Nato negli Stati Uniti

E’ con grandissima soddisfazione che pubblico questa riflessione del mio amico Alberto Benzoni – uno dei più autorevoli pensatori del socialismo italiano, storico dirigente del Partito Socialista Italiano e vicesindaco di Roma nelle giunte di sinistra guidate da Luigi Petroselli e Giulio Carlo Argan – in seguito alla lettura del mio libro “Contromano. Critica dell’ideologia politicamente corretta”.

Colgo l’occasione per ricordare che il libro sarà nuovamente presentato a Roma da Norberto Fragiacomo, dirigente di Risorgimento Socialista, alla presenza dell’autore, sabato 6 aprile alle ore 17,30 presso la sede di Risorgimento Socialista in Viale Giotto 18 (rione San Saba, a 300 metri dalla Piramide e dalla stazione del metro Ostiense). 

L’evento è promosso da Risorgimento Socialista.

 

Nato negli Stati Uniti, non a caso nella fase terminale  della stagione rooseveltiana, il “politicamente corretto” è allora, una specie di igiene del linguaggio a salvaguardia di nuove categorie protette. Per i negri sarà l’essere promossi a neri; per gli handicappati il “ diversamente”; per le donne definite come tali per essere oggette della discriminazione maschile, l’eliminazione, nella misura del possibile, della torsione maschilista nel linguaggio. Incapacità di capire ma anche di accettare “l’altro da sè”. Nessuno si illude all’inizio sul valore taumaturgico dell’operazione; però, sotto sotto, si pensa che “aiuti”. Che insomma chiamare le persone con un nome diverso possa contribuire a mutare la loro sorte.

Ma, in nuce, abbiamo anche altro. Un senso di superiorità morale presente negli adepti del nuovo verbo. La sostituzione progressiva dei “diversi” agli “uguali”, insomma delle minoranze alle maggioranze come obiettivo dell’azione politica e sociale. E, infine e soprattutto, la sostituzione delle parole alle cose; o, detto in altro modo, l’abolizione del principio di realtà.

Nel successivo passaggio dall’America all’Europa il codice linguistico diventerà vera e propria ideologia; e troverà, non a caso, il suo “habitat” naturale in una sinistra ansiosa di passare dal conflitto all’”embrassons nous”, dall’intelligenza alla sensibilità,dalla lotta per cambiare la società alla sua gestione arcadica e compassionevole. All’interno di un processo che, guarda caso, interesserà, in modo particolare, gli ex comunisti italiani.

Ad illustrarne la natura e gli effetti, il pensiero di Blair, e le azioni, diciamo così, dei suoi allievi italiani.

Come dovrebbe essere noto, il Cantore della terza via non vuole avere nulla a che fare con il socialismo diciamo così tradizionale. Ma si guarda bene dall’affrontare la questione a viso aperto e in un Congresso. Concede invece un’intervista ad una rivista femminile dichiarando che socialismo significa social-ismo: non più un orizzonte e una realtà storica e presente ma qualcosa che sta tra la solidarietà e l’arte di vivere insieme. A tingere – è il caso di dirlo – di rosa la realtà esistente.

I suoi allievi italiani lo supereranno: aboliranno, con la lineetta, anche la parola; e veleggeranno verso l’orizzonte dell’annullamento del principio di realtà.

E’ la risibile ma al tempo stesso straordinariamente rivelatrice vicenda del congresso di Pesaro. Qui è, o dovrebbe essere in discussione il futuro del PCI all’indomani della svolta della Bolognina; in una situazione dagli esiti potenzialmente laceranti. E qui, lo “sciagurato Occhetto” proporrà ai congressisti, come possibile elemento di sintesi, un appello a favore degli indios dell’Amazzonia. Un invito che sarà accolto; salvo a non avere alcun effetto né sulle sorti del congresso né soprattutto su quelle di quelle disgraziate popolazioni.

Nelle intenzioni del Nostro, un “andare oltre”, un superamento delle strette dimensioni classiste e terzinternazionaliste del tempo che fu per entrare negli spazi infiniti della questione ambientale; davanti allo sguardo sospettoso e ironico del nostro Fabrizio, un diversivo.

Un diversivo che è di tutta evidenza  nelle figure della Kyenge e della Boldrini. Siamo in uno scontro sulla questione migranti in cui l’oggetto del contendere dovrebbe essere non già l’accoglienza ( leggi il diritto allo sbarco) ma l’integrazione, ma i governi Pd dell’epoca non hanno il coraggio di affrontarlo. E allora, ecco la bella pensata: due donne, di cui una nera, in posti: parafrasando la pubblicità della Conad siamo al “persone oltre” ( o al posto delle ) cose”.

Nel caso della Diciotti, infine, il disegno ( se vogliamo chiamarlo così) raggiunge dimensioni propriamente irritanti. Primo, per la foto di gruppo a bordo della nave: un conforto momentaneo per dei migranti che avevano pagato con sofferenze indicibili la possibilità di essere arrivati lì e, allora, nell’indifferenza universale; un’esibizione compiaciuta, proprio perché elitaria, della propria superiorità morale per i protagonisti immortalati nella foto; il tutto in nome del diritto allo sbarco proclamato da coloro che si distinguevano dalla destra solo perché avevano sostituito il diniego del diritto ad arrivare con il diniego del diritto di partire.

Si verifica così una duplice identificazione della sinistra con il politicamente corretto e del politicamente corretto con la sinistra. Un processo giunto, oggi, nella sua fase terminale; così come sembra giunta nella sua fase terminale, particolarmente nel nostro paese, l’adesione di questa stessa sinistra al pensiero unico e al sistema esistente.

Su questo punto le riflessioni “dal vivo” di Fabrizio Marchi nel suo libro “Contromano. Critica dell’ideologia politicamente corretta” non fanno che rendere più concreta ed evidente una deriva che conosciamo tutti a memoria.  Ma lasciano, almeno a mio avviso, ancora inevaso il quesito di fondo su cui tutti noi dobbiamo misurarci; a partire da coloro che leggeranno questo articolo e il libro dell’amico Fabrizio.

E quando dico inevaso, intendo ancora oggetto di dubbio e di discussione. Così siamo sicuri che l’ideologia “politically correct” ”sia una semplice variante del pensiero unico e, per dirla tutta, la falsa coscienza e l’arma di distrazione di massa del capitalismo del ventunesimo secolo ? E, conseguentemente, che le varie manifestazioni che si svolgono nel mondo all’insegna dell’apertura delle frontiere, dei diritti delle donne, delle libertà civili o della lotta contro i cambiamenti climatici non ci chiamino, comunque, in causa ?

Personalmente non ne sono affatto sicuro. E per svariate ragioni, di cui ne cito semplicemente una: il ruolo delle destre e del “partito americano”in tutta la vicenda.

Le destre hanno tentato, qualche tempo fa, di cavalcare la compassione: penso a Bush figlio, a Cameron, a Sarkozy o ai languori ambientalisti dello stesso Macron. Ma poi sono tutti finiti nella pattumiera della cronaca politica ( anche per l’indisponibilità a metterci sopra dei soldi…); mentre il nuovo capitalismo d’assalto – appunto il partito di Trump e dell’America profonda, dei Bolsonaro e dei Netanyahu manifesta per il “politically correct” e soprattutto per le esigenze reali cui fa un del tutto improprio riferimento un odio profondo e inestinguibile, da inserire nella categoria dell’”amico nemico”. E un odio, ciò che più conta, assolutamente vincente: in una fase in cui qualsiasi ordine mondiale, compreso quello liberista, è rimesso in discussione. E con esso anche le acquisizioni secolari della democrazia liberale.

E allora il nostro sentimento di fastidio nei confronti del “diciottismo” si colora di una nuova luce. E diventa il fastidio nei confronti di un esercizio non solo vacuo ma perdente.

E allora mi vengono in mente gli insegnamenti dei nostri maggiori: individuare il “nemico principale”; marciare divisi per colpire uniti; e, soprattutto, “raccoglier le bandiere lasciate cadere nel fango da…”. A noi capire quel che questo significa oggi.

Nessuna vera solidarietà dalla destra. Questa ha sentito talvolta il bisogno, nel corso di questi anni, di entrare nel novero dei buonisti. E’ il “conservatorismo compassionevole” di Bush jr. E’ il  “welfare comunitario e responsabilizzante” dei conservatori inglesi. E’, se vogliamo, anche l’appello agli ultimi ( contrapposti, beninteso, ai penultimi) di Berlusconi e c., Sono gli occasionali languori ambientalisti.

Ma tutto sa di effimero e di contingente. O, per essere più precisi di optional. Farne troppo uso pregiudica il funzionamento della macchina; e di una macchina già perfettamente funzionale di suo all’obbiettivo per il quale è stata costruita.

Nello specifico, è ovvio che sia il conservatorismo compassionevole che quello comunitaristico hanno bisogno di fondi per funzionare; mentre la politica generale dei governi conservatori va nel senso di tagliare i fondi ai comuni e ai servizi sociali. Nessun motivo, allora, per abbandonare la strategia complessiva per soddisfare esigenze particolari.

In linea generale le destre, moderate o conservatrici non hanno alcun bisogno di buonismo per accreditarsi. Uno perché possono arrivare, senza intermediari, al “popolo”, in nome della polemica, per nulla corretta ma efficace, contro le èlites, attente ai bisogni di questa o quella minoranza ( vedi matrimoni gay) ma insensibili di fronte al dolore dei ceti colpiti dalla globalizzazione. Due, perché il loro rapporto con quella grande parte della popolazione ansiosa di sicurezza e di stabilità e di nuovo preda di innumerevoli paure si è consolidato nel corso di decenni e non ha bisogno di dimostrazioni o di assicurazioni verbali per proseguire nel tempo. Tre perché, la destra, a differenza della sinistra politicamente corretta è intrisa di realismo magari anche cinico: ciò che le consente di affrontare tranquillamente i vari populismi, anche aggiogando alcuni di loro al proprio carro.

A questo punto, l’identificazione sinistra/politicamente corretto è totalmente compiuta. Il che porterà la sinistra stessa – o almeno quella di governo –  ad affrontare, praticamente da sol, la crisi di questo universo politico/culturale. Sino al rischio, assi serio, di finire distrutta sotto le sue macerie.

Come uscirne ? Stiamo parlando, e non potrebbe essere altrimenti, di una strategia di sopravvivenza, qui e oggi. Insomma dei criteri per scampare al disastro. La prima cosa da fare è dunque di capire la natura e gli effetti di questo disastro. Così da governarne, nella misura del possibile, le conseguenze.

Ora, nel nostro caso, capire significa, in primo luogo, distinguere. A partire dalla distinzione fondamentale tra politicamente corretto e democrazia liberale. E cioè tra sovrastruttura e struttura. La nostra ipotesi di lavoro è che la prima, nata e cresciuta in un paese – gli Stati Uniti d’America – a naturale vocazione messianica, si sia  estesa all’intero mondo occidentale, così da costituirne e diventarne l’ideologia. E che questa ideologia pervasiva abbia progressivamente occultato la percezione della realtà, sino a ritorcersi contro la stessa democrazia liberale e a pregiudicarne il futuro.

Ciò detto, compito dei democratici in generale e dei socialisti in particolare è sostanzialmente di evitare che ciò accada. Non si richiedono, per questo, abiure ideologiche o ritorni al passato.  Ma semplicemente di guardare agli uomini e alle cose; per evitare di esserne travolti.

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2 commenti per “Nato negli Stati Uniti

  1. Gian Marco Martignoni
    2 aprile 2019 at 22:02

    Ho avuto la fortuna di lavorare con il compagno Dario Paccino ( 1918-2005 ), redattore dell’Avanti clandestino e autore di molteplici libri, tra cui il famoso ” L’imbroglio Ecologico ” Einaudi 1972,così come ho conosciuto Luciano Della Mea, ideatore della rivista ” Il Grande Vetro ” e non solo .Da militante della nuova sinistra ho compreso quale è stata la valenza e il contributo del pensiero social-comunista ( Franco Fortini, Raniero Panzieri,Vittorio Foa, ecc. ) per lo sviluppo del movimento operaio nel nostro paese.La recensione di Alberto Benzoni è la conferma di un pensiero che ripudia il disonore dell’ abiura .

  2. Aliquis
    4 aprile 2019 at 19:21

    Penso che alcuni articoli de “Il Manifesto”, dedicati ad astri nascenti della politica americana, come il nuovo candidato democratico Pete Bugige, esaltato soltanto perchè gay e figlio di immigrati, o la neoeletta sindaca di Chicago, nera e lesbica, rientrino nell’ideologia politicamente corretta. Quei due personaggi portano avanti una politica liberista e meritocratica, moralistica (lotta alla corruzione) e ovviamente promuovono i diritti civili. Ma, i poveri? Evidentemente si meritano la povertà…..

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