Hegel? Sì, ma non troppo

Note critiche sulla filosofia previana

In tempi come i nostri, pensatori della caratura di Costanzo Preve si contano sulla punta delle dita, soprattutto nell’ambiente filosofico, dominato, nel suo settore accademico, dal relativismo assoluto che pone sullo stesso piano tutte le “opinioni” (fuorché le voci di protesta contro la naturalizzazione ed eternizzazione dello status quo, beninteso) e si preclude pertanto la via ad ogni ricerca della verità, dalla falsa oggettività ideologica del politicamente corretto mirata a far apparire come “oggettivi”, neutrali, super partes fenomeni sociali e politici storicamente relativi e superabili, in primis lo stesso modo di produzione capitalistico.
Preve condusse sempre una lotta tenace contro queste e consimili tendenze della filosofia accademica, svuotata del suo significato genuino e declassata al rango di ancella dello stato di cose presente. Tale orientamento lo fece pervenire a riflessioni estremamente preziose e ad efficaci critiche del pensiero debole, del relativismo assoluto, delle innumerevoli richieste di riconoscimento relative del proletariato (vale a dire della base teorica del socialriformismo), della desocializzazione del pensiero filosofico e della sua storia e delle altre ideologie oggi imperanti. In questo campo il contributo di Preve va certamente sottoscritto e apprezzato: l’acutezza delle sue critiche dell’ideologia contemporanea ha aperto gli occhi a molti, facilitandone l’uscita dal tunnel della degenerazione irreversibile della “sinistra” radicale.
Diversamente stanno le cose per quanto riguarda l’interpretazione del pensiero di Marx avanzata da Preve, la sua concezione del marxismo, la quale – come egli stesso più volte ammise – sarebbe tutt’oggi rifiutata dalla gran parte dei marxisti. La chiave di volta di questa concezione risiede nella sostanziale assimilazione della scienza filosofica di Karl Marx a quella di Hegel e di Fichte. Non si tratta di una nuova versione del noto “hegelo-marxismo” di chi pone l’accento sul retaggio hegeliano nel pensiero di Marx, bensì di una rivendicazione dell’identità della scienza filosofica marxiana ed hegelo-fichtiana: Marx, al pari dei due idealisti, è ritenuto da Preve un filosofo intento all’indagine dell’assoluto, anch’egli idealista.
Conveniamo perfettamente con Preve nella sua opposizione all’antipatia sociale verso Hegel, espressione concreta dell’ostilità della classe dominante a qualsivoglia tentativo di dialettizzare, di mettere in discussione l’odierno sistema sociale. È infinitamente preferibile l’opera di chi rivaluta Hegel rispetto a quella di chi lo demonizza in quanto “falso profeta” e fautore del totalitarismo. Tuttavia non è di questo che qui si tratta: la posta in gioco è lo statuto filosofico del marxismo, una questione di principio che va dibattuta lasciando da parte le considerazioni tattiche.
Preve procede nella sua dimostrazione rilevando che Marx, a differenza dei teorici riformisti che reclamano il riconoscimento relativo del proletariato senza mettere in discussione il modo di produzione capitalistico, rivendica il suo riconoscimento assoluto, il superamento del capitalismo e il passaggio ad un nuovo sistema sociale in cui i due poli contraddittori – borghesia e proletariato – siano liquidati come tali. Pertanto quella di Marx è una scienza filosofica avente per oggetto l’assoluto, analogamente a quella di Fichte e di Hegel, una scienza filosofica propriamente detta, in cui la conoscenza e il giudizio morale, la ragion pura e la ragion pratica, i discorsi assertivi e quelli precettivi formano un tutt’uno logicamente inseparabile e indistinguibile. Un siffatto carattere distingue il marxismo dalla scienza galileiano-newtoniana e dalla teoria humeana della fallacia naturalistica da essa presupposta, come pure dal criticismo kantiano e dalla sociologia positiva di Max Weber1.
Indubbiamente Marx si riteneva materialista, prosegue Preve, ma in lui il termine “materialismo” assume sempre un significato metaforico, anzi quattro distinti significati non letterali: esso è metafora dell’ateismo, della contrapposizione della libertà reale (economicamente fondata) alla libertà formale garantita dal diritto borghese, dello strutturalismo dialettico (preminenza della struttura sulla sovrastruttura nel loro rapporto reciproco) e, infine, della prassi rivoluzionaria2. Particolare rilevanza riveste quest’ultimo significato, in quanto la prassi rivoluzionaria di Marx non è altro che una riproposizione della teoria di Fichte sul rapporto tra Io e non-Io: l’Io è in Marx il «soggetto rivoluzionario razionale complessivo, magari sotto direzione comunista e proletaria», un soggetto la cui attività pratico-rivoluzionaria trasforma il mondo, il non-Io, il quale – è bene precisarlo – non è qualcosa di oggettivo, di esterno al soggetto, bensì «l’insieme degli ostacoli che l’umanità [il soggetto], nella sua storia, pone sempre davanti a se stessa»3.
Sin qui, per sommi capi, l’ipotesi interpretativa di Preve. Egli avverte però subito la difficoltà rappresentata dalla scansione della storia in modi di produzione, scoglio teorico che si fatica a far rientrare nel paradigma suesposto, e formula l’istanza di una suddivisione del pensiero marxiano in critica dell’economia politica, scienza filosofica, e materialismo storico, scienza positiva non filosofica 4. Tuttavia, anche circoscrivendo la sua ipotesi alla sola scienza filosofica, Preve si accorge dell’esistenza, al suo interno, di un “corpo estraneo”: la necessità storica. «Per quanto riguarda invece la necessità, o meglio il giudizio apodittico di necessità, egli [Marx] riteneva che fosse necessario che il capitalismo, sviluppando dialetticamente le sue determinazioni, si rovesciasse ad un certo punto in comunismo, che diventava a questo punto un vero e proprio “sillogismo del capitale”»5, constata Preve, precisando poi che a suo avviso questa tesi marxiana «non tiene assolutamente» e che va sostituita da quella sulla possibilità del passaggio dal capitalismo al socialismo – passaggio che, in quanto opera del soggetto rivoluzionario, non può esser previsto con certezza prescindendo dall’attività di tale soggetto, giacché il suo esito dipende appunto dalla capacità soggettiva di prender coscienza dello status quo e di sovvertirlo. Elidendo il concetto di necessità storica, secondo Preve, non si altera la sostanza della filosofia di Marx, essendo tale concetto inessenziale e perfino incoerente con una scienza filosofica – quale si presume essere quella marxiana – incentrata sul soggetto; perciò egli spiega l’importanza attribuita da Marx a quel concetto con una contaminazione positivistica ed escatologica del suo pensiero6.
Spiegazione plausibile nell’ambito della Storia della filosofia di Preve, ma a nostro avviso insufficiente: anche assumendo che una simile contaminazione abbia realmente afflitto il pensiero di Marx, non è chiaro come egli abbia potuto inserirla proprio all’interno di una scienza filosofica in cui essa manca di qualunque fondamento. Possibile che il pensatore di Treviri abbia preso un abbaglio tanto macroscopico? La risposta a questo interrogativo non può essere che una: quella della necessità storica è un’istanza dell’oggetto, non del soggetto, il quale ultimo non può in alcun modo fondarla.
Per quanto suggestiva possa apparire l’analogia col programma della Dottrina della scienza (ed. del 1794) di Fichte, per quanto “rivoluzionaria” possa sembrare l’attività dell’Io per riappropriarsi del non-Io, una scienza filosofica siffatta risulta unilaterale e inadatta all’uso pratico se non viene debitamente integrata da una teoria dell’oggetto, da una teoria che fondi ontologicamente l’esistenza della materia, riabilitata in tutte le sue proprietà e in tutta la sua importanza. L’attività pratica del soggetto è cieca se non prende le mosse dal riconoscimento dell’esistenza oggettiva della materia e non si conforma alle sue caratteristiche. Resosene conto, già il giovane Marx prendeva risolutamente posizione contro il «mistico Soggetto-oggetto o Soggettività prevaricante l’oggetto» di hegeliana memoria7.
Eppure è proprio questo il modello teorico propostoci da Preve, rafforzato dall’equazione ch’egli stabilisce tra la dialettica hegeliana e quella marxiana; Marx non avrebbe affatto rovesciato la dialettica di Hegel, l’avrebbe bensì applicata così com’era. Svalutata la Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico del 1843 col semplicistico argomento che Hegel, in quanto idealista storico, sarebbe al riparo dai processi di ipostatizzazione8, Preve accoglie di fatto tali processi viziosi dell’idealismo hegeliano nella propria concezione del marxismo: l’oggetto viene concepito non come tale, bensì come non-Io di cui l’Io deve ora riappropriarsi in seguito alla scissione dell’unità originaria (presupposta), scambiando perciò l’empiria in speculazione. Ma con l’oggetto, lo si voglia o no, si entra necessariamente in relazione, si deve tener conto delle sue caratteristiche, specie in un processo come la prassi rivoluzionaria; si verifica pertanto, quasi per contrappasso dantesco, una tacita reintroduzione della materia nella teoria, ma in forma non mediata, acritica, superficiale, ossia uno scambio della speculazione in empiria9.
In altri termini, quella che Preve trae da Hegel non è affatto una filosofia “vuota”; al contrario, essa è viziosamente piena, ripiena di una realtà che vi si riflette in maniera approssimativa, incompleta, astratta, poiché ci si è preventivamente privati degli strumenti teorici necessari ad indagarla criticamente. Si sconta, insomma, la mancata distinzione iniziale tra soggetto e oggetto.
Per chiarire il contenuto della nostra critica, esaminiamo ora alcuni casi concreti in cui, a nostro avviso, i limiti della filosofia di Preve si palesano con maggior evidenza. Prenderemo come esempio la trattazione previana della categoria di materia, del concetto di classe sociale e delle coppie di opposti filosofia-ideologia e critica-concezione del mondo.

1. Attorno alla definizione della categoria di materia si gioca la partita decisiva tra idealismo e materialismo. Respingendo il materialismo, Preve ha scritto: «…io personalmente non conosco alcuna nozione filosofica di materia realmente credibile. Se esiste, ciò è a mia insaputa. Certo, ho letto molte definizioni storiche di questa nozione in opere ed in dizionari filosofici, ma se si presta bene attenzione si scoprirà che si tratta sempre e soltanto o di polemiche ideologiche contro la religione, oppure di trascrizioni di definizioni scientifiche di materia fisiologicamente sorte sul terreno dell’astronomia, della fisica, dell’astrofisica, della chimica, della biologia e della genetica. Queste definizioni scientifiche di materia, spesso diverse l’una dall’altra come è normale che sia, sono tratte esclusivamente dalla pratica scientifica specifica, ed ogni raddoppiamento filosofico in termini di sostrato unico materiale non aggiunge e non toglie nulla, se non una dichiarazione ideologica di principio. Leggere per credere»10.
Abbiamo citato estesamente questo passo per mostrare come Preve eluda l’essenziale, come egli, fra le varie definizioni di materia, tralasci proprio quella leninista con cui è necessario confrontarsi se s’intende criticare il materialismo dialettico. Tale classica definizione caratterizza la materia come ciò che esiste indipendentemente dalla coscienza e si riflette in essa, in contrasto non tanto con la tradizione religiosa (la cui variante cattolica, per esempio, ha sempre difeso il postulato dell’oggettività del mondo esterno contro i solipsisti) quanto piuttosto con l’idealismo soggettivo e senza alcun legame con le definizioni particolari delle singole scienze naturali.

2. Quello di classe è uno dei concetti fondamentali del materialismo storico, attorno al suo rigore scientifico si gioca in gran parte la validità complessiva della teoria. È noto che nelle definizioni classiche esso si configura come un concetto esclusivamente economico. Preve dissente da questa tradizione, tacciandola di economicismo, e ritiene necessario distinguere la classe operaia – economico-sociologica – dalla classe proletaria – storico-filosofica11. Quest’ultima classe, sulla quale è bene concentrare l’attenzione onde evitare l’economicismo, è definita da variabili non solo economiche, ma anche culturali, storiche, morali, ecc. Lo stesso vien detto a proposito della borghesia: l’odierno capitalismo è postborghese e postproletario, giacché: «In senso storico, sia la borghesia che il proletariato sono veramente esistiti (nell’Ottocento), si sono a poco a poco trasformati fino all’estinzione (nel Novecento)…»12.
Qui più che altrove le parole pesano come macigni. Introdurre variabili extraeconomiche nella determinazione dell’appartenenza di classe e, anzi, focalizzare l’attenzione su di esse, come fa Preve, significa non solo scardinare un’impalcatura scientifica dalle fondamenta, con tutti gli annessi “rischi di crollo”, ma anche – e soprattutto – privare il concetto di classe della sua riscontrabilità empirica, della sua riconducibilità a determinate variabili oggettive (economiche) chiaramente rintracciabili e verificabili; significa, in fin dei conti, rinunciare alla precisione scientifica di tale concetto. Definizioni come “capitalismo postborghese” inquadrano indubbiamente una realtà – quella del passaggio del capitalismo dal codice morale tradizionale, sintetizzato nella formula Dio-Patria-Famiglia, ad un nuovo codice edonistico e decadente – ma la riflettono in modo deformato, viziato dall’equivoco concettuale di fondo: la borghesia, in quanto classe proprietaria dei mezzi di produzione e sfruttante la mano d’opera salariata, pur con varie differenziazioni interne, sopravvive oggi più forte che mai, benché abbia messo in soffitta i valori di cui un tempo si era fatta portatrice.
Di più: il ragionamento da cui Preve prende le mosse nella sua critica dell’economicismo esemplifica a dovere gli effetti collaterali della “dialettica discendente”. Si parte da una premessa condivisibilissima: sarebbe prova d’unilateralità prestar attenzione esclusivamente all’aspetto economico; la dialettica esige che si prendano in considerazione tutti i fattori in gioco nella società. Tesi generale corretta e della massima importanza nella visione complessiva, dalla quale si deduce però la necessità di “dissolvere” la determinatezza dei concetti specificamente economici, introducendovi ogni sorta di “correttivi” esterni. S’intende che questo salto mortale logico, da una proposizione generale ad una estremamente particolare e determinata, è del tutto gratuito e nocivo all’accuratezza scientifica della teoria.

3. La contraddizione tra filosofia e ideologia occupa un posto rilevante nella produzione teorica di Preve. Esaminando il pensiero dei filosofi del passato, egli ha distinto al suo interno gli elementi filosofici, dal contenuto veritativo e dunque di portata universale, e gli elementi ideologici, espressione di determinati interessi di classe, particolaristici, cristallizzati nella falsa coscienza necessaria. Impostazione senza dubbio utile e interessante, che tuttavia Preve contrappone al principio leninista della partiticità in filosofia. Egli ha aspramente criticato la “riduzione dello spazio filosofico a spazio ideologico” operata da Lenin, come pure la creazione di un “fronte filosofico” e la riduzione della filosofia ad espressione di determinati interessi di classe13. La lettura dei testi parrebbe dargli ragione: in Lenin i termini “filosofia” e “ideologia” sono di fatto quasi interscambiabili, per cui sembrerebbe ch’egli riduca tutta la filosofia a falsa coscienza.
Tuttavia, questa “stupefacente” circostanza ha ragioni filologiche ben precise: l’Ideologia tedesca, com’è noto, non fu data alle stampe da Marx ed Engels e comparve solo nel 1932; per cui Lenin – e con lui la gran parte dei marxisti, – non avendo avuto accesso al testo in questione, parlava di ideologia non come falsa coscienza, bensì come sinonimo di una generica visione del mondo, a prescindere dal suo contenuto veritativo o meno. In ciò egli fu seguito dalla tradizione del marxismo sovietico successivo e non solo. Col termine “ideologia” Lenin e Preve esprimono concetti differenti, ma quest’ultimo pare non accorgersene.
Ripetiamo: la distinzione operata da Preve può rivelarsi utile e feconda, ma non è certo ammissibile fondare una critica del leninismo su di un semplice equivoco filologico, erigere un edifico teorico su di un’indebita sovrapposizione semantica.

4. Passiamo ora ad un’altra dicotomia, quella tra Weltanschauung e Kritik. Qui non abbiamo invero a che fare con Preve, bensì con Diego Fusaro, il quale è però sostanzialmente fedele al maestro per quanto attiene all’interpretazione del pensiero di Marx. Sottoscrivendo la distinzione previana tra pensiero marxiano e pensiero marxista, egli lamenta «la pretesa di essere una teoria onnipotente e onnipervasiva, in grado di fare luce su tutto», propria del secondo, «il suo carattere dogmatico di “visione del mondo” (e non di “critica”)»14. La critica, asserisce Fusaro, è in contraddizione insanabile con ogni visione del mondo, a causa del carattere dogmatico connaturato a quest’ultima.
Come conciliare tuttavia questa opinione con la rinuncia alla conoscenza della verità assoluta e con la necessità di modificare la forma del materialismo ad ogni scoperta rivoluzionaria nelle scienze naturali, rivendicate da Engels, uno dei principali bersagli polemici di Fusaro? Di fatto la Weltanschauung risulta dogmatica soltanto qualora non accolga queste capitali istanze engelsiane, che implicano un costante adattamento della teoria alla prassi ed escludono ogni dogmatismo.
Quella individuata da Fusaro si rivela dunque essere una contraddizione fittizia, puramente formale e incapace di produrre uno sviluppo concettuale. Egli non ha fatto altro che prendere due concetti diversi (ma non differenti! Si ricordi la distinzione aristotelica!), quello di visione del mondo e quello di critica, e sviluppare una contraddizione che non trova in essi il proprio fondamento e vi è quindi introdotta arbitrariamente dall’esterno. Procedimento tutto sommato accettabile per la dialettica mistificata di Hegel, ma radicalmente incompatibile con la dialettica scientifica.

Questo libero excursus critico nel pensiero previano illustra bene gli esiti di una dialettica mistificata, di marca hegeliana, applicata all’analisi di questioni concrete. Si sarebbe potuto adocchiare qualunque altro “incidente filologico” e ricavarne una teoria, si sarebbe potuta scegliere un’altra coppia qualsiasi di concetti diversi e sviluppare tra di essi una “contraddizione” insussistente nella pratica, e così via, con lo stesso fondamento cui possono pretendere le tesi previane enumerate poc’anzi. Tali sono necessariamente i frutti di una dialettica incontrollabile quale quella hegeliana, di una dialettica i cui risultati non possono esser oggetto di controllo puntuale e rigoroso, di “verifica sperimentale”, in quanto affidati, di fatto, all’arbitrio del “mistico soggetto-oggetto”. Come osserva il Della Volpe, «è la questione dell’incontrollabilità della dialettica hegeliana che… può condurci a una conclusione critica su tale dialettica»15, a rigettarne l’impostazione discendente e aprioristica. Cosa che Preve ha scelto di non fare, e per giunta in totale coerenza con procedimenti arbitrari del genere di quelli documentati sopra, dei quali il “guscio mistico” della dialettica hegeliana rappresenta la legittimazione teorica.
Finora il nostro discorso ha investito i problemi prettamente filosofici, ma non si tratta affatto di una disputa accademica; esso ha significative ripercussioni anche sulle scelte politiche, sull’azione pratica. Sono note le prese di posizione di Preve e di chi si richiama in varia forma al suo pensiero a favore del Front National francese, della Lega Nord, dell’eurasiatismo di Dugin, ecc., che hanno scatenato accese polemiche. Non è nostra intenzione entrare nel merito della questione ed emettere un giudizio politico su Preve, né, tanto meno, etichettarlo come “fascista” o con altri epiteti demenziali. Vogliamo invece rintracciare la radice teorica di queste prese di posizione e analizzarla alla luce della nostra critica generale.
Discutendo della natura sociale della Cina contemporanea, Preve ha scritto: «…Losurdo ha ragione nel rilevare che oggi la contraddizione principale non è quella di tipo “capitalistico” (l’esistenza di strutture di classe in paesi che ufficialmente dichiarano di essere socialisti), ma è quella di tipo “imperialistico”. Oggi bisogna fermare il monopolio militare degli USA. Questo è il 95% del problema del mondo, il resto è importantissimo, ma viene dopo. Nel linguaggio di Mao, questo si chiama distinguere la contraddizione principale da quelle secondarie. Su questo punto (la gerarchizzazione corretta delle contraddizioni) mi considero tuttora un allievo di Mao Tse Tung»16.
Al di là del risvolto concreto (da noi condiviso) di quest’affermazione, c’interessa la sua base teorica, vale a dire il modo in cui si perviene alla conclusione che bisogna sostenere la Cina contro l’imperialismo americano. Come suggerisce l’uso della metafora matematica, siamo in presenza di una disamina quantitativa del reale, di un’analisi della correlazione delle forze in campo sull’arena mondiale, il calcolo del cui rapporto determina quale sia la “contraddizione principale” e quale sia la posizione da assumere in relazione ad essa. Una logica pragmatica, attenta ai fenomeni reali e pertanto assai attraente agli occhi di chi si occupa di politica; una logica che funzionava piuttosto bene nel contesto della Cina semifeudale e coloniale in cui fu originariamente concepita da Mao, ma che rivela tuttavia le sue aporie nei paesi a capitalismo avanzato, ove le forze interne al modo di produzione capitalistico assumono più complesse sfaccettature e differenziazioni nella cui selva è difficile orientarsi con la metodologia maoista, quantitativa.
Forse il metodo contrastivo sarà d’aiuto nello svelare i limiti di tale impostazione, perciò riportiamo per esteso un esempio di un approccio alternativo al problema:

Certo, il fatto che il potere del capitale sia dominante nei moderni Stati borghesi in forme politiche diverse non esclude la necessità che il rapporto del proletariato vari come fa la forma del dominio politico borghese.
Le repubbliche democratico-borghesi e il regime di rappresentanza parlamentare, il suffragio più ampio e il suffragio più limitato, il regime fascista o il regime democratico borghese – questi non sono problemi indifferenti al proletariato, che deve differenziare la costruzione della sua politica in riferimento agli Stati borghesi.
Sotto il capitalismo il proletariato è estremamente interessato alle «libertà» democratico-borghesi e ai «diritti civili», che facilitano il processo di organizzazione dei suoi ranghi e di direzione dei suoi alleati. «Senza il parlamentarismo, senza le elezioni, questo sviluppo della classe operaia sarebbe stato impossibile» (Lenin, vol. XXIV, p. 365, ed. russa). Il proletariato è interessato al movimento della società borghese in avanti, non a ritroso. Il fascismo trascina questa società a ritroso dalla democrazia borghese allo Stato feudale d’illegalità e al medievalismo, perpetuando la schiavitù della classe lavoratrice e condannandola all’estinzione e all’eterno servaggio.
Gli interessi della classe operaia e di tutti i lavoratori richiedono quindi una battaglia decisiva con lo Stato «totalitario» del fascismo e col fascismo nel suo complesso. Ciò non deroga, tuttavia, all’importanza di caratterizzare ogni tipo di Stato borghese – anche il più «democratico» – come una macchina per schiacciare e reprimere i lavoratori, come un randello nelle mani degli sfruttatori e contro gli sfruttati.
(A.Ja. Vyšinskij, The Law of the Soviet State, Macmillan, New York, 1948, pp. 11-12)

È qui superato ogni riduzionismo quantitativo: la scelta politica di supportare le rivendicazioni democratico-borghesi è determinata non tanto dal rapporto di forze esistente fra due tipi di Stati – ugualmente imperialisti ed ostili al comunismo – quanto piuttosto dal carattere progressivo che tali rivendicazioni assumono in rapporto al fascismo. La lotta contro quest’ultimo è prioritaria non in ragione della “superiorità numerica” delle sue forze, bensì in quanto esso costituisce la variante più retrograda di Stato borghese, in cui la classe dominante si è liberata delle ingombranti e fastidiose garanzie democratiche che un tempo le erano state utili. Il piano dell’analisi è palesemente qualitativo, attento non soltanto alla consistenza numerica delle varie forze politiche ma altresì alla loro funzione storica (nel dato contesto) e al loro carattere di classe.
Benché si avverta il bisogno di ridefinire numerose categorie (fascismo, democrazia, ecc.) e di ripulirle dal ciarpame ideologico associatole dal pensiero politically correct, la metodologia proposta da Vyšinskij consente tutt’oggi di orientarsi nel burrascoso mare delle contraddizioni nei paesi capitalistici sviluppati, evitando compromessi politici discutibili. Essa valorizza la lezione del giovane Marx17 che nel 1843 mise in guardia contro la tendenza dell’idealismo hegeliano ad affidarsi alla cattiva, volgare empiria, a soffermarsi sui lati più superficiali e immediati della realtà, senza approfondirne l’indagine critica – la quale necessita degli strumenti teorici di cui ci si è pregiudizialmente privati circoscrivendo la dialettica ai pensieri puri e all’attività del soggetto, di cui l’oggetto non è che un’estrinsecazione, sprovvista di dignità ontologica propria.
La dialettica mistificata, sebbene inizialmente ne rifugga, deve infine fare i conti con la realtà. E quale approccio alla politica reale meglio del pragmatismo estremo, del tatticismo, si concilia con l’arbitrio e l’unilateralità che contraddistinguono una simile dialettica? Il freddo calcolo delle proporzioni delle forze in campo, la conseguente scelta spregiudicata e indiscriminata degli “alleati”, la subordinazione delle esigenze programmatiche a quelle tattico-strategiche, presuppongono un’analisi alquanto povera della realtà socio-politica, che ne coglie solo gli aspetti più superficiali e visibili, quantitativi, senza addentrarsi in profondità. Per praticare una simile politica non serve neppure far riferimento a Marx: il buon vecchio Machiavelli basta e avanza.
Concludendo questo breve saggio, nel quale abbiamo cercato di mettere a fuoco alcuni di quelli che sono a nostro avviso i punti deboli del retaggio filosofico di Costanzo Preve, vorremmo abbozzare una soluzione alternativa al problema dell’unità dell’indagine e della critica nella scienza filosofica marxiana. L’esistenza di questa unità è indubbia: Marx non è solo uno scienziato intento alla fredda analisi dei meccanismi della riproduzione capitalistica, ma anche il più severo critico del capitalismo in quanto sistema sociale oppressivo e alienante per l’uomo e, di conseguenza, il propugnatore di una lotta politica per affossarlo.
Di primo acchito ciò sembrerebbe legittimare l’arbitrio soggettivo: il capitalismo “deve” esser superato in forza del giudizio di valore negativo espresso da chicchessia. Ma allora come spiegare le parole d’elogio riservate da Marx al capitalismo in ascesa, nonostante i traumi provocati dell’accumulazione primitiva e la resistenza dei lavoratori all’introduzione delle macchine? L’unica risposta plausibile ci pare esser quella dellavolpiana: il capitalismo viene bollato come “negativo” da superare non in forza di considerazioni morali, ma sulla base dell’analisi del presente storico, dei suoi tratti specifici e della sua origine, che ci conduce a conoscere le esigenze di questo presente e i problemi che abbisognano di risoluzione, determinando così le contraddizioni risolventi sulle quali occorre insistere18. In tal modo ogni residuo di soggettivismo risulta espunto dalla teoria; il che non significa affatto che i singoli marxisti non possano liberamente esprimere giudizi morali sul capitalismo ed esser spinti all’azione da considerazioni soggettive. È probabile che per lo stesso Marx fosse così, in quanto, come Preve ha avuto il merito di rimarcare, la coscienza ideologica è una forma necessaria del rispecchiamento quotidiano del reale, cui nessuno può sottrarsi in toto.
Il discorso a questo punto si allargherebbe al problema della necessità delle leggi storiche, ma i limiti di spazio c’impongono di rimandarne la trattazione ad altra sede.
Costanzo Preve ha lasciato in eredità un inestimabile patrimonio filosofico che deve essere valorizzato e accuratamente analizzato, evitando sia le sciocche demonizzazioni che le esaltazioni acritiche – parimenti metafisiche – e conservando quanto vi è di utile e di fecondo nel suo contributo, in particolare il lodevole tentativo di dedurre le categorie filosofiche per via storico-sociale, in contrapposizione alle storie della filosofia meramente dossografiche e desocializzate attualmente di moda.
Auspichiamo che la discussione aperta con questo articolo prosegua con profitto.

1 Cfr. C. Preve, Una nuova storia alternativa della filosofia, Editrice Petite Plaisance, 2013, pp. 297-305.
2 Cfr. C. Preve, Marx lettore di Hegel e… Hegel lettore di Marx, Editrice Petite Plaisance, 2009, pp. 16-18.
3 C. Preve, op. cit., pp. 18 e 13.
4 Cfr. C. Preve, Una nuova storia alternativa della filosofia, cit., p. 305
5 Ibid., p. 311.
6 Ibid., p. 312.
7 K. Marx, Opere filosofiche giovanili, Editori Riuniti, 1950, p. 274.
8 Cfr. C. Preve, Proposta di interpretazione, metodologia e periodizzazione per la storia della filosofia marxista (1839-2002), § 7. Questo e gli altri testi previani citati di seguito sono consultabili integralmente sul sito www.kelebekler.com/occ/prevearticoli.htm.
9 Cfr. G. della Volpe, Logica come scienza storica, Editori Riuniti, 1969, pp. 129-132.
10 C. Preve, Ludovico Geymonat, § 18.
11 Cfr. C. Preve, Note critiche sul bordighismo, § 20.
12 C. Preve, Invito ad una discussione radicale sul marxismo, § 5.
13 Cfr. C. Preve, A ottanta anni dalla morte di Lenin (1924-2004), § 7.
14 D. Fusaro, Bentornato Marx!, Bompiani, 2009, p. 38.
15 G. della Volpe, op. cit., p. 122.
16 C. Preve, Il maoismo, § 19.
17 Lezione profondamente assimilata e recepita da Vyšinskij, come si evince dall’ampio spazio riservato alla Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico nella sua ricostruzione del pensiero giuridico marxiano (cfr. AA.VV., Teorie sovietiche del diritto, a cura di U. Cerroni, Giuffrè, 1965, pp. 277-278).
18 Cfr. G. della Volpe, op. cit., pp. 321-322.

 

12 commenti per “Hegel? Sì, ma non troppo

  1. armando
    3 gennaio 2015 at 12:02

    Due osservazioni al volo.
    1) Leggo: “Come conciliare tuttavia questa opinione con la rinuncia alla conoscenza della verità assoluta e con la necessità di modificare la forma del materialismo ad ogni scoperta rivoluzionaria nelle scienze naturali, rivendicate da Engels, uno dei principali bersagli polemici di Fusaro? Di fatto la Weltanschauung risulta dogmatica soltanto qualora non accolga queste capitali istanze engelsiane, che implicano un costante adattamento della teoria alla prassi ed escludono ogni dogmatismo.”
    In ciò Engels aderiva senza dubbio al positivismo scientifico, il cui dogmatismo non consiste nel credere a verità assolute, metafisiche, già date a priori, bensì nel credere che la scienza, col suo sviluppo che prevede anche salti di paradigmi, quindi “costanti adattamenti” alle nuove scoperte mai date una volte per tutte ma teoricamente possibili, possa farci accedere infine proprio a quella verità assoluta che inizialmente si nega. In altre parole, come scriveva Pietro Barcellona, farci accedere alle “origini della vita”, rinaturalizzandola. In tal modo, però, si nega lo spazio non solo della religione ma anche della politica che si ridurrebbe a un semplice adattamento in funzione di ciò che la scienza via via scopre. Credo che anche questo sia dogmatismo metafisico perchè si fonda, alfine, sull’ atto di fede che non vi sia altra verità che quella scientifica. Perde così di senso lo spazio delle narrazioni umane, solo nell’ambito del quale ha senso lo sforzo di verità. Sforzo che implica anche il giudizio morale. Se il marxismo ha smosso così tante energie popolari è, credo, proprio in forza del suo impatto morale rispetto allo sfruttamento e alle ingiustizie generate dal capitalismo. O, si potrebbe dire, in forza della constatazione che al capitale dell’uomo non importa assolutamente nulla. Al contrario, quando il concetto di necessità storica fa dimenticare la centralità della persona umana, come nei socialismi reali, è allora che si sono prodotte immani tragedie e indicibili orrori.
    2) Sul concetto di classe leggo: la dialettica esige che si prendano in considerazione tutti i fattori in gioco nella società. Tesi generale corretta e della massima importanza nella visione complessiva, dalla quale si deduce però la necessità di “dissolvere” la determinatezza dei concetti specificamente economici, introducendovi ogni sorta di “correttivi” esterni.
    Ora, è noto che proprio Marx distingue esplicitamente il proletariato industriale, a cui la storia assegna la missione liberatrice dell’umanità, dal lumpenproletariat, di cui aveva una pessima idea (feccia pronta a tutto, anche mettersi al servizio delle istanze più reazionarie). Una cosa, però, accomuna proletariato e sottoproletariato: essere spossessati dai mezzi di produzione. Gli sviluppi del capitalismo odierno, è un fatto incontestabile, tendono alla riduzione continua del proletariato industriale classico favorendo, almeno nei paesi capitalistici avanzati, il formarsi di una immensa classe di sottoproletari. Precari, disoccupati o occupati ora quì ora là nei settori dei così detti servizi. Questo, proprio alla luce della distinzione marxiana fra prol. e sottoprol. pone un problema. Può essere ancora un ancoraggio saldo la determinazione di classe in termini principalmente e fondamentalmente economici marxiani? Per J. Camatte non più. mentre Toni Negri tenta di introdurre il concetto di “moltitudini” come nuovo soggetto rivoluzionario, Ma quel concetto somiglia troppo a quello di sottoproletariato dal quale, dice Marx, c’è ben poco da aspettarsi in termini di coscienza di classe e quindi di trasformazione sociale autentica. Da questo punto di vista, la torsione economicista di Negri gli fa credere che la contraddizione oggettiva di cui le moltitudini sono portatrici, sia bastante in sè a trasformarle in soggetto rivoluzionario. Ma tutto sembra dimostrare che così non sia in concreto, oltre che in linea teorica. Se così non era per il sottoproletariato, non si vede perchè debba esserlo per le moltitudini. Dunque, sembra che il capitale stia riuscendo a ridurre numericamente il proprio avversario, e quindi a ridurre concretamente le sue possibilità “rivoluzionarie”. Credo perciò che alla luce delle trasformazioni del capitalismo, anche la questione delle classi, della loro determinazione e del rapporto fra struttura e sovrastruttura, meriti una riconsiderazione complessiva.

    • Francesco Alarico
      4 gennaio 2015 at 16:33

      Grazie per l’attenzione e il commento, Armando. Veniamo al dunque:
      1) In primo luogo, il rifiuto della possibilità di ottenere la verità assoluta (ossia una conoscenza completa, esaustiva del mondo) da parte di Engels non investe solo le verità assolute stabilite a priori ma anche quelle che ci si potrebbe illudere di scoprire tramite il progresso delle scienze positive. Queste ultime possono infatti aver accesso soltanto alle verità relative: solo l’umanità intera nel suo infinito sviluppo progressivo, come si esprimeva Engels, potrebbe raggiungere la verità assoluta. Tuttavia nelle scienze positive noi abbiamo a che fare non con l’intera umanità ma con singoli gruppi umani o addirittura con singoli scienziati, e non ci troviamo nell’infinito sviluppo progressivo ma in una fase particolare, determinata di tale sviluppo; pertanto possiamo scordarci ogni pretesa di pervenire alla verità assoluta, data l’inesauribilità della materia in cui non si riscontrano “limiti assoluti”.
      In secondo luogo, applicare la logica scientifica alle “scienze morali” non significa dissolverle in quelle naturali, o dissolvere la società nella natura. Su questo punto le carte non mentono: Engels contestò apertamente il meccanico trasferimento, operato da alcuni contemporanei, della selezione naturale darwiniana dalla natura alla società. L’applicazione di questa logica, dicevo, significa soltanto il riconoscimento dell’esistenza di leggi oggettive dello sviluppo sociale e la loro indagine per mezzo di metodi rigorosi, fondati sul principio di identità tautoeterologica.
      Un’osservazione a margine: Engels visse certo in un clima culturale di stampo positivista, ma dedurre da ciò che egli fosse un esponente di quella corrente culturale mi pare un po’ affrettato, specie laddove si consideri che egli (analogamente a Marx) fu sempre vivacemente critico nei confronti dei positivisti del suo tempo e dei loro procedimenti logici spesso farraginosi ed empiristici.
      In terzo luogo, la tua contrapposizione tra la mobilitazione popolare suscitata dal marxismo e i contesti in cui si pose al vertice la necessità storica mi pare alquanto schematica, sia sul piano storico che su quello teorico. Considerando la storia, non è stata forse la rivoluzione d’ottobre – il primo passo del socialismo reale – a suscitare enorme entusiasmo in tutti i paesi, non è stata forse l’edificazione del socialismo nell’URSS e negli altri paesi, pur con tutti i suoi difetti ed errori di percorso, a dimostrare che un altra vita era possibile e a spingere parecchi a lottare per il socialismo, come giustamente sottolineava Fabrizio in un commento all’articolo su Cuba? Gli aspetti positivi e quelli negativi della storia del socialismo non possono essere separati: scartando l’elemento “cattivo”, osservò a suo tempo Marx contro Proudhon, si pone per ciò stesso fine al movimento dialettico, si annulla, si rende impossibile anche quello “buono”. Considerando la questione nel suo risvolto teorico, se i giudizi morali, ecc. fossero effettivamente opposti alla necessità storica, in che cosa potrebbero mai consistere quelle leggi oggettive, che si presumono necessarie, dello sviluppo sociale? È chiaro che, a meno di non cadere nella metafisica, le leggi regolanti la storia e la vita sociale vanno rintracciate all’interno dei rapporto sociali stessi; per cui l’ipotesi più plausibile mi sembra quella secondo cui l’attività soggettiva, e dunque anche morale, ecc., degli uomini (che, come credo chiunque possa convenire, non può essere ricondotta al caso) è l’espressione concreta delle suddette leggi, le quali non si ricavano altrimenti che indagando l’agire umano. Mi rendo conto della complessità del problema, sul quale ci sarebbe davvero molto da dire, per cui non pretendo di avere la verità in tasca; sarebbe auspicabile l’apertura di una discussione apposita su questo nodo teorico fondamentale, sul quale potrei forse scrivere un altro articolo in futuro.
      Rilevo infine che la mia ipotesi è suffragata da un argomento di fatto, pur con tutte le debolezze strutturali di cui soffrono simili argomenti: in Corea del Nord, uno delle poche roccaforti del socialismo reale che hanno resistito all’annus terribilis 1989, è stata elaborata una filosofia dichiaratamente incentrata sull’uomo e sulla sua attività creatrice, di trasformazione del mondo, eppure è stato altresì conservato il concetto di necessità storica (di cui ha parlato, di recente, il “Rodong Sinmun” dello scorso 22 dicembre). È questo, a mio avviso, un fatto da tenere in considerazione, un indizio sulla giusta direzione da imboccare: l’attività soggettiva dell’uomo e le leggi oggettive dello sviluppo sociale non vanno contrapposte, bensì organicamente integrate.
      2) Quel che mi interessava tener fermo, contro le critiche di Preve, è il carattere esclusivamente economico del concetto di classe. Il tuo discorso verte invece su una sottoclasse, il lumpenproletariat, e difatti la teoria marxista della struttura sociale non si esaurisce alle classi, ma include anche gli strati e, appunto, le sottoclassi, ecc., nella cui determinazione intervengono anche variabili extraeconomiche. Sul piano dell’azione politica è necessario prendere in considerazione non solo e non tanto le classi, quanto piuttosto la “coscienza di classe”; pertanto condivido le istanze problematiche da te poste. Un discorso non anacronistico e sterile sulla questione deve a mio avviso partire perlomeno da due premesse: 1) la constatazione che il proletariato in senso stretto non è in grado di elevarsi autonomamente al di sopra della lotta tradeunionistica, che esso tende alla “economicizzazione del conflitto” (Preve) e che può esser mobilitato solo da un impulso esterno, il cui corollario è l’abbandono degli innumerevoli miti ideologici sul proletariato in quanto classe intrinsecamente rivoluzionaria; 2) il riconoscimento del fatto che, perlomeno nell’Italia di oggi, le rivendicazioni politiche socialiste vanno strettamente intrecciate (sebbene non assimilate) con quelle democratiche e antimperialistiche, le quali ultime non sono prerogativa esclusiva dei comunisti e dei gruppi sociali su cui essi fondano la propria azione. Di qui la necessità di ridefinire concetti come quello di fascismo, quello di democrazia, ecc. e di evitare ogni settarismo mascherato da “difesa degli interessi di classe”.

  2. Fabrizio Marchi
    5 gennaio 2015 at 15:42

    L’argomento trattato, anzi, gli argomenti trattati, sono estremamente complessi e vanno affrontati con la necessaria umiltà e modestia, specie quando ci si appresta, per lo meno il sottoscritto, microscopico manovale del pensiero, a sottoporre a critica l’opera di veri e propri giganti della filosofia e della storia della filosofia.
    Fatta questa doverosa premessa, mi permetto di commentare quello che ritengo essere un interessantissimo e stimolantissimo articolo di Francesco Alarico della Scala (un potenziale filosofo in erba, data anche la sua giovanissima età…), al di là e oltre le rispettive opinioni che ciascuno di noi può avere nel merito.
    M limiterò quindi ad esprimere la mia opinione sulle questioni sollevate, senza avere la pretesa di confutare gli autori citati né tanto meno di chiudere il cerchio, come si suol dire, anche perché sarebbe presuntuoso da parte mia e non ne avrei neanche le capacità.
    Vado per punti, anche per semplificarmi il lavoro e cercare di essere il più chiaro possibile, data la complessità dei temi.
    1) A mio parere non è fondamentale stabilire quanto e se Marx sia stato influenzato o meno dal positivismo all’epoca dominante (a mio parere in parte lo è stato, e comunque se non lui, quanto meno una parte del marxismo a lui successivo ma, come ripeto, non è questo il punto). Ciò che è importante invece evidenziare è che anche all’interno del pensiero marxiano (e ancor più engelsiano, a mio parere…) è presente una componente di tipo escatologico deterministico che ha fatto si che la filosofia marxiana fosse elevata (o ridotta, a seconda dei punti di vista…) ad una sorta di nuova religione secolarizzata dove la Storia (scritta in questo caso con la S rigorosamente maiuscola) e la Scienza (teoria del rispecchiamento applicata anche alle scienze sociali…) finiscono per sostituire la Metafisica. Tutto ciò deriva appunto dal concetto di “necessità” (o da una determinata concezione di “necessità”), ampiamente dibattuto nell’articolo, dove questo stesso concetto si applicherebbe all’”Oggetto”, che avrebbe una sua vita propria, e quindi necessitata, indipendentemente dall’esistenza del “Soggetto”.
    Qui il discorso si fa obiettivamente molto complicato e, come già dicevo, non ho certo la pretesa di chiuderlo. Del resto è una questione sulla quale da sempre la filosofia si dibatte senza addivenire ad una sintesi condivisa. Esiste la realtà oggettiva indipendentemente dal soggetto che la interpreta (e la trasforma) o addirittura la concepisce (idealismo assoluto), oppure, viceversa, è il soggetto che crea la realtà (idealismo ultra assoluto) e che quella realtà non esisterebbe se non esistesse un soggetto che la interpreta?
    La mia personalissima e umilissima opinione è la seguente: Soggetto e Oggetto (Io-Non Io, se vogliamo utilizzare le stesse categorie fichtiane) fanno parte della medesima Realtà, dalla quale ne deriva (in questo caso, necessariamente) un processo dialettico che a sua volta da luogo ad una serie infinita di rimandi; quello che oggi chiameremmo con il termine di complessità (Morin) e che Hegel definiva come “cattivo infinito”, rivolgendosi naturalmente a Fichte. L’analogia è del tutto arbitraria e forse improvvida e me ne scuso, ma credo che possa rendere l’idea di ciò che voglio significare.
    In parole ancora più povere, non c’è dubbio, per quanto mi riguarda, che il soggetto entri in contatto o meglio, in una relazione dialettica con l’oggetto, cioè con la realtà, la quale certamente esiste (e non è certo una mera invenzione o una proiezione idealistica del soggetto) ma che a sua volta è determinata anche dall’attività del soggetto (o di un soggetto preesistente rispetto a quello che di volta in volta interviene in un dato momento storico).
    Di conseguenza, se scegliamo di partire da questo presupposto, non ha più senso attribuire lo stato di “necessità” al solo Oggetto, perché quello stesso stato di necessità fa parte anche del Soggetto. Il Proletariato o meglio i gruppi sociali subordinati (entrerò nel merito fra breve) che trasformano (laddove lo fanno…) la propria condizione lo fanno indubbiamente per necessità, non per una opzione di ordine etico o morale. Nondimeno questo non è un processo deterministico, e quindi “necessitato”, ma messo in atto dal Soggetto (in questo caso, marxianamente parlando, dal Soggetto rivoluzionario che è appunto la classe operaia e salariata; per altri possono essere le “moltitudini” o i nuovi soggetti subordinati creati dalla globalizzazione capitalistica, e prima ancora di questi la borghesia ecc …ma non è ora questo il punto…) che può farlo o non farlo, e questo, piaccia o meno, non è determinato o necessitato, ma reso possibile (possibilità) dal Soggetto stesso, dal suo livello di coscienza di se (collettivo e individuale, e quindi le cose si complicano ancora di più) e dalla sua conseguente determinazione (o assenza di determinazione) a trasformare la realtà. E qui entrano in ballo – necessariamente, verrebbe da dire, e in effetti è così – tante altre variabili, Oggettive ma anche Soggettive (in questo caso l’uso delle maiuscole non è casuale), che contribuiscono a far sì che quel processo possa o non possa e debba o non debba effettivamente determinarsi.
    Apro una parentesi. Il fatto che il Soggetto agisca per necessità e non per ragioni di ordine etico e/o morale, non significa nel modo più assoluto che questa componente non abbia il suo peso nel determinare i processi; la borghese “coscienza infelice” di hegeliana memoria, a cui fa spesso ricorso lo stesso Preve, è ciò che ha spinto tanti intellettuali (nel senso nobile del termine) di estrazione sociale borghese, consapevoli delle contraddizioni strutturali dell’ordine borghese e capitalistico (strutturalmente impossibilitato, per necessità, potremmo dire, al raggiungimento di quella totalità a cui invece formalmente il pensiero liberale e borghese classico aspirava), ad elaborare quelle teorie rivoluzionarie che ben conosciamo finalizzate al superamento proprio dell’ordine borghese e capitalista.
    Arrovellarsi, a questo punto, come è stato fatto per tanto tempo, se Marx sia stato uno scienziato sociale e un economista, oppure un umanista e/o un filosofo e/o un rivoluzionario (e quindi se il marxismo sia una scienza o una filosofia), ha anche in questo caso poco senso. Marx è stato sicuramente uno scienziato, nel momento in cui all’epoca ha sottoposto a critica, o meglio al vaglio della sua analisi scientifica, il Capitale e i rapporti di produzione capitalistici. Ergo, il Marx pensiero è stato sicuramente anche una scienza che, come tutte le scienze e come tutte le cose del mondo, deve essere contestualizzata (deduzione storico sociale delle categorie) perché le condizioni che hanno reso possibile giungere a quelle determinazioni scientifiche possono modificarsi (come in effetti in parte si sono modificate) rendendo così necessario rivisitare quelle stesse determinazioni. Ma Marx è anche un filosofo perché ha prefigurato un orizzonte possibile (la sua “nottola di Minerva” non si alza al crepuscolo…) da “conquistare” (ma è il Soggetto che lo deve e lo può conquistare e qualora ci fossero anche le condizioni necessarie non è affatto detto che ciò debba necessariamente realizzarsi), ma è anche un umanista, perché io sono convinto che ciò che ha motivato Marx ad elaborare la sua scienza e la sua filosofia non sia stata solo una (sia pur lucidissima) fredda e razionale osservazione della struttura e del funzionamento del sistema capitalistico con tutto ciò che ne deriva (teoria del valore, ecc.) ma anche la sua coscienza di uomo, cioè di soggetto che entra in contatto con la realtà e la trasforma, perché questo è nella sua Possibilità e nella sua Volontà, indipendentemente dalla sua personale e soggettiva condizione (ciò vale per Engels ancor più di Marx, ma gli esempi potrebbero essere numerosissimi, come ben sappiamo…).
    Ora, per quanto mi riguarda, l’intervento della categoria della Possibilità, peraltro, come abbiamo appena visto, in stretta correlazione con la categoria della Necessità (le due non possono essere separate…) non indebolisce affatto, a mio parere, l’impianto teorico marxiano. Al contrario, lo irrobustisce e lo arricchisce, mettendolo al riparo (cosa che purtroppo non è avvenuta, come ben sappiamo…) da quel dogmatismo (ce n’è più d’uno…) che invece purtroppo è stato di gran lunga egemone all’interno del movimento comunista internazionale e valorizzando (non certo impoverendo o diminuendo) quel Soggetto chiamato a trasformare l’Oggetto.
    Viceversa, la separazione di queste categorie, Possibilità/Necessità, Soggetto/Oggetto, ha a sua volta generato altre separazioni (potremmo ironicamente e metaforicamente definirle “nevrotiche”, e in effetti lo sono, da un certo punto di vista…). Quella che io ritengo, fra le altre, essere più grave da un punto di vista sia teoretico che interpretativo è quella che è stata operata fra Natura e Cultura. In base a questa cesura noi abbiamo da un parte il partito dell’ “Ontologismo Assoluto” (nulla è trasformabile perché l’Essere è Eterno e Immutabile e chi ci prova è una specie di sovversivo apostata bestemmiatore…) e dall’altra quello del “Culturalismo” altrettanto Assoluto (tutto è plasmabile e modificabile, fino al punto che possiamo anche decidere a tavolino a quale sesso appartenere, e chi si osa avanzare anche solo una perplessità è un reazionario fascista antimoderno che si oppone alle sorti magnifiche e progressive del Progresso stesso…).
    La mia opinione è che anche questa separazione sia del tutto priva di senso e in certo qual modo, è la diretta e necessaria conseguenza della separazione di cui sopra, quella cioè fra Soggetto e Oggetto. Infatti, non si è mai dato l’uomo al di fuori di un contesto sociale (e culturale), fin da quando i primi umanoidi sono scesi dagli alberi e si sono drizzati su due zampe(e forse anche prima…). L’uomo non è quindi conoscibile nè definibile al di fuori di un contesto sociale, per la semplice ragione che l’uomo è un “Politikoon Zoon”, o ancor meglio un essere “ontologicamente sociale”, per dirla invece con Lukacs. D’altro canto, l’uomo è anche un essere biologico, naturale, con delle sue peculiarità e caratteristiche, fra cui anche e soprattutto quella di essere un “animale sociale”, un essere anche “culturale”. In parole ancora più povere l’uomo è un essere naturale e culturale assieme. I due aspetti non possono essere separati. C’è però chi lo fa, come abbiamo visto. I primi (gli “ontologisti”) per inficiare alle origini ogni Possibilità di trasformazione della realtà e dello stato delle cose; i secondi (i “culturalisti”), per poterla plasmare a proprio piacimento (ingegneria sociale e oggi soprattutto genetica). Questi due “partiti” hanno rappresentato e rappresentano due correnti di pensiero, o meglio, due forme di falsa coscienza finalizzate al mantenimento dello status quo (la prima) e alla possibilità (senza maiuscola) illimitata di ogni forma di intervento, altrettanto illimitato, sull’umano stesso. Le due procedono paradossalmente assieme perché l’una è funzionale all’altra, anche se, nell’attuale fase storica, è la seconda quella che prevale, in virtù o a causa dei profondi processi di trasformazione operati sia dal Capitale (dal dominio capitalistico) che dalla Tecnica (i due marciano oggi assieme…).
    Ma qui mi fermo perché altrimenti dovrei aprire un altro capitolo altrettanto complesso…
    Restano altri punti, almeno tre o quattro (relativamente all’articolo che stiamo commentando) che per ragioni di tempo e spazio affronterò nei prossimi giorni.

    • Francesco Alarico
      11 gennaio 2015 at 17:41

      Ti ringrazio, Fabrizio, per l’attenzione e per i lunghi commenti dedicati al mio articolo, che offrono forse maggiori spunti di riflessione rispetto all’articolo stesso. Condivido molte delle tue affermazioni, in primis quella sull’unità di soggetto e oggetto, di coscienza e materiale.
      Questa tesi di Spinoza è a mio avviso la miglior soluzione possibile al problema del rapporto tra materia e coscienza, una soluzione che consente di non impelagarsi nelle difficoltà cui vanno incontro i cartesiani e i neopositivisti. Precisamente per questo motivo essa fu fatta propria dal materialismo dialettico classico e della sua versione sovietica. Engels per primo, rispondendo a una domanda di Plechanov, espresse il proprio accordo con la tesi di Spinoza; Stalin ne fece ampio uso già nell’opera giovanile Anarchia o socialismo?; Lenin, in Materialismo ed empiriocriticismo, pur apprezzando sommamente l’opera di J. Dietzgen, ne criticò la confusione tra i concetti di materialità e di realtà, quest’ultimo proprio anche della coscienza; Evald Il’enkov, dal canto suo, attribuì a quella tesi e al pensiero di Spinoza in generale un ruolo di capitale importanza nella formazione della sua Logica dialettica.
      Un ultima nota di carattere filologico: la cosiddetta teoria del rispecchiamento o del riflesso, che evidenzia per lo più l’azione dell’oggetto sugli organi sensoriali e la conseguente formazione della rappresentazione, ecc., facendo trasparire talvolta l’idea della passività di tale riflesso, non era che una semplificazione polemica dettata dal fatto che Bogdanov e consorti attaccavano il materialismo dialettico su un altro piano. Nei Quaderni filosofici l’indagine del processo di conoscenza raggiunge ben altre profondità, pienamente accolte anche dai teorici successivi. A. Sceptulin, nel volume La filosofia marxista-leninista, pubblicato in Italia dalle Edizioni Progress nel 1977, dedica molte pagine all’illustrazione del carattere non meccanico del riflesso.
      Ciò detto, non è tanto importante stabilire che cosa sostenessero Marx, Engels o chicchesia, quanto piuttosto sostenere tesi fondate e scientifiche. E tali non sono né quelle dei “culturalisti” né quelle degli “ontologisti”. Il superamento di queste due posizioni unilaterali non deve però, a mio avviso, realizzarsi attraverso una sorta di media matematica tra di esse, che nel migliore dei casi può dar luogo a un compromesso relativamente vantaggioso ma comunque eclettico; tale superamento, dicevo, deve avvenire esso stesso poggiando su solide basi teoriche.
      Tu affermi, in modo del tutto condivisibile, che l’uomo trasforma il mondo con la sua attività pratica, ma che lo fa non in maniera arbitraria e che l’attività morale, ecc., senza nulla togliere alla sua importanza, è determinata da ragioni materiali e non procede a caso. Impostazione completamente corretta del problema, la quale va a mio parere integrata con una base teorica che la ponga al riparo dalla “media matematica” di cui sopra e che non lasci inesplicata la causa di una tale situazione: la pratica umana può effettivamente raggiungere i suoi obiettivi e giocare un ruolo rilevante a condizione che non sia cieca e che anzi si conformi alle leggi oggettive dello sviluppo sociale. Un caso tipico è offerto dalle leggi economiche, che non possono essere plasmate a piacimento e le cui modifiche non sono opera dell’arbitrio umano ma di fattori oggettivi. Mi spiego meglio: sarebbe stato prematuro utopismo tentare di costruire una società socialista, poniamo, nel Medioevo o nell’antichità poiché, per quanto possenti avrebbero potuto essere le “forze spirituali”, le capacità organizzative e la convinzione di masse più o meno grandi, esse non avrebbero potuto imporsi all’arretratezza delle condizioni produttive di allora, che non consentivano l’esistenza di un sistema sociale del genere. E sono ancora le condizioni economiche, e non i desideri soggettivi di qualcuno, a rendere praticabile oggi la strada del socialismo, la sola capace di eliminare alla radice la causa delle periodiche crisi del capitalismo, dell’ipertrofia dell’economia finanziaria a detrimento di quella reale, di una produzione potenzialmente in grado di orientarsi in base ai bisogni sociali ma di fatto finalizzata al profitto privato, ecc. Le condizioni oggettive da sole non sono sufficienti a generare il superamento del capitalismo, come l’esperienza storica ha ormai lungamente dimostrato, ma nondimeno ne costituiscono la premessa, favoriscono, in via tendenziale, la presa di coscienza della propria natura e – soprattutto, – in contrasto con la tesi “ontologista”, non sono alcunché di fisso e contengono anzi in se stesse la causa del mutamento, o perlomeno la predisposizione ad esso.
      Questo, in sintesi, il mio punto di vista sulla faccenda. Se prima non era emerso, lo si deve alla particolare angolazione polemica dell’articolo il quale, giocoforza, non può contenere un’elaborazione sistematica.
      Sulle nozioni di necessità e possibilità mi riservo di tornare in seguito. Dico però fin da ora che mi trovo assai vicino alle tue posizioni (le quali, peraltro, tendono – differenze linguistiche a parte – a convergere con quelle dei teorici coreani) e che la maggior parte dei disaccordi, probabilmente, si riveleranno essere mere questioni terminologiche.
      Ancora sul rapporto tra materia e coscienza. Galvano della Volpe, cui faccio riferimento nell’articolo, teorizzava l’identità tautoeterologica come funzionalità reciproca di materia e coscienza, di soggetto e predicato (del giudizio): se è indiscutibile che la ragione deve svilupparsi secondo l’oggetto e non per proprio capriccio, è altrettanto vero che – a fini della conoscenza scientifica – il soggetto, nell’esperimento (mentale o fisico, non ha importanza), deve predisporre l’oggetto in modo tale da elidere ogni “accidentalità perturbativa” (fattori casuali ed estrinsechi) per potersi meglio concentrare sull’essenza. Traspare qui la capitale importanza del soggetto nel processo conoscitivo; essa traspare altrettanto bene dal classico concetto di modo di produzione, diverso dalla formazione economico-sociale esistente nella realtà, e dalla teoria del valore, che solo nel Libro III del Capitale prende in esame le fluttuazioni dei prezzi.

  3. armando
    5 gennaio 2015 at 18:36

    Per onestà intellettuale e per evitare possibili equivoci, mi sembra necessario, intanto, chiarire la prospettiva dalla quale mi muovo, che non è più marxista in senso stretto. Lo sono stato, e comunista, per anni. Ma poi due cose mi hanno fatto mettere in discussione quell’adesione. Sul piano più specificamente teorico, il fatto che per me il marxismo non riusciva a dare risposte sul senso della vita (come per Pasolini, per intendersi). Oppure, è la stessa cosa, non rispondeva ad alcuna istanza di assoluto, che per me è importante. Sul piano concreto (politico) è stata la deriva (degenerazione) dei partiti di sinistra e l’assunzione del discordo femminista, assolutamente mistificatoria e indigeribile, nonchè l’accettazione piena dei canoni culturali del capitale. Ma anche la riflessione sulla catastrofe storica dei socialismi reali ha contribuito ad una riflessione. Ora, a dare retta a ciò che sosteneva Augusto del Noce, ossia che il marxismo, proprio in quanto “non filosofia” teorica ma filosofia della prassi, può trovare conferme o smentite circa la sua veridicità, soltanto nel confronto coi risultati concreti (storici), qualche problema esiste, mi sembra- Il che non vuol dire rigettare in pieno Marx, ma cercare di vederne le aporie e le insufficienze insieme alle intuizioni e alle analisi tutt’ora preziose.
    Veniamo al merito, a iniziare proprio dalla considerazione dei socialismi reali. Non ho nessun problema, nella mia prospettiva, a riconoscerne alcuni meriti, perfino allo stalinismo. In altra sede ho scritto: ” Il regime sovietico fu dichiaratamente ateo e materialista, ma non nichilista nel senso di negazione di ogni forma, di ogni verità, di ogni autorità, di ogni struttura solida del potere politico e della società civile. Si dette, al contrario, una sua forma, una sua struttura, una sua liturgia, sue organizzazioni che tendevano all’affermazione in positivo dei valori della rivoluzione bolscevica. Una complessa impalcatura , anche spettacolare, che spesso copiava quella della Chiesa , fatta non solo per acquisire consenso popolare al regime, ma per cogliere e accogliere un anelito forte del popolo: la ricerca di un senso.
    Ad una Chiesa rivolta al trascendente, sostituiva una Chiesa terrena. Al Dio del cielo opponeva un dio ateo, allo spiritualità della religione opponeva un materialismo non meno religioso, conservandone le forme e riempiendo di contenuti opposti un recipiente simile. L’opposto di quanto già avveniva in Europa e nell’occidente, dove l’economia si stava già affermando come autonoma dalla politica determinandone gli indirizzi.”
    Non è un caso che Stalin, per mobilitare il popolo russo contro l’invasore nazista si sia avvalso di concetti ed immagini religiose. Se si guarda il film di Eisenstein “Alexander Newskj” ci si accorge della funzione simbolica delle cupole ortodosse sullo sfondo dei discorsi del principe al popolo. E d’altra parte Stalin, per perorare la vittoria nell’incipiente battaglia di Mosca, ne fece sorvolare il cielo da un aereo che trasportava una famosa statua della madonna.
    Sono convinto che sia anche, ma non solo, per questo fattore che la Russia di Putin, a cui vanno le mie simpatie, si erga oggi come grande opposizione e resistenza alla vittoria definitiva del capitalismo a guida USA. Non solo in quanto potenza versus potenza, ma come confronto fra weltanschaung opposte e inconciliabili nel lungo periodo.
    Sul rapporto fra “necessità storica” e istanze morali. Sono convinto, e per questo rifiuto il materialismo, che esistano istanze morali inscritte nella natura dell’uomo come animale sociale e politico (o fondate su una rivelazione divina, ma per ciò di cui parliamo possiamo accantonare la differenza), e credo che proprio questa negazione, più dell’inefficienza pratica, sia alla base delle tragedie del comunismo reale. Affidarsi alla fede nella necessità storica, e quindi la convinzione di essere dalla parte della ragione sempre e comunque (il dogma della superiorità morale della “sinistra” odierna nasce anch’esso da lì), porta a) a dimenticarsi delle persone reali ma vederle solo in funzione di quella necessità. b) finisce per far coincidere morale, verità e rivoluzione in un corto circuito micidiale che produce il Gulag, Pol Pot e via elencando.
    Ma si può dire che esistano delle leggi oggettive dello sviluppo sociale ? Ne dubito fortemente, anche perchè mi sembra che il positivismo scientifico cacciato dalla porta rientri in questo modo dalla finestra. In ultima analisi esiste una analogia fra l’individuazione di quelle leggi sociali con l’individuazione delle leggi che regolano l’evoluzione del mondo organico. E’ per questo che tutto un filone del marxismo preconizzava un crollo del capitalismo per le sue contraddizioni interne, il che, lo si sta vedendo, è lontanissimo dalla realtà. Da questo punto di vista specifico mi sembra avesse più ragione il Tronti di Operai e Capitale.
    Del resto Marx stesso nelle Formen, aveva problematizzato il tema, che poi fu Stalin a sviluppare e cristallizzare nella teoria degli stadi dei modi di produzione che si sarebbero dovuti immancabilmente succedere l’un l’altro in un ordine fisso.
    Osservo fra parentesi che parlare di “infinito sviluppo progressivo” del genere umano mi sembra contenga un nucleo di fede, per quanto teoricamente compatibile con materialismo e atesimo. Sinceramente sono meno ottimista. Non vedo nessuna legge immanente che spinga a quel progresso. Credo invece si possano registrare anche immensi e catastrofici regressi. Basta pensare, senza entrare in questioni teologiche, a cosa significherebbe un conflitto nucleare.
    Una cosa, per finire, sul concetto di classe. Si, hai ragione quando scrivi che il lumpenproletariat è una sottoclasse delle tre (o due) classi fondamentali del capitalismo e che, proprio per questo, è suscettibile di entrare nell’orbita socialista solo a determinate condizioni. Ma è proprio quì il problema. La classe operaia classica è destinata a diminuire di numero, mentre il fenomeno della proletarizzazione dei ceti medi credo sarebbe più esatto definirlo “sottoploretarizzazione”, ossia l’andare a costituire quell’immenso esercito industriale (o salariale) di riserva. Incertezza sul proprio lavoro, precariato perenne, passaggio da un lavoro precario sottopagato ad un altro, disoccupazione, ne sono i connotati. Ma allora si pone seriamente, anche dal punto di vista strettamente marxista, il tema del soggetto rivoluzionario. Tema irrisolto e non da poco, come mostra la realtà. Ci sarebbe altro da dire sul concetto astratto di classe in Marx, ma credo sia opportuno fermarsi quì. Sono stato anche troppo lungo e me ne scuso. Il fatto è che sono cose che mi appassionano. . Armando

  4. Fabrizio Marchi
    6 gennaio 2015 at 13:05

    2) Proseguo il discorso per punti che avevo interrotto.
    Preve sostiene che saremmo in una società post borghese e post proletaria ultracapitalistica. Questo modo di interpretare le cose potrebbe in effetti – e qui ha ragione Francesco – disorientare o essere interpretato come ambiguo. Si tratta a mio avviso soltanto di sciogliere alcuni nodi.
    Come al solito esprimo la mia opinione perché non posso parlare in nome di altri e soprattutto di chi purtroppo non è più fra noi.
    Preve – se non ho capito male – sostiene che le classi sociali sono tali non solo in virtù della loro capacità economica (e di possesso, controllo, gestione delle ricchezze e relativo sfruttamento delle risorse umane e materiali) ma anche della loro capacità di esprimere un sistema di valori. Poi si discute, ovviamente, se questo sistema di valori sia realmente tale oppure soltanto una forma ideologica, quindi di falsa coscienza necessaria a perpetrare dal punto di vista ideologico il dominio dei gruppi sociali dominanti. E io opto senz’altro per questa seconda ipotesi.
    Preve stesso, è bene sottolinearlo, non ha detto che le classi sociali non esistono più, né tanto meno che non esistono più gruppi sociali dominanti e gruppi sociali dominati (mi pare, ma posso sbagliarmi, qualcuno fra gli amici previani può eventualmente correggermi… ). Ha detto un’altra cosa e cioè che questi gruppi sociali non sono più portatori di sistemi valoriali (e ideologici) specifici e alternativi (come era per la Borghesia e per il Proletariato), e che da questo punto di vista non si differenziano in nulla dal momento che condividono la medesima “weltanschaung”, cioè l’ideologia capitalista e liberista, e che l’unica differenza fra loro è data dalla capacità (economica) di accedere al consumo e ovviamente al controllo e alla gestione delle risorse.
    Su questo credo che, -purtroppo – abbia ragione. Oggi i gruppi sociali dominati sono completamente sprovvisti di un barlume di coscienza di classe e politica, sia a livello individuale che ovviamente collettivo e questo ci dimostra che la vittoria del Capitale è stata schiacciante da questo punto di vista. Talmente schiacciante che i gruppi sociali dominati hanno finito per aderire ideologicamente al sistema che li colloca in una condizione di subalternità complessiva, materiale e immateriale, sociale e umana.
    Ciò detto, il problema diventa a mio parere di natura semantica e/o semiotica ma non contenutistica; si tratta solo di metterci d’accordo. La Borghesia ottocentesca e per buona parte novecentesca si era data un sistema valoriale (ideologico) che tu stesso ha sintetizzato nel cosiddetto “Dio, Patria e Famiglia”, e io sono d’accordissimo.
    Oggi, diciamo negli ultimi 30/40, si è disfatta di quel sistema valoriale/ideologico, ormai del tutto inservibile e addirittura di ostacolo al fine della perpetrazione del proprio dominio, per dotarsene di uno nuovo, molto più funzionale alle esigenze di un capitalismo che ha in larga parte mutato forma e in parte (ho detto in parte) anche contenuto (mi riferisco ai processi di ingegneria sessuale e genetica che vanno ad intervenire addirittura direttamente sulla natura stessa dell’umano e che vanno ad aggiungersi al “tradizionale” sfruttamento capitalistico…)che è quello che definiamo come “ideologia politically correct”, che a sua volta si compone di altre sotto ideologie: femminismo (ammesso che questo possa essere definita una sottoideologia, a mio parere invece è uno dei mattoni fondamentali dell’attuale sistema dominante), genderismo, relativismo assoluto, laicismo, eugenetismo, “diritto umanismo” (quello che serve per andare a bombardare a 10.000 km. di distanza) .
    Ho spiegato questo processo in diversi articoli, ne segnalo un paio fra questi: http://www.linterferenza.info/attpol/la-nuova-falsa-coscienza-delloccidente-e-del-capitale/
    e http://www.linterferenza.info/editoriali/il-nuovo-orizzonte-del-capitalismo/
    Ora si tratta soltanto di mettersi d’accordo. Vogliamo continuare a definire gli attuali gruppi dominanti con il termine di Borghesia e gli attuali gruppi dominati con quello di Proletariato? Da un certo punto di vista si potrebbe anche fare; basta appunto mettersi d’accordo. Però a mio avviso non sarebbe obiettivamente del tutto corretto. Intanto per le ragioni che abbiamo sopra esposto e poi anche perchè è mutata la natura sociale di quei gruppi sociali (fermo restando la dicotomia fra gruppi dominanti e dominati la cui persistenza, sia chiaro, nessuno, comunque non il sottoscritto, mette in discussione…). Una parte delle vecchie borghesie nazionali si è trasformata nel grande capitale internazionale e multinazionale (quello dominante),e un’altra parte di quegli stessi ceti sociali borghesi sono stati (relativamente) marginalizzati da quello stesso grande capitale trans e multinazionale ,pur mantenendo ovviamente una posizione di privilegio rispetto alla massa popolare ormai indistintamente composta da operai, impiegati, precari, artigiani, partite iva, e tutti le varie tipologie di nuovi soggetti sociali subordinati.
    D’altro canto, il proletariato, come diceva giustamente anche il nostro amico Armando in un suo commento,è mutato profondamente. L’operaio salariato di fabbrica è ormai una minoranza all’interno dell’ esercito dei salariati (e non salariati), la grande massa dei lavoratori è formata da precari, più o meno qualificati, impiegati di ogni genere, nuove “figure atipiche” ai quali va ormai ad aggiungersi una parte rilevante di quel vecchio ceto piccolo e medio borghese composto da artigiani e piccoli e piccolissimi commercianti, messo nell’angolo non solo dalla crisi economica ma da un sistema capitalistico che ha vissuto un processo di ristrutturazione profonda e di trasformazione. Ora ci si potrebbe sbizzarrire nell’analisi della nuova composizione di classe e magari lo farò in un successivo articolo, ma adesso ci interessa arrivare al nocciolo della questione.
    In questo frangente specifico mi limito a dire che non sono d’accordo con coloro che parlano di natura cosiddetta impersonale dell’attuale dominio neocapitalistico. E’ una forma di dominio senz’altro estremamente più sofisticato rispetto al precedente, ma è assolutamente individuabile nei grandi gruppi economici e finanziari trans e multinazionali che dominano sul pianeta (e che succhiano la quasi totalità delle sue risorse e sfruttano le grandi masse umane) anche attraverso le strutture ideologiche (di queste abbiamo già fatto cenno), politiche, statuali e militari di cui dispongono (cioè gli stati, gli eserciti, i servizi di intelligence, i media, il controllo della comunicazione e dell’informazione).
    Ora, è “tecnicamente”, linguisticamente e concettualmente possibile continuare a definire questi due grandi gruppi sociali con la tradizionale terminologia di Borghesia e Proletariato? Ho i miei dubbi, in tutta sincerità.
    Però, sempre in tutta sincerità, mi sembra una discussione sociologicamente valida ma filosoficamente accademica se non del tutto inutile, perché ciò che è filosoficamente e politicamente utile e corretto sottolineare è che siamo a tutt’oggi (e forse più di ieri…) all’interno di un contesto sociale fondato sulla divisione in classi, dominanti e dominate (e sfruttate). Questo è il nodo fondamentale, che pone per quanto mi riguarda la necessità e la possibilità di cominciare a ripensare, a concepire e a praticare il superamento dell’attuale ordine sociale, cioè della società capitalistica o neocapitalistica, e non tanto la questione di come significare dal punto di vista linguistico questa contraddizione dialettica. Un problema, quest’ultimo, che assomiglia molto alla questione “destra” e “sinistra” che personalmente ho affrontato in quest’altro articolo: http://www.linterferenza.info/editoriali/destra-e-sinistra/

    • Francesco Alarico
      11 gennaio 2015 at 18:08

      Hai fatto bene a sottolineare il fatto che il contrasto tra me e Preve sulla questione delle classi è eminentemente terminologico.
      Io sono propenso a conservare la terminologia “tradizionale” non per ragioni nostalgiche o identitarie, ma per ragioni di opportunità e convenienza: come anche tu hai riconosciuto, scardinare concetti tanto consolidati cambiando loro l’etichetta (perché, fra l’altro?) può produrre disorientamento e confusione, oltre ad esporci alle critiche dei dogmatici, sempre pronti a speculare su questioni del genere.
      Quando nell’articolo ho parlato della borghesia forse ho schematizzato troppo. Essa va distinta in piccola borghesia, borghesia capitalistica, oligarchia finanziaria, ecc. ed è assolutamente lontana dall’essere immutata nella sua composizione dal passato al presente. Quanto al proletariato, ci tengo a precisare – contro l’opinione volgare e purtroppo assai diffusa – che esso non si compone dei soli operai di fabbrica, bensì dei salariati in genere; questa, poi, è la definizione classica, depurata dalle incrostazioni ideologiche del secolo scorso. La riduzione numerica degli operai in senso stretto pone però una serie di problemi sui quali non è consentito chiudere gli occhi. Su tutti: la frammentazione delle operazioni lavorative e le conseguenti difficoltà di aggregazione, l’indebolimento della disciplina organizzativa indotto dalla “flessibilità”.
      Sull’ideologia contemporanea, vorrei chiederti come classifichi, all’interno della tua suddivisione: 1) il “doppiopesismo” in virtù del quale si difende la libertà di espressione di Charlie Hebdo e al contempo la si nega a Dieudonné e 2) il “feticismo del nuovo” che impregna le dichiarazioni di Matteo Renzi, secondo cui l’art. 18 e le altre garanzie sociali sono da eliminare soltanto perché “invecchiate”, laddove è Jobs Act è intrinsecamente positivo in quanto “nuovo”. Il primo fenomeno potrebbe forse esser fatto rientrare, come sottocategoria, nel “diritto umanismo”, giacché concerne primariamente la sfera dei diritti; ma mi sembra un tratto generale dell’ideologia, e non solo di quella contemporanea, in quanto portatrice di dati interessi di classe.

  5. Piotr Z.
    6 gennaio 2015 at 15:52

    Sulla questione delle classi sociali c’è la proposta nel libro “Nuovi signori e nuovi sudditi” con i contributi di Costanzo Preve e Eugenio Orso per definire una stratificazione (Global class, Pauper class e Middle class proletariat) più simile agli “stati” della rivoluzione francese che non alla dicotomia Borghesia/proletariato. Si rimanda quindi a quel libro e ad altri scritti. “Il risultato di tale operazione è stato il superamento della società divisa in borghesia e proletariato e l’affermazione di due nuove classi: Global Class e Pauper Class, a loro volta suddivise in altre sotto-classi.
    Partendo dalla Global Class, esiste la upper class, l’elite che dirige la globalizzazione, a sua volta divisa in occidentali (americani, europei e i loro alleati) e orientali (cinesi, arabi, russi,ecc.). Al di sotto, la middle global class, formata dal management essenziale per la diffusione dei modelli culturali, necessari ad asservire le masse all’upper class. Infine, la lower global class, la parte più bassa della classe dirigente (manager meno importanti, professori, speculatori di borsa, ecc.) e i personaggi dello showbusiness (attori, attrici, modelle, presentatrici, cantanti, calciatori, piloti di Formula 1, ecc.)
    Dall’altro lato, troviamo la Pauper Class, che ricomprende i ceti medi declassati, gli immigrati clandestini, i contadini cinesi urbanizzati, gli agricoltori indiani, ecc. Al suo vertice, troviamo la middle class proletariat, la fascia più alta travolta dalla globalizzazione, la flessibilizzazione e la fine del Welfare State. Al di sotto, la new workers proletariat, la vecchia classe operaia, schiacciata tra la finanziariazzazione dell’economia e la degenerazione dei sindacati, diventati veri e propri centri di potere. Infine, la under-class, coloro che vivono nelle periferie degradate e le vittime dei fenomeni migratori (zingari, clandestini, senza tetto, ecc.), i quali non hanno alcun ruolo sociale, salvo subire gli effetti del neocapitalismo. Sarà proprio dalla Pauper Class, che, una volta presa coscienza della realtà, potrà nascere la scintilla della rivoluzione.” (dalla recensione di M.Zanarini)

  6. Fabrizio Marchi
    7 gennaio 2015 at 11:52

    3) proseguo la riflessione:
    quella dell’apertura di Preve alla cosiddetta “nuova destra”, la sua posizione sul tema del fascismo e dell’antifascismo e la sua improvvida quanto maldestra decisione di dare indicazione di voto per il FN della le Pen, costituiscono senza alcun dubbio le sue noti dolenti.
    Si tratta, come ho spiegato più volte, di gravi errori non solo dal punto di vista tattico ma anche e soprattutto teoretico, analitico e interpretativo. Per un pensatore della sua levatura, si tratta a mio parere di errori gravi e madornali.
    Non contesto il dialogo allacciato con Alain De Benoist, teorico della “Nouvelle Droit” francese; il confronto fra intellettuali è sempre lecito e auspicabile sia perché potrebbe sempre dare potenzialmente luogo a novità interessanti, sia perché la libertà di discutere e di confrontarsi liberamente e civilmente deve essere difesa e garantita a priori.
    Il punto, per quanto mi riguarda, è di merito, e comporta l’analisi che si fa delle cose, il giudizio di merito, diciamo così.
    La mia opinione è che la “nuova destra” sia forse più pericolosa della “vecchia”, appunto perché ben camuffata rispetto ad altre destre neofasciste europee (penso a quelle ucraine e greche solo per fare un esempio, dove il fascismo, ancora vivo e vegeto, come è evidente, si presenta nelle sue più tradizionali e brutali forme), capace di operare un processo di trasformazione, di autorigenerazione, anche facendo proprie tematiche tradizionalmente appartenenti alla sinistra, approfittando dell’inesistenza di quest’ultima e del vuoto politico da essa lasciato, del legittimo malcontento dei ceti popolari abbandonati a loro stessi e privi di una rappresentanza politica, e spogliandosi di quegli aspetti che la renderebbero ormai impresentabile. Penso ad esempio al razzismo vecchia maniera sostituito con una sorta d “identitarismo culturalista” ma sostanzialmente esclusivista (sto semplificando fino all’inverosimile, me ne rendo conto, ma non si può fare altrimenti, in ogni caso sul nostro giornale abbiamo pubblicato tanti articoli e analisi approfondite sulla “nuova destra” del nostro redattore e studioso del fenomeno, Matteo Luca Andriola, che ha appena pubblicato un libro nel merito; chi volesse approfondire il tema può leggere i suoi numerosi articoli e naturalmente il suo libro).
    De Benoist è forse l’intellettuale che più di altri ha contribuito allo “sdoganamento” di questa “nuova destra” che nonostante gli sforzi fatti resta nella sostanza una destra reazionaria e interclassista (né potrebbe essere altrimenti), antiegualitaria e “identitarista”, “antieuropeista” ma non certo anticapitalista e antimperialista. Una destra che rappresenta politicamente quella vecchia borghesia nazionale che è stata lasciata a casa, diciamo così, e politicamente marginalizzata dal grande capitale trans e multinazionale e che vuole tornare ad essere egemone. Una borghesia nostalgica del vecchio stato-nazione (all’interno del quale era egemone nonchè classe dominante) e dei fasti della “grandeur”, cioè della Francia grande potenza colonialista e imperialista, capace di esercitare un ruolo su tutti gli scacchieri internazionali e in particolare in quello che da sempre è considerato il suo “giardino di casa”, cioè il Mediterraneo (e infatti non mi pare che si siano levate particolari voci di protesta da parte del FN e della Le Pen in occasione dell’aggressione alla Libia da parte della NATO). Questa borghesia, proprio attraverso la “nuova destra”, è riuscita, come dicevo prima, a raccogliere consensi anche in quei settori popolari e operai letteralmente traditi, è il caso di dirlo in questo caso specifico (anche se il tradimento non è certo una categoria interpretativa ed esaustiva del problema…) , da una “sinistra” che ha sposato il capitale e la sua ideologia fino addirittura a diventare il principale garante di quella “governance” tanto cara ai padroni del vapore.
    Ora, un marxista, ma anche un hegelo marxiano, come Preve, avrebbe dovuto capire la sostanza e la vera natura politica e ideologica di questa destra. Cosa che invece, sorprendentemente, non è stata, e le cose sono andate in tutt’altra maniera, come sappiamo, al punto di arrivare a quella scellerata indicazione di voto per il FN di Marine Le Pen. C’è chi sostiene che dietro a questa presa di posizione ci sarebbero una serie di considerazioni di carattere personale; il risentimento di Preve nei confronti di quegli ambienti intellettuali, accademici e politici che lo avevano vergognosamente emarginato, ostracizzato e in taluni casi anche deriso, e anche una notevole vena provocatoria, diciamo così. E probabilmente c’è del vero anche in questo. Ma tutto ciò non lo solleva dalla responsabilità di aver commesso degli errori. Anche ammesso che questi aspetti di natura personale e psicologica siano stati determinanti nel spingerlo ad assumere certe posizioni (e io non lo credo…), un uomo di quello spessore non deve lasciarsi travolgere dall’emotività e dal risentimento, senza curarsi o senza tenere conto delle conseguenze per se ma anche per gli altri (soprattutto per chi gli era più vicino…) delle sue prese di posizione. Ma, ripeto, credo che questo sia solo un aspetto, e non determinante, della vicenda; in realtà Preve era filosoficamente e politicamente convinto di ciò che sosteneva. E questo, filosoficamente e politicamente, è ancor più grave.
    Non credo però, differentemente da Francesco, che il suo sbandamento politico (e anche interpretativo) sia la conseguenza della sua concezione della dialettica (cioè ”gli esiti di una mistificata dialettica hegeliana”, come l’ha definita lui stesso) o della sua reinterpretazione in chiave idealistica di Marx. Non vedo personalmente come la rilettura di Marx (che contiene invece elementi di sicuro interesse e rilievo, al di là delle posizioni che ciascuno di noi può avere, tant’è che stiamo qui a discuterne), sia pure in chiave idealistica, possa portare a commettere degli errori di interpretazione così grossolani sulla reale natura (ideologica e politica) di una forza politica. Penso quindi che quegli errori siano il risultato di una sua errata analisi della realtà e delle cose (anche se stupefacente…), indipendentemente dal suo pensiero filosofico. Non è infatti per nulla scontato che la conseguenza pratica (e politica) del suo pensiero filosofico debba essere quella. Al contrario…
    Altrettanto “stupefacente”, per lo meno dal mio punto di vista, è la sua posizione circa il cosiddetto ”antifascismo in assenza di fascismo”; un errore interpretativo prima ancora che politico, a mio modestissimo parere, di proporzioni macroscopiche, sul quale mi sono già pronunciato e sul quale mi limito a postare questo mio recentissimo articolo: http://www.linterferenza.info/editoriali/il-mio-antifascismo/

  7. Fabrizio Marchi
    7 gennaio 2015 at 15:17

    4) sulle questioni di politica internazionale e in particolare, dal momento che è stata citata, sulla Cina.
    In questo caso la critica andrebbe portata a Losurdo ancor più che a Preve, dal momento che il primo, a differenza del secondo, a quanto ne so (qualcuno può sempre correggermi) considera la Cina come un paese socialista, quando a mio parere (e credo anche a parere di Preve) è un paese ultracapitalista al 100% sia pure con le inevitabili peculiarità date dal contesto storico, sociale e culturale del caso.
    Quelle stesse peculiarità che hanno fatto e fanno sì che il turbo capitalismo cinese sia governato da un sedicente partito (stato) comunista, che in realtà null’altra è se non la continuazione, seppur sotto altre forme, del tradizionale confucianesimo cinese. Lo stato partito cinese è lo strumento, il veicolo attraverso il quale il capitalismo, che ormai da tempo ha dimostrato la sua grandissima capacità di adattarsi e di flessibilizzarsi con qualsiasi contesto sociale e culturale (pensiamo alle petromonarchie saudite ultracapitaliste a basa coranica, ancor più dello stato cinese…) si è affermato in Cina, ormai la seconda superpotenza capitalistica mondiale, destinata forse a diventare la prima, in un futuro prossimo o remoto, anche se non se ne possono prevedere i tempi.
    Fatta questa doverosa premessa sulla natura sociale e politica del regime e della società cinesi, è comunque giusto e corretto darsi e dare delle priorità. E in questa fase storica non c’è dubbio che sia ancora l’imperialismo americano, pur con tutte le sue contraddizioni e i suoi punti di debolezza (economici) quello largamente egemone sul pianeta; conseguentemente ,ogni scelta politica e geopolitica dovrà essere subordinata a questa priorità, cioè alla lotta all’egemonia sul mondo della superpotenza USA e al contrasto delle sue politiche imperialistiche.
    Attenzione però a non invertire i fattori e confondere le cose. La geopolitica non potrà mai sostituirsi alla politica; chi fa questo compie un errore madornale e grave sotto tutti i punti di vista. I reazionari e le persone di Destra sono ovviamente del tutto coerenti nel privilegiare la prima rispetto alla seconda. Ma questo non può certo valere per i marxisti e in generale per tutti gli autentici anticapitalisti e antimperialisti (non necessariamente marxisti). Purtroppo, forse anche per un bisogno di ordine personale e ideologico (sentirsi orfani e non avere una propria casa non è piacevole per nessuno…), molti di questi ultimi stanno individuando chi nella Russia, chi nella Cina, gli interlocutori e gli alleati in quella battaglia antimperialista, non solo dal punto di vista tattico e di opportunità politica e geopolitica (che, come dicevo, ci può stare ed è giusto che ci sia…), ma anche da quello ideologico e politico. La qual cosa è un errore grave perché presuppone un’analisi del tutto errata sulla natura di quegli stati (naturalmente molto differenti fra loro, penso in particolare alla Russia e alla Cina) che certamente di socialista hanno poco o quasi nulla (rimando l’analisi circa la natura di questi grandi paesi ad altro momento e per ora mi limito a postare questo mio breve articolo sulla Russia http://www.linterferenza.info/esteri/un-primissimo-sguardo-sulla-crisi-russo-ucraina/ .
    Ciò detto, a mio parere anche Preve – giudizio sulla Cina a parte – si è lasciato a mio parere un po’ troppo coinvolgere dal “geopoliticismo”, finendo per sostituirlo anch’egli alla politica. L’assenza all’interno dell’attuale congiuntura storica di un soggetto sociale consapevole e rivoluzionario non deve farci perdere la bussola e individuare negli stati (non socialisti) e nella logica geopolitica il possibile “nuovo soggetto antagonista” in grado di rappresentare un alternativa al cosiddetto “nuovo ordine mondiale”, sempre ammesso che sia così “nuovo…
    Sulla critica a Lenin e al leninismo (ma anche e soprattutto sul suo elogio) sono invece in larga parte d’accordo con l’analisi di Preve: https://www.youtube.com/watch?v=99BmlLUobYo
    Ci sarebbero altri punti da affrontare ma mi pare che per ora possa essere sufficiente. Ringrazio ancora Francesco Alarico della Scala per aver scritto un articolo così articolato e ricco di spunti di rifles

  8. armando
    7 gennaio 2015 at 15:45

    Lascio volutamente da parte le scelte politiche di Preve e la relativa discussione, cercando invece di concentrarmi su alcuni concetti chiave (almeno per me).
    Scrive Fabrizio che esistono tuttora classi dominanti e dominate, seppure sia ormai inesatto definirle Borghesia e Proletariato. Vero, senza dubbio. Si possono trovare altri nomi oppure si può procedere a quella bipartizione di cui scrive Piotr, fra Global e Pauper Class con relative sottopartizioni interne, ma da un punto di vista marxiano il problema rimane, su due piani. Il primo è la definizione astratta di classe, il secondo è l’individuazione del soggetto rivoluzionario.
    Scrive molto giustamente Fabrizio che il potere è ormai gestito dai grandi gruppi economico finanziari transnazionali. Ciò significa che non esiste più, o meglio è tendenzialmente in drastica dimunzione, il classico “padrone delle ferriere”, parallelamente alla tendenziale trasformazione del classico proletariato di fabbrica in una sorta di nuovo “sottoproletariato”. Io credo che questo mutamento quantitativo non possa non avere ripercussioni anche in senso qualitativo, e sono queste che vanno studiate ed analizzate. Marx visse nel XIX secolo e non poteva sapere quel che sarebbe accaduto nel XXI, tuttavia alcune folgoranti intuizioni le ebbe. Una è proprio quella di aver in certo senso previsto la tendenziale spersonalizzazione (nel senso sopra ricordato) del capitalismo,ed anche la tendenziale “socializzazione” (sempre nel senso ricordato) della proprietà capitalistica, fino a dire che il capitalismo preparava in senso oggettivo l’avvento del socialismo. Su quest’ultimo punto sbagliava, (e con lui chi pensa che il capitalismo possa implodere dall’interno) ma sul primo aveva visto giusto.
    Rimane, e sempre dal punto di vista marxiano, un nodo. Borghesia e proletariato erano classi ciascuna della quali portatrice di una specifica cultura contrapposta all’altra sul piano economico, sociale, politico, ma ancorate entrambe agli stessi cardini antropologici (seppure interpretati in maniera parzialmente diversa in funzione della diversa posizione nel rapporto struttura/sovrastruttura). La lotta di classe non toccava quei cardini, ma era fortissima sugli altri piani ricordati. E ciascuna delle classi fondamentali puntava a un proprio sistema d’alleanze con le sottoclassi diciamo più affini, cercando di egemonizzarle culturalmente.
    In tale schema ciascuno, sia pure con tutte le contraddizioni date dal confronto con la realtà, sapeva qual’era la sua parte e se la giocava più o meno bene.
    Quello che voglio dire è che oggi, il capitale. a) Avendo ridotto di numero le due classi fondamentali così come formalmente definite da Marx nella loro determinazione in ultima analisi strutturale o economica, b) Come conseguenza di tale riduzione, essendo riuscito a unficare ideologicamente gran parte della società, anche le classi o i ceti definibili subalterni che sarebbero stati gli alleati naturali della classe operaia. c) avendo esteso la sua presa sulla vita stessa, dal concepimento alla morte, con una mutazione radicale e di incalcolabile importanza, ha fatto si che siano saltati alcuni parametri tradizionali di valutazione.
    1) Come si interseca il punto c) con la lotta di classe? Secondo me in modo decisivo, molto più di quanto la coscienza contemporanea afferri. Se è vero che il capitale ha esteso la sia presa alla vita stessa nel suo complesso, e che anche questo è occasione di profitto da un lato e di sfruttamento delle classi subalterne (maschi e femmine, per chiarire) dall’altro, possono queste classi disinteressarsi dell questione che, in quanto tocca l’essenza dell’essere umano, è trans o super o pre politica? E questo, rispetto al tema alleanze possibili, è un punto cruciale.
    2) Come si pone il tema del soggetto trasformatore marxianamente parlando in funzione dei punti a) e b)? . Perchè se è evidente che dominanti e dominati sono sempre esistiti, ma se nell’epoca pre rivoluzione francese il soggetto marxianamente trasformatore era la borghesia in ascesa (anche se numericmanete erano altri i ceti più sfruttati), se nell’epoca del capitalismo industriale, questo era la classe operaia propriamente detta, oggi chi è? E come può esserlo? E come si pone allora il tema struttura/sovrastruttura o meglio (dal mio punto di vista) allorchè il secondo assume , ne sono convinto, sempre più importanza rispetto al primo?

  9. Francesco Alarico
    12 gennaio 2015 at 14:45

    Sul rapporto tra determinismo e azione politica è interessante quanto scrive Emiliano Alessandroni sul “Giornale Critico di Storia delle Idee”: http://www.giornalecritico.it/attuale/GCSI_11_Alessandroni.html.

Rispondi a Fabrizio Marchi Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dichiaro di essere al corrente che i commenti agli articoli della testata devono rispettare il principio di continenza verbale, ovvero l'assenza di espressioni offensive o lesive dell'altrui dignità, e di assumermi la piena responsabilità di ciò che scrivo.