Contemporaneità e velocità

Velocità e comunicazione

La contemporaneità è velocità, le azioni si svolgono in tempi accelerati e con pochi passaggi. La velocità è parte della comunicazione astratta, è trasmissione di informazioni piuttosto che di comunicazione, i due termini spesso si confondono e vengono utilizzati in modo simile, al punto che l’uno può sostituire l’altro nel linguaggio comune e specialistico. La comunicazione non è mai astratta, essa è concreta, comunicare significare mettere in comune beni materiali ed immateriali. La comunicazione è concreta, poiché i soggetti sono tra loro in relazione intenzionale: sono nella stessa situazione, le loro corporeità vissute sono tese a cogliere non solo le parole, ma specialmente ciò che rende le parole veicolo di vicinanza o conflitto: tono della voce, sguardo, postura del corpo, distanza tra i convitati, espressione del viso, il ritmo del respiro e delle parole. La parola è interna alla concretezza della vita, si forma nello scambio delle innumerevoli variabili che si accompagnano ad essa. Il luogo non è indifferente e non è neutrale, ispira le parole, le sollecita, è gravido del lessico e della sintassi. La comunicazione è nella vita, le stesse parole in contesti comunicativi diversi possono determinare azioni e reazioni diverse. La  comunicazione necessita di piani diversi che interagiscono, è un intreccio vivo di possibilità e variabili, infatti i soggetti in gioco devono far entrare la parola nella sua cornice contestuale per poterla decodificare. La comunicazione è un’operazione di ermeneutica per cui necessita di intuizione, astrazione e contestualizzazione, e specialmente, vi è l’invisibile nella forma dei vissuti comuni tra i dialoganti che restano sullo sfondo. Nella comunicazione si muovono mondi per crearne di nuovi.  Non secondaria  è la responsabilità implicita, i dialoganti sono “alla presenza” dell’altro, l’altro ci invoca a non fuggire, a corrispondere alle sue parole. La comunicazione è mettere in comune il reciproco interpellarsi, ci si invoca alla risposta. Ogni comunicazione ha in modo carsico il suo “vocativo”,  l’obbligo a corrispondere alla voce dell’altro. La vita diviene complessità mobile nella quale l’esperienza è di ausilio per decodificare correttamente segnali e parole.

 

Trasmissione senza comunicazione

La contemporaneità sta sostituendo gradualmente la comunicazione con l’email, con la trasmissione veloce ed immediata di brevi scritti. Nelle nuove generazioni questa modalità si svela perniciosa ed antieducativa. Si sollecita da ogni parte questo genere di “comunicazione”, ma non si riflette sulle sue conseguenze. L’email gradualmente sta sostituendo la comunicazione in presenza, anche quando essa non è necessaria, e potrebbe svolgersi con modalità convenzionali. La sensibilità si affina con la presenza dell’altro, senza il contatto diretto la sensibilità regredisce fino alla normalità dell’indifferenza. Si sta scrivendo un nuovo capitolo della storia dell’insensibilità umana. L’email permette di evitare lo sguardo degli altri, di costruire orditi accusatori, in assenza dell’altro che possa interrompere con uno sguardo significante l’accusa o le ipotesi, l’ordito è perfetto nei suoi passaggi logici, nella sua ricostruzione, ma il piano logico può non corrispondere al piano della realtà. La solitudine dello scrivente rischia di erodere la sua capacità comunicativa, non utilizza i canali plurali della comunicazione e dell’intenzionalità vissuta, ma si limita a raccogliere nel rancoroso silenzio gli elementi di rottura della comunicazione o di esaltazione idolatrica: la vita si ritira per lasciare spazio ad un’ermeneutica impoverita ed egocentrica. Scrivere un’email in una condizione di tensione per un chiarimento può far aumentare tensioni e fraintendimenti. L’altro è solo oggetto, un fantasma che appare e scompare nella mente dello scrivente, dove si raccolgono ricordi, ipotesi, implicazioni i quali comportano una stratificazione di emozioni e sentimenti che possono soverchiare lo scrivente. La velocità del mezzo, il fatto che esso è a portata di mano, per cui non è necessario correre in cartoleria, scegliere la carta, tornare a casa e scrivere, induce a non pensare e riflettere. Lo spostamento spaziale e temporale permette di confrontarsi con i propri pensieri, le tensioni possono assumere nuova forma e far scorgere nuove possibilità e riflessioni. Il mezzo sotto mano impedisce gli scarti temporali che possono indurre a razionalizzare l’accaduto, a ridimensionarlo e a porlo sotto un’altra luce o dimensione. La velocità erode la comunicazione, la scarnifica per ridurla ad operazione estraniante ed aggressiva. La distanza spaziale non sollecita l’empatia, o la consapevolezza che l’altro vive una condizione sconosciuta allo scrivente, prevale la ferita narcisistica sulla comunicazione chiarificatrice. Ci troviamo dinanzi ad una comunicazione senza corpo, ad una parola divenuta spettrale ed inquietante.

 

Naturalizzazione della violenza verbale

La distanza e la velocità congelano le parole, le svuotano della loro naturale capacità di condivisione per renderle veicolo di frattura e pregiudizio. In questi decenni di crescente digitalizzazione nella scuola come nella famiglia, la digitalizzazione è introdotta massicciamente senza mediazione del logos. Il progresso nella forma dell’uso senza finalità educative sta comportando un innalzamento del livello di conflittualità crescente. Gli alunni scrivono email rancorose ai loro professori senza chiedere chiarimenti sulle motivazioni dei voti, i genitori con grande superficialità difendono i pargoli e scrivono email infamanti, i datori di lavoro licenziano con l’email in un crescendo di distanza e negazione che rende il nostro vivere civile sempre meno comunitario e sempre più atomistico e rabbioso. La rinuncia ad ogni valore educativo in nome dell’uso e dell’efficienza  comporta  il primeggiare del “fare sul pensare”, è il dogma che impera in ogni istituzione pubblica e privata,  sta erodendo la capacità di dialogare e di creare concetti nello scambio e nella lealtà dell’incontro. Le nuove generazioni sono state abbandonate e tradite, vivono il sogno distopico dell’onnipotenza, in quanto usano mezzi con i quali poter assalire coloro che non rispondono ai loro desideri. Il comportamento che si sta delineando è di onnipotenza astratta, in quanto l’adulto può essere raggiunto e criticato senza che gli sguardi si incontrino.  L’omologazione spinge verso la falsa democrazia delle relazioni fluide e semplici, in cui si può colpire, affondare e passare ad un altro obiettivo. Non si può ignorare il problema, le tecnologie devono essere utilizzate da soggetti educati al concetto e a discernere le modalità comunicative, invece si spinge all’uso e al consumo senza limiti per consolidare il capitalismo del consumo e dell’affermazione violenta di se stessi. Nel quotidiano sono presenti innumerevoli segnali di tale tendenza generale, ma non è mai oggetto di discussione e dialettica, si procede per automatismi in nome del mercato. L’aver incluso precocemente giovani e giovanissimi nel mercato delle tecnologie senza una solida educazione sta contribuendo al clima di violenza e sopraffazione a cui ci si sta fatalmente abituando. Senza Umanesimo e fondamenti assiologici si assisterà al consolidarsi e diffondersi di nuove forme di violenza e la semplice repressione dei casi più eclatanti sarà solo un modo per aggirare il problema e confermare la violenza come parte integrante e naturale del sistema. La comunità si frammenta in innumerevoli micro episodi di violenza e congelamento della parola che favoriscono il mercato con annessa solitudine atomistica. La velocità solitaria delle tecnologie è un mezzo per addomesticare le parole, svuotarle dei loro contenuti progettuali e renderle organiche alla guerra in nome dei propri desideri senza razionalità. Il capitalismo nella sua fase apicale è guerra contro la comunicazione in nome della semplice trasmissione di dati, ordini e desideri, l’ideologia è un sistema chiuso in cui le parole sono solo occasione per perpetuare il dominio. Resistere significa difendere il linguaggio come ricerca e catalizzatore comunitario, senza le parole siamo privi di noi stessi.

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Fonte foto: ModenaToday (da Google)

1 commento per “Contemporaneità e velocità

  1. Giulio Maria Bonali
    4 luglio 2021 at 21:21

    Sono un “grafomane epistolare” che ha scritto tantissime lettere a tantissime persone, alcune anche molto famose di cui avevo letto alcuni scritti e che mi hanno sempre risposto gentilmente (in qualche caso concedendomi quello che considero il privilegio di praticare con loro cordiali e interessanti corrispondenze di non effimera durata).
    Lo ero quando si scriveva in corsivo con la penna stilografica o a sfera e perfino, quand’ ero bambino con la “cannuccia” recante ad un’ estremità il pennino da intingere nel calamaio, e lo sono tutt’ ora tramite tastiera – computer – posta elettronica.
    E devo dire che non riconosco affatto come realistico quanto qui si scrive delle lettere elettroniche (per gli anglomani: e-mails).
    Credo anzi, per esperienza vissuta, che lo scrivere lettere (di qualsiasi tipo, cartaceo o elettronico indifferentemente) possa aiutare e spessissimo di fatto aiuti a praticare un rapporto di autentico, profondo, franco, sentito, razionale confronto di idee ed opinioni. Che spesso consenta di farlo con molta maggiore sincerità, intensità, franchezza, correttezza, calma, serenità ed efficacia comunicativa – esplicativa che il parlare letteralmente o “a voce”, malgrado l’ assenza della mimica facciale e del tono di voce (anzi, talora proprio per questo).
    Casomai quello che qui viene detto della posta elettronica andrebbe secondo me attribuito ai “messaggini” telefonici, col loro lessico poverissimo, vago, impreciso e ambiguo spessissimo favorito dalla enorme scomodità di digitare su una tastiera minuscola che ti completa indebitamente le parole secondo la frequenza preferita dagli ignoranti e dai superficiali costringendoti a defatiganti correzioni, con ulteriori difficoltà a rileggere e correggere quanto scritto sempre per la dimensione minimale delle schermate (per non parlare delle demenziali “faccine” come assurdo e penoso preteso aiuto alla comprensione).

    Concordo con il resto delle affermazioni di questo articolo.
    Circa la inappuntabile conclusione che “Il capitalismo nella sua fase apicale è guerra contro la comunicazione in nome della semplice trasmissione di dati, ordini e desideri, l’ideologia è un sistema chiuso in cui le parole sono solo occasione per perpetuare il dominio. Resistere significa difendere il linguaggio come ricerca e catalizzatore comunitario, senza le parole siamo privi di noi stessi”, mi sentirei di aggiungere che in particolare sarebbe estremamente necessaria una campagna lanciata in grande stile da qualche noto e popolare intellettuale (letterato, artista, filosofo, scienziato o altro) a difesa della nostra lingua italiana; si potrebbe intitolare “Io parlo italiano (senza falsa modestia)!.
    Lingua italiana che sinceramente credo di poter dire, senza tema di cadere nell’ esagerazione (la metafora non mi pare minimamente esagerata, anzi!) VIENE QUOTIDIANAMENTE STUPRATA dall’ inglese maccheronico di bocconiani, giornalisti, pubblicitari e informatici nella totale indifferenza di chi avrebbe il dovere di tutelarla e difenderla (salvo magari esibirsi in ipocrite e sciovinistiche “celebrazioni dantesche”) e per questo é lautamente pagato.
    Trovo gravemente offensivo, da italiano, che parole come ad esempio “tendenza”, “squadra”, “divario” e innumerevoli altre siano sostituite in televisione e in internet nel 99% dei casi a voler essere ottimisti da “trend”, “team” e “gap” (perfino le “interpellanze e interrogazioni” in parlamento sono dette, senza alcuna giustificazione e senza il minimo senso della decenza “question time” ! ! !).

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