Caso Del Grande: le lacrime dei coccodrilli

Non sapremo mai se Gabriele Del Grande è un coraggioso e onesto reporter che sta facendo il suo mestiere con tutti i rischi che questo comporta oppure è un personaggio ambiguo legato a questo o a quell’ambiente “geopolitico”, a questa o a quella organizzazione. Non lo sapevamo di Greta e Vanessa, le due volontarie sequestrate e poi liberate in Siria da non ben precisati gruppi jihadisti, e non lo sapremo mai di Gabriele Del Grande. Del resto, come molti sanno, non sono mai stato un dietrologo né un complottista; il “dietrologismo” e il “complottismo” non mi hanno mai particolarmente appassionato e penso che debba essere l’analisi politica il faro che deve illuminarci la strada al fine di decodificare e comprendere la realtà.

Domandarsi quindi se Del Grande sia un eroe della libertà di informazione, suo malgrado (nessun vero eroe vorrebbe in realtà esserlo…), o un agente prezzolato di chissà quale servizio segreto o finta Ong o associazione umanitaria, è completamente inutile, anche e soprattutto per capire le ragioni del suo arresto, al momento del tutto immotivato.

La domanda vera che ci si deve porre è un’altra, e cioè: che cosa è stata, che cosa è e cosa potrebbe diventare la Turchia il cui attuale governo ha tratto in arresto il reporter italiano?

La Turchia è da almeno mezzo secolo un alleato strategico degli Stati Uniti e della Nato (e quindi anche dell’Italia), una vera e propria “portaerei” USA nell’area mediorientale, è stata definita anche da molti analisti politici. Ha mantenuto questo suo ruolo in diverse fasi e con diversi governi (fra cui anche dittature militari) che non hanno mai particolarmente brillato in democrazia e diritti civili, per dirla con un eufemismo.  Nulla di nuovo sotto il sole, si osserverà. Giusto, anzi giustissimo. Dal momento però che l’Occidente ha la pretesa e la presunzione di esportare, con la guerra, in ogni angolo del mondo, democrazia e libertà, non si può fare a meno di notare come questa esportazione sia a dir poco strabica e praticata con il sostegno attivo di stati tutt’altro che democratici e il più delle volte molto meno democratici di quelli dove dovrebbe appunto essere esportata. Ma anche questo lo sapevamo già (anche se è sempre bene ribadirlo…).

E però la Turchia è anche un grande paese con una grande storia e tradizione alle sue spalle. Un paese di religione islamica, oggi “governato” da un “sultano in erba” o aspirante tale, un caudillo che però ha avuto la capacità (e non è poco…) di costruire quello che una volta sarebbe stato definito come un “regime reazionario di massa” (così Togliatti definiva il Fascismo), naturalmente con le caratteristiche che gli sono proprie, date dallo specifico contesto storico, culturale, sociale e religioso.

Come tutti i “caudilli” che si rispettino Erdogan però non ci sta a fare la parte della marionetta al servizio degli USA e della Nato e coltiva grandi ambizioni. Vorrebbe appunto costruire una sorta di nuovo “sultanato” o di “Grande Turchia” egemone in tutta l’area mediorientale. Non si accontenta, dunque, di essere uno dei tre alleati strategici degli USA nell’area, dopo Israele e a pari merito con l’Arabia Saudita (il recente bombardamento della Siria da parte degli USA aveva, fra le altre cose, lo scopo di ribadire le storiche alleanze nella regione). E allora ha cominciato a giocare a scacchi, e da tempo, su più tavoli. Strizza l’occhiolino alla Russia, gli abbatte un aereo e poi ci fa di nuovo pace, si allontana dagli americani e poi si riavvicina, finge di combattere l’Isis con cui in realtà fa affari, attacca la Siria che vorrebbe smembrare (in accordo con Israele) al fine di costruire la sua “Grande Turchia”, appoggia i curdi e combatte i curdi, dice di appoggiare Assad contro l’Isis ma in realtà appoggia quest’ultimo in funzione anti Assad, rintuzza il tentativo di rovesciarlo con un colpo di stato organizzato da gruppi interni legati a Gulen e ad alcuni settori dell’establishment USA e ricomincia a flirtare con la Russia. Ma solo fino ad un certo punto, anche perché la Russia appoggia l’Iran, che per Erdogan è come il fumo negli occhi e allora si riavvicina agli Stati Uniti, dai quali non si è mai veramente allontanato.

Il tutto, naturalmente, accompagnato con la repressione sistematica e feroce di ogni reale opposizione interna e delle popolazioni curde.

Come altri alleati degli USA in loco (in primis l’Arabia Saudita e il Qatar) utilizza il terrorismo (e i gruppi terroristi) come strumento di ricatto nei confronti degli alleati, cioè in primis gli USA e anche l’Europa, con la quale è in affari, in particolare con la Germania ma non solo. Anche l’arresto o il sequestro di giornalisti, volontari (veri o presunti…), attivisti, sacerdoti, tecnici o “contractors” vari, fa parte di questa strategia.

La vicenda di Del Grande deve quindi essere letta in questa chiave. Partendo dal presupposto che in politica nessuno è fesso, specie a certi livelli, è evidente che l’arresto di Del Grande non può essere casuale ed è interno a questa logica. Non siamo in grado, o per lo meno non ancora, di capire quale sia, nello specifico, l’oggetto del contendere. O meglio, qual è la ragione politica del suo arresto e la moneta di scambio che permetterà al governo italiano di liberare il reporter (sul piano personale gli auguriamo che questa triste e oscura vicenda si concluda per lui al più presto, naturalmente…).

Alla luce di tutto ciò, suona quindi insopportabilmente falso il coro mediatico-politico che invoca inni alla libertà di stampa calpestata…da uno dei più importanti alleati e partner in affari di UE e USA. Si adoperasse, il governo italiano, per il rilascio di Del Grande e chiudiamola con questa penosa pantomima.

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Fonte foto:  http://www.vita.it/it/store/  (da Google)

2 commenti per “Caso Del Grande: le lacrime dei coccodrilli

  1. Armando
    24 aprile 2017 at 9:45

    Non so se sia vero, ma ho letto che agiva per una ong finanziata da Soros. Come sempre navighiamo nell’incertezza, fra mille fake news, è un giornalismo asservito che non sa o non vuole fare il suo mestiere con un minimo di deontologia.

  2. Riccardo
    3 maggio 2017 at 0:00

    Scusate la cattiveria, anzi no, non me ne frega se la scusate o meno, ma ormai è da un pezzo che non mi metto a piangere per i giornalisti, possono essere santi quanto che vogliono. Proprio di ieri un articolo del Guardian, non c’entra col caso specifico, ma con la manipolazione delle notizie, che, a detta dei giornali retti da persone esperte, sono colpa di siti non omologati ecc. (al pensiero dominante avrebbero dovuto aggiungere), dicevo che in questo articolo si parla di Macron come di un prodotto di uno spin (manipolazione di notizie) dei media francesi per aiutarlo e per farlo scontrare con la Le Pen e farlo vincere. Ora, uno si chiede, questi sono quelli che fanno la morale? Di fatto hanno confermato di aver azzoppato la sinistra sia quella di Hammon che quella di Melenchon. Questi saltano sullo scranno adesso e dicono che gli elettori di Melenchon che si sono espressi per 2/3 sul non sostegno a Macron sono indegni di essere di sinistra? Questo era un tweet che ho letto di un editorialista del Guardian, poi cose di questo genere si sono sentite dal sito keynesblog, nexquotidiano e via cantante… Giornalisti? Non mi metto a piangere, anzi che vadano al diavolo, hanno scelto da che parte stare.

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