La soppressione della sofferenza

La soppressione della sofferenza è il terzo capitolo dell’opera Nemesi medica di Ivan Illich, testo fondamentale per comprendere l’anestesia dei nostri giorni. L’indifferente perversione in cui giace l’Occidente è la barriera che impedisce di razionalizzare gli avvenimenti afgani. La razionalità e il concetto si rivelano a noi nella concretezza di un processo  relazionale in cui ogni componente della psiche vive e si ricompone nel concetto nella forma dell’autocoscienza. Il dolore nell’Occidente è semplice reazione meccanica, è impigliato nella rete del meccanicismo cartesiano, non ha significato alcuno, è solo il sintomo di una condizione patologica. Sul dolore si agisce a livello medico allo scopo di rientrare tra i fortunati che ambiscono a dissipare energie e desideri nel libero mercato. La medicina categorizza le malattie, separa i pazienti dai sani, interviene per sanare ciò che spesso ha prodotto allo scopo di sostenere la negazione del dolore e la ricerca del godimento senza limiti. Se il dolore è vissuto solo come impedimento al godimento quest’ultimo perde senso e misura, poiché si taglia la relazione tra gioia e dolore. L’Occidente è questo taglio tra vita e morte, tra gioia e dolore, tra diritti e doveri, l’irrazionale è compensato con l’idolatria dell’immagine senza contenuto e parola. L’anestesia diventa generale, il dolore rimosso lascia il campo aperto alla ricerca di emozioni sempre più trasgressive. L’esperienza del dolore è essenziale per fondare relazioni ontologiche: il dolore è una breccia verso l’infinito e specialmente è la condizione che permette di vivere la dualità relazionale.  È vissuto soggettivamente, ma nello stesso tempo ci fa scorgere la nostra fragilità nell’alterità: le parole e i gesti del dolore li riconosciamo nel prossimo e in coloro che sono spazialmente distanti, perché il dolore educa ad uscire fuori da sé per fondare relazioni empatiche dalle quali scaturisce lo scandalo del dolore. La politica è l’attività comunitaria finalizzata alla felicità collettiva, la quale non è eliminazione del dolore, ma della sua eccedenza. Politica e concetto hanno la loro genetica nell’esperienza del dolore. Il concetto ha una lunga gestazione, rielabora le complesse componenti che si riposizionano nell’autocoscienza. Il progetto politico si struttura ed emerge da tale contesto materiale, se non si inciampa nel dolore il pensiero divergente e critico non emerge. La partecipazione empatica consolida le comunità nella gioia e nella convivialità, la partecipazione trasforma l’esperienza del dolore in vicinanza e gioia. L’Occidente anestetizzato ha negato con la politica ogni legame solidale, pertanto l’incapacità relazionale sostituita dal narcisismo individualistico introduce l’irrazionale nella vita quotidiana. L’evidenza non è compresa,  perché l’intelligenza è anestetizzata dalla rimozione del negativo e dalla fuga verso il principio di piacere. La regressione sociale in cui si vive non può che essere spiegata in altro modo.

 

Corpi del silenzio

La questione afgana è dinanzi a noi nella sua suprema ingiustizia, ma si continua a decantare la libertà dell’Occidente e la barbarie degli afghani. Nell’ultimo raid USA contro l’Isis-K sono morti anche sei civili, l’episodio è stato velocemente liquidato dai media, come un effetto collaterale di una guerra che ha visto le forze dei “liberatori” bombardare matrimoni e funerali e causare in vent’ani circa 250000 morti. Nel raid sono morti bambini e innocenti, ma non hanno provocato scandalo, sono solo numeri. L’abitudine al calcolo abitua a percepire le persone come oggetti da conteggiare. Il numero dei morti non sembra scandalizzare, non solleva dubbi, pare che i morti non siano tutti eguali. Se l’Occidente vivesse la cognizione del dolore non accetterebbe con tanta semplicità l’oscuramento delle immagini dei morti afghani. La rimozione del dolore permette e prepara l’anestesia dell’intelligenza, non ci immaginiamo gli afghani terrorizzati dal rombo degli aerei, le loro povere case squassate dalla potenza della tecnica, i loro corpi deturpati non compaiono nei media, sono corpi del silenzio, non ci soccorre neanche l’immaginazione empatica a compensare il vuoto iconico. Non resta che un interminabile silenzio in cui sono avvolti uomini, donne e bambini, ci scandalizza solo il burqa, ma il burqa delle informazioni e delle immagini non ci tocca, poiché l’Occidente non sa decentrarsi, non sa vivere l’esperienza del dolore che ci porterebbe a metterci al posto degli afghani e a immaginare la rabbia accumulata in decenni di sola guerra portata dall’esterno. Si offre loro solo di lasciare l’Afghanistan e occidentalizzarsi, è il premio fedeltà con cui l’Occidente ricambia coloro che avevano creduto nell’Occidente atlantista. L’incapacità di concettualizzare la tragedia afgana, l’arroccamento in difesa dei soli diritti individuali e della libertà a misura di mercato ha tra le sue cause profonde la negazione del dolore senza il quale il soggetto non percepisce la propria fragilità ontologica e l’altrui. L’eliminazione del paesaggio esistenziale pubblico della fragilità umana induce ad una generale anestesia che sterilizza il pensiero.

Solo un nuovo umanesimo può liberarci dalla violenza dell’indifferenza scientemente organizzata dalle oligarchie. Necessitiamo di un umanesimo veritativo e rispettoso delle differenze che abbia quale paideia la formazione integrale della persona. Senza una formazione integrale l’essere umano è incapace di comprendere e pensare il proprio tempo: pensare è possibile solo in presenza di personalità le cui componenti siano in armonica relazione. Non a caso in Platone giustizia e bellezza si concretizzano nell’armonia dell’anima umana simbolizzata dal mito dell’auriga nel Fedro e che diviene modello politico da realizzare con la Repubblica. Senza emotività ed alfabetizzazione dei sentimenti il pensiero politico non è che calcolo e tattica senza speranza e senza prospettiva, gli errori non sono compresi, ma ci si difende da essi con una regressione infantile e pericolosa prevale la logica manichea, si divide il mondo in “buoni e cattivi” sentendosi perennemente dalla parte dei migliori e si inseguono le pubbliche opinioni a causa di private pigrizie.

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Fonte foto: Avvenire (da Google)

1 commento per “La soppressione della sofferenza

  1. Alessandro
    1 settembre 2021 at 12:55

    Gli afgani esistono solo quando scappano dai talebani, perchè in questo modo, involontariamente, sono comparse gradite alla narrazione ufficiale, neoliberista e femminista. Se muoiono sotto le bombe in Afghanistan sono effetti collaterali dell’esportazione della democrazia, neoliberista e femminista, quindi sono un prezzo che si paga volentieri ( io insisto molto sul ruolo del femminismo, perchè altrimenti non si riesce a capire quanto accade).
    E’ incredibile come l’Occidente si stia imbarbarendo sotto il comando di queste forze, del neoliberismo, che supporta il capitalismo consumistico, e appunto del femminismo. Tutto ciò che questi impostori toccano si trasforma in ingiustizia e in bugia. E ciò che è assurdo è che siano in verità percepiti dalle masse come forze di progresso, solo perchè in questa epoca ci connettiamo a internet tramite lo smartphone. Questo si può spiegare anche con ciò che esprimeva l’articolo, e in parole più povere, con la decadenza della scuola pubblica, dell’informazione pubblica, del senso della collettività, che non è mai stato un punto forte della nostra specie, ma che mai ha toccato un punto così basso dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. E non si vede niente all’orizzonte che possa risollevare le sorti di questa specie.

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