Che fare? Congedo e creatività

Nella storia di ogni persona pensante (l’aggettivo pensante non si riferisce necessariamente all’intellettuale, ma semplicemente a coloro che vivono cercando di capire la concretezza della loro esistenza) risuona la domanda Che fare?.

La domanda emerge, mentre si sente montare la marea della storia e ci si sente un po’ persi,  ed a volte distanti da coloro che ci circondano, dalla comunità in cui si abita. La domanda Che fare?  È un ponte, è l’esserci comunitario che riemerge e chiama all’impegno,  a chiedersi se è possibile agire, e specialmente come agire. La domanda Che fare? Ricorda Lenin, ma in media, non abbiamo la vocazione titanica di un Lenin. Se si confronta il proprio Che Fare? con la domanda posta da Lenin, il desiderio di agire ricade su noi stessi e ci fa sentire autentiche nullità. I confronti con i monumenti della storia possono essere schiaccianti. La domanda può neutralizzarsi sul nascere, se il confronto è frustrante. Certo i grandi movimenti-sommovimenti hanno dei punti di catalizzazione visibili dietro i quali si cela il mormorio della storia, dei tanti e dei popoli, di coloro che non compaiono, ma possono sollecitare “il riorientamento gestaltico”. Gli invisibili possono favorire i punti di svolta che come la talpa hegeliana scava nelle viscere della storia, perché la civetta si alzi in volo. La civetta della prassi, per cui si sta contravvenendo al significato hegeliano della civetta. La domanda Che fare? Oggi più che mai necessita di parole che ci tolgono dalla vista l’abbaglio della grandezza per consegnarci al principio di realtà comunitario. La comunità è il luogo di tutti, pertanto ciascuno è chiamato a dare la propria risposta al Che fare?, perché la domanda abbia un seguito, si deve rinunciare, si guardi alla contemporaneità, al supplizio delle luci della ribalta, all’esposizione mediatica perenne di taluni personaggi che con la loro presenza, comunicano uno spessore “ipervisivo” al Che fare?.

 

Forze inibenti

Siamo dunque preda di due forze inibenti, la prima è l’inevitabile confronto con i grandi, ogni paragone ci trova frustrati e sconfitti fino al ridicolo, l’altra forza inibente è l’incultura dell’immagine. Le parole di ciascuno si perdono nel chiasso delle immagini, degli appelli, dei narcisismo verbali che si susseguono. La proliferazione quantitativa dei mezzi di comunicazione rende ipertrofica l’immagini di molti, non favorisce il concetto, ma si perde nel numero infinito di vocalizzi mediatici. Se si guarda con occhio distaccato tale dinamica si resta annichiliti, ed anche spaventati, poiché spesso coloro in cui risuona la domanda sono stati abituati per indole o per educazione all’impegno silenzioso, a far parlare la parola e non l’immagine. Fortunatamente se la curiositas ci accompagna ci si può ispirare a modelli terzi ed abbandonare “la logica dell’isola dei famosi” che impera nel totalitarismo del narcisismo. Il nostro è un totalitarismo plurale, ritengo che la difficoltà nel percepirlo con autocoscienza  sia dovuto alla pluralità dei suoi aspetti, tutti sostanziali e tra di loro interconnessi. Totalitarismo del denaro, crematistico, dell’individualismo, dell’immagine, della parola slogan, della superstizione scientista, ogni aspetto è sostanziale, non solo perché produce denaro, ma specialmente sostiene la conservazione dello stato presente mediante l’utopia[1] immaginaria del diritto a tutto e la distopia[2] quotidiana dell’essere oggetto delle forze irrefrenabili della storia. Direi che in questo scollamento vi è la forza del sistema che divora tutto, per non lasciare che il niente. Dinanzi a questa contraddizione, alla constatazione che la marea del nulla sta sommergendo il pianeta con molta più velocità dell’innalzamento delle acque per lo scioglimento degli iceberg la domanda risuona inquietante. Dinanzi alla velocità degli eventi, che paiono incontrollabili, si ha la sensazione di non poter far nulla. Il potere ben conosce l’effetto dell’accelerazione sulla psiche di ciascuno della velocità che mentre affascina brucia la parola. Essa non consente al concetto di strutturarsi, e ci lascia indifesi dinanzi all’avanzare del nichilismo. Per poter agire e non semplicemente reagire è necessario attraversare la contraddizione con la sua notte e ritrovarsi.

 

Nutrire il proprio asinello

Ritornare a se stessi, come Odisseo ha ritrovato Itaca, è possibile se si rinuncia al sogno di grandezza che attraversa il mondo rendendolo cenere al vento e si decide di nutrire se stessi per portare nuova linfa alla comunità di appartenenza. Si rammentino le parole di Costanzo Preve, per poter pensare in autonomia e formare nuovi intrecci comunitari, la conoscenza dei grandi non solo è utile, ma  forma. Il confronto corpo a corpo con i sistemi ed i concetti dei grandi pensatori è momento imprescindibile di ogni formazione umanistica e politica, ma per poter apportare il proprio contributo, ad un certo punto bisogna scendere dalla sella dei grandi e cominciare a nutrire il proprio pensiero, la propria prospettiva progettuale ed umana. Costanzo Preve con una semplice immagine ci invita ad avere il coraggio di scendere dalle selle dei monumenti del pensiero per osare il rischio dell’errore personale, senza il quale ogni prassi storica non è realizzabile:

“Da tempo sono disceso dalla sella dei nobili cavalli di pensatori di riferimento grandissimi (Spinoza, Hegel, Marx) o semplicemente grandi (Adorno, Bloch, Sartre, Gramsci, lo stesso Lukàcs, ecc). Mi sono comprato un asinello, che però è mio, che nutro, mantengo e di cui sono responsabile. Meglio essere proprietario di un asinello, che essere costretto da altri a scendere da cavallo, o meglio dal cammello, perché l’appartenenza ideologica è un fenomeno da cammelli nel senso preciso dato a questa parola da Nietzsche[1]

Alfio e Fiocco panonano 2163581

 

Congedo e creatività

Il Che fare? deve avere forma personale senza la quale la domanda cade priva di senso: ognuno può contribuire a fermare il niente che avanza, ma affinché questo possa avvenire si deve avere il coraggio di congedarsi dai grandi come dai miti che tormentano il tempo presente. Il congedo non è uno stacco, un addio superbo, il congedo è il pensare in modo autonomo, riconcettualizzare il pensiero dei grandi, inseguirli nei loro limiti per poterli rigenerare. Se non si crea il nuovo sulle salde radici della tradizione il futuro evapora assieme al tempo presente che fugge via incompreso. La grandezza del pensiero ha le sue metamorfosi: bisogna scendere dal cavallo dei grandi, considerarli classici con cui confrontarsi. La cornice ideologica di appartenenza, inoltre, non deve diventare la fessura da cui guardare e giudicare il mondo. Il cammello con le sue gobbe porta immensi pesi ideologici, che sclerotizzano il pensiero in cornici ideologiche che imprigionano. La caverna platonica può assumere un numero illimitato di forme, per pensare faticosamente bisogna riconoscerle e congedarsi da esse, malgrado siano state la nostra casa, il nostro rifugio contro le tempeste del mondo. Se si resta relegati nella propria caverna si diventa parte della tempesta, è questo è l’effetto più deleterio di un atteggiamento-comportamento ideologico. Dunque, perché anche i “piccoli” possano rispondere al CHE FARE? è necessario il coraggio del concetto per attraversare le contraddizioni e correre il rischio di sbagliare in modo personale, piuttosto che rifugiarsi tra le parole dei grandi per avere sempre ragione. Non è facile, ma si deve, altrimenti non si è che cloni dei grandi. Non si deve dimenticare che i grandi non nascono tali, ma anch’essi devono aver attraversato la fase del congedo e del nutrimento del proprio asinello, il quale può restare tale, ma può anche subire metamorfosi imprevedibili. In questa postura vi è una rilevanza educativa notevole, i giovani guardano gli adulti e perché osino mettere in pratica scelte personali e rischiose necessitano di vivere in un mondo di adulti che li incoraggino con la testimonianza vivente ad intraprendere un percorso personale senza individualismo. Quest’ultimo, spesso, è l’effetto di un’assenza di concetti, per cui ci si riduce ad essere vita biologica, il cui orizzonte è il consumo quotidiano senza pensiero, senza progettualità, senza esistenza[1] reale. Per poter esistere è necessario aprirsi al mondo, radicarsi nella responsabilità comunitaria senza la quale la vita di ciascuno non è che pulviscolo pronto a perdersi nella confusione della storia. La parola esistenza nella sua etimologia significa essere esterno a sé, ovvero aprirsi al mondo, ma ciò è possibile in presenza di riflessione e concetto, altrimenti si è solo replicanti del mondo, ed i replicanti non hanno domande, ma solo pericolose certezze.

 

[1] Utopia dal  greco οὐ (“non”) e τόπος (“luogo”) e significa “non-luogo”

[2] Distopia dal greco antico “δυς-” (dys) “cattivo” “τόπος” (topos) luogo

[3] Costanzo PreveUna nuova storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico-sociale della filosofia., Petite Plaisance, Pistoia 2013, pp. 454-455

[4] Esistenza dal latino ēx + sistentia, essere esterno a sè

 

1 commento per “Che fare? Congedo e creatività

  1. luca massimo climati
    9 aprile 2020 at 6:29

    Complimenti
    Il più bell’articolo della tua vita.
    Anche se siamo solo tre tre somari e tre briganti…..sulla strada di Girgenti solo tre…ma tiremm innanz

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