La cultura del calcolo che espelle la parola

La dispersione delle parole

La condizione attuale è segnata dalla dispersione dei ruoli sociali, è presente una scissione tra ciò che il ruolo indica con la parola e la sua effettualità, ovvero la parola conserva nel suo significato il valore etico e filosofico di ciò che nomina, mentre la pratica effettuale nega il significato della parola, la quale in tal modo è solo suono spettrale, è una presenza che testimonia un’assenza. Il nichilismo attuale è attraversato da assenze, da vuoti di significati, dallo svuotamento dei significanti. L’effetto è uno stato di confusione perenne, un clima di sfiducia che pervade ogni relazione, perché sullo sfondo resta un’attesa tradita, un’intenzione che si svela essere sempre altra rispetto a ciò che dice. Il nichilismo del linguaggio, la sua deflazione significante ha favorito il rafforzarsi di altri linguaggi: il linguaggio matematico e l’inglese commerciale con la loro onnipresenza stanno divorando il linguaggio verbale e significante l’unico deputato a cogliere la complessità delle circostanze storiche ed individuali. L’immediata traduzione dei fenomeni storici, dei vissuti in calcolo ed in un inglese immediato produce calcoli senza pensiero che invece, ricerca ed indica gerarchie etiche, connessioni, pone domande. Il pensiero è lo scandaglio dello spirito, verifica il presente, crea griglie interpretative, individua fratture e parzialità che esigono risposte, tale postura intellettuale è ora sostituita dall’inganno dei calcoli, essi appaiono oggettivi e pertanto risultano nell’immaginario collettivo  dogmatici ed indiscutibili. La cultura del calcolo è finalizzata a rendere la parola superflua, ad essa si sostituisce l’algoritmo lineare con annesso inglese, è il manto ideologico che cela la verità a cui si può giungere solo con il linguaggio verbale che integra gli altri alfabeti.  L’intenzione è espellere la metafisica dalla cultura, dall’esperienza del pensato. Il presente, dunque, appare inamovibile, privo del segno della temporalità progettuale, poiché il declino del verbale ridotto a parodia di sé con la chiacchiera  non consente il pensiero critico e l’emergere del logos, il quale è il centro dell’aggregazione comunicante. La parola che cerca l’ordine delle cose, la loro verità necessita dell’incontro, della sospensione del calcolo per discendere tra le pieghe storiche degli stessi per ritrovarne prospettive e parzialità, per chiarirli, per trasformarli in esperienza consapevole da cui riprendere il cammino. Si assiste ad un’ostilità conclamata verso il linguaggio verbale, le forze ideologiche nel senso marxiano utilizzano il calcolo per sostituire la parola e con essa il pensiero comunitario. Nessun potere è inviolabile ed indistruttibile, la parola, il verbum, da sempre ha creato nuovi mondi, ha indicato progetti impensabili in circostanze storiche favorevoli, pertanto l’ordine del discorso e del potere teme la parola profonda e libera. Anche in condizioni storiche apparentemente  intrasformabili, la parola con le sue denunce, con la sua capacità di ricostruire in modo genetico gli eventi causa una fessurazione nella storia, permette uno scollamento rispetto alla verità ufficiale, mette in circolo la domanda, i cui effetti non sono prevedibili. Si può ipotizzare anche che  possa accedere poco, ma “il poco”  è la potenzialità che può raccogliere energia critica ed, in talune circostanze, portare effetti  mai prevedibili. Le parole sono catalizzatori di energie creative, non sono mai neutre, portatrici di significati possono essere messe tra parentesi dai poteri, ostracizzate, respinte, ma ci sono, continuano a vivere, e la loro presenza silenziosa è speranza che qualcosa accada.

 

Declino dell’intellettuale e della parola

La condizione storica attuale si connota per la sua lotta contro la parola significante, contro il verbum a favore del calcolo, alle parole  si lasciano spazi marginali in modo che il loro potere rivoluzionario possa essere  neutralizzato, la loro  presenza è usata per dimostrare che viviamo nei migliori dei mondi possibili, benchè le si curvi ai bisogni dei potentati di turno. Il declino della parola coincide con il declino dell’intellettuale, la parola intellettuale deriva dal latino  intelligere (capire), tutto il sistema lavora, affinché non si capisca, affinché la notte del mondo come affermava Heidegger possa essere la normalità, ci si deve abituare al buio, fino a non vedere nulla, a non distinguere il bene dal male, a non porsi il problema della verità. La notte del mondo è il regno dell’eguale che divora la dialettica, le contraddizioni, è l’ideologia che diviene legge suprema del vivere. La parzialità dei potentati economici avvolge tutto, divora con la lingua i significati fino a lasciare il niente. Se ci si abitua al nulla dei giorni, al tempo cronologico, le domande tacciono, il verbum si ritira dal mondo ed allora non resta che il calcolo. Quest’ultimo è l’astratto che sostituisce la vita storica degli esseri umani, con  il calcolo apparentemente così oggettivo, in realtà non è che il trionfo del silenzio, poiché i calcoli non sono riportati alla vita da cui sono emersi, sono accettati come indiscutibili: la superstizione diviene la legge a cui le masse si inginocchiano, la superstizione del calcolo è la religione che accomuna i popoli resi plebe dall’atomistica delle solitudini. Il calcolo è la cifra della solitudine dei popoli, del loro incontrarsi per scambiarsi solo plusvalore ed alienarsi  all’interno delle logiche del solo dominio. Il silenzio calcolante diventa assordante, perché diventa pensiero unico, il calcolo è l’ideologia dell’economicismo che offende la vita e vorrebbe sostituirla con la matematizzazione per impedire scientemente la dialettica politica e con essa che la verità emerga. Se ciò è reso tragicamente possibile è, anche,  per il silenzio degli intellettuali, con tale parola non si intende semplicemente l’accademico, ma coloro che si dedicano alla parola, al verbum per professione, per passione, o semplicemente perché sono persone. E’ difficile nella condizione attuale comprendere cosa fare, come agire, pertanto la storia del pensiero umano ci viene incontro, all’interno di esso si possono trovare modelli da ripensare, da cui riprendere il sentiero interrotto.

 

La libertà di Simon Weil

Simon Weil (Parigi, 3 febbraio 1909 – Ashford, 24 agosto 1943) potrebbe esserci di aiuto nello stabilire il ruolo dell’intellettuale, ha vissuto  in un’epoca di integralismi palesi, è stata profetica nel descrivere gli integralismi futuri, non certo per poteri soprannaturali, ma perché ha vissuto il suo presente e lo ha riconfigurato con il logos, con la parola che scandaglia il presente per ritrovare il futuro. Ha conservato la sua autonomia, ha denunciato gli integralismi, non ha mai scelto di appartenere, di diventare organica a partiti, religioni, conventicole o istituzioni. Non ha rifiutato l’impegno politico, ma ha scelto di essere una voce libera e disorganica al potere:

“Tutto considerato, penso che siano riconducibili a questo: ciò che mi fa paura è la Chiesa in quanto cosa sociale. Non solo a causa delle sue macchie, ma proprio perché ha, fra gli altri, un carattere sociale. Non che io abbia un temperamento particolarmente individualista. Anzi, ho paura proprio per la ragione contraria. C’è in me una forte tendenza a essere gregaria. Per disposizione naturale sono estremamente influenzabile, influenzabile oltre misura, e soprattutto da ciò che è collettivo. Se in questo momento davanti a me una ventina di giovani tedeschi si mettessero a cantare in coro inni nazisti, so bene che una parte della mia anima diventerebbe immediatamente nazista. È una grandissima debolezza. Ma io sono così. Credo non serva a nulla combattere direttamente le debolezze naturali. Dobbiamo farci violenza per agire come se ne fossimo immuni nelle circostanze in cui un dovere lo esiga imperiosamente; e nel normale corso della vita bisogna conoscerle a fondo, tenerne conto con prudenza, e sforzarsi di farne buon uso, perché tutte possono essere bene impiegate. Mi fa paura il patriottismo della Chiesa che esiste negli ambienti cattolici. Per patriottismo intendo il sentimento che si accorda a una patria terrena. Ne ho paura perché temo di contrarlo per contagio. Non che la Chiesa mi appaia indegna di ispirarlo, eppure non voglio provare un simile sentimento. Ma «non voglio» è un’espressione impropria. Io so, sento con certezza che per me è funesto ogni sentimento del genere, qualunque ne sia l’oggetto. Alcuni santi hanno approvato le Crociate, l’Inquisizione. Ebbene, non posso fare a meno di ritenere che abbiano avuto torto. Non posso ricusare la luce della coscienza. Se penso che io, così al di sotto di loro, su questo punto vedo con maggiore chiarezza, sono costretta ad ammettere che devono essere stati accecati da qualcosa di molto potente. Questo qualcosa è la Chiesa in quanto cosa sociale. Se questo qualcosa ha fatto del male a loro, quale male non arrecherebbe a me che sono così vulnerabile di fronte alle influenze sociali e infinitamente più debole[1]?”

L’intellettuale non diviene parte integrante del sistema istituzionale, ma resta sulla soglia pur impegnandosi e schierandosi, non diviene parte di un automatismo, ma la sua libertà, è parola viva che indica perennemente i pericoli, i limiti, le contraddizioni ed i meccanismi di esclusione. L’intellettuale sceglie l’autonomia, ma senza solitudine, è parte del mondo e lo deve pensare nella sua totalità-verità. L’intellettuale deve rappresentare lo spirito di scissione per dimostrare che la libertà è possibile e non è scissa dalla comunità

 

Parola e comunicazione

Simon Weil dinanzi al potere che massifica i popoli, su cui la parola ricade nella forma dello slogan, oppone la parola comunitaria la quale ha il suo centro nello scambio che può avvenire in piccoli gruppi dove vige l’ascolto e l’attenzione. La parola interna ai grandi gruppi è solo veicolo di conferma di decisioni già adottate altrove e che cercano la legittimazione con la manipolazione delle genti.  Il pensiero ha le sue leggi, la parola emerge con il suo potenziale creativo nella comunicazione che diviene comunità, non a caso la parola “comunicare” deriva dal latino communicare-commune, vi è parola dove vi è comunità e logos vivente:

“Tutti sanno che c’è colloquio veramente intimo soltanto quando si è in due otre. Basta essere in cinque o sei perché il linguaggio collettivo cominci a prevalere[2]”.

Il monito della Weil giunge fino a noi: la parola che veicola significati è stata sostituita dalla chiacchiera, da un numero innumerevole di messaggi che imitano la comunicazione, per renderla semplice atomistica vociante che conserva gli equilibri esistenti.

 

 

Intelligenza e parola

Senza parola non vi è intelligenza,  ma solo tecnicismo nichilistico, l’intelligenza esige contenuti e parole da condividere: individualismo e collettivismo sono i pericoli dell’intelligenza e dell’autonomia:

“La situazione dell’intelligenza è la pietra di paragone di questa armonia, perché l’intelligenza è qualcosa di specificamente e rigorosamente individuale. Quest’armonia esiste ovunque l’intelligenza, mantenendosi al proprio posto, operi senza intralci e assolva pienamente la sua funzione. È quel che san Tommaso dice in modo mirabile di tutte le parti dell’anima del Cristo a proposito della sua sensibilità al dolore durante la crocifissione. La funzione propria dell’intelligenza esige una libertà totale, che comporta il diritto di negare tutto, e non implica alcun dominio. Ovunque essa usurpi un comando, c’è eccesso d’individualismo. Ovunque essa sia a disagio, vi sono una o più collettività oppressive[1]”.

 

La società del calcolo è senza intelligenza, in essa viene a mancare il sostentamento comunitario il quale è  la parola come luogo dell’incontro e dello scambio disposto verso l’orizzonte del futuro, nel quale il passato ed il presente sono rivissuti come esperienze plastiche da ripensare. Il presente con le sue etiche tragedie ci ricorda di questa assenza, non vi sono intellettuali che aiutino a pensare, che si assumano il rischio di una missione comunitaria. Dinanzi all’irrazionalismo vigente, in modo sempre più palese l’assenza degli intellettuali manifesta che non vi è nessun umanesimo. La  retorica dei diritti è un’abile manovra dei poteri per occultare il cinismo ormai strutturale e conservare gli attuali equilibri ideologici.  L’antiumanesimo ed il totalitarismo della chiacchiera regnano sovrani.

Gli intellettuali non sono la garanzia che protegge dai mali, ma sicuramente la loro presenza segnala  i pericoli, orientano ad una discussione che li sublima in forme concettuali  ausilio imprescindibile per distinguere la verità dalla manipolazione. L’intellettuale deve creare un nuovo clima etico, e perché ciò avvenga deve avere il coraggio della parola, ovvero deve nominare il male con parole precise, in modo da evitare fraintendimenti e riportare la parola alla sua umanità, alla prassi nella storia. Simon Weil aveva denunciato i poteri con la loro capacità di confondere il bene con il male, di mescolare l’uno con l’altro, per ottenere l’effetto disorientamento. L’intellettuale deve scindere, riordinare secondo gerarchie assiologiche ciò che appare “confuso” per riportare la verità dove regna la menzogna. Alla derealizzazione l’intellettuale contrappone la passione per il reale, l’intellettuale deve restare intimamente sulla soglia, deve avere il coraggio della verità dialettica per questo non può essere organico, ma dev’essere  la voce che invita a pensare il reale.

 

[1] Simon Weil L’attesa di Dio Adelphi eBoook  2014 pp. 32 33

[2] Ibidem pag. 49

[3] Ibidem pag. 48

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Fonte foto: CIBI Expo (da Google)

3 commenti per “La cultura del calcolo che espelle la parola

  1. Alessandro
    26 marzo 2020 at 11:08

    Superba riflessione sul tramonto dell’umanesimo nell’età della tecnica. Da conservare.

  2. nicola volpe
    28 marzo 2020 at 16:53

    Articolo suggestivo, ben argomentato (soprattutto nella pars destruens). Mi lascia piuttosto perplesso, invece, il richiamo etico al dover-essere dell’intellettuale. C’è anche una contraddizione nel ragionamento dell’autore: se nella modernità ipertecnologica l’intellettuale è stato esautorato del suo ruolo, perché non più indispensabile ai processi di legittimazione politico-ideologica della prassi discorsiva, che senso ha richiamarsi a ciò che l’intellettuale dovrebbe essere? Ripeto l’articolo è splendido nella parte critica, un po’ meno nella parte, diciamo così, propositiva.

  3. Alessandro
    28 marzo 2020 at 21:56

    Da quanto ho capito la marginalizzazione della figura dell’intellettuale nel senso espresso dall’articolo non è tanto qualcosa di subito, quanto qualcosa di scelto, più o meno consapevolmente. Purtroppo nell’assecondare lo spirito dei nostri tempi l’intellettuale è stato spesso in prima fila e se noi siamo precipitati in un sistema folle, lo dobbiamo anche alla carenza di figure che potessero contrastare la deriva in corso instillando il dubbio, richiamando a un serio confronto con il passato, e non cercando semplicemente di tirar acqua al proprio mulino.In pochi si sono battuti per difendere il ruolo indispensabile del nostro passato, preferendo l’appiattimento sul presente.
    L’intellettuale che si auspica nello scritto è più una figura “socratica” che “engagè”. Oggi per essere ascoltati e apprezzati occorre passare per le forche caudine del politicamente corretto, dei media, di questo o quell’editore…insomma attraverso tutto ciò che è espressione di interessi di parte con i quali inevitabilmente l’intellettuale deve venire a patti perdendo la sua “autonomia”. Per avere grande visibilità occorre essere “ingaggiati”, occorre un’investitura, altrimenti si è poco più che invisibili, e in pochi resistono a questa tentazione, che offre popolarità, successo mediatico, denaro. Quindi io vi leggo un invito a non lasciarsi avviluppare dalla società dell’apparire, con tutti i suoi compromessi ideologici, ma prediligere un ruolo più appartato e di conseguenza più libero, incisivo , proprio perchè isolato rispetto allo schiamazzo generale, di conseguenza più percepibile. Poi è chiaro che questa visione dell’intellettuale non collima con quella dell’intellettuale “organico”, che è stata sempre prevalente a sinistra, e verso la quale io non nutro alcuna riserva, ma un conto è essere organico, e onesto appunto intellettualmente, un conto è essere un “mercenario” assoldato per confondere il lettore o l’ascoltatore, ed è ciò che spesso l’intellettuale è diventato. I miei due centesimi, ovviamente.

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