Post-modernismo, neofemminismo, de-umanizzazione, esclusione del maschile dalla storia

Il post-modernismo con la fine della ragione oggettiva ha comportato anche il post-femminismo. Quest’ultimo è sostenuto in modo trasversale da uomini e donne, non è impossibile imbattersi in affermazioni di tal genere: “L’universo trabocca di inutilità e gli uomini rientreranno a buon titolo nella categoria del superfluo”, tale dichiarazione è nella premessa del libro di Telmo Pievani “Maschio inutile”. Testi di questo genere devono essere inseriti nel contesto neo-liberista che ha bisogno di sostenere la lotta tra femmine e maschi, mostrando quanto le femmine per natura siano migliori del maschio, si ipotizza “per cause evoluzionistiche il suo superamento”. La lotta socio-economica è trasferita nella natura, dalla quale si evince che la femmina vince. Essere umani e natura sono posti sulla stessa linea. Il nichilismo esemplifica e deconcettualizza, utilizza messaggi-slogan, nello stile del “marketing” per raggiungere chiunque: un messaggio semplice non esige mediazione del pensiero, per cui facilmente diviene “automatismo linguistico” a cui corrisponde la pratica di comportamenti rafforzati dal consenso mediatico. Bellum omnium contra omnes  è la verità del capitale. La natura è speculare al genere umano, entrambi sono mossi dalla guerra, la quale è la verità degli animali non umani come degli esseri umani. Operazione ideologica in senso marxiano, il capitale assolda le scienze per confermare i principi su cui si fonda la visione neo-liberista. Le complicità del mondo accademico sono palesi, ma vengono taciute. Mondo accademico, media, economia e politica sono un unico asse, tra di essi vi è continuità ideologica, pertanto il risultato finale è la conferma ripetuta dell’ideologia neo-liberale. Gli spazi per la critica sono puramente formali, ci si limita alla conferma “scientifica” dello stato presente. Il sapere critico è sostituito con la tecnocrazia, il cui scopo è stabilizzare il pensiero unico e normalizzare la guerra. L’attività bellica è all’interno dei confini di ogni stato, poiché il sistema esige per la sua sopravvivenza che la guerra sia la sostanza di ogni relazione umana: la lotta è portata nelle case, sul lavoro, nelle strade. Lotta metamorfica in quanto deve cambiare forma a seconda delle circostanze e degli attori, ma non dev’essere sospesa. Il linguaggio è guerra per la sua aggressività lessicale, nessuna comunicazione solo lessico muscolare e minimo. La lotta è anche tra le lingue: la lingua inglese assimila e sostituisce le lingue nazionali. I perdenti devono imparare la lingua dei vincitori. Tutto è guerra e competizione nel regno animale dello spirito.

La lotta orizzontale si concretizza in guerra, selezione e vittoria per la sopravvivenza tra individui e generi. Tra natura e genere umano vi è solo continuità: gli esseri umani lottano, come gli animali non umani, per soddisfare i loro bisogni. Dalla natura si impara l’inevitabile sconfitta del maschio. La scuola del sospetto e la deduzione sociale delle categorie deve indurci ad ipotizzare che mediante tale estensione dei comportamenti animali agli esseri umani, si vogliono ottenere due risultati: naturalizzare la lotta  ed eliminare ogni fonte di autorità. L’essere umano di genere maschile per tradizione è stato associato all’ordine, al senso della misura, il suo abbattimento dichiara l’innaturalità della storia tutta e l’inizio di una nuova storia, in cui l’animale e l’essere umano si confondono, sono posti sullo stesso livello. L’espulsione del maschio dalla storia, la sua perenne umiliazione pubblica è giustificata per natura. Il nuovo corso storico trova nel neo-liberismo e nelle sue sovrastrutture la sua attuazione. La deumanizzazione degli uomini e delle donne coincide con il trionfo del capitalismo assoluto. La riduzione degli esseri umani a nuda vita consumante è l’espressione compiuta del potere che si cela, è ovunque, ma non è identificabile. Si sottrae agli esseri umani la possibilità di umanizzarsi, così da consolidare un potere indiscutibile e nascosto. Le tecnologie con i loro apparati sostituiscono nella percezione dei dominati i dominatori rendendoli impalpabili.

 

Post-modernismo nichilista

Si inneggia alle differenze per renderle eguali, poiché la differenza è già contropotere, ogni differenza è sguardo critico e specialmente è la testimonianza vivente che ogni visuale sul mondo è parziale e necessita di un fondamento condiviso.

Gli elogi continui al genere femminile, non sono che inganno ideologico: si invoca la superiorità del genere femminile, solo se imita il maschio neo-liberale, se duplica gli stessi comportamenti e valori del maschio anglosassone. Il padrone esalta sempre il più fedele tra i suoi servi. Il capitalismo assoluto nella sua fase imperiale non deve conquistare solo mercati, ma, in primis, deve devitalizzare le differenze, per rifondare un’umanità indifferenziata all’ombra del capitale, per cui nessuna emancipazione, ma solo inclusione all’interno di parametri predeterminati. Si ottengono due risultati fondamentali: si elimina la donna “quale custode del focolare”, presidio della comunità e della famiglia e nel contempo si utilizza la liberazione delle donne da ogni vincolo etico come mezzo ideologico per riaffermare che il capitalismo assoluto è libertà, per cui il paradiso edenico delle libertà è merito del sistema capitale:

“Il modo in cui oggi il capitalismo affronta la questione femminile è fondato su una mescolanza di maschilismo e femminismo. Lungi dall’essere opposte, queste determinazioni sono del tutto complementari. Il profilo “maschilista” prevale nel processo di accesso del sesso femminile a tutti i ruoli possibili all’interno della produzione maschilista. Questo profilo semplicemente inserisce nei tradizionali ruoli maschili esseri androgini di entrambi i sessi. Il profilo “femminista”, che nulla ha a che fare con il vecchio e nobile processo di emancipazione femminile del periodo eroico borghese e socialista, tende ad un vero e proprio obiettivo strategico della produzione capitalistica, la guerra fra i sessi e la correlata diminuzione della solidarietà tra maschi e femmine. Per questa ragione, sono veramente illusi coloro (penso a Immanuel Wallerstein) che inseriscono il femminismo nel novero dei cosiddetti movimenti “antisistemici” e anticapitalistici. Al contrario, il femminismo rappresenta una delle correnti meno comunitarie e più organiche al capitalismo che esistano[1]”.

La razionalità strumentale non ha intenzionalità alla verità, la sua struttura nichilistica le consente di applicare la categoria della quantità per ottenere il plusvalore, in tale processo non vi è concetto, per cui mescolare verità e menzogna, usare “residui di verità”, confonderli con la “menzogna” è il modo più efficiente per ingannare popoli e persone. Si utilizza la storia del femminismo ed il conseguente linguaggio in funzione neoliberale: si rappresenta la lotta, la guerra tra generi ed individui come libertà, in realtà è solo la gabbia d’acciaio del capitale che chiude il proprio cerchio, ed all’interno non vi sono che esseri umani spogliati della loro identità e di ogni dialettica, che in tal modo, non possono che acconsentire ai loro carnefici, divenendo complici.

 

Esemplificazione e dominio

Il neo-femminismo è da inserire in tale contesto sociale e culturale, per cui tra l’attuale femminismo ed il femminismo di tradizione vi è un’evidente cesura. Il femminismo è stato movimento di contestazione complesso, al suo interno erano riscontrabili posizioni ideologiche di diverso genere, a cui corrispondeva una visione del mondo, ma la multifocalità del femminismo era accumunata dall’intenzione di emanciparsi rispetto a strutture economiche oppressive o segnate da ingiustizie. L’atteggiamento critico non era finalizzato all’inclusione nel migliore dei mondi possibili, ma all’emancipazione critica e vitale. La carica rivoluzionaria del femminismo non si fossilizzava solo sull’identità femminile e sul conseguente riconoscimento dei diritti, ma ambiva a liberare-emancipare le relazioni umane da stereotipi e da abitudini sclerotizzate. Il processo emancipativo era un sommovimento di prassi e comunione. L’ottica non era di ordine individualista, il tema del lavoro era sempre legato alla qualità delle relazioni nel mondo del lavoro e non, per cui la solidarietà si coniugava con il riconoscimento della differenza di genere. Estremismi e sperimentazioni radicali erano presenti, ma all’interno  di una gradualità di posizioni che consentiva di acquisire una visione di insieme capace di cogliere problemi e prospettive poliedriche. In tal modo si era dinanzi a una serie di posizioni che malgrado le tensioni consentiva di cogliere prospettive ed aspetti intorno a specifici problemi relativi alla condizione femminile ed umana. Il travaglio del femminismo è stato il passaggio obbligato per ripensare la storia ed i suoi protagonisti. Il femminismo rischia di essere travolto da semplicismi e banalità, è spesso utilizzato ed invocato come catalizzatore di consenso, ma la sua storia è ignorata e con esso il suo significato. L’esemplificazione epidermica permette di usare il femminismo per la conservazione dello stato attuale. Le parole senza concetto e storia si susseguono tra gli orantes mediatici, il fine è di eliminare la carica rivoluzionaria del femminismo per sostituire l’emancipazione con l’inclusione nel recinto del mercato che omologa uomini, donne, bambini, anziani all’interno del totalitarismo neoliberista. Si omologa nei gusti, nei comportamenti per lasciare inalterate le differenze sociali. L’inclusione è di tipo ideologico e non certo materiale, non pochi restano ai margini, manodopera che aspetta di vendersi, purché il mercato viva. L’inclusione assimila specialmente nella forma mentis, riducendo gli spazi per immaginare un futuro diverso, in tal modo il presente è incompreso e sfugge, ogni prospettiva storica, è così, resa sterile, non resta che la coazione a ripetere quotidiana.

 

Femminismo di tradizione

Ciò che oggi è etichettato come femminismo, non è che un corpo estraneo all’interno di un movimento che ha avuto le sue protagoniste di spessore. Per toccare “concettualmente” la divergenza tra il femminismo storico e il post-femminismo carrierista ed individualista è sufficiente rammentare uno dei grandi nomi della storia del Femminismo: Anna Kuliscioff (Sinferopoli, 9 gennaio1855 – Milano, 29 dicembre 1925).  Aristocratica ed impegnata per la giustizia sociale, ha legato la sua storia al partito socialista ed a Turati. Femminismo e giustizia sociale erano per lei un binomio inscindibile, la liberazione dal giogo del capitalismo delle donne, pur nella specificità della condizione femminile, non poteva che avvenire unendo il destino di liberazione delle donne a quello di  tutti gli esseri umani. La Kuliscioff analizza la storia per comprendere lo sfruttamento di donne e uomini, utilizza categorie marxiane per decodificare il suo presente ed ipotizzare dalle sue contraddizioni gli sviluppi futuri. Col capitalismo la condizione maschile e femminile è peggiorata, la Kuliscioff nei suoi scritti riporta dati oggettivi per dimostrare lo sfruttamento delle donne nelle fabbriche. La donna in fabbrica è sussunta al padrone, a casa al marito, malgrado ciò non si sofferma solo sulla condizione femminile, ma lo sguardo empatico e cognitivo guarda in profondità la condizione maschile, per cui malgrado resistenze e pregiudizi che li separano uomini e donne nella sua analisi si ritrovano in una condizione simile:

“Intanto la soggezione della donna come quella dell’uomo lavoratore non è di recente data. Come l’uomo da schiavo in antichità diventò servo nel medioevo ed in apparenza libero soltanto col sorgere dell’era borghese e del capitalismo moderno così anche la donna lavoratrice passò per tutte le medesime gradazioni. Se la vita dell’uomo lavoratore fu sempre dura e piena di umiliazioni, di dolori e sofferenze continue esisteva sempre un essere che avrebbe potuto quasi invidiarlo e fu la donna lavoratrice, perché era sempre doppiamente schiava e del padrone e dell’uomo. Venuto il regno del capitalismo la borghesia ebbe bisogno di sfruttare tutte le forze produttrici siano esse maschi e femmine per aumentare e sviluppare più che possibile la produzione. Col perfezionamento poi degli strumenti di lavoro, non richiedendosi più una preparazione particolare ad un dato lavoro, si determinò anche un aumento del numero delle donne impiegate nelle industrie[1]”.

 

Femminismi

Femminismo è un termine generico e fuorviante, perché la condizione della donna muta a seconda della sua condizione materiale. Il femminismo delle borghesi non può essere il femminismo delle proletarie, il censo, la cultura, la proprietà esercitano il loro condizionamento di struttura. Il femminismo della donna precaria e sfruttata ha una valenza diversa rispetto al femminismo della borghese. Le donne condividono un problema, ma da prospettive radicalmente diverse. Le proletarie hanno in comune con gli operai lo sfruttamento, per  cui la lotta dev’essere comune, devono marciare all’unisono contro gli sfruttatori. Le donne possono e devono imparare dalla comunione della lotta con gli uomini del proletariato un altro modo di vivere e lottare. La loro liberazione diviene  l’emancipazione di tutti i proletari. La lotta di classe non conosce confini di genere, ma alleanze con gli umiliati della storia:

“La lotta di classe puramente economica non è che una parte di questo grandioso movimento che in tutta l’Europa porta il proletariato a dirigere da sé i suoi destini per mezzo dei parlamentari, dei comuni, e dei consigli provinciali. Fra le donne non si potrebbe che iniziare società  di resistenza e nulla più, le donne non potrebbero interessarsi della politica del movimento operaio e poi non ci sarebbe neppure possibilità di scuoterle, poiché non hanno né il voto politico, né amministrativo. Si, l’ammetto benissimo. Ma debbo aggiungere che organizzando le donne in società di resistenza sarebbe già fatto un gran passo avanti. Le società femminili venendo in contatto con le società maschili, comincerebbero presto a capire tutta l’importanza della politica per l’emancipazione del proletariato, anzi direi quasi che soltanto allora il proletariato maschile diventerebbe una vera forza politica[2]”.

 

Femminismo borghese

Le donne sfruttate scoprono di essere egualmente oggetto di violenza come gli uomini, e tale violenza necessita una risposta che travalica, nel rispetto delle differenze,  generi e le patrie. Il femminismo si smarca dalle angustie delle differenze di genere per diventare organico alla sete di giustizia che attraversa tutti gli sfruttati. Per la borghese il femminismo è solo un mezzo per allargare i suoi orizzonti professionali, per ritagliarsi spazi lavorativi senza essere vittima di forme di discriminazione salariale in primis. Borghesi e borghese in competizione si contendono il mercato delle professioni. Per i proletari e le proletarie, in particolare, si tratta, invece, di lottare per ritagliare tempi sempre più estesi da sottrarre al tempo del lavoro in favore della vita. L’operaio e l’operaia nella fabbrica non subiscono solo lo sfruttamento, ad essi è sottratta la vita e le relazioni che umanizzano. Il femminismo borghese non può essere il femminismo di una proletaria, il mondo è guardato da prospettive situate in condizioni materiali diverse. Le femministe borghesi confermano il paradigma capitalistico con le loro aspirazioni di essere parte dell’individualismo competitivo. Per la donna proletaria lo sfruttatore può essere un uomo come una donna, vive la condizione di sottomissione a prescindere dal genere del dominatore. Per la borghese il nemico è il maschio che la sottomette o le impedisce l’inserimento in talune professioni. La donna borghese e la donna proletaria non hanno lo stesso dominatore, la borghese ambisce ad imitare la vita del borghese ed ad occuparne gli spazi professionali, la proletaria con  il fratello operaio ha l’ambizione di fondare un mondo nuovo, la fratellanza solidale è il suo fine:

“La questione però non è posta con esattezza; l’oppressione dell’uomo e l’oppressione dello sfruttatore sono due oppressioni di natura ben diversa, e questa è differenza capitale. – Mentre le donne delle classi medie sono costrette dalla concorrenza vitale a conquistare le professioni monopolizzate sinora dal sesso maschile, l’operaia ha già conquistato, o piuttosto ha subito, da gran tempo il diritto di essere sfruttata al pari dell’operaio, e per effetto dell’evoluzione dell’industria si trova già di fronte all’uomo in condizioni d’indipendenza molto maggiore che non la grande maggioranza delle donne di altre classi sociali. Per la donna borghese si tratta di allargare il campo del lavoro; per la donna operaia, al contrario, si tratta di restringerlo. Si tratta di impedire almeno che la donna venga impiegata nelle industrie insalubri, nelle miniere e nei lavori metallurgici. Se la donna borghese sente soprattutto il bisogno di emanciparsi dall’oppressione del maschio e di rendersi economicamente indipendente in concorrenza con esso, la donna proletaria, più che l’oppressione maschile, ha bisogno di scuotere il giogo del capitalismo, e di concorrente dell’uomo diventa sua compagna di lotta, sul terreno della lotta di classe. Le donne borghesi, raggiunto che abbiano il libero esercizio delle professioni e i diritti civili e politici, trovano aperto l’adito a una condizione sociale moralmente e materialmente degna, che è lo scopo delle feministe, anche secondo l’opinione della signora De Vries; non così per l’operaia, dato lo stato attuale dei rapporti economici. Finchè la donna sarà sfruttata dal capitalismo, non potrà mai rialzarsi né moralmente né materialmente; la sua emancipazione non avverrà che con quella del proletariato maschile. Per la donna borghese l’oppressione viene dall’uomo; per la donna operaia, dal capitalismo. Per la donna borghese uomini e sfruttatori sono sinonimi; per l’operaia lo sfruttatore può essere anche una donna: la donna capitalista, industriale, commerciante, o anche possidente, la donna cioè che eserciti una funzione la quale implichi lo sfruttamento diretto o indiretto del lavoro[1]”.

 

Inclusione

La Kuliscioff coglie la profondità del problema, le borghesi femministe lottano per  consolidare il sistema borghese e capitalistico. Con il linguaggio attuale reso universale dall’ideologia imperante potremmo dire che lottano per l’inclusione: non vogliono sovvertire o riformare radicalmente il sistema, ma semplicemente, la loro lotta è finalizzata a diventare dominatrici eguali ai dominatori. Per le proletarie la lotta ha lo scopo di cancellare dalla storia dominio e sfruttamento. Femminismo proletario e lotte operaie si ricongiungono da percorsi diversi, da identità differenti:

“Il feminismo attuale delle borghesi non è che una riproduzione del movimento della borghesia maschile rivoluzionaria di un secolo fa, e la libertà per le donne, conquistata nel perdurare del monopolio economico, non potrà essere che la libertà delle donne borghesi. Quanto all’eguaglianza e alla fratellanza, esse rimarranno parole vuote, esse rimarranno parole vuote, come lo rimasero in questo trionfo della società borghese. Ma vi è la maternità che concorrerà ad asservire la donna, vi è la innata  prepotenza dell’uomo, fatti indipendenti dall’assetto economico e che sopravviveranno alla rivoluzione proletaria; contro essi la sig.a De Vries non vede nel socialismo alcuna garanzia. Qui, gentile signora, dovremmo ingolfarci nel mare magnum della società futura, che né Lei, né io possiamo precisare e quasi neppure intravvedere. Forse la maternità renderà ancora la donna dipendente, non più dal maschio, ma dalla società; la prepotenza maschile certo andrà scemando, come si è già attenuata in confronto dei secoli passati, e come va sparendo nel campo socialista, dove la donna ha comuni coll’uomo gli interessi, i sentimenti, le lotte e le miserie. Comunque, le donne, combattendo a fianco dell’uomo nel partito socialista e diventando una forza motrice per la conquista d’un migliore avvenire, con questo solo fatto si creano un’eguaglianza reale coi loro compagni di lotta; la comunione del cimento e dell’opera svelle le radici della schiavitù più che non possa qualunque astratta propaganda, sia pure intensa ed assidua come la vagheggia la signora De Vries. Socialismo e emancipazione della donna sono fatti connessi, compenetrati, e il trionfo di quello non può andare disgiunto da questa. Ma  socialismo e feminismo, se possono essere correnti sociali parallele, non faranno però mai una causa sola[1].”

La specificità della lotta femminile rispetto a quella maschile, è che le donne devono superare il torpore in cui hanno vissuto per secoli. I padroni col capitalismo prediligono le donne nelle grandi fabbriche, perché sono più pazienti, più obbedienti per tradizione. La lotta è comune, ma dev’essere rispettosa della storia di ciascun genere. Lottare accanto agli uomini per le proletarie significa liberarsi dall’oppressione capitalistica che si somma con la tradizionale sottomissione delle donne. I capitalisti consci delle catene interiori delle proletarie le accolgono nelle fabbriche, perché più facilmente dominabili:

“Animati da questo solo sentimento i padroni naturalmente preferiscono servirsi piuttosto delle donne che degli uomini, perché le donne sono più ignoranti, più lige all’autorità, non sono organizzate e non presentano nessuna resistenza al capitale e ben di rado si servono dell’arma temibile dello sciopero. L’ubbidienza della donna, la coscienza meno viva della propria personalità, la pazienza, oh, di questa le donne ne hanno fin troppa! Per tutte queste virtù il padrone non ha da temere le donne; esse non si ribellano non sanno essere altro che martiri. E così le donne sostituiscono in gran parte delle industrie l’uomo, in certe industrie non vi sono che le donne. Soltanto nella Lombardia abbiamo più 10 mila di tessitrici quasi 10.000 nella manifattura dei tabacchi. E non c’è alcun paese come l’Italia in tutta l’Europa dove la giornata di lavoro delle donne è così lunga ed i salari così bassi[1]”.

 

Post-femminismo

Il post-femminismo attuale è ormai altro rispetto al femminismo di tradizione. La parità di genere tanto propagandata semplicemente ambisce ad includere non solo nel mercato, ma specialmente all’interno del paradigma neoliberale. Individualismo e seduzione sono i parametri in cui  assimilare uomini e donne. Le differenze materiali restano, ma si agisce per inibire ogni processo di consapevolezza di classe. In tal modo l’inclusione  non è che una forma cruenta di colonizzazione delle menti dei precari e delle precarie attraverso cui il sistema si conserva, consolida e prolifera usando gli sfruttati e le sfruttate. Il post-femminismo ha perso la sua carica critica ed emancipativa per essere l’organo più conservatore del sistema neoliberale. Le donne non sono che lo spot per i soli diritti individuali, per la libertà senza limiti e confini, in cui alla relazione tra generi e persone è sostituita l’autopromozione che avviene mediante la banalità perpetua della donna imprenditrice di sé e delle sue competenze. Il sistema lobbistico e neoliberale usa le donne per affermarsi proclamando la superiorità della loro intelligenza, ma nello stesso tempo le spoglia, le singolarizza da un punto di visto fisico, per renderle appetibili ed in carriera, il fine è di usare la liberazione delle donne come testa di ariete per abbattere ogni limite etico. Il sistema neoliberale può, in tal maniera, continuare la propria fase imperiale, la quale non invade solo stati e continenti, ma conquista i singoli, poiché ciascuno è un micromercato e nello stesso tempo segna un confine da abbattere e da colonizzare. La carica reazionaria del sistema è evidente, poiché proclama i soli diritti individuali, l’intelligenza delle donne sempre migliore di quella degli uomini, l’adulazione è sempre bugiarda, ma usa le donne come mezzo da spogliare, usare e vendere. Se si osservano con attenzione minima trasmissioni e linguaggio si scopre che la donna liberata del neoliberismo  è sempre  rappresentata come animale che deve sedurre, che dev’essere consumata e deve raggiungere gli apici delle gerarchie. Le altre donne stanno a guardare e vivono la frustrazione, come tutti, di sentirsi nulla, perché sei “qualcuno” solo se sei vincente e dominatore. La liberazione cade sotto le macerie delle nuove oppressioni del capitalismo dell’abbondanza e della seduzione, di cui la donna è la prima vittima. Ogni genere, ogni affettività nel sistema neoliberale deve cancellare la consapevolezza della propria condizione materiale con annessi processi di alienazione per diventare parte del racconto ideologico. Le donne divengono mezzo di diffusione della violenza della seduzione, del dominio dell’altro: il narcisismo non è solo regressivo, ma è violenza organizzata dal mercato, non si cerca la relazione, ma semplicemente l’affermazione egoica. La donna diviene, come qualsiasi vivente umano, strumento di morte, poiché all’intenzionalità affettiva che esige l’accogliere e l’inevitabile ascolto dell’altro si sostituisce la violenza del godimento anaffettivo. Lo stordimento edonistico struttura la rimozione delle differenze materiali, per cui i processi di consapevolezza comunitaria sono inibiti sul nascere. Le sofferenze causate dalle condizioni di sottomissione, oggi quasi generalizzate, sono compensate dal sogno dell’estetica, della seduzione, dall’imitazione dei peggiori comportamenti del mondo maschile tanto deprecati dal femminismo di tradizione. Ancora una volta il potere domina mediante l’incultura dell’astratto, poiché donne e uomini hanno imparato ad autopercepirsi come esseri astratti dalla loro condizione materiale, divengono, così, atomi ipostatizzati senza prospettive. L’unica speranza concessa è l’impari lotta contro la vecchiaia, contro il naturale scorrere del tempo, a cui si reagisce, senza agire, con interventi chirurgici che rivelano la violenza inaudita del sistema. I visi rifatti sono il testo di carne in cui leggere il sistema con la sua violenza mitica. A nessuno è concesso invecchiare, la verità della fragilità della condizione umana esposta al tempo dev’essere occultata con interventi invasivi che deformano la vecchiaia senza darle la giovinezza. Le caverne dell’oppressione sono multiple, in ognuna di esse vi è una tappa dello svuotamento dell’io gradualmente sostituito da un corpo manipolato ed in carriera, senza storia reale, poiché nella corsa all’inclusione ha rinunciato al desiderio profondo di sé e della relazione per darsi ai soli bisogni immediati non mediati dal concetto. Tra la violenza dell’attuale post-femminismo ed il femminismo vi è un salto quantico che andrebbe tematizzato e spiegato per capire il tramonto e l’abisso silenzioso dell’occidente.

 

La compiuta peccaminosità

Al neo-femminismo neoliberale delle classi medio alte di stampo e lingua anglosassone che ambiscono alla presa del potere, concorrenti interne all’oligarchia dello sfruttamento e dell’alienazione scientemente organizzato, bisogna contrapporre la verità della nostra epoca neoliberale che porta a compimento attraverso  le donne situate nel sistema la cultura della morte e solo apparentemente antiautoritaria. Le vittime sono ancora le donne che da essere generatrici di vita divengono strumento di sterilizzazione della cultura critica. Gli uomini e le donne sottomessi ed umiliati da tali gerarchie volutamente celate, in nome dei diritti universali, debbono opporre la verità alla violenza del regno animale dello spirito, della compiuta peccaminosità. Non si può che essere obbligati ad attraversare il male che ci contiene tutti, che ci vorrebbe non esseri umani, ma semplice esecutori autoritari del sistema per riprendere il cammino emancipativo che esige l’esodo dalla seduzione calcolata, dall’erotismo di carriera, dall’apprendimento sempre finalizzato alla conquista imperiale e mai per capire. Bisogna decostruire i miti sotto i quali sono sepolte le coscienze di uomini e donne delle classi subalterne e non, senza tale lavoro di decostruzione la violenza continuerà a proliferare in nuove forme, celata tra le pieghe dei diritto a tutto, dal dono sostituito dal calcolo, dalla violenza astratta del narcisismo regressivo, dalla nuova cultura della violenza che bisogna riconoscere altrimenti si è parte di un immenso meccanismo di autoriproduzione della stessa. Per decostruire i miti è necessario che uomini e donne si riapproprino del logos, è necessario riportare la categoria del politico nel quotidiano. La categoria del politico implica il logos liberato dall’incultura del politicamente corretto. Con il politico i soggetti sospendono le attività poietiche per disporsi al confronto veritativo. L’omologazione neoliberiste assimila uomini e donne in mondi astratti ed immaginari. Gli esseri umani sono in tal modo funzionali all’ambiente, ma perdono il mondo, la capacità di immaginare e pensare il fondamento socio-economico della loro condizioni. Il flusso ininterrotto della società pornografica e liberale, in cui tutto è esposto, purché non sia pensato e discusso radicalmente ha il fine di tacitare la pensabilità politica per conservare lo stato presente che mentre include silenzia ed orienta in modo predeterminato gusti e scelte. Si uccide il politico, perché in esso si ritrova la tensione feconda delle differenze:

 

“1.  La politica si fonda sul dato di fatto della pluralità degli uomini. Dio ha  creato  l’Uomo,  gli  uomini  sono  un  prodotto  umano,  terreno,  il prodotto  della  natura  umana.  Poiché  la  filosofia  e  la  teologia  si occupano sempre dell’Uomo, e tutti i loro enunciati sarebbero giusti anche  se  esistesse  soltanto  un  Uomo,  o  soltanto  due  Uomini,  o soltanto uomini identici, esse non hanno trovato una valida risposta filosofica alla domanda: che cos’è la politica? Peggio ancora: per   tutto il  pensiero  scientifico  esiste  solo  l’Uomo,  in  biologia  o  in  psicologia come in filosofia e in teologia, così come per la zoologia esiste solo il leone. I leoni sarebbero una faccenda che riguarda soltanto i leoni. Balza  agli  occhi,  in  tutti  i  grandi  pensatori,  il  divario  tra  le  filosofie politiche e le altre opere: persino in Platone. La politica non raggiunge mai la stessa profondità. La mancanza di profondità altro non è infatti che scarsa sensibilità per la profondità su cui poggia la politica.

  1. La politica  tratta  della  convivenza  e  comunanza  dei  diversi. Politicamente  gli  uomini  si  organizzano  in  base  a  determinati  tratti comuni  essenziali  all’interno  di  un  caos  assoluto,  oppure  da  un assoluto caos di differenze. Finché gli organismi politici sono  edificati sulla  famiglia e intesi nel  quadro della  famiglia, l’affinità ai suoi vari livelli è considerata da un lato l’elemento che può unificare i diversi, e dall’altro quello che consente  a  strutture  di  tipo  individuale  di  discostarsi  e  distinguersi l’una dall’altra[1]”.

 

Ambiente per il capitale

Il post-femminismo o neo-femminismo è altro rispetto al politico e rispetto al femminismo di tradizione è solo la maschera tecnocratica del turbocapitalismo che eguaglia e rende anonimi. Le donne sono divenute anonime come gli uomini, con l’aggravante che l’emancipazione è diventata imitazione della donna borghese ed anglofona che a sua volta ha come modello il maschio della finanza, il predatore globale in carriera. Se l’esodo è ancora possibile non si può che iniziare abbandonando il cerimoniale del politicamente corretto, per ridialettizzare le abitudini divenute verità. Se tale “evento” non dovesse concretizzarsi siamo condannati al capitale, alla sua capacità di trasformare ogni possibilità in ambiente per la riproduzione del capitale. L’inclusione nel sistema neo-liberale non ha che questa terribile ambizione modificare l’antropologia umana, le identità culturali e di genere per renderle ambiente per produzione del plusvalore. Il neo-femminismo è caduto nella trappola-caverna. Le classi medio-alte difendono l’atomismo della donna in carriere che produce plusvalore, ma affettivamente sterile, perché speculare alla maschia finanza. Le subalterne anziché pensare gli effetti che vivono nella  carne per la sudditanza alle nuove gerarchie femminili ambiscono ad emulare le nuove padrone. Se il servo ambisce a diventare padrone non vi può essere rivoluzione alcuna, né crescita umana, ma solo conservazione nella dispersione di sé. E’ necessario far emergere la contraddizione, il disorientamento rispetto alla pedissequa imitazione di ciò che produce dolore ed umilia per poter riportare la centralità del politico al centro della scena sociale per un nuovo inizio. Il neo-femminismo è parte sostanziale della società di solo bisogni senza desideri. I desideri attivano il passaggio dal particolare all’universale, il desiderio autentico è fecondo, nutre la vita, è apertura che diviene mondo, mentre i bisogni non sono che ripiegamento su se stesso, e sradicamento alienato, è il sistema che abita nell’io reso minimo. Il nuovo femminismo c va in scena ogni giorno e si connota per l’individualismo aggressivo, per la seduzione senza concetto, per la fisicità che ricerca la conferma di sé, pertanto è solo l’incarnazione dell’individualismo che ha rinunciato a priori alla relazione ed alla comunità. Neo-femminismo e neo-liberalismo sono il binomio imperiale del plusvalore senza fecondità, senza creatività, al bene che coincide con l’universale è stato sostituito l’atomismo sterile ed infecondo. Bisognerebbe riflettere sulle  parole di Diotima per capire la verità dei nostri giorni:

“Così avviene anche riguardo Amore. In sostanza ogni desiderio di bene e di felicità è per tutti il potentissimo e orditore di tranelli Amore. Ma mentre coloro che si incamminano per un altro percorso, e sono parecchi al suo seguito, o verso la ricchezza, l’attività fisica, la filosofia, non si dice che amino e non sono chiamati amanti, quelli che si volgono e si affannano a un solo aspetto di esso conseguono il nome dell’intero: amore, amare, amanti”. “è ben probabile che tu dica il vero”, risposi io. “E corre anche una certa voce, secondo cui coloro che cercano la propria metà, sono quelli che amano; il mio ragionamento invece non sostiene che amore non è della metà, né dell’intero, se questo, in qualche modo, o amico, non viene ad essere un bene, poiché gli uomini sono pronti anche a farsi tagliare i piedi e le mani se sembra loro che queste ‘loro’ cose siano cattive. E infatti essi, a uno a uno, a parer mio, non aspirano a questo ‘loro’, a meno che qualcuno non chiami il bene proprio e ‘di sé’ e il male non chiami ‘altrui’. Non v’è niente altro, infatti, che gli uomini amino, se non il bene. Oppure, cosa te ne pare, diversamente?” “A me no, per Zeus!”, risposi io. “E dunque”, continuò essa, “possiamo dire semplicemente che gli uomini amano il bene?” “Certo”, risposi. “Ebbene? Non si deve porre anche che essi amano di averlo?” “Si deve porre, sì “. “E dunque”, incalzò, “non solo averlo, ma averlo per sempre?” “Si deve presupporre anche questo”. “In definitiva”, aggiunse, “l’Amore è amore di avere il bene sempre per sé”. “Tu dici ragioni assai vere”, dissi io. “Siccome l’amore è sempre questo”, continuò essa, “in quale modo e in quale azione lo slancio e la tensione di quelli che cercano di raggiungerlo può chiamarsi amore? Quale mai può essere quest’opera? Hai modo di dirmelo?” “Veramente, Diotima”, risposi, “non potrei ammirarti per la tua sapienza e non verrei ad ascoltarle proprio da te queste cose se io le conoscessi”. “Te lo dirò”, aggiunse lei, “questo è come avere un parto nel bello e secondo il corpo che secondo l’anima”. “Ci vuole la capacità di un indovino per comprendere cosa mai vuoi dire, perché io non lo capisco”. “Te lo dirò io”, continuò essa, “in maniera più chiara. Tutti gli uomini, Socrate, divengono gravidi nel corpo e nell’anima: e quando raggiungono una certa età, la nostra natura ha desiderio di partorire. Ma partorire nel brutto non è possibile, nel bello sì . Infatti l’unione di uomo e donna è partorire. E questa è proprio cosa divina: ed è anche cosa immortale, in quel che vive ed è pur destinato a morire, la gravidanza e la nascita[1]”.

 

Metafisica e politica

Se il capitalismo con la sua inaudita flessibilità riesce ad assimilare ogni postura concettuale e storica per svuotarla di senso, probabilmente se ciò avviene con immediatezza estrema ed incontrando poca resistenza, è evidente che il problema è di ordine metafisico. L’impressionante adattabilità del capitalismo è possibile, per il nichilismo imperante. In assenza di paradigmi veritativi e assiologici l’assimilazione cannibalica avviene in modo veloce. La categoria del politico deve implicare il metafisico per poter criticamente resistere ed avanzare dinanzi all’assimilazione capitale. Il compito che spetta agli uomini ed alle donne di buona volontà deve avere quale fine la rifondazione metafisica per porre argine al nichilismo del capitale. Per giungere al metafisico e riattivare la categoria del politico bisogna trascendere la pluralità delle indifferenze con cui il capitale ha risolto il problema delle differenze. Emancipare le alterità di genere, di classe, di età è possibile solo se le differenze emergono, se rompono la sovrastruttura capitale sotto cui giacciono. Le differenze al capitale provocano un timore panico, perché sono portatrici di esperienze, esigenze materiali, linguaggi non controllabili, mentre le indifferenze associate e giustapposte senza concetto sono rassicuranti. La metafisica erompe dal confronto-scontro tra le differenze, dall’esigenza di trovare un piano ontologico comune, per cui metafisica e politica sono tra di loro in intersezione. Diviene, dunque, imprescindibile ed urgente risemantizzare e risignificare il presente per poter riprendere i sentieri interrotti, per poter riconoscere la violenza della serialità, e riscoprire la bellezza delle differenze profonde e vere:

“La bellezza è tale solo se riflette la singolarità della persona e la sua prismatica complessità. Come l’opera d’arte, essa viene uccisa dalla mimesi e dalla serialità, e fiorisce invece laddove si sottrae al confronto narcisistico e alla dinamica invidiosa, imponendosi, nella sua aura e nella sua unicità, con la regale dignità della bellezza senza specchio[1]”.

Vivere in un mondo senza differenze e senza bellezza non è un destino, ma una scelta politica: ogni gesto, ogni parola può contribuire a conservare o a decostruire il presente. La responsabilità verso il presente storico passa attraverso l’azione quotidiana  che può contribuire a porre le condizioni per la prassi collettiva. Ancora una volta siamo dinanzi ad un bivio, sta a noi scegliere e responsabilizzarci verso la nostra vita e la comunità. La storia non è costituita da continuità predeterminate, la paura per le differenze rivela che la cultura neo-liberale teme il possibile, perché esso è sempre in agguato, è un fantasma che si aggira, malgrado in questo tempo terribile la speranza sia relegata all’archeologia della storia. Conservare le differenze significa non solo resistere, ma specialmente lavorare in modo carsico per la deviazione, per fessurare la cappa di piombo che grava sul mondo, affinché ciò possa avvenire bisogna riconoscere il totalitarismo neo-liberale nel quale uomini e donne precarizzati sono sussunti:

“Con il termine di “totalitarismo neoliberale” intendo allora non una specifica forma di stato o di governo, ma una concezione ideologica che intende creare un campo artificiale di posizioni, in cui ovviamente ci sia una sinistra, un centro e una destra, posizioni però ferreamente unificate dalla comune accettazione della fine  capitalistica della storia. Oggi siamo dentro questo totalitarismo neoliberale flessibile, e non ci sono vie di mezzo: o lo si accetta, magari con mille ipocriti distinguo, o lo i rifiuta, accettando di pagare le conseguenze del caso in termini di diffamazione e di emarginazione[2]”.

 

 

[1] Costanzo Preve Elogio del comunitarismo controcorrente 2006 Napoli pag. 239

[2] Anna Kuliscioff Proletariato femminile Relazione al circolo “Genio e lavoro”, 1892 in Anna Kuliscioff Scritti Collana “Figure del novecento” Fondazione Anna  Kuliscioff 2015 Milano pag. 68

[3] Ibidem pag. 72

[4] Anna Kuliscioff Da “Critica Sociale”, Anno VII, 1897 – N. 12 in Anna Kuliscioff Scritti Collana “Figure del novecento” Fondazione Anna  Kuliscioff 2015 Milano pag. 106

[5 Ibidem pp. 106 107

[6] Anna Kuliscioff Alle operaie della manifattura tabacchi 1888 in Anna Kuliscioff Scritti Collana “Figure del novecento” Fondazione Anna  Kuliscioff 2015 Milano pag. 111

[7] Hannah Arendt Che cos’è la politica? Edizioni comunità Milano 1995 pp. 6- 7

[8] Platone Simposio Ousia pag. 15

[9 E. Pulcini, «Specchio, specchio delle mie brame…» Bellezza e invidia, Orthotes, Napoli Salerno 2017, p. 108.

[10] Costanzo Preve Del buon uso dell’universalismo Settimo Sigillo Roma 2005 pag. 135

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2 commenti per “Post-modernismo, neofemminismo, de-umanizzazione, esclusione del maschile dalla storia

  1. Giulio larosa
    26 giugno 2020 at 23:31

    Magnifico, complimenti

  2. 27 giugno 2020 at 2:14

    Eccellente articolo che ancora una volta conferma l’elevato livello dei siti di Fabrizio, il cui interesse va al di là dell’area politica di appartenenza.
    Meriterebbe ben altro approdondimento ma qui vorrei sottolineare l’assimilazione darwinista dell’uomo all’animale, già annunciata da Huxley, l’uso delle donne come guardiane del potere fin dentro le famiglie e la costruzione di un edificio sociale strutturato come un carcere dorato, per impedire qualsiasi cambiamento, in una visione anti-civile che sta pervadendo ogni ambito politico e culturale.
    L’immagine della donna manager anglosassone, emancipata e amorale, è quella della portatrice della cultura della morte (non solo l’aborto): sterile, nichilista, sabotatrice dei suoli paterni e distruggitrice di famiglie. La tanto decantata emancipazione e i nuovi ruoli femminili come espressione del nulla.
    E’ una caratteristica del capitalismo dello sfruttamento celebrare e far celebrare il nulla, perché solo il nichilismo lo fa apparire legittimo e tollerabile.

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