come panacea atta a curare tutti i mali, una narrazione che oggi potrebbe essere tranquillamente e pure efficacemente snocciolata al contrario, visti i disastri che tutti hanno sotto gli occhi, se solo qualche dirigente illuminato o segretario senziente iniziasse ad abbandonare le assurde iconografie sinistroidi che abbiamo poco fa citato.

Da mesi o da anni si vocifera di una seria campagna per la nazionalizzazione dei settori sanitari e industriali più strategici. Forse qualche soggetto politico a sinistra ha provveduto a “socializzare” questa idea con altri partiti, movimenti e fronti popolari? Non mi pare. L’autunno caldo che ogni anno viene annunciato si riduce sempre, al più, ad un corteo romano di bandiere rosse rigorosamente divise, condito magari da scontri che alimentano ulteriormente la scissione tra cittadinanza e militanza, che finisce rigorosamente – diciamocelo con chiarezza – in un ennesimo nulla di fatto.

La ragione di questa cronicizzazione dell’irrilevanza è a mio avviso di una semplicità disarmante, e qui giungo al tema successivo: la mancanza totale di una cultura organizzativa moderna ed efficace. Per allestire campagne efficaci, snellire i processi di comunicazione e implementazione, ottimizzare le risorse, gestire le interlocuzioni e raggiungere in tal modo una serie di obiettivi condivisi e tempificati servono “ruoli” e “responsabilità”, allocate lungo uno schema funzionale piramidale nel senso e nella direzione delle funzioni, e non certo di quel potere che al solo nominarlo fa inorridire. A dirla con Turati, come sarebbe bello il Socialismo senza i socialisti… E aggiungo io: potrebbe essere bello anche coi socialisti, se avessero più cultura in termini di organizzazione scientifica.

Sì, fa inorridire, perché un altro dei problemi strutturali della sinistra è la sua perfetta (chiamiamola) ortodossia in termini di paura sistemica di prendere il potere. La sinistra attuale, in cuor suo, non vuole vincere, non vuole governare, non vuole essere costretta alla giacca e alla cravatta che furono dei Pertini e dei Berlinguer. La sinistra ha come introiettato una sorta di sindrome di inferiorità avente come facciata una spocchia rabbiosa e autolesionista, ed ecco dunque che le sue risultanti volontà si orientano al fare solo affari sotterranei, reincarnati con retrocessione in festival e testate, circuiti, circoli culturali e altre iniziative più o meno parassitarie del sistema.

Parole come “resistenza” e “lotta” sono diventate ormai degli alibi per continuare a sbattere la testa sullo stesso muro che conferma stagione dopo stagione la sua indistruttibilità. In questo senso, questa sinistra è vista dall’alto come innocua, neutra, irrilevante, in quanto riferita solo al suo combattere per il gusto di combattere. Si è mai sentito un esponente del Partito Democratico scagliare i propri strali contro soggetti come Rifondazione Comunista o Potere al Popolo? Pure i tanto accusati “poltronari” di Liberi e Uguali o Sinistra Italiana non sono mai stati percepiti come nemici dal mainstream. Sulla scia dell’arguto adagio “si è sempre meridionali di qualcun altro”, bisogna anche dire che tale conflittualità riguarda sempre chi è “immediatamente e contiguamente” al di sotto o al di sopra di questo qualcuno, visto che oltre una certa soglia di livelli di distanza a valere è invece la totale indifferenza. E si sa, gli scontri alla base della piramide interessano le vetrate dei negozianti, i manganelli della polizia, le schiene dei manifestanti, ma non certo chi guarda queste cose dai piani alti dei palazzi del potere.

Che significa dunque “non ortodossia” alla luce di queste riluttanze? Semplice: significa iniziare a pregustare manovre oggettivamente orientate alla conquista del potere, all’applicazione del messaggio socialista a configurazioni appetibili e desiderabili da vaste frange di popolazione: coinvolgimento diretto, candidature civiche, collocazione scientifica dell’attivismo, interpretazione dei desideri e dei bisogni materiali e intellettuali, intercettazione delle esperienze e dei temi da inserire nella programmazione, previsione di momenti di socialità aperta, diffusa, libera da preconcetti, ma nel contempo ferma nel dare unità “registica” all’output finale. Siamo infatti così sicuri che i ceti cosiddetti popolari siano d’accordo col modello di società che il Socialismo immagina? Quali sono i miti di quelli che in molti considerano gli ultimi? Il Che Guevara delle battaglie che si vincono sempre anche se si perdono, oppure i vari rapper magrebini naturalizzati italiani che fanno delle loro vistose catene d’oro il simbolo di un’integrazione a base di libero mercato e privilegio economico? Senza una lucida valutazione del reale e crudo panorama sociale e culturale (o sub-culturale) che caratterizza l’Italia odierna non si potrà mai giungere a una configurazione seria e attendibile di quella Nuova Sinistra che oggi, senza tanti giri di parole, è solo un miraggio.

Ci sono valide possibilità di realizzare precisi stati di avanzamento per rendere più solido e materiale questo miraggio? La questione non è tanto legata a quello che vogliamo essere, ma a quello che possiamo essere all’interno di un determinato campo percettivo, sociale, economico e istituzionale, in una valutazione di ragionevole conformità di un Socialismo prospettico e in divenire. Un Socialismo che – formando e coltivando i suoi quadri, nutrendo la militanza, senza voler violentare la popolazione con inquadramenti stupidi e alla fine del tutto inutili –  abbandoni una volta per tutte le pastoie della ripetizione di vuoti rituali nostalgici, per abbracciare la luminescenza proattiva di un rinnovato paradigma d’azione. Ecco dunque la volontà di creare realtà partitiche serie e funzionanti, ma anche di aprirsi a coalizioni e progetti specifici, condivisi, assolutamente conformi alla necessità di dialogare e fare. Un Socialismo, paradossalmente, antico nella modernità di una sua dialettica di fondo.

All’affermazione secondo la quale “a sinistra del Partito Democratico c’è spazio per un solo partito” sarebbe quindi da ribattere con un sonoro “dipende”. In un campo politico completamente assente di qualsiasi forma di sinistra, infatti, la stessa affermazione perde di significato, e diventa per molti versi la motivazione che tante cantonate ha fatto prendere dagli ultimi rocamboleschi ed estremi tentativi di unificare ciò che non può essere per definizione unificato.

Non serve l’unità della sinistra: a servire è la credibilità di un’alternativa.

Se parliamo di una torta, parliamo di un’abbondanza da spartire. Se parliamo invece di un tozzo di pane, parliamo di qualcuno che, da solo, farà di tutto per scipparlo al compagno. Ecco dunque la logica del tozzo di pane, direttamente sovrapponibile a quella dell’essere a sinistra di qualcuno, e ancora più a sinistra di qualche altro, fino a curvarsi nel ghetto di uno spazio tanto angusto da risultare, appunto, inesistente.

Superiamo una volta per tutte questa topologia malsana. La Nuova Sinistra non nascerà da una sommatoria di zeri, o da una confluenza di logge rosse, o da una mobilitazione a base di striscioni e bandiere. Nascerà invece quando smetteremo di chiedere, e inizieremo, senza mediazioni e tortuosità, ad ottenere direttamente, con una dedizione addirittura più scientifica e sfacciata di quella dei nostri nemici.

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4 commenti per “La Nuova Sinistra: scientifica, sfacciata e non ortodossa

  1. Panda
    16 settembre 2019 at 13:49

    Complimenti, un articolo molto lucido.

  2. Gian Marco Martignoni
    19 settembre 2019 at 21:55

    Bisogna sempre diffidare dal presunto movimentismo, ed interrogarsi sulle ragioni di un arretramento della sinistra, genericamente, anticapitalista su scala europea.Le scorse elezioni ne sono stata una brutale testimonianza.Il tuo articolo offre molti spunti di riflessione, pressochè condivisibili.Credo che senza un approfondimento teorico non si vada lontano.Per intenderci, l’elaborazione del gruppo del Manifesto a proposito del ” caso italiano “, con il senno di poi si è rivelata errata.Ma il gruppo del Manifesto svolse, nel bene o nel male, una funzione attrattiva e aggregante in quel contesto storico.Oggi, non so cosa pensa Fabrizio, non si vede nulla di simile nel nostro contesto, e si procede quindi in ordine sparso.

    • Fabrizio Marchi
      19 settembre 2019 at 22:21

      Sono d’accordo, Gian Marco. C’è anche da dire però che Il Manifesto nacque in tutt’altra fase storica, in un contesto in cui la Sinistra era in grado di esercitare una notevole egemonia culturale e ideologica. Le cose non nascono per caso.
      Oggi siamo nella situazione in cui siamo e c’è un rapporto direttamente proporzionale fra la debolezza politica da una parte e l’autoreferenzialità, la litigiosità, l’egocentrismo, il soggettivismo, il solipsismo, la competizione “a chi ce l’ha più lungo e ha capito tutto e gli altri non hanno capito un cazzo” e naturalmente il dogmatismo, la chiusura (va bè, questi ultimi due ci sono sempre stati solo che una volta facevano meno danni appunto perché c’erano ben altre forze in campo), dall’altra. Tutti gli infiniti mali di cui quel poco che è rimasto a sinistra è intriso.
      Come se ne uscirà, se e quando, non sono in grado di dirlo.

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