Trattato di Versailles (1919): la riduzione in schiavitù del popolo tedesco

Verità del capitalismo

La verità del capitalismo nella sua fase imperiale è resa palese dai trattati di pace, i quali non sono che saccheggi in nome della legge del più forte. In tal modo ogni pace non è che la premessa per una futura guerra, ogni pace è già guerra. Il capitalismo imperiale non conosce che la verità della guerra, con la quale non solo consolida le sue strutture e risolve le crisi di sovrapproduzione, ma specialmente con la guerra perenne il capitalismo rende visibile la sua verità: la violenza dell’accaparramento e del saccheggio  sono l’epifenomeno dell’illimitato che lo muove, ogni legge razionale  e ogni misura sono polverizzate dal movimento onnivoro del capitale.

Il trattato di Versailles (1919) non fu che la continuazione della guerra che l’aveva preceduta. Keynes ne analizza gli effetti e  le novità inaudite profetizzando che la violenza della pace sarebbe stata la madre delle future guerre. Nel trattato  il popolo tedesco è privato delle sue proprietà private, l’aggressione alle ricchezze private è il vulnus che contribuirà a  portare il popolo tedesco verso il nazionalsocialismo. La violenza subita, l’irrazionalità dei provvedimenti, si trasformerà nella tempesta di fuoco che si abbatterà sull’Europa e sul pianeta. I beni dei tedeschi  nelle colonie e nei territori persi vengono espropriati a favore degli alleati, in nessun trattato di pace era stata messa in atto  l’espropriazione dei beni privati, il diritto internazionale è così calpestato in nome del plusvalore, l’unica vera legge che guida i destini degli stati e dei cittadini è la rapina per legge e per sistema:

“L’espropriazione di beni privati tedeschi non è limitata, peraltro, alle ex colonie tedesche e all’Alsazia-Lorena. Il trattamento di tali beni forma invero un capitolo molto rilevante e sostanzioso del trattato, che non ha ricevuto l’attenzione che merita benché sia stato oggetto di violentissime contestazioni da parte dei delegati tedeschi a Versailles. Non esistono, che io sappia, precedenti in nessun trattato di pace della storia recente per il trattamento di proprietà private esposto qui di seguito, e i rappresentanti tedeschi obbiettarono che il precedente ora stabilito è un colpo pericoloso e immorale inferto alla proprietà privata in tutto il mondo. Questa è un’esagerazione: la netta distinzione, sancita dalla consuetudine e dalla convenzione durante gli ultimi due secoli, tra proprietà e diritti di uno Stato e proprietà e diritti dei suoi cittadini è una distinzione artificiosa, che sta diventando rapidamente obsoleta a causa di molte influenze estranee al trattato di pace, e non corrisponde alle moderne concezioni socialistiche dei rapporti fra Stato e cittadini. Ma è vero che il trattato infligge un colpo rovinoso a una concezione situata alla radice di molta parte del cosiddetto diritto internazionale, quale è stato finora formulato[1]”.

 

La violenza come sistema

L’olocausto è parte integrante dell’agire del capitale, poiché il plusvalore per autoriprodursi deve abbattere ogni confine, il disegno imperiale è nella genetica del capitale. L’impero del capitale assimila ed elimina ogni resistenza al suo spandersi, per i perdenti non c’è pietà alcuna, ma solo un destino segnato. La Germania  dev’essere eliminata, in quanto competitrice economica ed imperiale, e a tal fine si stringe in nome della pace il cappio intorno ad essa. Vengono attaccati gli interessi della Germania nei paesi limitrofi, il cui mercato è ambito dagli stati competitori. Si ottiene un doppio risultato i vincitori si appropriano del mercato dello stato sconfitto, e nel contempo si annichilisce sul nascere la possibilità che la Germania possa diventare nuovamente potenza industriale. Si condanna un intero popolo alla fame ed all’estinzione programmata. La violenza diviene sistema; carnefici e vittime si scambiano i ruoli a seconda delle circostanze storiche:

“Fin qui ci siamo occupati di proprietà tedesche sotto giurisdizione Alleata. La norma seguente mira a eliminare gli interessi tedeschi nel territorio dei paesi vicini ed ex alleati della Germania, e di certi altri paesi. L’articolo 260 delle clausole finanziarie stabilisce che la commissione riparazioni può imporre al governo tedesco, entro un anno dall’entrata in vigore del trattato, di espropriare i suoi cittadini e di consegnare alla commissione stessa «qualsivoglia diritto e interesse di cittadini tedeschi in imprese di pubblica utilità o in concessioni operanti in Russia, Cina, Turchia, Austria, Ungheria e Bulgaria, o nei possedimenti o dipendenze di questi Stati, o in territori prima appartenenti alla Germania o ai suoi alleati ceduti ad altra potenza o posti sotto amministrazione mandataria in base al presente trattato». Questa ampia formulazione coincide in parte con le norme di cui ad (a), ma include, si noti, i nuovi Stati e territori ritagliati dagli ex imperi russo, austro-ungarico e turco. Così l’influenza della Germania viene eliminata e i suoi capitali confiscati in tutti quei paesi vicini a cui essa potrebbe guardare naturalmente per il suo futuro sostentamento, e come sbocco della sua energia, iniziativa e capacità tecnica. L’attuazione in dettaglio di questo programma sarà un arduo compito per la commissione riparazioni, che si troverà a detenere un gran numero di diritti e interessi sparsi in un vasto territorio di dubbia obbedienza, sconvolto dalla guerra, dalla disgregazione e dal bolscevismo. La divisione delle spoglie tra i vincitori darà anche lavoro a un poderoso ufficio alla cui soglia faranno ressa gli avidi avventurieri e i gelosi cacciatori di concessioni di venti o trenta paesi[1]”.

 

Impossessarsi delle fonti energetiche

Per distruggere ed umiliare lo stato  competitore si procede a confiscare le proprietà private, ad impossessarsi delle colonie e del mercato dell’ex potenza e specialmente si impedisce il rifornimento energetico che tiene in vita un popolo ed un sistema economico: i giacimenti della Slesia, della Saar e dell’Alsazia Lorena sono ceduti ai vincitori. Le risorse energetiche residue devono essere consegnate per i danni di guerra, un’intera nazione è messa nelle condizioni di perire in nome della pace. L’olocausto che verrà ha tra le pieghe la violenza subita e la paura di essere oggetto di nuove violenze imperiali. Il totalitarismo è il frutto della violenza del capitale e delle sue metamorfosi. Dove regna il capitalismo assoluto, la paura e la violenza sono sentimenti- pulsioni  che capillarmente si diffondono per essere il normale “sentire e percepire quotidiano”. La Germania deve cedere risorse finanziarie e naturali, si vuole creare nel cuore dell’Europa dapprima un vuoto da occupare e sfruttare e poi una nuova occasione di investimento ed espansione sulle ceneri altrui:

“La perdita dei giacimenti dell’Alta Slesia e della Saar riduce le risorse carbonifere della Germania di poco meno di un terzo. (III) Con il carbone che le rimane, la Germania è obbligata a risarcire di anno in anno la perdita subìta secondo le stime dalla Francia per la distruzione e i danni di guerra dei bacini carboniferi delle sue province settentrionali. Nel paragrafo 2 dell’allegato V al capitolo delle riparazioni, «la Germania si impegna a consegnare annualmente alla Francia, per un periodo non superiore a dieci anni, una quantità di carbone pari alla differenza tra la produzione annua prebellica delle miniere di carbone dei dipartimenti del Nord e del Pas-de-Calais, distrutte a causa della guerra, e la produzione delle miniere della stessa zona durante l’anno in questione; tali consegne non dovranno superare i 20 milioni di tonnellate in nessun anno del primo quinquennio, e gli 8 milioni di tonnellate in nessun anno del quinquennio successivo». Questa sarebbe una norma ragionevole se fosse la sola, e la Germania sarebbe in grado di adempiervi se le fossero lasciate le sue altre risorse per farlo. (IV) La clausola finale relativa al carbone fa parte dello schema generale del capitolo riparazioni, per il quale le somme dovute per le riparazioni vanno pagate parzialmente in natura anziché in contanti[1]”.

 

Dismisura tra danni e riparazioni

La sproporzione tra riparazioni dei danni e richieste  è evidente, se si calcola che il Belgio fu invaso e subì distruzioni solo in proporzioni minime, mentre la Francia subì distruzioni  ben più ampie, ma corrispondenti  al 4% del suo territorio, fu invaso circa il 10% della nazione. Si procedette invece a calcolare le riparazioni come se l’intero territorio fosse stato invaso e ridotto in macerie. Semplicemente si approfitta dell’occasione per saccheggiare la potente e scomoda vicina. Lo scopo finale è impedire che la Germania abbia un futuro, si deve privare il popolo tedesco dell’orizzonte temporale per schiacciarlo in un eterno e misero presente:

“In Francia la distruzione è stata di tutt’altro ordine di grandezza, in ragione non solo della lunghezza della linea di battaglia ma anche del territorio enormemente più ampio sul quale si sono spostati di volta in volta i combattimenti. È un popolare abbaglio vedere nel Belgio la vittima principale della guerra; tenendo conto delle perdite umane e di beni, e del futuro onere debitorio, risulterà, credo, che fra tutti i belligeranti, ad eccezione degli Stati Uniti, il Belgio è quello che ha fatto relativamente meno sacrifici. Degli Alleati, la Serbia ha subìto in proporzione le sofferenze e le perdite maggiori, e dopo la Serbia, la Francia. La Francia è stata essenzialmente vittima dell’ambizione tedesca tanto quanto il Belgio, e la sua entrata in guerra fu altrettanto inevitabile. A mio giudizio la Francia, nonostante la sua politica alla Conferenza di pace, politica largamente riconducibile alle sue sofferenze, ha il massimo diritto alla nostra generosità[2]”.

La Germania è ritenuta unica responsabile, dietro tale accusa ideologica, si cela il desiderio di piegare per sempre una rivale che altrimenti non sarebbe stata sconfitta:

“Restano le richieste di Italia, Serbia e Romania per i danni dovuti all’invasione, e le richieste di questi e altri paesi, per esempio la Grecia, per le perdite in mare. Presuppongo per il discorso presente che queste richieste si rivolgano alla Germania, anche quando i danni non siano stati causati da lei ma dai suoi alleati; e che non vengano avanzate richieste analoghe per conto della Russia. Le perdite dell’Italia per l’invasione e in mare non possono essere gravissime, e una cifra tra i 50 e i 100 milioni di sterline sarebbe pienamente bastante a coprirle. Le perdite della Serbia, sebbene dal punto di vista umano le sue sofferenze siano state le maggiori di tutte, non si misurano pecuniariamente con cifre molto elevate, a causa del basso sviluppo economico del paese[3]”.

                   

“Pace”

Keynes condanna la politica di riduzione di un’intera popolazione in schiavitù, ciò che sfugge all’analisi lucida dell’economista, è che Versailles mostra la verità del sistema capitale nella sua brutalità, e nella sua manipolazione linguistica dei significati. Versailles non è  solo un episodio della storia del capitalismo, ma è la sua verità non riconosciuta. Chiamare “pace” la distruzione di un popolo è simile a definire “riforme” i tagli lineari alla spesa pubblica che hanno provocato nella sola Italia decine di migliaia di morti nell’ultima pandemia. Il capitale usa le parole solo per autolegittimarsi, pertanto può chiamare pace il tentativo di eliminare fisicamente e culturalmente  un pericoloso competitore:

“La politica di ridurre la Germania in servitù per una generazione, di degradare la vita di milioni di esseri umani e di privare un’intera nazione della felicità dovrebbe essere odiosa e ripugnante: odiosa e ripugnante anche se fosse possibile, anche se ci arricchisse, anche se non fosse fonte di rovina per tutta la vita civile d’Europa. C’è chi la predica in nome della giustizia. Nei grandi eventi della storia umana, nel dipanarsi degli intricati destini delle nazioni, la giustizia non è tanto semplice. E se pur lo fosse, le nazioni non sono autorizzate, dalla religione o dalla morale naturale, a punire i figli dei loro nemici per i misfatti di genitori o di governanti[1]”.

 

La peste del nichilismo capitale

Per resistere alla barbarie che avanza è necessario riconquistare i significati delle parole, senza di essi non siamo che automi incapaci di orientarci e di significare il mondo. L’angloitaliano non è semplicemente la spia evidente della vittoria del mondo anglosassone, ma è la modalità con cui si sottraggono i provvedimenti alla discussione per farli apparire globali, nuovi e giovani. La violenza è polimorfa. Lingua e storia sono un binomio, senza il quale l’umanità è consegnata all’inverno dello spirito. La violenza dell’economicismo forma persone che divengono atomi pronti ad aggredire in nome della competizione. L’atomismo sociale con la violenza delle parole forma individui mossi dalla paura ed emotivamente analfabeti. Il regno della paura si espande e nei momenti di crisi ogni violenza è possibile. La resistenza civile deve partire dalla riconquista delle parole, dalla loro riconcettualizzazione, altrimenti saremo sempre più simili agli appestati di Camus, e diffonderemo la peste della violenza capitale senza esserne consapevoli. Decolonizzare la mente dal nichilismo economicista non può che avvenire mediante un lavoro di formazione e di aggregazione comunitaria che non ha termine temporale, perché come riporta Camus nella conclusione del suo testo  La peste “il virus letale” continua ad aggirarsi in ogni gesto della vita quotidiana:

“Ascoltando, infatti, i gridi d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata. Sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine d’anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura o insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice[1]”.

 

[1]  John Maynard Keynes Le conseguenze economiche della pace Traduzione di Franco Salvatorelli Adelphi eBook pag. 59

[2] Ibidem pag. 62

[3] Ibidem pag. 67

[4] Ibidem pag. 103

[5] Ibidem pag. 107

[6] Ibidem pag. 164 165

[7] A. Camus, La peste, trad. B. Dal Fabbro, Bompiani, Milano 1948

Il Trattato di Versailles

Fonte foto : (da Google)

1 commento per “Trattato di Versailles (1919): la riduzione in schiavitù del popolo tedesco

  1. Alessandro
    14 giugno 2020 at 14:17

    Non a caso alcuni storici parlano del “trentennio” 1914-1945 come di una seconda guerra dei trent’anni.

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