Siria: la guerra non deve finire

Foto: Il Manifesto

 

Abbiamo più volte sottoposto a critica severa il quotidiano Il Manifesto per tante ragioni, ma questa analisi di Tommaso Di Francesco sulla guerra in Siria (e sul contesto mediorientale nel suo complesso) è molto interessante e in larga parte condivisibile:

 

“La guerra in Siria non deve finire. Sembra questo l’assunto degli avvenimenti precipitosi in corso e sotto l’influsso dei racconti massmediatici che sparano la certezza, tutt’altro che verificata da fonti indipendenti, di un bombardamento al «gas nervino» o al «cloro», con cento vittime e gli occhi dei bambini – vivi fortunatamente – sbattuti in prima pagina.

Ci risiamo. Temiamo che ancora una volta la verità torni ad essere la prima vittima della guerra. Soprattutto di quella siriana, una guerra per procura, che ha visto insieme a 400mila vittime e un Paese ridotto in rovine, i mille coinvolgimenti dell’Occidente, delle potenze regionali a cominciare dalla Turchia baluardo sud della Nato, il ruolo dei jihadisti dell’Isis, di al-Qaeda e galassie collegate, che se fanno attentati in Europa e negli States sono «terroristi», mentre in Siria sono «opposizione». La guerra è anche di parole.

Tra i dubbi che emergono, c’è un fatto concreto, un déjà vu: il raid dei jet israeliani inviati dall’«umanitario» Netanyahu a colpire una base aerea siriana, con altre vittime, civili e non. L’ evento getta piena luce su una tragedia alimentata all’origine per destabilizzare la Siria così come con «successo» era accaduto in Libia.

E che, comunque la si definisca, vede le vite dei civili, donne, anziani, bambini alla mercé dei fronti opposti. Perché? Perché permette di comprendere quel che davvero sta accadendo.

La guerra, di fatto vinta da Assad e dal fronte che lo sostiene, Russia e Iran e al quale dopo il vertice di Ankara si è aggiunta l’atlantica Turchia, non deve né può finire con il risultato destabilizzante della sconfitta dell’asse sunnita a guida dell’Arabia saudita, l’asse avviato dalla coalizione degli Amici della Siria nel 2012-2013, suggellato pochi mesi fa da Trump con la fornitura di 100miliardi di armi al regime dei Saud che ora vanno in viaggio d’affari, dall’Egitto di al-Sisi alla Gran Bretagna (dove la narrazione del «gas Sarin in Siria che si collega al caso Skripal», viene ribadita da Karen Pierce, ambasciatrice di Londra all’Onu).

Così, proprio mentre il governo di Damasco ha di fatto riconquistato più di due terzi del Paese, lavora alla ricostruzione di molte città a partire dalla meraviglia in cenere di Aleppo, e mentre tratta con gli ultimi jihadisti di Ghouta perché si ritirino verso la roccaforte integralista residua di Idlib, ecco che scatta l’operazione «gas Sarin».

Così subito arrivano i «caschi bianchi» – esaltati in occidente quanto patrocinati dall’Arabia saudita e presenti solo nelle zone controllate da Al Qaeda (avete mai visto «caschi bianchi» soccorrere i civili delle stragi a Damasco provocate dai colpi partiti dalle zone controllate da al-Qaeda?).

È una «operazione» attesa, dopo le precedenti del 2013 e del 2017. E che per essere veridica deve però dimostrare una tesi: che Assad giochi al suicidio politico mentre vince e in presenza del controllo militare russo sotto osservazione Onu e del mondo intero. Assad però, che non è una mammoletta e per restare in sella ha certo fatto scempio di una parte del suo popolo, tutto è meno che un suicida politico.

Ora Damasco e la Russia respingono ogni accusa. E allora, chi potrebbe essere responsabile del presunto attacco al gas nervino o al cloro? Per rispondere bisogna sottolineare tre elementi: i due cosiddetti attacchi precedenti; l’attuale crisi di legittimità di Trump, lo scatenatore di dazi sotto tiro ancora per il Russiagate; il ruolo di Israele mentre gioca con prepotenza criminale e altrettanta impunità al tiro al piccione con le vite dei civili palestinesi a Gaza.

Dunque i precedenti. Il 21 agosto 2013 sempre a Ghouta secondo il più importante giornalista d’inchiesta al mondo, Seymour Hersh. Premio Pulitzer per il reportage sul massacro di My Lai in Vietnam quando nel marzo 1968 le forze militari americane massacrarono a freddo 109 civili e responsabile delle rivelazioni sulla barbarie in Iraq del carcere americano di Abu Ghraib.

L’attacco, da fonti dirette raccolte da Hersh sia in Siria che tra le alte sfere dell’intelligence Usa, non fu opera del regime di Assad ma dei ribelli jihadisti con il sostegno di Erdogan. Per una operazione mirata a far entrare in guerra subito gli Stati uniti che con Obama avevano intimato che l’uso di armi chimiche avrebbe oltrepassato «la linea rossa».

L’intervento fu evitato all’ultimo momento per la mediazione della Russia, di papa Bergoglio che invitò il mondo alla preghiera contro l’allargamento del conflitto, e dell’Onu che a fine 2014 dopo una missione di bonifica delle armi chimiche, decretò con l’accordo di tutti che in Siria non ce n’erano più. Il secondo precedente, del 4 aprile 2017, solo un anno fa a Khan Sheikhoun, con 72 vittime civili per effetto di una bomba sganciata dall’aviazione siriana che, per i Paesi occidentali era «al gas Sarin»; e al quale seguì però, con elogio bipartisan di repubblicani e democratici Usa, e di mezzo mondo, il lancio di 59 missili Tomahawak su una base aerea siriana usata anche dai russi.

La nuova indagine di Seymour Hersh (apparsa sulla Welt am Sonntag) ha dimostrato, ascoltando fonti dell’establishment dell’intelligence Usa, che la bomba non poteva essere caricata a gas nervino perché esisteva una accordo di «deconfliction» tra servizi segreti americani e russi, proprio per evitare scontri diretti non voluti, secondo il quale i russi avevano fornito in precedenza i dettagli del bombardamento.

«Non era un attacco con armi chimiche – rivelò a Hersh un esperto consigliere dell’intelligence statunitense – È una favoletta. Se fosse davvero così, tutte le persone coinvolte nel trasferire, caricare e armare l’arma … indosserebbero indumenti protettivi Hazmat in caso di perdite. Ci sarebbero ben poche possibilità di sopravvivenza senza questo vestiario».

Qual era la verità: che la micidiale bomba aveva colpito deflagrando un deposito di armi e prodotti chimici, molti dei quali arrivati ai jihadisti proprio grazie alle forniture alla cosiddetta «opposizione siriana», il cui sostegno Usa è stato un fallimento per dichiarata ammissione della Cia. E, accusa Hersh: forniture arrivate per esplicita volontà dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton.

Veniamo al ruolo di Trump, sotto accusa da quasi tutta la stampa Usa – fa eccezione il Boston Globe – e dal senatore McCain (“eroe” del Vietnam perché buttava napalm e agente Orange sui villaggi contadini?) – per avere annunciato il ritiro americano dalla Siria. Ora il populista Trump si prepara a bombardare, visto che ottiene più consenso se da isolazionista sposa il militarismo della «guerra umanitaria» che è tanto «di sinistra». Con effetti stavolta a dir poco controproducenti: la terza guerra mondiale non più «a pezzetti».

Ultima considerazione: che vuole Israele? Impunita per le stragi di civili a Gaza, punta alla provocazione con nuovi raid in Siria. Il primo obiettivo è aprire il fronte Iran; poi partecipare alla spartizione del Paese del quale occupa da tempo il Golan; e ora soccorrere Trump diventando la sua aviazione, anche per ripagarlo della sua criminale decisione di spostare a maggio l’ambasciata Usa a Gerusalemme.

Insomma, vale la pena credere al giornalismo vero, d’inchiesta. Che non accettare le versioni mainstream di comodo di chi è il primo responsabile della guerra di turno”.

Fonte: https://ilmanifesto.it/siria-la-guerra-non-deve-finire/

7 commenti per “Siria: la guerra non deve finire

  1. Alessandro
    12 aprile 2018 at 11:42

    Sicuramente “Il Manifesto” quando si tratta di analisi di questo genere, e non “di genere”, propone sempre un punto di vista interessante. Mi sembra in effetti un’analisi abbastanza equilibrata.
    Bisognerà vedere ora quanto il lobbismo bipartisan statunitense riuscirà a condizionare il “recalcitrante” Trump.
    Rimangono sul terreno migliaia di morti, un Paese in macerie, sotto certi aspetti tra i più avanzati del Medio Oriente prima del conflitto, milioni di profughi. Tutto reclama una nuova Norimberga, ma niente verrà fatto perchè i “pezzi grossi” si sono dati appuntamento in Siria e l’ONU è una barzelletta, buona oramai soltanto per qualche taroccata statistica di genere.

  2. gino
    12 aprile 2018 at 14:13

    sì, st’articolo è un passo avanti (nell’area di sx almeno e con molto ritardo, perchè in altre aree si dicono le cose come stanno fin dall’inizio delle “primavere arabe”).
    questa se la poteva risparmiare: “Assad però, che non è una mammoletta e per restare in sella ha certo fatto scempio di una parte del suo popolo”.
    bisognerebbe ricordare che gli “scempi” in siria iniziarono a farli decide di anni fa i “fratelli musulmani” (e i loro sponsor occidentali), e furono scempi di entità tale che anche san francesco d’assisi non sarebbe rimasto una “mammoletta”.
    comunque, con un certo sforzo, accontentiamoci…

    ma mi domando: dove sono i cortei contro la guerra?
    nel 91, il giorno dell’attacco americano, tutte le scuole romane scesero in strada, poi vennero occupate per giorni, i cortei si susseguirono giornalieri per mesi (io ero in prima linea) fino a un corteo nazionale a roma che nulla ebbe da invidiare ai maggiori cortei del 77 (ci furono anche molte ore di scontri).
    eppure manco saddam era “una mammoletta”…

    • Fabrizio Marchi
      12 aprile 2018 at 14:37

      Vero…evidentemente perché la sinistra antagonista ancora esistente è schierata tout court con i curdi e quella liberal alla Saviano, è tutta dalla parte di Israele e degli USA. In effetti Saddam era forse più scomodo che Assad.
      Ciò detto, la Siria nell’area era ed è sicuramente lo stato più avanzato, laico e progressista, e direi anche tollerante dal momento che convivevano pacificamente ben 24 diverse confessioni religiose (fra cui cristiani, ebrei e musulmani di tutte le correnti) e in quel contesto la libertà religiosa è come per noi il multipartitismo e la democrazia parlamentare. Nondimeno anche la Siria ha responsabilità pesanti, soprattutto nei confronti del palestinesi. L’assedio di Tall El Zatar fu un durissimo attacco alla resistenza palestinese. Una bella contraddizione…
      Ciò non toglie che oggi la Siria vada difesa senza se e senza ma dall’aggressione usraeliana e saudita.

      • gino
        12 aprile 2018 at 15:57

        aggiungo che gli assad vengono dagli strati popolari e che fecero riforme socialiste.
        tel al-zatar… io non ero presente. ma tra la ridda di fonti e contro-fonti penso che manco i palestinesi erano mammolette e che, se quando sei “accolto” cominci a farla da padrone in terra altrui, la reazione arriva

        • Fabrizio Marchi
          12 aprile 2018 at 18:21

          No, non è così, i palestinesi, soprattutto all’epoca, erano combattuti da tutti (anche se molti a parole dicevano di sostenerli…) perché veramente erano una forza rivoluzionaria, laica e socialista e comunista (il 60% dell’OLP faceva riferimento ad Al Fatah e il FPLP FDPLP, entrambi marxisti-leninisti, rappresentavano circa il 40%) e la creazione di un loro stato avrebbe rappresentato un pericolo per tutti gli stati mediorientali, anche per la Siria (in questo caso pericolo nel senso di chi rappresenta lo stato socialista leader a livello regionale) , che era la vera longa manus dell’URSS in Medioriente. I palestinesi non sono mai veramente stati sostenuti in pieno da nessuno. Naturalmente anche loro, come è normale e anche giusto che fosse, hanno cercato di fortificarsi e di creare delle loro enclavi, come fu per il Libano meridionale e Beirut, dal quale furono cacciati nell’82 da Israele (con successivo massacro di Sabra e Chatila). Prima ancora l’infame Giordania (il famoso Settembre Nero, dove 10.000 palestinesi furono massacrati) aveva cacciato l’OLP manu militari nonostante almeno il 60% della popolazione giordana fosse (e sia tuttora) di origini palestinesi. E anche la Siria purtroppo ci ha messo del suo. I palestinesi sono il classico esempio di popolo abbandonato da tutti, perché a nessuno, tanto meno ai paesi arabi cosiddetti “moderati” e ancora più alle petromonarchie faceva comodo uno stato socialista palestinese con quelle caratteristiche di radicalità politica e ideologica che l’OLP aveva. Nel caso siriano, la Siria voleva mantenere il suo ruolo di potenza regionale, di principale antagonista di Israele e di alleato privilegiato dell’URSS. I palestinesi invece sfuggivano anche a quelle logiche e per questo erano temuti e combattuti da tutti. Fu un grave errore da parte della Siria che si comportò secondo le più rigide logiche della realpolitik ma poi alla fine la realtà presenta il conto e oggi ci troviamo a difendere la Siria stessa dagli stessi che volevano annientare i palestinesi, e che in parte ci sono riusciti perché quell’OLP non esiste più, anche a causa dell’opportunismo dei paesi arabi, fra cui anche la Siria. E questo è un fatto. Dopo di che l’Occidente e i suoi alleati in loco, proprio per distruggere l’OLP e il nazionalismo socialista arabo tutto, hanno cominciato a pompare l’integralismo islamico, nelle sue varie correnti. Ed eccoci qui…La gente non ne sa una mazza e accomuna il famigerato “mondo islamico” in un unico indistinto calderone e tutti a pompare mediaticamente queste sciocchezze…

          • ARMANDO
            13 aprile 2018 at 14:29

            Su una cosa non ci sono dubbi. Il popolo palestinese è stato usato da tutti per interessi propri. Ovviamente da Israele, ma anche dagli stati arabi, col loro sostegno/non sostegno. ovviamente la situazione nell’area è sempre stata complessa, ed oggi ancora di più. Io credo che se non sarà ridimensionato e indotto a più miti consigli chi fomenta il caos continuo, nulla cambierà. Israele, coll’avallo automatico degli Usa (o anche viceversa, si potrebbe dire), continuerà in pericolosi giochi di guerra, opachi, in alleanze incoffessabili, ecc. ecc. Ma anche i palestinesi, lo dico consapeole di essere ingenuo, dovrebbero essere chiari sul loro obbiettivo finale.Furono espulsi dai loro territori, confinati in riserve tipo quelle indiane degli USA, ecc. ecc. Ma, chiedo, è realisticamente ipotizzabile un ritorno alla situazione pre-guerra? E se no, qual’è la strada di una forma di convivenza possibile nella zona?

          • ndr60
            13 aprile 2018 at 15:18

            Completamente d’accordo: ad esempio, la creazione della Fratellanza Musulmana, fondata grazie ad un finanziamento britannico. Grazie al supporto finanziario inglese, la Fratellanza fiorì e oggi rappresenta una forza importante e potente del mondo islamico.E’ anche l’istituzione alle spalle di ogni attacco terroristico in nome dell’Islam, ed è abbondantemente infiltrata da numerose agenzie di intelligence occidentali. E, per quanto riguarda Hamas, dal 1967 fino alla fine degli anni ’80 il movimento è stato supportato da Israele nell’affermarsi nei territori occupati, con lo scopo di usarlo contro l’OLP e per favorire le divisioni tra i palestinesi. E non solo: per Israele, sostenere in segreto i fondamentalisti vuol dire minare ad libitum il processo di pace. Poi, se qualche alto funzionario del movimento si impegnasse a fermare i terroristi, lo si può sempre assassinare. In fondo, il terrorismo ad usum imperii è sempre esistito, e fa tanta audience nei tg della sera.

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