L’ambiguità del concetto di “fascistizzazione”, secondo Stefano Garroni

Riceviamo e volentieri pubblichiamo dai nostri amici del “Collettivo di formazione marxista Stefano Garroni” questo articolo di Garroni, che contiene, come sempre, degli elementi di grande attualità. L’articolo in oggetto fa parte di una relazione che lo stesso Prof. Garroni ha presentato nell’ambito di una conferenza internazionale promossa dall’Istituto di studi filosofici di Cuba e ivi svoltasi. (alcune parole sono in francese perchè la relazione è stata tenuta in francese ed è stato ritenuto opportuno non modificarle per essere quanto pù possibile fedeli al testo)

 

“Il termine fascistizzazione deve forse la sua fortuna, cioè il fatto di essere largamente utilizzato oggi,  alla sua ambiguità di fondo.

Da un lato, infatti, il termine pretende potersi applicare a certi oggetti (forma di Stato; singole istituzioni politiche; comportamenti determinati; forze politiche particolari, etc.), che mostrano di possedere certe determinate qualità e, dunque, in questo senso, il termine pretende di appartenere ad una classificazione di tipo oggettivo e scientifico.

Da un altro lato, però, (specialmente in Europa credo) l’avversione e l’odio, suscitati dai regimi fascisti storicamente avutisi, son stati tali, che espressioni tipo fascista, fascistizzazione hanno assunto, anche, un significato morale, valutativo, per cui dire ad es., che il regime X è fascista significa che esso giustamente suscita disprezzo e odio da parte delle masse popolari o, comunque, che meriterebbe di suscitarli. In questo secondo senso, è chiaro che il termine in esame è eminentemente soggettivo.

Ma c’è anche un’altra ambiguità, che forse nasce dall’intrecciarsi dei due sensi di fascistizzazione, che abbiamo delineato.

Esistono scritti (assai spesso giornalistici), in cui l’autore esprime tutta la sua condanna della politica e della classe dirigente étasuniennes, denunciando lo svolgersi –di cui quella classe dirigente è responsabile e quella politica è manifestazione- di un processo di fascistizzazione degli USA.

Il segno che per l’Autore stesso non è chiaro il senso del termine (fascistizzazione) che sta usando, è dato dal fatto che venga da lui aggiunta l’espressione di tipo nuovo ( il risorgente fascismo negli USA, ad es., sarebbe di tipo nuovo). Va da sé che questa determinazione non … determina nulla: bisognerebbe, infatti, indicare con precisione cosa giustifichi l’uso dell’espressione di tipo nuovo e mostrare la <necessità> del suo manifestarsi, data la dinamica della situazione attuale.

Io credo che nella realtà le forze progressiste ed anti-capitalistiche attuali (che non sempre è adeguato definire comuniste) abbiano colto, specie in Europa, lo svolgersi di un fenomeno effettivamente contemporaneo (ma nel senso che da alcuni marxisti fu colto, già a partire dai primissimi anni del Novecento, ovvero in un momento di ‘fioritura’ della democrazia parlamentare o borghese): intendo quel crescere e svilupparsi, dall’interno stesso della strutture democratico-borghesi, di poteri, istituzioni e comportamenti consolidati, tendenti con sempre maggior rigore a neutralizzare tutte le forme, previste, di espressione della volontà popolare ed a rafforzare i momenti invece dell’esecutivo, della burocrazia, del potere militare e giudiziario (quasi che lo scopo di queste forze fosse dimostrare le verità, contenute nel leniniano L’Etat et la révolution).

Che tutto ciò basti ad usare legittimamente il termine fascistizzazione oppure no, possiamo in questa occasione trascurarlo.

Purché si comprenda bene che è dall’interno dell’attuale democrazia borghese, che si sviluppa una situazione tipicamente fascista e che consiste nello gettare di nuovo il lavoratore –senza difese– in mano al potere padronale (si pensi alle nuove forme di contratto lavorativo; all’aumento della disoccupzione e, dunque, del potere di ricatto padronale; all’uso disumano della concorrenza tra lavoratori, diversi per il colore della pelle, le tradizioni culturali, la religione, etc.).

Naturalmente, tutto ciò oggi non sarebbe possibile (direi particolarmente in Europa), se la politica padronale non trovasse una profonda complicità nella sinistra e, perfino, in molti movimenti, che si vogliono addirittura anticapitalisticie e volti al progresso.

E’ qui opportuno ricordare un comportamento correttissimo, che il PCI assunse –alla fine degli anni 40-, quando la gioventù italiana –universitaria particolarmente- si dimostrava assai più sensibile alla propaganda fascista che non a quella democratica e progressista.

Il PCI non cadde nell’errore, non interpretò il comportamento dei giovani universitari coma manifestazione autentica di fascismo, ma piuttosto come espressione di una crisi culturale e morale profonda, che i fascisti potevano effettivamente usare a loro vantaggio.

La grande intelligenza, che in questa occasione (e in molte altre) il Pci dimostrò, consiste nell’aver rimarcato quale terribile effetto politico può derivare da una profonda crisi morale e culturale.

Bisogna riconoscere che –almeno in Europa (ma non credo solo in Europa)- una simile consapevolezza della centralità della battaglia culturale e morale è andata largamente scomparendo dalla coscienza comune della cosiddetta sinistra.

La quale, da un lato, tende ad accoglire il marxismo nella sua versione manualistica e scolastica, privandolo della sua stessa anima, cioè la tensione dialettica e critica; ma dall’altro, fa propri alcuni motivi fondamentali, che sono in realtà diffusi dagli stessi mass-media, per cui spesso il giovane ‘ribelle’ attuale trasgredisce le regole tradizionalmente borghesi, adeguandosi alle indicazioni intellettuali e di comportamento di un potere (quello massmedianico), pressocché esclusivamente dominato dalle multinazionali nord-americane.

Quali sono alcuni di questi motivi, che un rinnovato uso critico del marxismo da parte comunista dovrebbe impegnarsi a smascherare?

  • In primo luogo, una concezione tutta formalistica e individualistica della libertà, per cui essa s’identificherebbe con l’arbitrio della scelta, nell’indifferenza per il contenuto della scelta stessa; e per cui l’autore dell’atto libero sarebbe un idividuo, il cui senso e valore prescindono dalla socialità (e, dunque, anche dal lavoro e dalla ragione).
  • In secondo luogo, l’affermata supremazia, il maggior valore, del vecu rispetto al conçu, il che significa dell’immediato rispetto a ciò che è passato invece attraverso la mediazione della ragione. In questo va collocata anche quella filosofia che, rifacendosi a Nietzsche e Heidegger, relega il proprio spazio alla superficie delle cose e, dunque, al mondo dei mezzi, ma mai dei fini (a questi pensa la struttura padronale).
  • In terzo luogo, una paradossale continuità con la tradizione reazionaria e fascista della bio-sociologia, che conduce ad affermare mostruosità logiche (e morali) come la cultura di genere.
  • Il gusto per l’immaginativo, per il possibile in alternativa al reale e non come suo completamento, per cui si finisce col coniugare Marx ed utopia.
  • La riduzione della storia a memoria storica, dunque, a qualcosa che comunque riguarda il passato, dimenticando così completamente l’indicazione marxista, per cui il presente è storia.
  • Una sostanziale mancanza di internazionalismo, che si rivela nell’incapacità di elaborare e riflettere non sulla situazione di questo o quel paese o di questa o quella regione del mondo, ma sì piuttosto sulle caratteristiche, che determinano l’attuale fase del modo capitalistico di produzione (che, ovviamente, è realtà mondiale e non locale).
  • Infine, l’incapacità di raccogliere le profonde lezioni politiche che oggi ci vengono dal Latino America e dal Medio Oriente, le quali di tutto parlano tranne che di cose generiche come pace e democrazia”.
  • Di seguito il video dell’evento:
  • https://youtu.be/w8K6OR2dPHQ?list=PLB641E83A877F90CB
  • Risultati immagini per fascistizzazione immagini
  • Fonte foto: habla con gian (da Google)

1 commento per “L’ambiguità del concetto di “fascistizzazione”, secondo Stefano Garroni

  1. Panda
    22 giugno 2019 at 22:00

    L’osservazione sulla bio-sociologia la trovo molto acuta: l’autore ha approfondito il concetto altrove?

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