Caso Battisti: estradizione politica

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Foto: Quotidiano.net (da Google)

 

Di tutta la galassia di gruppi e gruppetti che sorgevano come funghi negli interstizi delle metropoli italiane negli anni ‘70 e che hanno praticato la lotta armata, quello dei PAC (Proletari Armati per il Comunismo) di cui faceva parte Cesare Battisti, era sicuramente uno dei più scalcinati.

Un gruppo senza una vera strategia, “spontaneista”, come sarebbe stato definito una volta, che operava ai margini e senza alcun rapporto con organizzazioni ben più strutturate come le Brigate Rosse. Le loro azioni e la loro “pratica” erano rivolte soprattutto contro le strutture carcerarie (medici e agenti di custodia) con l’obiettivo di raccogliere consensi soprattutto nelle fasce marginali e sottoproletarie delle periferie urbane.

Cesare Battisti era uno dei militanti di quel gruppo. Un giovane che, come tanti altri in quegli anni, scelse di ribellarsi ma lo fece nel modo sbagliato, come peraltro lui stesso ha riconosciuto, optando per una scelta, quella della lotta armata e del terrorismo, che avrebbe portato migliaia di giovani in un tragico vicolo cieco.

E’ bene chiarire alcuni punti. La lotta armata e il terrorismo in questo paese non sono nati dal nulla, non sono piovuti dal cielo o dal delirio (che pure c’è stato…) di qualche intellettuale. Sono stati, piaccia o no, il prodotto delle contraddizioni di questo paese, cioè di un conflitto sociale e politico durissimo combattuto senza nessuna esclusione di colpi – in special modo dalle classi dominanti e dai loro apparati di sicurezza legali e/o illegali (leggi stragismo, “Gladio”, servizi segreti “deviati” e trame eversive di ogni genere finalizzate a destabilizzare il sistema democratico e a tenere il movimento operaio sotto pressione e ricatto) – e di condizioni internazionali, oggi diremmo geopolitiche, che lo hanno favorito e anche alimentato. Erano gli anni della cosiddetta “guerra fredda” e l’Italia, anche per la sua posizione geografica, era considerato un paese chiave dell’Alleanza Atlantica. E però, nello stesso tempo, era un paese dove erano presenti un forte movimento operaio e studentesco e il più grande partito comunista del mondo occidentale.

E’ in questo contesto che è nato e si è sviluppato il terrorismo di sinistra (comprese le sue degenerazioni di cui il fenomeno massiccio dei “pentiti” è paradossalmente una delle cartine al tornasole insieme ad omicidi ed atti di violenza ingiustificabili sia sotto il profilo politico che morale) ma anche quella che una volta veniva definita “illegalità diffusa”, cioè un insieme di pratiche e comportamenti sociali di massa: occupazione di case, autoriduzione delle bollette, “espropri proletari”, scioperi e lotte operaie nei posti di lavoro fuori e contro la linea dei sindacati ufficiali e dei partiti della Sinistra riformista. In poche parole la lotta di classe, quella che all’epoca veniva combattuta da ambo le parti e oggi da una parte sola, quella delle classi dominanti.

L’obiettivo ideologico e politico di queste ultime (che hanno vinto quello scontro sociale e politico) è di ridurre quella grande esperienza di lotte, di idealità, di grande partecipazione di massa e di altrettanto grande conflittualità sociale a mero terrorismo, agli “anni di piombo”, come vengono tristemente definiti. E’ quella conflittualità sociale che non viene perdonata se nel 2017, a distanza di quarant’anni, ancora ci si accanisce nel voler perseguire persone che di quegli anni, a vario titolo, sono state protagoniste. E’ trascorsa un’epoca, siamo nel terzo millennio, in un’altra fase storica, è crollato il muro di Berlino, l’URSS e il socialismo reale (ma la NATO è ancora in piedi, viva, vegeta e molto attiva…), il movimento operaio non esiste più così come la Sinistra, chi allora aveva vent’anni oggi ne ha sessanta, e ciò nonostante l’accanimento continua. La ragione di ciò consiste nel fatto che non si vuole dare una lettura politica di quegli anni, perché farlo significherebbe appunto riconoscere che era in atto uno scontro politico e soprattutto sociale, ed è esattamente quello che non si vuole riconoscere.  Del resto la storia la scrivono i vincitori, come noto, e non i vinti.

Tutto ciò è tanto più paradossale se pensiamo che alla fine della seconda guerra mondiale, subito dopo il crollo del fascismo, fu concessa l’amnistia (proprio per mano dell’allora segretario del PCI, Palmiro Togliatti) ai fascisti, decidendo così di voltare pagina, nonostante vent’anni di dittatura, l’alleanza con la Germania nazista, la guerra imperialista e l’aggressione all’Albania, alla Grecia, alla Francia, alla Jugoslavia e all’Unione Sovietica, i tanti lutti, la corresponsabilità con le stragi naziste, le deportazioni, le leggi razziali, le persecuzioni, gli omicidi e le guerre coloniali in Africa con relativi massacri e crimini di guerra.

In altre parole, a torto o a ragione, fu dato un colpo di spugna e gli ex o post fascisti, responsabili e/o corresponsabili di quanto sopra poterono addirittura e fin da subito dare vita ad un loro partito, il Movimento Sociale Italiano (MSI), che faceva esplicito riferimento al fascismo, il cui segretario, Giorgio Almirante, già firmatario del famigerato Manifesto della Razza, aveva ricoperto importanti incarichi nella RSI, oltre ad aver fatto parte della  Guardia Nazionale Repubblicana, milizia fascista che collaborava con le truppe naziste, incaricata della repressione delle forze partigiane e responsabile di impiccagioni e fucilazioni  di partigiani, rastrellamenti ed eccidi avvenuti in diverse località italiane.

Ma è ovvio che i neofascisti non erano considerati pericolosi e anzi furono utilizzati, ai vari livelli, dallo Stato italiano e dalla stessa NATO, o come manovalanza o come stampella parlamentare della Democrazia Cristiana, il partito che ha governato l’Italia per più di quarant’anni.

La richiesta di estradizione di Battisti da parte del governo italiano a quello brasiliano – al di là delle sue personali responsabilità (anche se lui si dichiara innocente per gli omicidi che gli vengono attribuiti da alcuni “pentiti” che si sono peraltro contraddetti l’uno con l’altro…) – non è un incaponimento giudiziario né una vendetta ma la conseguenza dell’ incapacità/non volontà/rifiuto da parte del governo, dello stato e delle classi dirigenti italiane di chiudere politicamente con quella fase storica e di darne una lettura politica. Quella lettura e quella soluzione politica che, come abbiamo visto, fu invece fatta per quanto riguarda l’intera vicenda del fascismo in Italia.

Un tale incaponimento ci fu forse soltanto dopo la sconfitta e la distruzione della Comune di Parigi, uno dei punti più alti toccati dal conflitto e dal movimento di classe nel corso della storia, con arresti e processi che durarono ancora per decenni e decenni.

Gli anni ’60 e ’70, con tutte le loro contraddizioni che abbiamo affrontato in altri articoli (mi riferisco alla deriva ideologica e neoborghese o neocapitalista del ’68 e di una gran parte dei “sessantottini”) e al netto di trame di ogni genere, di depistaggi, infiltrazioni, complotti, collusioni varie, hanno rappresentato un momento alto dello scontro di classe in quello che allora era considerato un paese avanzato della catena di comando capitalista mondiale. E’ questo che si deve rimuovere. Per questo quella complessa vicenda storica e politica deve essere ridotta a mera questione di ordine giudiziario.

 

10 commenti per “Caso Battisti: estradizione politica

  1. Enrico
    8 ottobre 2017 at 0:44

    E’ perche’ hanno il terrore che quella storia si possa ripetere, pur nell’attuale deserto di conflittualità sociale dal basso verso l”alto. Cio’ dimostra, una volta di piu’, che quel che piu temono i padroni, PERSINO IN UN CONTESTO COME QUELLO ATTUALE, IN CUI AVREBBERO MILLE MOTIVI PER DORMIRE SONNI TRANQUILLI, è la lotta di classe dei subalterni. Da qui la rivalutazione mediatica del fascismo (che dura da diversi decenni) , presentato alle giovani generazioni (che vivono, appunto, nel deserto attuale) come l’unica alternativa accettabile alla democrazia borghese. E da qui la continua istigazione alla guerra tra poveri (attraverso decisioni politiche, certo, ma sopratutto, anche in tal caso, atttaverso il.circo mediatico, la piu micidiale arma detenuta dal
    potere in tutto.il.corso della storia).

  2. MAURIZIO BAROZZI
    8 ottobre 2017 at 9:20

    BRAVO FABRIZIO UN OTTIMO ARTICOLO

  3. ARMANDO
    8 ottobre 2017 at 17:44

    Non direi che ci sia rivalutazione mediatica del fascismo. Anzi, l’antifascismo in assenza di fascismo è usato strumentalmente ancora oggi. La grottesca legge Fiano o le esternazioni della Boldrini sulla necessità di eliminare ogni traccia del passato lo stanno a dimostrare. Così come gli anni di piombo non furono un semplice fenomeno criminale, come vogliono far apparire, neanche il fascismo lo fu. Fu un fenomeno complesso, e nemmeno solo reazionario; certamente anti proletario ma anche di modernizzazione borghese delle strutture capitalistiche italiane. Per di più godette, per lungo periodo, di ampio consenso popolare. A distanza di tanti anni, così come per gli anni di piombo, una storiografia seria dovrebbe prendere atto degli eventi storici e studiarli seriamente e analiticamente.
    Quanto alle trame dei servizi, mentre è certo che il terrorismo stragista fu coperto quando non propiziato dai servizi, non escluderei affatto ci siano state infiltrazioni e direzioni occulte anche nelle formazioni armate di sinistra. In fin dei conti la teoria degli opposti estremismi fu funzionale alla stabilizzazione al centro del sistema, ed alla sua subordinazione alla Nato.
    Questo sul piano della storia. Il piano giudiziario mi semnra diverso. Fabrizio ricorda opportunamente l’amnistia di Togliatti, ma una cosa è chiudere un periodo storico con una amnistia per chi non si è macchiato di fatti di sangue eclatanti, un’altra annullare le condanne per omicidio. Naturalmente non so se Battisti sia davvero colpevole o meno. Così dicono le sentenze. Forse è chiedere troppo, ma mi viene da dire che un militante all’epoca convinto della giustezza della lotta armata (ammesso e niente affatto concesso che l’uccisione di civili possa essere catalogata come lotta armata e non semplicemente come puro terrorismo), e poi si fosse reso conto non solo dell’errore tragico commesso ma anche pentito per i terribili e inutili lutti provocati a persone innocenti, farebbe un gesto davvero di grande valore morale assumendosene la responsabilità a tutti i livelli. Ovviamente se colpevole! E se ciò vale per la manivalanza, a maggior ragione vale per i gruppi dirigenti. Faccio un sempio, sia pure sapendo delle differenze fra le diverse situazioni etc. etc. . Da quello che si piò capire dall’esterno è davvero credibile che Sofri, gran capo di Lotta Continua, non fosse al corrente delle intenzioni di coloro che uccisero Calabresi? E che un’azione simile fosse condotta come cani sciolti e non come attuazione di direttive dall’alto (tanto più che Bompressi era un dirigente e non un militante semplice come Marino, fra l’altro l’unico proletario del commando)? Non credo, sinceramente. Inviterei infine anche a ragionare sulle coperture di cui Battisti ha goduto sia in Francia che in Brasile. Perchè? A che scopo? Con quali titoli di credibilità? Il sessantotto e gli anni di piombo sono ancora lungi dalla piena chiarezza sugli intrighi i doppi giochi le trame oscure, di cui quei protagonisti (quelli in buona fede) non si rendevano conto. Sarebbe ora che l’ammettessero con sincerità. sarebbe davvero un contributo a chiudere un’epoca.

    • Fabrizio Marchi
      8 ottobre 2017 at 21:50

      Non sono d’accordo, Armando.
      La questione giudiziaria non può essere disgiunta da quella politica. In Italia dal dopoguerra fino ai primi anni ’80 sono stati uccisi dalla polizia e dai carabinieri centinaia di operai e studenti. Non sto parlando di terroristi o di militanti clandestini ma di giovani uccisi nelle piazze, magari durante delle manifestazioni o dei disordini come ce ne sono stati migliaia in questo paese. Anche quei disordini fanno parte della lotta di classe, sia chiaro, non stiamo parlando di teppisti ma di lavoratori, studenti, braccianti ecc…
      Ci risulta che poliziotti o agenti dei servizi o ministri (ancor più responsabili degli agenti di polizia) siano stati perseguiti per quei delitti? (perché di delitti si tratta, parliamoci chiaro). No, ovviamente. Chi vince non processa se stesso, processa gli altri. Se veramente dovessimo riaprire tutta quella storia a tutto tondo, non ne usciremmo più, troppa gente dovrebbe essere perseguita e in tutte le direzioni, e non solo Battisti e ciò significa che la vita del paese sarebbe da 40 anni incentrata solo su questo con decine di migliaia di processi tuttora in corso…
      Ma ovviamente non è possibile, ed è anche per questo che si arriva a delle “soluzioni” politiche, altrimenti non si potrebbe MAI uscire da determinate situazioni storiche che si sono determinate.
      Mutatisi mutandis, dal momento che il fascismo e il nazismo hanno fatto qualche danno in più degli “anni di piombo”, al loro crollo avrebbe dovuto essere fatto un pogrom, un massacro o quanto meno la carcerazione a lunghissime pene detentive di migliaia e migliaia e forse decine e decine di migliaia di persone che ai vari livelli erano compromesse con quei regimi, ma NON fu fatto. In Germania, ancor più che in Italia, ci fu un colpo di spugna, proprio perché erano troppe le persone compromesse con il regime nazista, ancor più che in Italia col regime fascista. Eppure, a torto o a ragione, si voltò pagina. Si certo, ci fu il processo di Norimberga ma ci fu a pochi anni dalla fine del conflitto e sappiamo tutti che fu fatto per gettare un po’ di fumo in faccia all’opinione pubblica, perché in realtà il nemico ormai non era più il nazismo ma l’Unione Sovietica. Tant’è che un numero enorme di ex nazisti fu riciclato ai vari livelli e reinserito nello stato , nella società e anche nella politica, al punto che anche nel parlamento tedesco sedevano ex nazisti che hanno anche sostenuto i governi di allora in funzione anticomunista. Ma potrei portare tanti altri esempi. Pensiamo alla dittatura argentina che si è macchiata di crimini orribili che hanno visto la corresponsabilità, anche in quel caso, di migliaia di persone. Non mi risulta che in quel paese, così come in altri, ci sia un accanimento nei confronti degli ex torturatori e assassini. Sono stati realizzati anche dei bei film proprio nel merito.
      Attenzione poi a non confondere i piani. Le fregnacce retoriche e demagogiche di Fiano e della Boldrini sull’antifascismo, l’antisemitismo, l’antirazzismo e l’antisessismo, sono operazioni demagogiche e ideologiche in perfetto stile politically correct il cui vero obiettivo è coprire le politiche neoliberiste del governo e colpire il dissenso. Sai quanto gliene frega alla Boldrini o a Fiano di quegli scemi che fanno il saluto romano o inneggiano al duce sul web oppure di quelli che dicono le parolacce alla Boldrini…
      Questa è solo retorica politicamente corretta ma non ha nulla a che vedere con quello che stiamo dicendo. Nel dopoguerra (ma anche successivamente) in Italia non ci fu nessuna persecuzione dei fascisti, neanche di quelli che si erano macchiati di c rimini efferati, come il boia massacratore e vero terrorista Rodolfo Graziani, responsabile della morte di decine di migliaia di africani torturati, impiccati e/o fucilati per rappresaglia o semplicemente per imporre con il terrore l’”ordine” coloniale fascista. Eppure Graziani non fu MAI realmente perseguito (fece qualche mese di galera) né tanto meno perseguitato, continuò a vivere tranquillamente e anche a fare politica (fu presidente del MSI).
      Tutto ciò da una parte perché da una parte si voleva voltare pagina, e dall’altra perché i fascisti tornavano utili come manovalanza sia allo stato che alla NATO (al servizio dello stato e dei suoi servizi segreti, come manganellatori nelle piazze e come stampella parlamentare della DC).
      E, ripeto, la lotta armata ha sicuramente provocato dolore e sofferenze inutili a tanta gente (comunque in misura sicuramente minore rispetto a quella provocata dalla repressione dello stato in decenni) ma mai neanche lontanamente quanto quella provocata dal fascismo, dal nazismo e dalle dittature varie sudamericane.
      Dopo di che posso capire e capisco i familiari delle vittime che chiedono giustizia ma intanto, come ho già detto, dovrebbe valere per tutte le vittime (e sappiamo benissimo che così non è perché conosco personalmente i parenti di ragazzi uccisi dalla polizia che NON hanno avuto giustizia) e poi purtroppo, anche se mi dispiace dirlo, si tratta di una questione che non potrà mai vedere la sintesi tra l’aspetto umano e quello politico. Purtroppo è così. Proprio per le ragioni già dette. Se anche si scegliesse (di fatto la scelta che è stata fatta se a distanza di 40 anni si va ancora a rompere i coglioni a un Battisti….) di perseguire fino all’ultimo i presunti responsabili di determinati atti, ciò significherebbe e significa dare una determinata lettura di quegli anni. La giustizia non è amministrata da un ente superpartes ma dallo stato che non è un ente superpartes e che opera delle scelte politiche. Chissà quanti funzionari dello stato sono stati coinvolti nelle varie trame eversive, nello stragismo, in Gladio ecc. ma non ne sappiamo nulla. Hanno preso qualche fascista che fungeva da manovale del terrore e gli hanno addebitato tutto. E così hanno risolto la vicenda. E poi si vanno ad accanire con uno come Battisti che entrato e uscito quattro volte dalla galera, che si è fatto già 8 anni in tutto di carcere e che è stato accusato da pentiti che si sono contraddetti, alcuni dei quali giudicati inattendibili. Tuttora non c’è nessuna prova concreta che confermi che Battisti sia responsabile dei reati a lui attribuiti. Ma ripeto, non è questo il punto.

    • Fabrizio Marchi
      8 ottobre 2017 at 22:38

      Per quanto riguarda le coperture di cui avrebbe goduto Battisti, mah..che dire…intanto ha avuto una vita burrascosa perché è stato in Messico per una decina di anni, dopo di che sicuramente in Francia è stato in qualche modo coperto, nel senso che la Francia in quel periodo (che non aveva neanche un po’ il livello di conflittualità che c’era in Italia e ovviamente neanche il terrorismo endogeno) giocava il ruolo dello stato garantista (e poteva permettersi di farlo…). La Germania, che il problema lo aveva anche se in misura minore rispetto all’Italia, col cavolo che ha giocato il ruolo della garantista e i militanti della RAF detenuti sono stati trattati con estrema durezza fino a portarli di fatto al suicidio. Altro che garanzie. La Francia inoltre usciva relativamente da poco dalla vicenda algerina dove non aveva fatto una gran bella figura, per usare un eufemismo, dal punto di vista del rispetto dei diritti umani, e quindi aveva l’occasione per rifarsi il look, come si suol dire. Aggiungiamo che allora era al governo la sinistra e il partito socialista di Mitterand ed ecco spiegata la “copertura” di cui avrebbero goduto i vari Battisti, Scalzone ecc. Ma insomma, da questo a leggere chissà quali complotti, ce ne corre.
      Per quanto riguarda il Brasile, la cosa è ancora più semplice. Il governo brasiliano non ha concesso l’estradizione di Battisti, che comunque si è fatto 4 anni di carcere in quel paese, non perché avesse simpatie particolari nei suoi confronti (anzi, pare che Lula non lo digerisse…) ma perché in quella fase il Brasile era il capofila di una serie di governi di sinistra sudamericani (Ecuador, Bolivia, Venezuela, Cile) e voleva mandare un certo segnale, soprattutto in un continente come quello sudamericano dove i diritti sociali, civili e umani sono sempre stati brutalmente calpestati. Non vedo quindi, anche in questo caso, particolari complotti ma solo scelte politiche.
      A mio parere, e lo ribadisco, l’accanimento sul caso Battisti è una vicenda tutta politica. Al governo e alle varie forze politiche dei familiari delle vittime non gliene può fregare di meno.

    • Fabrizio Marchi
      8 ottobre 2017 at 22:47

      Sulla vicenda Sofri (mi pare che è a quella che facevi fondamentalmente riferimento). Sofri si è fatto un bel po’ di galera ma non lo voglio certo difendere perché politicamente lo critico e lo combatto. Sofri non poteva ammettere la sua responsabilità diretta perché altrimenti non avrebbe potuto riciclarsi come invece ha fatto. E allora ha scelto la linea del “ni”, con tutte le ambiguità del caso: “Non c’ero, forse c’ero ma non ho sentito, non sapevo bene, ho una responsabilità morale ma non fattuale ecc. ecc. ecc. “.
      Ma si tratta di vicende diverse. Sofri è Sofri e tanti altri, migliaia, hanno pagato e anche duramente per la loro militanza degli anni ’70, e non parlo solo di morti, feriti e galera (che pure è stata tanta…) ma di tanta gente che non è stata più capace di reinserirsi, di rifarsi una vita, che ha perso tempo, occasioni ecc. E di tanti altri che sono finiti con un ago in vena, la droga che fu gettata scientemente sul mercato in quella fase storica; ormai è acclarato, è stato ampiamente documentato. E questo non fu forse un crimine che ha causato la morte di migliaia di giovani? E qualcuno è mai stato perseguito per questo crimine?

  4. Enrico
    9 ottobre 2017 at 15:44

    La rivalutazione mediatica del fascismo c’è eccome! Sono, da molti anni, un accanito consumatore di programmi televisivi e radiofonici (non è certo un vanto, ovviamente, tutt’altro), quindi so bene di cosa parlo.

  5. ARMANDO
    9 ottobre 2017 at 19:21

    Fabrizio, so bene che le vicende sono complesse, che vicende politiche e umane difficilemente si accordano, che l’Italia è stata al centro di trame ocure dei servizi etc. etc, Rimane che sul piano umano ci sono comportamenti e comportamenti. Gramsci di fronte al tribunale fascista ne disconobbe la legittimità, e non aveva certo ucciso nessuno. Allora da una persona coinvoilta in omicidi mi aspetterei o che rivendcasse apertamente il suo agire contro uno stato a cui non riconosca legittimià, se sempre convinto, o in caso contrario che assumesse ciò che ha fatto. Tutto quà. Ma tu scrivi
    “ma di tanta gente che non è stata più capace di reinserirsi, di rifarsi una vita, che ha perso tempo, occasioni ecc. E di tanti altri che sono finiti con un ago in vena, la droga che fu gettata scientemente sul mercato in quella fase storica; ormai è acclarato, è stato ampiamente documentato. ”
    Ecco, questo è un aspetto del sessantotto e anni seguenti che non mi stancherò mai di sottolineare. Quell’epoca andrebbe davvero ripensata anche in questi termini, da parte dei protaginisti di allora. Droga, cultura dello sballo, falso anticonformismo etc. etc. furono scientemente perseguiti da un potere cinico (leggasi Servizi ma non solo e tanto italiani quanto la Cia e quelli britannici). Con che scopo? Quello di dissolvere ogni forma solida, ogni retroterra culturale che poteva ancora agire da freno e ostacolo al dilagare di una concezione del mondo che aveva nell’individualismo il suo obbiettivo dichiarato, nel nichilismo culturale, nella dissoluzione di ogni forma solida (la famiglia, l’arte figurativa, l’architettura, la cultura) quello nascosto dietro lo schermo della “liberazione”, che in realtà apriva la strada alla circolazione illimitata dell’unica forma ammessa, quella della merce. E allora, chi più chi meno (x fortuna) ci cascammo un po’ tutti. Credevamo, combattendo la cultura borghese, di combattere il capitale, ma così non era affatto. Non lo era perchè, come credo dimostri la sua evoluzione, le classi “classiche” (diciamo così) non sono l’elemento che lo caratterizza in senso fondamentale, ma “solo” manifestazioni storiche, quindi transitorie, del suo carattere fondante che è l’illimitata produzione di merci e quindi l’occupazione sempre più estesa di ogni ambito della vita umana (il che, preciso, non significa affatto che sia scomparso lo sfruttamnento etc. etc. ma “solo£ che la contraddizione capitale/lavoro non pare più quella su cui oggi costruire una possibile uscita dal sistema). Così la penso!. Ne consegue che quando combattevamo la borghesia non combattevamo affatto il capitale, che gli “espropri proletari” erano funzionali a quella forma mentis che il capitale stava inoculando dentro le persone, come lo fu la parola d’ordine sarcastica “sacrifici, sacrifici” degli indiani metropolitani .Potrei continuare ma mi fermo quì. Il fatto è che se in quegli anni era obbiettivamente difficile capirlo, oggi non capire che ci prestammo, ripeto con tutte le differenze del caso, ad un gioco immensamente più grande di noi, questo è davvero un “delitto”. Questo mi aspetteri da menti lucide, ma questo non accade se non da parte di qualche singola voce nel deserto, mentre gli ex leaders di allora si sono o accomodati su qualche poltrona, o si attardano a rivendicare i bei tempi della “rivoluzione” quando invece fu una vera e propria controrivoluzione culturale mascherata da liberazione degli individui. Appunto quello che al capitale serviva.

    • Fabrizio Marchi
      9 ottobre 2017 at 22:46

      In buona parte sono d’accordo, anche se secondo me separare la borghesia dal capitalismo (questo era il pensiero di Preve e ora di Fusaro) come fai tu è mal posto, a mio parere. In parte è lo stesso discorso che si può fare per il proletariato. Non esiste più quel proletariato, cioè la classe operaia di fabbrica, dotata di identità e coscienza di classe, (il famoso in sé e per sé) ma ciò non significa che non esistano più classi subalterne. Esistono eccome! Solo che sono frantumate in mille rivoli (ne abbiamo parlato tante volte…) e non sono provviste né di coscienza né di identità.
      Mutatis mutandis, il fatto che non esista più la vecchia borghesia (quella hegeliana, quella del Dio, Patria e Famiglia, per sintetizzare e per capirci…) non significa che non esistano più le classi dominanti. Esistono eccome! Solo che hanno cambiato volto. E anche di questo ne abbiamo parlato tante e tante volte. E a differenza delle classi dominate, eccome se sono provviste di identità e coscienza di classe! Certo, come abbiamo detto tante volte hanno cambiato ideologia e in parte sono anche mutate, come è normale che sia, dal punto di vista della composizione sociale, ma questo è del tutto normale e fisiologico. Tutto si trasforma costantemente. Anche la borghesia degli anni ’50 del secolo scorso era in buona parte diversa da quella di un secolo prima. E in fondo anche il proletariato.
      Quindi dobbiamo fare attenzione quando parliamo di superamento della borghesia e del proletariato (per lo meno dal mio punto di vista), perché qualcuno potrebbe pensare che la contraddizione di classe (e il potenziale e sempre latente conflitto) sia venuta meno. E in vece non è affatto così. Anzi, a mio parere quella contraddizione oggi si è addirittura accentuata…
      Su Battisti. Naturalmente eviterei paragoni impropri, cioè quello con Gramsci. Non scherziamo neanche. Ciò detto, Battisti nega di essere colpevole dei reati a lui attribuiti e finora, come già detto, non ci sono riscontri oggettivi che lo inchiodino, se non testimonianze molto “arlecchine” e molto “ballerine” di alcuni pentiti i quali, ripeto, si sono più volte contraddetti. La stessa Wikipedia che non mi pare sia tacciabile di essere un organismo sovversivo o abbia simpatie particolari per Battisti, descrive, devo dire con una certa efficacia, le tante contraddizioni e palesi incongruenze del caso.
      Dopo di che un’altra precisazione importante. Io non sono affatto d’accordo nel mescolare e nel sovrapporre completamente il ’68 con l’ondata di lotte sociali e operaie avvenute fuori e anche contro le posizioni della Sinistra ufficiale. Al di là del ’68 e della sua deriva (o di ciò che già era in fieri…) quelli sono stati anni di lotte di classe, anche molto dure. E questo è innegabile. E già in quelle lotte degli anni ’70 in fondo l’eco del ’68 stava molto sullo sfondo. Insomma, dal ’69, il famoso autunno caldo fino a alla fine degli anni ’80 ci fu un fiorire di lotte sociali e operaie a tutti i livelli dalla Val d’Aosta alla Sicilia. E questo, ripeto, è un FATTO innegabile. In Italia la conflittualità di classe raggiunse livelli elevatissimi. E il ’68 non c’entrava già più niente. Anzi, gran parte dei sessantottini avevano già iniziato a reinserirsi e a rientrare, molto spesso alla grande, nei ranghi della borghesia, o se preferisci, della nuova borghesia ultracapitalista. Ma questo è un altro discorso che rimanda alla natura del ’68 e su questo, come sai, siamo d’accordo. Ma quella fase di lotte sociali è stata attaccata eccome dal sistema dominante. La risposta delle classi dirigenti e dello stato (leggi repressione) nei confronti di quelle lotte che finiscono di fatto con la grande sconfitta operaia alla Fiat e la famosa marcia dei 40.000 quadri, è stata durissima, a tutti i livelli. Sono quelle lotte sociali che si vogliono seppellire, è quella coscienza di classe che ha portato ad un quindicennio di lotte di classe che forse in Europa non ha avuto pari.
      Quindi facciamo attenzione. D’accordissimo sull’analisi del ’68, per lo meno nella sua concreta determinazione finale, come sostanziale processo di rinnovamento della borghesia, però attenzione a non confondere questo processo con la lotta di classe che ha “sconvolto” (a mio parere positivamente) questo paese per un quindicennio (ma anche prima, perché ripeto, gli anni ’50 e ’60 hanno visto anch’essi grandi lotte operaie e sociali, solo meno acute, meno “violente”, anche perché i grandi partiti della Sinistra erano ancora egemoni).

  6. ARMANDO
    10 ottobre 2017 at 20:47

    sarebbe folle, ovviamente, pensare che non esistono più ceti dominanti e dominati. Uso non a caso il termine ceto e non classe per sottolineare la differenza fra oggi e ieri.
    Dirò di più: mentre nello scontro storico fra capitale e lavoro (lasciamo perdere se i partiti operai fossero già riformisti anzichè rivoluzionari) le parti in commedia erano chiare, ed entrambi i contendenti erano portatori di una loro propria visione del mondo, ossia di una cultura specifica (anche se ovviamente quella borghese era prevalente nella società per forza di cose), che, anche nel caso del proletariato, poggiava su usi, cnsuetudini, tradizioni popolari radicate. (Pasolini docet).
    Oggi tutto questo è confuso fino al punto, sommo capolavoro del capitale, che c’è l’autosfruttamento /false partite iva, “padroncini”, “liberi ” professionisti in lotta senza quartiere l’uno contro l’altro) mascherato da illusione di “farcela” in virtù della propria bravura. Come se, ammesso che tutti fossimo bravissimi, il mondo sarebbe popolato da una folla di Bill Gates o Steve Job. Una vecchia canzone di successo del sinistro Morandi e di un altro che non ricorso (forse Ruggeri?) recitava “Uno su mille ce la fa”. Perfetta esemplificazione dell’ideologia del capitale e delle illusioni che genera.
    Camatte parlava già negli anni settanta di antropomorfosi del capitale, ossia il capitale che si fa uomo o l’uomo che considera se stesso una parrticella di capitale da “autovalorizzare”.
    Ovviamente, se le parti in commedia erano chiare, lo scontro poteva si avere vincitori e vinti, ma ad ogni sconfitta poteva seguire, almeno in teoria, una rivoncita.
    Così non è più. Tu parli, giustamente, di spappolamento etc. etc., e si intende che non è solo una questione di chiusura dei luoghi fisicio di aggregazione (le fabbriche), ma anche di spappolamento mentale.
    Tutto ciò cambia radicalmente la situazione. Se sono sorti i populismi di varia natura, è per rispondere in qualche modo (giusto o sbagliato che sia) alla nuova dialettica fra “alto” e “basso”, o fra elite e popolo, affatto diversa da quella classica.
    Se questo è evidente sul piano concreto, c’è anche un aspetto teorico su cui riflettere. la classe operaia marxiana incarnava l’orizzonte di una società senza classi in quanto direttamente antagonista, e in quanto era da essa che veniva il pluslavoro destinato a diventare plusvalore. Quindi non solo perchè sfruttata ma per essere incarnazione della contraddizione del capitale. Ora, ma non si può certo appronfondire data la complessità della materia, che sempre più prevale il “lavoro morto£ sul “lavoro vivo”, ossia che la classe “produttiva” per eccellenza non dico sia in via d’estinzione ma sicuramente in drastrico ridimensionamento, quale conseguenze compoirta per la lotta di classe?. Sicuramente, penso, necessita un cambio di paradigma, e non è sufficiente dire che se non esiste più classe per sè, tuttavia esiste ancora la classe in sè. Vale a dire che cambiano i cirteri sia teorici che organizzativi. E cambia anche, azzardo, il concetto stesso di lotta di classe. Mi fermo, conscio di non avere risposte, come credo tutti. Però il problema secondo me esiste eccome. Alla fine , la crisi della sinistra si spiega anche, in profondità, a partire da questo argomenti,

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