Quale capitalismo? (commento ad un articolo di Guido Viale)

Se si parte dall’ assunto del tutto falso che “Oggi al modello di comunismo come statalizzazione di tutti gli aspetti della vita – passaggio obbligato verso la società senza classi – non si rifà più nessuno: è fallito per sempre con l’esperimento sovietico” non si può che arrivare a propugnare sciocchezze o banalità: oppiacei paradisi artificiali in luogo di realistiche lotte efficaci nell’ abolire lo stato di cose presenti.

La storia settantennale dell’ URSS non é affatto stata un “esperimento” condotto nell’ asettico ambiente di un laboratorio scientifico e “fallito per sempre”.

E’ stata invece una storia grandiosa, almeno per molti aspetti gloriosa, drammatica, sanguinosa, esitata in una tragica sconfitta (tragica innanzitutto per i lavoratori e i popoli dell’ ex URSS stessa, ma in varia misura anche per i lavoratori e i popoli di tutto il mondo, che ancora ne pagano – e in particolare anche noi ne paghiamo – le pesantissime conseguenze).

E come tutto ciò che é autentica storia (e non presuntuoso folclore, come nel caso dei movimenti “del ’68” nell’ occidente capitalistico e imperialistico, cui ancora si attarda a riferirsi l’ autore di questo articolohttps://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/20210-guido-viale-quale-anticapitalismo.html  ) é stata innanzitutto lotta di classe, ovviamente condotta senza limitazioni “moralistiche”, con tutti i mezzi a disposizione dei contendenti (e, in particolare da parte dei vincitori capitalistici imperialistici occidentali, anche dei più violenti, barbari e sanguinosi, oltre che dei più “machiavellicamente”- in senso deteriore- subdoli e sleali che alla fine si sono dimostrati essere i più efficaci).

E’ vero che “L’ecologia” ha messo “in discussione l’impianto produttivista, “sviluppista” e antiecologico di un approccio comune – anche quando non esplicito – a gran parte delle forze che si pongono in continuità con la storia del movimento operaio”.

Ma, a parte il fatto che le componenti più avvedute del movimento operaio non hanno avuto bisogno di aspettare l’ ecologia alla moda per rendersene conto (c’ erano già arrivate per conto loro, anche perché da Engels soprattutto avevano imparato qualcosa di importante in proposito), se si pretende di ragionare su concetti estremamente vaghi e indefiniti, in un “tutto indistinto” nel quale i rapporti di produzione e la lotta di classe rimangono avvolti in una fitta cappa di nebbia ideologica (“produttivismo”, “sviluppismo”, “tecnica”, “economia -quale?- che sussumerebbe la politica -quale?-” non si può che cadere nell’ hegeliana “notte in cui tutte le vacche sembrano scure”.

E per pretendere di fare dell’ ecologismo senza lotta di classe si finisce inevitabilmente per fare del mero giardinaggio, come affermato con parole chiarissime, oltre che testimoniato a prezzo della vita, da Chico Mendes.

Per “l’ecologia integrale – che fa coincidere lotta per la giustizia sociale e lotta per la salvaguardia della Terra” non basterebbe “un rovesciamento radicale del sistema che non cerca più solo in nuovi “rapporti di produzione” il rimedio alle ferite inferte dal capitalismo alla vita e all’integrità degli ecosistemi”.

Bene. Che per salvaguardare la vita umana sulla terra non basta realizzare nuovi rapporti di produzione lo sanno anche le correnti più avvedute del movimento operaio e comunista; sanno benissimo che un socialismo e un comunismo che fossero ignari dei limiti delle risorse produttive materiali disponibili all’ umanità (realisticamente e non: fantascientificamente o ideologicamente; nel senso della reazionaria, sommamente irrazionalistica e a ben vedere antiscientifica ideologia “scientista”) porterebbero l’ umanità stessa all’ “estinzione prematura e di sua propria mano”, come diceva Sebastiano Timpanaro (oltre a quella di già ampiamente in atto di tantissime altre specie biologiche).

Ma in più sanno anche che:

  1. Rapporti di produzione socialistici (basati sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione: un socialismo autentico e non meramente immaginario e inanemente consolatorio) se non sufficienti sono pur sempre necessari -un’ ineludibile conditio sine qua non!- per una pianificazione generale, lungimirante e prudente dell’ impiego delle limitate risorse naturali.
  2. Che non si può realisticamente sperare di conseguirli attraverso prediche moralistiche sul “rispetto della vita” ma conducendo durissime, anche violente nella misura in cui sarà inevitabile, lotte di classe contro un nemico implacabile e senza scrupoli.

Lotte che comportano inevitabilmente un duro prezzo di sacrifici e di sangue, e in qualche misura -ovviamente da limitarsi quanto più possibile- errori e perfino crimini; ed anche, per lo meno in “Occidente”, la difficile, “impopolare” (ma sarebbe forse più giusto dire: antipopulistica) rinuncia a più o meno “comode” e “dilettevoli” abitudini diffuse (come ad esempio il turismo consumistico di massa, soprattutto “invernale”, quello delle “settimane bianche”; o la mobilità motorizzata individuale, magari con l’ ambientalmente tragicomico SUV a trazione “ibrida” od elettrica o le quasi altrettanto ambientalmente tragicomiche “bici elettriche”: le batterie sono inquinantissime e irriciclabili dopo poche “ricariche”; e proprio come il carbone, il petrolio o la capacità della terra di contenere senza danni CO2 all’ inizio del loro -ab- uso produttivo-consumativo, quando se ne impiegavano ancora piccolissime quantità, ovviamente oggi il loro smaltimento sembra falsamente -ma non é affatto!- illimitatamente praticabile).

Ciò che di fondamentale i giardinieri alla Greta Tumberg non sanno (e per questo, non trovandoli pericolosi e ritenendoli anzi a ragione degli utili idioti, i veri potenti, nemici implacabili dell’ umanità e della natura, e i loro pifferai mediatici politicamente corretti della conservazione e della reazione li portano in palmo di mano) é che la salvezza dell’ umanità, anche per il fatto di passare inevitabilmente da reali e non immaginarie trasformazioni rivoluzionarie, richiede inevitabilmente (per cercare effettivamente di conseguirla e non limitarsi a farne l’ oggetto di prediche moralistiche ed edificanti del tutto inefficaci) la presa del potere reale da parte di masse di uomini consapevoli dei loro reali interessi oggettivi e dei mezzi adeguati a realizzarli in una lotta durissima e almeno a tratti inevitabilmente sanguinosa (non per niente in questo articolo, che a mio parere anche proprio per questo si riduce ad essere un’ edificante tirata moralistica, la parole “potere” e “lotta di classe” non compaiono mai chiaramente ed esplicitamente; al massimo sono forse vagamente suggerite da pudibondi eufemismi come “rapporto tra le forme dei conflitti e delle iniziative che si scontrano con il dominio del capitale” o “pratiche quotidiane che non escludono né antagonismo né conflitto aperto”).

Per dirlo con le efficaci parole di un bieco reazionario del XX secolo, la salvezza dell’ umanità richiede un alto prezzo di “sudore, lacrime e sangue” (oltre che molta intelligenza e cultura diffusa). Prezzo la cui imprescindibile necessità é per molti assai difficile da comprendere ed accettare.

E richiede anche la disponibilità, come si diceva una volta, “a sporcarsi le mani” (fuor di metafora la coscienza, rischiando di sbagliare: come diceva in dialetto la mia nonna, di mestiere lavandaia, “chi na fa na stramina”, cioé chi fa qualcosa, qualcosa inevitabilmente rovescia dal cesto e sparge poco commendevolmente per terra).

E’ dunque assai improbabile che si giunga per tempo a realizzare le necessarie trasformazioni rivoluzionarie degli assetti sociali.

Ma questo non può minimamente costituire, per chi ne sia convinto, una giustificazione per un’ allentamento della tensione e dell’ impegno nella lotta per questo ineludibile anche se ormai improbabile traguardo.

Traguardo comunque certamente non conseguibile con generici pistolotti sui “beni comuni – tali solo se gestiti da una comunità aperta – come alternativa alla proprietà, sia privata che statuale [come se la differenza fosse del tutto indifferente all’ uopo! Sic!!!, N.d.R.], delle risorse fondamentali; ma anche con una rinnovata critica del lavoro come attività per lo più nociva per chi la svolge e per ciò che produce”; cioé con pretese utopistiche di un impossibile trascendimento dei limiti naturali della condizione umana attraverso un’ impossibile ”obiettivo della cura, cioè di attività liberamente scelte che includano, accanto alla produzione di beni essenziali, tutte gli impegni legati alla riproduzione sia della vita che delle relazioni su cui si fonda una comunità e il suo rapporto con un territorio”, mentre l’ uomo non potrà mai in nessun modo sottrarsi integralmente al lavoro inteso come fatica e sofferenza non affatto liberamente scelta e in qualche misura inevitabilmente “nociva” ma necessaria alla vita e alla felicità complessiva: ciò che é possibile (e tutt’ altro che certo) é solo la sua limitazione quanto più estesamente possibile -ma mai completa- e la sua quanto più equa distribuzione.

Traguardo che soltanto si può (e per quanto mi riguarda si deve) realisticamente cercare di conseguire a tutti i costi e senza alcuna garanzia di successo – non solo, ma necessariamente anche – sporcandosi le mani nella lotta di classe e con (il contrasto, la conquista e poi la gestione de- il potere politico.

Ambiente e Capitalismo, quale futuro? – Orizzonti Politici

Fonte foto: Orizzonti Politici (da Google)

1 commento per “Quale capitalismo? (commento ad un articolo di Guido Viale)

  1. Gian Marco Martignoni
    29 aprile 2021 at 21:26

    Condivido pienamente l’impostazione di Giulio Bonali, cogliendo l’occasione per un saluto, stante che l’articolo di Guido Viale, apparso su Il manifesto ,nel sostenere un generico anticapitalismo, si presta a più di una critica. Poichè Bonali ha già demolito la metafisica addirittura ingenua e approssimativa di Viale, riprendo la questione mal posta del lavoro nocivo, che verrebbe sostituito dal lavoro di cura e altre corbellerie. Non solo Engels aveva già intuito la realtà viuolenta del rapporto con la natura dentro al modo di produzione, mentre Karl Marx semmai aveva parlato di un certo lavoro necessario da redistribuire, per evitare la scissione tra chi è costretto nel capitalismo a lavorare troppo e chi invece a lavorare poco o addirittura non lavorare. .Ma Viale ha preso una tangente anti-marxista, che ogni dialogo con le sue tesi è precluso in origine.

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