Modernità e complessità

modernita_articoloUna bella prospettiva, per davvero

Complessità. Bel termine che ha avuto una grande fortuna. Facilmente lo si trova, a mo’ di prezzemolo, sparso nei più disparati angoli della riflessione, come anche nei discorsi meno impegnati e persino nella colloquialità quotidiana. Sta solitamente a significare che ciò di cui si parla non è facilmente dipanabile o che non lo è fino in fondo. Ovvero che, se anche lo è, non lo sarà in forma definitiva. Una elegante, sana e intelligente confessione di ignoranza, di riconoscimento dei limiti, attuali e/o permanenti, della conoscenza. Ci siamo arrivati ed era ora: si sta chiudendo l’età del semplicismo, delle spiegazioni monocausali, della linearità interpretativa, delle soluzioni elementari.
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Ma quella della complessità non è propriamente una “teoria”, come accade di sentir dire. Essa infatti non è un modello, uno schema, ma un tipo di approccio, una prospettiva. Per dir meglio, è un paradigma, una posizione epistemologica diversa che rifiuta – quantomeno per non essere autocontraddittoria – ogni definitività delle acquisizioni in capo alla conoscenza mentre accoglie le dimensioni della circolarità, della retroazione, della coevoluzione etc. degli eventi e della loro comprensione. Prospettiva mobile, plastica, sospettosa delle sue stesse conquiste, intese come stadi provvisori di una lettura che non può, né deve, finire di arricchirsi, di riarticolarsi, di problematizzarsi, ma anche, ove necessiti, di tornare a semplificarsi. E non è un paradosso.
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Ma non perciò essa considera la conoscenza come arbitraria o inventata, priva di fondamenti o vana. Non c’è alcuna furia iconoclasta. Tutt’altro. Non si va alla demolizione delle conoscenze pregresse né verso il qualunquismo epistemologico, ma alla ridefinizione, al reinquadramento, al consolidamento dinamico-evolutivo del noto.

Lavoro interiore

Modestia e prudenza sono certamente elementi di questo nuovo paradigma. Come si vede si riferiscono però – forse sorprendentemente – ad una condizione psicoemotiva, prima che intellettual-gnoseologica. Si richiede l’abbandono della presunzione e l’attaccamento fideistico a quelle soluzioni, letture, interpretazioni che pure hanno dato, e forse ancora danno, buona prova di sé e che ci hanno permesso in qualche modo di capire, di districarci nella giungla degli avvenimenti. Il paradigma complesso suggerisce con insistenza, invita con calore a “disinnamorarsi” delle nostre stesse conquiste. Ciascuna di esse va sentita e vissuta come l’amante di un week-end non come la donna della vita.
Si passa all’incertezza della navigazione abbandonando la stabilità della terraferma. Il costo è emotivamente alto, ma è il prezzo da pagare all’evoluzione della conoscenza. Di tutte le indicazioni della Complessità, questa è forse quella più dura da digerire, perché va a toccare un punto nodale: la forza quasi invincibile della nostra costante identificazione con ciò che pensiamo, con le “nostre idee”.

Tempi moderni

Questo nuovo paradigma emerge nella seconda metà del Novecento, non certo per caso, in una stagione storica in cui, per davvero, le manifestazioni del reale iniziano a sfuggire alle vecchie interpretazioni, le variabili superano la capacità predittiva delle equazioni, il mondo si deforma, esce dai modelli noti ed esonda dai vecchi schemi, esplodendo infine in una fantasmagoria di eventi la cui individuazione e le cui interrelazioni esigono, invocano una diversa prospettiva.
Fermandoci anche solo al piano sociale consideriamo la perdita di confini, la sovrapposizione di posizioni e infine lo scompaginamento subito dalle classi sociali storiche nel sistema capitalista con l’avvento della Società Industriale Avanzata. La disarticolazione, l’indebolimento ed infine l’evaporazione della classe operaia, simmetrica alle metamorfosi di quella borghese, le cui contrapposte posizioni sociali sono oggi occupate da forze dai contorni sfuggenti e senza nome. L’irruzione della dimensione verticale (identitaria) nel bel mezzo della globalizzazione economica e della contestuale omogeneizzazione della cultura.
L’emergere conclamato del conflitto dei sessi, combattuto sin qui da una sola parte, ma, almeno in nuce, percepito ora anche dall’altra. Brevi cenni, questi, a comprovare uno degli assunti della complessità stessa, ossia la coevoluzione degli eventi, da una parte, e della loro interpretazione, dall’altra, e quindi la provvisorietà (che non significa inesistenza o irrilevanza) sia di quelli che di questa.
Salpati dal porto delle certezze, alla luce di questa nuova prospettiva abbiamo di che divertirci e divagare nel mare dell’ipercomplesso. Se è vero poi che el camino se hace andando, la rotta si traccerà navigando. Con prudenza ed umiltà, certo, ma al tempo stesso senza soggezioni.

9 commenti per “Modernità e complessità

  1. cesare
    6 maggio 2014 at 11:49

    Fratelli miei, come gran parte di chi scrive sul sito, anch’io faccio per mestiere tutt’altro che leggere e studiare libri. A meno che non si tratti di testi connessi a creare valore aggiunto tramite il fare. Dico questo per dare ragione dell’inevitabile carattere non professionistico delle riflessioni che vado facendo: “volo”, quando mi riesce, alla quota del buon senso e del mio vissuto. Ed è dal mio “amarcord” che tiro fuori la seguente riflessione che mi auguro altri conduca con più precisione.
    Negli anni 68/80 chi era impegnato per la “rivoluzione” mi ricordo cominciava a percepire un ostacolo bloccante nella seguente drammatica personale esperienza: l’ azione politica mirante alla trasformazione delle famosissime FP, alias forze produttive, rinviava la trasformazione degli altrettanto famosi RP, alias rapporti di produzione, ad un futuro non ben definito se non del tutto indefinibile. Qual’ era il problema drammatico? Era che nella trasformazione dei RP c’era dentro ciò che ognuno attendeva dal suo impegno ovvero la sua personale ed attuale “liberazione”. Metto tra parentesi liberazione proprio per sottolineare che questo era il busillis non definito della prospettiva socialista e comunista. Tanto più busillis quanto più vivendo in una società affluente non era certo la soddisfazione dei bisogni primari ciò di cui si soffriva la mancanza. Si viveva invece un disagio, una incompiutezza, la percezione di uno stato di profonda alienazione, in una parola un casino individuale da cui ci si voleva liberare. E siccome poi è sul bagnato che piove, non si riusciva nè a capire come concretamente questa esigenza di liberazione del soggetto potesse stare in rapporto con la oggettività degli obiettivi di lotta, ovvero la trasformazione delle FP, nè alcuno, per quanto si spendesse con totale dedizione nella lotta politica, era mai riuscito a migliorare di uno iota la sua personale felicità, (alias soluzione dei propri casini). Progressivamente venne alla consapevolezza di coloro che si stavano impegnando politicamente, che tra la liberazione/salvezza personale, ovvero l’area dei RP, e la lotta per le FP, c’era non un solco ma un baratro e che se non fosse stato subito colmato, in breve tutti se ne sarebbero andati a cercare la liberazione/salvezza da un’altra parte. E per la rivoluzione ogni prospettiva si sarebbe chiusa.
    Mi ricordo che allora, mi sembra in casa degli interpreti Althusseriani di Marx, si corse ai ripari rivalutando i RP, nel senso di non derivarli dalle FP, bensì attribuendo loro pari importanza. Che tradotto credo volesse dire: senza prendere in considerazione il lato del soggetto e il necessario compito di una sua strutturazione contestuale ma comunque a prescindere dalla trasformazione delle FP, non si va da nessuna parte perché il termine liberazione, sostanza e motivazione del termine rivoluzione, finisce per non avere alcun significato di concreta liberazione per nessuno. E tutti se ne tornano a casa, nel famosissimo privato. Si cominciò allora a domandarsi come strutturare il vissuto rivoluzionario, la soggettività rivoluzionaria, i rapporti tra le persone, l’attesa di liberazione e di salvezza dal male personale di ognuno. In una parola ci si domandò come essere felici così da fare la rivoluzione e non come fare la rivoluzione per essere felici.
    Tutto questa premessa per dire che questo è ancora il problema: nessuno crede più “al cammello prima di averci fatto su un bel giro”. È il buco del marxismo, già citato anche in alcuni post. Possiamo chiamarlo disinteresse verso la psicosfera ed anche della etosfera, tutte quante sottostimate e derubricate a sovrastruttura il cui profilo si aggiusterà dopo la rivoluzione delle FP. Oggi vi si può aggiungere anche e a ben maggior ragione l’”antroposfera” ovvero la sfera antropologica. Tutte consegnate, perché ritenute secondarie rispetto ai temi economici della struttura, a chi ha tempo e voglia di perdersi in quisquilie. Ma è sotto gli occhi di tutti quale catastrofico errore è lasciare ad altri la costruzione della soggettività che per la sofferenza indotta dall’attuale stato di cose cerca la liberazione giustamente qui ed ora. Da queste considerazioni consegue direttamente che la lotta per la difesa e la definizione dell’identità maschile, della integrità antropologica, ovvero la lotta per la revoca degli innumerevoli stati di alienazione del soggetto contemporaneo è altrettanto “strutturale” quanto la lotta per la modifica delle alienazioni economiche. RP e FP sono i due propulsori di un medesimo motore che mancando di uno qualunque dei due si inceppa e non si muove di un millimetro. .

    • Fabrizio Marchi
      6 maggio 2014 at 12:13

      D’accordissimo con Cesare con il quale, con il passare del tempo, scopro di avere avuto un percorso comune anche se lui è a Brescia e io a Roma e in quegli anni, dal ’68 agli ’80, non ci conoscevamo. Capisco benissimo di cosa parla perché ho vissuto quegli anni intensamente anche se sono un po’ più giovane di lui. Come sapete non sono un santificatore di Marx (e di nessun altro), penso però che Marx sia stato un grandissimo interprete della realtà in cui lui ha vissuto e non solo perché da un certo punto di vista il suo approccio interpretativo e la sua dialettica sono ancora sostanzialmente attuali, sia pur in un contesto in grandissima parte diverso da suo.
      La mia opinione, tornado al discorso di Cesare, è che l’errore (la contraddizione rimasta irrisolta fra FP e RP nella fase storica a cui fa riferimento Cesare stesso che è quella che va dal 68/69 ai primissimi anni ’80), non sia stato commesso da Marx ma dai “marxisti” dell’epoca a cui ci stiamo riferendo . A mio parere anche da Althusser (che pure era un fine pensatore, sia chiaro, anche se completamente “fuori di testa” da un certo punto di vista, come tanti uomini di genio, ma questo è un altro discorso…) che non riesce a fuoriuscire dalla tradizionale relazione, in senso marxiano, fra struttura e sovrastruttura, e ne rimane sostanzialmente prigioniero. Non a caso Althusser è uno dei padri dello strutturalismo. Personalmente infatti, ho sempre trovato molto più interessanti Adorno e Horkheimer (e anche Marcuse) che sono fondatori di un’altra scuola e che invece forse per primi (per lo meno nell’ambito dei pensatori di formazione marxista), hanno cominciato ad indagare altri territori, tra cui quello psichico e psicoanalitico e naturalmente della stretta interrelazione fra quell’ambito che potremmo definire “sovrastrutturale” (ma per loro non lo era più, e infatti ciò gli valse la scomunica da parte dei “marxisti ortodossi”) e la “struttura”. Questa dicotomia per i “francofortesi” era ormai da considerare superata, nel senso che struttura e sovrastruttura, e controllo della “ex” struttura e della “ex” sovrastruttura (passatemi il linguaggio poco ortodosso…) da parte del dominio capitalistico (ma la loro critica radicale si rivolse anche al socialismo reale e al sistema sovietico) erano da considerare entrambe parte dello stesso processo di riproduzione del dominio capitalistico (di cui anche il socialismo reale, al di là del vestito -potremmo utilizzare il termine “sovrastruttura”, in senso tradizionale però, in questo caso – ideologico, era sostanzialmente parte). Mi fermo perché qui bisognerebbe scrivere per mesi senza fermarsi.
      Dalle stelle alle stalle, la contraddizione (una delle più clamorose) a cui fa riferimento Cesare, si tradusse in quella fase storica e per quella generazione nel famoso conflitto fra “personale e politico”. Contraddizione che poi, inevitabilmente , esplose in modo clamoroso fino ad avere esiti molto gravi. Perché un’intera generazione, in seguito a quella contraddizione (e a quell’errore di cui parlerò fra breve) irrisolta, si ritrovò praticamente allo sbando. Incapaci di trovare una soluzione al dilemma e cioè “prima la rivoluzione che modifica la struttura (RP) e poi così ci saranno le condizioni per occuparsi della nostra felicità (ma la rivoluzione non arrivava…) oppure prima il “personale”, cioè la ricerca della felicità, perché non si può aspettare una rivoluzione che non arriva mai?
      Dilemma assai arduo specie per una gran parte di quella generazione (sessantottina) di “contestatori”, che non era composta da proletari (che il problema del tempo non lo hanno per ovvie ragioni, perché proletari sono e proletari restano salvo poche eccezioni che confermano la regola e soprattutto servono al sistema capitalista per dimostrare che “chi veramente vuole e si impegna ce la può fare” …) ma da piccolo-medio e a volte anche alto borghesi che per tante diverse ragioni (fra cui, nel migliore dei casi, la hegeliana “coscienza infelice” e nel peggiore dei casi per moda…), avevano scelto di sposare le sorti magnifiche e progressive della Rivoluzione Comunista.
      Ma la Rivoluzione ha i suoi tempi che non possono essere stabiliti da chi dice di volerla fare e che se ne fregano delle esigenze di quei giovani medio o alto borghesi che a un certo punto si stancano,mandano a farsi benedire la riflessione sulla possibile soluzione della contraddizione fra FP e RP, e cominciano a “rifluire nel privato”, cioè ad entrare in banca (nel caso dei piccolo borghesi…) oppure a trovare una sistemazione (ancor meglio se aiutati da papà che magari fa il direttore di un “giornale dei padroni” oppure è un alto dirigente di una banca o di un ente pubblico o il produttore cinematografico, però “progressista”…) per cercare non dico la felicità (che non è di questo mondo) ma una comoda collocazione nella società “borghese” (che nel frattempo stava diventando ultracapitalista, va bè, non apriamo questa riflessione…), nel caso dei medio-alti (borghesi) .
      Fin qui tutto bene. Il problema è che tanti altri (quelli che non avevano papà alle spalle o magari perché le speranze che avevano riposto in quell’esperienza erano più profonde …) non si sono ricollocati e si sono sostanzialmente sbandati, in un senso o in un altro, sia chiaro. Molti sono finiti ad ingrossare le fila delle organizzazioni armate (terroriste), molti altri sono finiti nel circuito della droga (che allora era l’eroina). Altri ancora (non vuole essere una polemica con nessuno…) hanno invece “sdirazzato”, come si dice in gergo, cioè hanno cercato altre strade (legittimo, sia chiaro) che li hanno portati in altre direzioni. Alcuni fra questi, in questa ricerca, hanno mantenuto lo stesso spirito che li animava prima (il bisogno di giustizia, il superamento dello sfruttamento e dell’alienazione in ogni sua forma, un sostanziale umanesimo di fondo), ma lo hanno incanalato in forme, modalità e “strutture” altre rispetto a quelle di prima (se mi passate la metafora che non vuole essere offensiva nel modo più assoluto, una fra queste potrebbe essere la parrocchia invece che la sezione di partito, oppure la fede in Dio piuttosto che nel Comunismo). Altri invece hanno proprio “sdirazzato” nel senso più ampio e compiuto del termine, e sono sostanzialmente passati nel campo avverso. Questi sono molto spesso i più realisti del re. Ma ora non ci interessa parlare di questa gente e francamente non merita neanche il nostro tempo.
      Ma torniamo a noi e al punto in questione così puntualmente individuato da Cesare.
      Al di là delle vicende di quella generazione bella e disgraziata al contempo (della quale anche io faccio parte…), qual è (a mio parere…) l’errore di natura teoretica interpretativa che secondo me è stato decisivo (al di là dei colpi inferti dallo stato e dal sistema) per frantumare quell’esperienza?
      E’ un errore di tipo appunto teoretico. Marx , come dicevo è stata un grande interprete della sua epoca storica e ha avuto anche grandissime intuizioni che restano tuttora valide. Basti pensare al concetto di alienazione che tuttora è l’elemento centrale della società ultracapitalistica, anche se in forme in larga parte diverse da quelle descritte da Marx stesso, né potrebbe essere altrimenti. La teoria marxiana dell’alienazione infatti (mi dispiace che non ci segue più quell’Albert con il quale polemizzai spesso a suo tempo e al quale volutamente non risposi proprio sulla teoria marxiana del valore…) era per ovvie ragioni, direttamente collegata alla teoria del valore, e quindi del plusvalore (assoluto o relativo, ora non è questo il punto..). Ai tempi in cui Marx scriveva il valore d’uso (determinato dalla quantità di lavoro socialmente necessario per produrre la merce) era preponderante rispetto al valore di scambio, che oggi, nella realtà del sistema capitalistico assoluto, è ovviamente in larghissima parte (anche se non del tutto, ovviamente) svincolato dal primo (cioè dal valore d’uso). E questo per ovvie ragioni: innanzitutto lo sviluppo tecnologico che fa sì che per produrre una determinata merce servano oggi quantità e tempo di lavoro sempre minori fino ad arrivare addirittura allo zero (sto semplificando terribilmente e me ne vergogno quasi, però ci capiamo..). E’ quindi evidente che il valore di scambio di una merce sarà determinato da un insieme di altri fattori che costituiscono quello che comunemente definiamo con il termine di Mercato. Il Mercato (in senso ampio e lato) è ciò che definisce il valore di scambio di una merce.
      Tutto questo ridicolo (me ne rendo conto) “bignamino” per arrivare a dire nel modo più sintetico possibile che la teoria dell’alienazione, che Marx aveva più che brillantemente scoperto, non può più essere (o solo in parte) strettamente collegata al valore d’uso (e quindi allo sfruttamento delle persone) ma ad altri fattori. E questo, sempre per restare nella banalità, è evidente; ai tempi in cui Marx operava gli operai erano inchiodati 12 o 14 ore al giorno a una catena di montaggio ad avvitare il famoso bullone, cioè a ripetere in maniera ossessiva lo stesso gesto come scimmie ammaestrate e contestualmente a creare plusvalore , cioè profitto per il padrone. Ecco perché teoria del valore e teoria dell’alienazione erano strettamente collegate (però, tutto sommato, come riduttore di filosofia per ragazzini potrei anche fare la mia porca figura… ).
      Nella società capitalistica attuale (ormai da una cinquantina d’anni..) questa relazione dialettica (fra teoria del valore e teoria dell’alienazione) si è profondamente trasformata, e l’alienazione (che è il punto centrale dell’analisi marxiana, che nessuno è stato ancora capace di superare, men che meno i rozzi burocrati del socialismo reale che secondo me non avevano letto neanche una riga di “Das Kapital” ma neanche delle altre opere marxiane …) ha assunto, come sappiamo bene (perché è l’oggetto della nostra analisi), forma nella gran parte dei casi, completamente diverse da quelle che oggettivamente ha descritto. Né potrebbe essere altrimenti. Ma se i “marxisti” post Marx, a distanza di un secolo e mezzo, invece di attualizzare e contestualizzare la teoria marxiana la “cementificano”, la pietrificano e così facendo la applicano in modo ottuso (non mi piace esprimermi in questo modo però non posso fare altrimenti..) e pedissequamente alla realtà contemporanea, è ovvio che poi questa contraddizione prima o poi esplode. Ma questa non è certo colpa di Marx! Bisognerebbe naturalmente ora riflettere a lungo sul perché la dialettica marxiana sia stata trasformata in una sorta di religione secolarizzata ma ci vorrebbe troppo tempo e lo farò in un prossimo commento.
      Ecco perché quei giovani non trovavano risposte adeguate al loro disagio, cioè alla loro alienazione, nel racconto che veniva loro fornito o impartito dall’intellighenzia post marxista dell’epoca. Perché la loro alienazione (anche quella dei giovani non proletari, piccolo o medio borghesi) era di tutt’altra natura, ma non ne avevano ancora percezione. Il che non significa, e questo è un altro errore clamoroso, pensare che quell’alienazione sia separata dal contesto sociale e culturale in cui si è gettati. Questo è l’errore che ha portato e porta molti a rifugiarsi nella sfera intimistico-spiritualista, e ad affrontare le problematiche derivanti dalla loro condizione di alienazione (e di trasportarle su un altro piano), cioè quello trascendentale e spirituale, che potrebbe, a quel punto, diventare un’altra forma di alienazione.
      Naturalmente ora potremmo non finirla più, data la vastità e la complessità del tema. Ma questo è un nodo fondamentale. Nodo che io individuo appunto nella incapacità (e mi rendo conto di fare un’affermazione presuntuosa) da parte della attuale intellighenzia (non solo quella post marxista , ovviamente, ma in generale), di saper interpretare in modo adeguato la realtà, cioè a fare quello che Marx avrebbe definito come “entrare in una relazione dialettica con la realtà”.
      Sulle ragioni di questo mi fermo, per ovvie ragioni di tempo e spazio. Ma il discorso è interessantissimo e naturalmente ci tornerò prossimamente.

      • vincenzo
        11 maggio 2014 at 19:18

        ho incontrato questo sito da poco e lo trovo molto interessante.
        Anch’io come Cesare e come te provengo da quell’esperienza e mi riconosco in molto di quello che la fotografia, piuttosto sfocata, ha tentato di rappresentare. Non sono un cultore di Marx, nel senso che non ho le competenze per interpretarlo, però trovo che la tua affermazione sul superamento della teoria marxiana del valore e l’esempio che porti per suffragare la tua affermazione siano completamente fuori luogo. Ai tempi in cui Marx rifletteva sulla teoria del valore lavoro, del rapporto tra valore d’uso e valore di scambio, di caduta tendenziale del saggio di profitto e teoria dell’alienazione, l’operaio non era inchiodato 12/14 ore al giorno ad una macchina: il modo di produzione fordista ed il taylorismo erano ancora di là da venire. Può essere quindi che la sua (di Marx) teoria del valore sia non più utilizzabile ma sicuramente non per i motivi da te esplicitati. Anche il concetto da te utilizzato sulla riduzione del tempo di lavoro umano che è quasi azzerato perchè viene sostituito dalle macchine non inficia assolutamente la teoria del plusvalore. Il saggio di sfruttamento deriva non dall’utilizzo del capitale costante ma solamente dal capitale variabile e cioè dal lavoro (valore lavoro). Al di là comunque di quanto esposto seguirò comunque questo sito

        • Fabrizio Marchi
          12 maggio 2014 at 0:19

          Quello che volevo dire, Vincenzo, è che l’alienazione così come è stata (correttamente) individuata da Marx, ha oggi in parte caratteristiche differenti dovute al fatto che mentre allora era strettamente collegata alle condizioni di lavoro, oggi lo è solo in parte (per la verità lo avevo già detto nel mio precedente post ma non c’è problema…), perché la società (capitalistica) è mutata profondamente in un secolo e mezzo e il dominio sociale passa oggi innanzitutto attraverso il controllo e il dominio della sfera privata (quindi anche e soprattutto del tempo libero) prima ancora di quella pubblica, delle persone, come hanno spiegato abilmente i filosofi della Scuola di Francoforte, Adorno, Horkheimer, Marcuse, ma anche pensatori come Guy Debord (la società dello spettacolo) e oggi Morin e Bauman coni loro studi proprio sulla complessità (il primo) e sulla società cosiddetta liquida (il secondo). Mi pare che interpretare la post modernità capitalistica senza tenere in alcun conto le trasformazioni radicali che sono avvenute, specialmente negli ultimi quarant’anni, non solo e non tanto nei modi di produzione (cioè nelle strutture, secondo lo schema classico marxiano) ma anche e soprattutto nelle sovrastrutture (sfera psichica, culturale, ideologica) sia francamente improponibile. Il controllo di quelle che potevano una volta essere definite appunto come sovrastrutture, diventa oggi altrettanto fondamentale del controllo delle strutture. Anzi, la costruzione del consenso passa oggi a mio parere (e anche a parere dei filosofi di cui sopra…) più attraverso il controllo delle prime piuttosto che delle seconde.
          Il che non significa affatto sostenere che la teoria del plusvalore (e quindi dello sfruttamento) sia superata; questo, se me lo consenti lo stai dicendo tu, del tutto arbitrariamente, perché io non l’ho mai detto, neanche nella risposta data a Cesare. Ho soltanto detto, e lo ribadisco, che non si può più analizzare e interpretare il concetto di alienazione con gli stessi identici parametri necessariamente utilizzati da Marx, per la semplice ragione che il contesto è profondamente mutato per le ragioni che ho sia pur molto sinteticamente e banalmente cercato di spiegare.
          Per quanto riguarda la condizione operaia, posso assicurarti che ai tempi in cui Marx ed Engels hanno vissuto, l’orario di lavoro di un operaio era fra le 12 e le 14 ore al giorno, ben prima dell’avvento della fabbrica fordista e del taylorismo che ovviamente hanno ulteriormente perfezionato il modo di produzione capitalistico, accentuandone i meccanismi di sfruttamento (e di alienazione), che comunque erano ben presenti anche nell’epoca in cui ha vissuto Marx che non a caso li ha sottoposti a critica.
          O ti risulta forse che ai tempi di Marx la giornata lavorativa fosse di otto ore? Sarebbe una novità assoluta…

          • vincenzo
            12 maggio 2014 at 11:25

            Francamente trovo eccessivo il tuo spirito polemico, mi sono espresso forse un po male. Non volevo assolutamente negare le 12 o 14 ore di lavoro pesante e di sfruttamento bestiale a cui erano costretti gli operai, contestavo semplicemente l’affermazione riferita alla catena di montaggio ad avvitare il famoso bullone in maniera ossessiva come scimmie ammaestrate. Sono interessato a questo sito, non sono un intellettuale con le tue competenze per cui continuero’ a seguirti sperando di trovare argomentazioni utili ad approfondire le mie conoscenze ed a orientarmi politicamente

  2. armando
    12 maggio 2014 at 13:09

    Fabrizio: “il dominio sociale passa oggi innanzitutto attraverso il controllo e il dominio della sfera privata (quindi anche e soprattutto del tempo libero”.
    Non solo, ormai, attraverso l’inserimento del tempo libero nell’area della riproduzione allargata. A questo proposito è di grande interesse Baudrillard quando, “correggendo” Marx, parla del “sistema del valore d’uso” come parallelo a quello del valore di scambio, con ciò sostenendo che gli oggetti non hanno un loro valore d’uso “oggettivo”, ma anch’esso funzionalizzato al ciclo di riproduzione allargata del capitale. Quando parliamo dell’insensatezza del consumismo di massa stiamo dicendo, mi pare, la stessa cosa. Oggi è chiaro, ai temopi di Marx molto meno, ovviamente, perchè ancora dovevano essere soddisfatti i bisogni vitali ed elementari. La presa del capitale passa però soprattutto attraverso la pretesa di afferrare la vita stessa dalle sue origini alla fine, per farne occasione di business mascherato da scienza, da diritti, e quant’altro. Il capitale spinge così fino ai limiti estremi la sua presa e non so cosa porà esserci oltre, sul piano qualitativo. Il che mi fa pensare che stiamo andando incontro ad una crisi della civiltà che potrebbe mutare profondamente la natura dell’essere umano.

  3. Fabrizio Marchi
    13 maggio 2014 at 21:11

    Non volevo affatto essere polemico, Vincenzo, ho soltanto risposto alle tue argomentazioni.
    Sei il benvenuto su queste pagine. Peraltro non sono affatto un intellettuale e in ogni caso questo giornale non è stato creato per gli intellettuali, che di spazi per esprimere le loro opinioni ne hanno fin troppi, ma per le persone “normali”, come te e come me.
    Quindi esprimi pure la tua opinione senza nessun problema…

  4. Fabrizio Marchi
    22 maggio 2014 at 21:19

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