L’ideologia progressista e il declino della Sinistra

Fonte foto: http://sollevazione.blogspot.it/

 

Mi capita raramente di condividere quasi tutto di un articolo che leggo sul Corriere della Sera, e mi capita ancora più raramente se l’autore dell’articolo è Ernesto Galli della Loggia. Ma devo confessare che la lettura del suo pezzo di apertura (con continuazione all’interno, sulla pagina “Opinioni e commenti”) datato giovedì 9 marzo e intitolato “Progresso (e declino) a sinistra” mi ha strappato un applauso mentale. Ne sintetizzo le argomentazioni di fondo, anche attraverso una serie di citazioni.

Dopo essersi chiesto se una delle cause di fondo dell’attuale declino della sinistra sia l’insistenza con cui quest’ultima insiste nel definirsi “progressista”, Galli della Loggia scrive: ”Che cosa vuol dire, oggi, essere e dirsi <<progressisti>>?”, aggiungendo poco oltre: “quali sono i caratteri di un fatto o di un fenomeno che oggi possono farlo considerare realmente un <<progresso>>?”. Dopodiché elenca una lunga serie di recenti innovazioni tecnologiche, scientifiche, culturali, politiche, culturali, di costume il cui significato, ove valutato secondo i valori e i principi “classici” della sinistra – uguaglianza, giustizia sociale, miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita, ecc. – dovrebbe apparire quanto meno ambiguo e contraddittorio, se non francamente negativo, ed è stato invece accettato senza problemi, o addirittura con entusiasmo, da una sinistra schierata apriori dalla parte del “nuovo”.

Né vale a mettere in crisi questa conversione la constatazione che: “da tempo pressoché l’intera gamma di ciò che nelle nostre società si è affermato in nome del <<progresso>>, in nome della necessità di <<aggiornarsi>>, di <<stare al passo coi tempi>>, anche di essere <<più liberi>>, lo ha fatto in sostanza all’unanimità. Cioè non solo senza nessuna particolare opposizione ideologica…ma addirittura con l’avvallo proprio di quelle forze del denaro e del potere che alla Sinistra, in teoria, avrebbero dovuto essere estranee se non avverse”. Dopo questa considerazione – che personalmente ritengo inconfutabile – l’ultima parte dell’articolo rintraccia le radici di tale paradossale e autolesionistico atteggiamento in una visione teleologica e provvidenziale della Storia che attribuisce a quest’ultima il ruolo di incubatrice di un ineluttabile e necessario avanzamento verso superiori livelli di civiltà (di “progresso” appunto). Peccato che la sinistra, conclude il pezzo, non si sia minimamente accorta che gli effetti devastanti del Progresso su larghe masse di umanità stiano alimentando venti di rivolta contro questa religione della modernità.

Più che commentare questo discorso che, come anticipavo poco sopra, condivido completamente, vorrei integrarlo con alcune considerazioni.

1) La fede nella storia come apportatrice di avanzamento sociale, culturale, civile e politico, anche se trova (parziale) conforto nel pensiero di Marx (ma assai più in quello dei suoi epigoni), va abbandonata come una reliquia dell’evoluzionismo ottocentesco (lo stesso dicasi della fede nel progresso scientifico e tecnologico, a sua volta reliquia del positivismo ottocentesco).

2) È da qualche decennio che gli intellettuali più intelligenti nel campo della sinistra (o almeno di una certa sinistra) hanno avviato una riflessione in merito al fatto che, oggi, la critica della società capitalistica non può non accompagnarsi a una critica radicale dell’ideologia “modernista” e della sua grottesca variante postmoderna, il “nuovismo”.

3) Ciò ovviamente non basta (anche perché si tratta di voci minoritarie), e quindi non c’è da stupirsi se i movimenti populisti che lottano contro i “progressi” regalatici dal capitalismo finanziarizzato e globalizzato tendono a definirsi né di destra né di sinistra (anche quando non appartengono al campo reazionario dei Trump, dei Salvini e delle Le Pen e hanno programmi che un tempo sarebbero stati considerati senza esitazioni di sinistra). Ecco perché la parola progresso rischia di trascinare con sé nella tomba la parola sinistra, ed ecco perché, sempre più spesso, si sentono persone che si autodefiniscono rivoluzionarie, antisistema ma non di sinistra.

Fonte: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/?p=21855

4 commenti per “L’ideologia progressista e il declino della Sinistra

  1. Aliquis
    13 marzo 2017 at 9:26

    Nel mio piccolo, posso raccontare un fatto accadutomi.
    Conduco da tanti anni, con difficoltà crescenti, una libreria (non solo libreria). Ho svolto dei corsi organizzati dalla mia associazione di categoria. L’ultimo, alla fine del 2013, prevedeva la visita in loco della docente. Venuta da me, la consulente in questione elogia il mio modo di esporre. Io avevo notato, fin dall’ inizio del corso, una certa lieve antipatia nei miei confronti di questa giovane consulente, che fin dal primo giorno si era lanciata in un elogio dei nuovi libri digitali che avrebbero sostituito quelli di carta. Tuttavia, io non risposi alla provocazione. Notai anche che considerava solo chi si occupava di alimentari. Fatto sta che quasi alla fine della sua visita, la giovane signora mi disse di punto in bianco: “Sarai eliminato!”. Al che io, eccessivamente timido ed educato, chiesi sorpreso “Perchè?” “Perchè con la prossima riforma i libri diventeranno tutti digitali”. Io, lo confesso, non ebbi la prontezza di rispondere. Non me l’aspettavo. “Allora -dissi- anche tutti i miei colleghi, ma anche i miei fornitori, i rappresentanti, e tutti quelli che lavorano con loro, tutti eliminati?” “Si” mi rispose senza batter ciglio. Non seppi rispondere, se non accelearare ciò che dovevo fare per farla uscire. Dopo, seppi dai responsabili che lei era pagata moltissimo dalla mia associazione di categoria. Mi lamentai con loro. Non mi risposero. La mia associazione che paga chi ci scava la fossa?
    Mandai dopo, email anche alla signora. Gli mandai un articolo di Umberto Eco che elogiava le virtù del libro cartaceo. MI rispose dicendo che era necessario adattarsi al “progresso”. Ma non mi aveva parlato di adattamento. Mi aveva detto che dovevo soccombere e basta. Indipendentemente dal mio lavoro, a me i libri piacciono di carta. Perchè devo per forza usare un libro digitale se non mi piace? Infatti, non mi pare che stiano entrando. Poco dopo inviai alla signora un mio commento a una trasmissione di Piero Angela che avevo visto il 3 Gennaio 2014, al quale non rispose.
    Lo riporto qui:

    La trasmissione di Piero Angela
    di ierisera non è stata (come del resto
    è nello stile di Angela) scientifica, ma, al
    contrario, molto ideologica. E si tratta del
    peggior tipo di ideologismo; l’ideologismo
    travestito da oggettività scientifica, il quale,
    presentando i fatti come inesorabili perchè
    “scientificamente oggettivi” e quindi indiscutibili,
    li sottrae alla critica e al dibattito e quindi devono
    essere subiti come fatti inesorabili. Questa non è
    scienza, ma scientismo. L’ esaltazione acritica della
    tecnologia, considerata sempre e soltanto come positiva
    e fine a se stessa, il culto dell’ innovazione per l’ innovazione,
    a cui gli umani devono soccombere o adeguarsi, prefigura in
    realtà qualcosa di spaventevole, di mostruoso: una società
    dominata da una ristretta oligarchia tecnocratica in cui intere
    masse umane vengono sacrificate sull’ altare fanatico del
    mercato ipertecnologico. Le macchine non servono più l’uomo,
    ma l’ uomo è un’ accessorio che le macchine rendono inutile.
    Angela ci dice candidamente che in un prmo tempo le macchine
    hanno espulso l’ uomo dall’ agricoltura; poi lo hanno espulso
    dall’ industria; adesso lo espelleranno dai servizi. Ammesso che
    tale descrizione sia reale (in Italia l’ agricoltura non c’è più, ma non
    ci sono macchine che fanno il contadino; non ci sono più contadini,
    nè umani nè automatici. Ma qualcosa mangiamo; i prodotti arrivano
    da fuori) non sia capisce come questo mercato possa continuare a
    funzionare. Se a produrre qualunque cosa saranno le macchine, chi
    acquisterà i loro prodotti se a lavoare non ci sarà più nessuno?
    Non possono bastare per riempire i vuoti di occupazione le nuove
    professioni tecnologiche di cui Angela parla, perchè per controllare
    queste nuove macchine occorerranno comunque meno persone.
    E gli uomini hanno anche diversi talenti, non tutti sono capaci di
    fare le stesse cose. Chi non si occuperà delle macchine, sia perchè
    superfluo sia per altri motivi, potrà fare soltanto il badante, il cuoco,
    il cameriere, il pizzaiolo, l’ infermiere, come dice Angela? Anche di
    questi posti il numero è limitato. E che dire dell’ impatto ambientale,
    con l’ Africa ridotta già a pattumiera di rifiuti elettronici corrosivi e
    cancerogeni? Se la società fosse diversa, non finalizzata all’ accumulazione
    di capitale privato, si potrebbe anche pensare che la tecnologia liberi
    l’ uomo dal lavoro (non si dovrebbe esagerare anche in quseto caso, però),
    ma per Angela l’ attuale modello economico, nonostante la già grave crisi
    economica e ambientale, è indiscutibile: lo dimostra la sua esaltazione della
    competizione e dei “vincenti”. L’ Italia deve essere vincente, lui dice. Ma
    anche gli altri vorranno esserlo. Se si è vincenti vuol dire che altri sono
    perdenti. Nessuno vorrà essere perdente, ma in realtà come dimostra la
    situazione attuale i perdenti saranno sempre di più, soprattutto se le
    fosche previsioni di Angela si avvereranno. Il filosofo ceco Karel Kosik
    diceva che il paradigma attuale si basa su un modello tecno-economico
    che tende a crescere senza limiti, travolgendo tutto. Ecco che cosa diceva
    quell’ uomo 20 anni fa:

    Ogni epoca è determinata dal rapporto che gli uomini assumono verso la realtà, e quindi verso se stessi. Questo rapporto determinante costituisce il paradigma (la formula) dell’epoca. Paradigma del mondo antico è la tetraktys, la tetrade dei mortali e degli dei, della Terra e del cielo, sulla quale si fondano la polis, oltre che la filosofia, l’architettura, la tragedia, la lirica. Il paradigma dell’èra cristiana si concentra nel rapporto tra l’uomo e Dio, e di qui deriva l’immaginazione che ha dato vita alle rotonde e alle cattedrali, al canto gregoriano, alle pitture, alle sculture. Il paradigma dell’epoca moderna è caratterizzato dall’emancipazione, nella quale l’uomo si libera dalle catene medievali ecclesiastiche e laiche, e per tutto vuole usare la propria ragione. Ma quest’uomo non aspira a essere solamente libero, mira inoltre a diventare signore e padrone della natura. Tale duplicità, che unisce libertà e dominio sulla realtà, non è priva di conseguenze. L’uomo moderno governa la realtà, la cambia in una realtà manipolabile e disponibile: fabbrica strumenti, macchine, apparecchiature, ma soprattutto costruisce un sistema che si perfeziona, che comprende la scienza, la tecnica, l’economia.

    Questo sistema produce in dimensioni grandiose artefatti, informazioni, cose godibili. L’epoca moderna è caratterizzata dalla crescita smisurata e sterminata, da un aumento della produzione e della ricchezza, la cui misura è il superamento di ogni e qualsiasi misura, quindi la smisuratezza. Il sistema moderno è una trasformazione ininterrotta, nella quale la realtà si cambia in una realtà calcolabile e disponibile, che è al servizio dell’uomo. Ma esso ha inoltre una proprietà stupefacente: trasforma anche gli uomini. L’uomo moderno, che all’inizio, al tempo di Descartes, di Diderot, di Mozart, di Kant viveva e approfondiva la propria emancipazione dalla sudditanza alle autorità come volo e slancio (Auf-klärung), sentiva e viveva come soggetto eroico, tendente alla libertà, scade sempre di piú nella sudditanza alla propria creazione, al sistema funzionante per la produzione di una ricchezza incommensurabile. Ne deriva uno scambio e una trasformazione: l’epoca moderna è l’epoca del soggettivismo scatenato, nella quale l’antico soggetto-uomo è sempre piú incatenato alle forze del sistema produttivo e ne diventa prigioniero e oggetto. I ruoli cambiano: il sistema, che deve servire l’uomo, diventa signore, pseudo-soggetto che degrada gli uomini ad accessori del suo funzionamento e della sua prosperità; gli uomini sono condannati al ruolo di oggetti impotenti, che si muovono all’interno del circuito della macchina in movimento, incapaci e impotenti a liberarsi dalla sua prigionia. La realtà odierna, l’epoca della «fine della storia» è un grandioso «sistema di bisogni», espandentesi ed espansivo, nel quale gli uomini sono ridotti, vale a dire mortificati a produttori e consumatori. Questo sistema è anche la sola e massima realtà, che accanto a sé e soprattutto al di sopra di sé non sopporta niente altro, niente di diverso, di autonomo, e stronca tutto nel proprio ingranaggio.

  2. armando
    13 marzo 2017 at 22:18

    formenti porta ottimi argomenti x seppellire il termine di sinistra, da tempo ma forse da sempre, equivoco come il suo simmetrico di destra. E Aliquis, nel suo commento, li conferma nei fatti. abbiamo il coraggio di guardare oltre.

    • Fabrizio Marchi
      13 marzo 2017 at 23:29

      Da tempo infatti guardiamo ben oltre l’attuale “sinistra” e soprattutto il significato che ha assunto da una trentina di anni a questa parte questa parola.
      Fino ad una quarantina di anni fa, il termine Sinistra, a torto o ragione, era sovrapposto a quello di Socialismo, Comunismo, Movimento Operaio, Lotta di Classe. Così è stato per un secolo e mezzo almeno. E così non è più ormai da alcuni decenni. Solo che ci vorrà ancora tempo per chiarire le cose. Non a caso il primo editoriale sul primo numero di questo giornale affrontava proprio questa questione: http://www.linterferenza.info/editoriali/destra-e-sinistra/

  3. Rutilius Namatianus
    14 marzo 2017 at 6:18

    Caro Aliquis, che la cretina ti dicesse certe sciapate e` comprensibile: ci mangia sopra -cosa vuoi che dica? Per quanto riguarda i libri di carta, non moriranno. Forse che la radio e sparita con l`arrivo della televisione? Suvvia.

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