Che domenica bestiale

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Foto: qn.quotidiano.net

E’ domenica, e sto sdraiato sul lettino del quarto cancello della spiaggia di Castelporziano, tra Ostia e Torvaianica. La spiaggia è molto affollata, gruppi di ragazze e ragazzi, famiglie numerose con mamme, papà, figli, figlie, nipoti, zie, nonni, nonne e suocere al seguito, tielle coi maccheroni e melanzane alla parmigiana, il cocomero, palloni, racchettoni, maschera e boccaglio, sterei a palla, come si suol dire, e l’immancabile cellulare (che ha sostituito la radiolina) “pe’ sapè che ha fatto la magica”.  E naturalmente migliaia di extracomunitari che girano sotto il sole in lungo e in largo per tutto il litorale vendendo acqua, bibite, pannocchie arrostite, grattachecche, simil granite, teli, asciugamani, finti occhiali da sole, e chincaglierie di ogni genere. Insomma, la continuazione dell’alienazione con altri mezzi e in luoghi diversi da quello del posto di lavoro.

Vicino a me, fra gli altri, un gruppetto di ragazzine fra i dieci e forse i tredici anni, insieme a una ragazza all’incirca di sedici o diciott’ anni e il suo ragazzo che ne avrà avuti sì e no ventuno o ventidue, non saprei con esattezza. Volgari, sbracati, sboccati, svaccati, soprattutto le ragazzine, già piene di tatuaggi sul corpo, incapaci di esprimersi in un italiano appena decente. Una di loro è grassoccia, già sviluppata, con due tette enormi che traboccano da un costume ridicolo per una bambina della sua età. E’ la più aggressiva, sgraziata e volgare fra tutte. Mi fa quasi pena, per dirla tutta, anche se di lì a poco l’avrei presa volentieri a schiaffoni, insieme alle sue amiche o sorelle e insieme soprattutto a quel coglioncello ventenne o poco più del fidanzatino della sorella maggiore.

Passa uno dei tanti extracomunitari che vende fette di cocco. E’ molto magro, anziano, barba e capelli bianchi, aspetto vissuto, anzi vissutissimo, parla a malapena l’italiano, sicuramente un maghrebino. Si ferma e posa in terra i secchi con l’acqua e il cocco. Le ragazzine cominciano a urlare:”Aò, er cocco, a capo dacce ‘na fetta de cocco!”. Lui gliele da, le ragazzine cominciano a ciancicare e gli dicono “Si, ma non c’avemo ‘n’euro, te pagamo domani, pagare domani, capito? Pagare domani, tu tornare domani e noi pagare”, continuando a declinare il verbo all’infinito, come sui film americani degli anni ’40 dove i neri venivano fatti esprimere con l’infinito con le b al posto delle p e le g in sostituzione delle c.

Il maghrebino lì per lì non capisce e resta in attesa di essere pagato, come è normale che sia o come dovrebbe essere normale. Dopo un po’ che aspetta invano gli chiede i soldi e queste ricominciano la solfa:” No, nun hai capito, noi pagare te domani, tu ripassare domani e noi pagare”.  Il tipo a quel punto si spazientisce e cerca di riprendersi, sfilandogliele dalle mani, le fette di noci di cocco, che le ragazzine invece trattengono insistendo “Aò, ma che è colpa nostra se nun parli l’italiano, noi pagare te domani!”.

Una scena da film spazzatura, ma in realtà di una miseria spaventosa, desolante. Quest’uomo anziano, che dopo essere stato preso per i fondelli da queste quattro “coattelle” premature cerca di riprendersi il cocco e queste che invece di restituirglielo, peraltro sbocconcellato, lo trattengono, ridacchiando e rivolgendosi a lui, senza alcun ritegno, in quel modo offensivo e derisorio. Il tutto con la sorella e il suo fidanzato completamente disinteressati a quanto stava accadendo e nell’indifferenza di tutti che osservavano quanto stava accadendo con lo stesso atteggiamento distratto con cui si osserva, che so, un vigile che sta facendo la multa a un automobilista oppure uno di quelli che ai semafori fa i giochi con i birilli per racimolare qualche euro.

A un certo momento non ce la faccio più e, indignato, mi alzo, vado prima dal maghrebino e gli metto in mano i due euro che gli spettavano, dopo di che mi dirigo dal ragazzetto più grande e gli dico:” Queste sono ragazzine ma tu sei un adulto. Quando vai al supermercato o in un qualsiasi negozio che fai? Prendi la merce e gli dici che paghi domani? Paghi e stai zitto. Punto e stop. Perché con lui non fai lo stesso? Perché è un immigrato?”.

E lui, arrampicandosi sugli specchi:” Ma mica è corpa mia, è lui che nun capisce l’italiano, hai fatto male a daje li sordi, nu je li dovevi dà, la colpa è sua che non capisce l’italiano”.

A quel punto la tentazione, per la verità, era quella di dargli un paio di ceffoni ben assestati e di buttarlo nell’acqua, però era un ragazzino e neanche aggressivo (lo erano molto di più le ragazzine); mi è quindi venuto spontaneo assumere un atteggiamento paterno, da educatore, diciamo così, anche se solo parzialmente, perché se mio figlio si comportasse in quel modo non la passerebbe liscia. Certo che se avesse avuto trent’anni e avesse avuto un altro atteggiamento il tutto sarebbe degenerato perchè anche io sarei stato sicuramente più duro. Può darsi pure che le avrei prese, sia chiaro, ma quel che conta in alcuni casi non è il prenderle o il darle ma il messaggio che si trasmette. E poi ne ho prese così tante nella mia burrascosa esistenza di giovane cresciuto in un popolare quartiere romano, di militante politico e di boxeur dilettante che una volta di più non costituirebbe di certo un fattore traumatico… 🙂

Scherzi a parte, il tutto mi ha turbato. Vedere quelle ragazzine, ridotte in quel modo, grottesche parodie delle loro “colleghe” più grandi, tronfie, arroganti, maleducate, con il costume infilato tra le chiappe a dodici anni, con tre o quattro tatuaggi sul sedere e sulla schiena, che trattavano quell’uomo anziano, quell’immigrato che si guadagna la pagnotta andando su e giù sotto il sole cocente, come se fosse una specie di essere di serie B, uno al quale si può fare di tutto, compreso prendergli le sue cose irridendolo, che si può prendere per il culo, trattare come si trattava una volta un “negro” nell’Alabama o nel Mississippi, mi ha profondamente infastidito ma mi ha fatto anche riflettere.

Quelle ragazzine sono il prodotto delle loro madri, dei loro padri e del contesto in cui sono state cresciute e allevate, cioè la squallida borgata in cui sicuramente vivono. E hanno interiorizzato il fatto che loro nella gerarchia sociale stanno in basso, certo, ma c’è chi sta ancora più in basso di loro e sul quale si può pisciare addosso o ci si sente autorizzati a pisciargli addosso, il che è anche peggio. E anche a questo, fra le altre cose, servono gli immigrati. A far sentire “migliore” anche chi è peggiore.

Questa non è neanche una guerra fra poveri. E’ il povero che piscia in testa a quello più povero di lui. E’ lo stesso perverso meccanismo gerarchico, mutatis mutandis, che regolava i rapporti fra i soldati all’interno delle caserme quando ancora c’era la leva obbligatoria. Chi ha svolto il servizio militare ben lo sa. Ricordo che nella mia caserma c’era un tizio, un bifolco di Brescia (ma poteva essere di Battipaglia o di Pordenone, ovviamente…) che quando veniva assegnato al servizio mensa, si sentiva investito dal potere di dare una razione più o meno grande di pasta oppure una fetta in più o in meno di carne. E quello era il suo momento, quello in cui poteva esercitare un “potere” sugli altri. Lui che nella vita era un manovale e riusciva a malapena anche lui, esattamente come quelle ragazzine, a scandire qualche parola che non fosse in dialetto bresciano.

Ma la riflessione è proseguita, come mio solito; colpa degli studi che ho fatto, della militanza politica, delle “cattive compagnie” o della mia incorreggibile indole? Vai a sapere, di tutto un pò…

E allora, non si può far finta di non vedere che quelle ragazzine sono soltanto l’epifenomeno di una condizione diffusa in cui versa la grande maggioranza dell’ex/post proletariato, ridotto ad una massa informe, indistinta, ad una marmellata gelatinosa, priva di ogni coscienza, identità e soggettività, spugna di tutta la schifezza che il sistema capitalista consumista, mercificante e rincoglionente gli scaraventa addosso dalla mattina alla sera. Cari compagni e amici, questa è la condizione di quella che una volta avremmo definito la “classe”. Mi si dirà che non si può generalizzare e che in fondo quelle erano solo delle ragazzine maleducate. Si, certo, è giusto, non bisogna mai generalizzare ma chi conosce la realtà di una metropoli come Roma e soprattutto le sue periferie, i suoi quartieri popolari, la sua cintura metropolitana, sa qual è la situazione, e sa perfettamente che ciò che può spingere delle ragazzine o dei ragazzini di dodici o tredici anni a comportarsi in quel modo, è un “sentire” diffuso, un modo di pensare, di comportarsi e di relazionarsi. Roma è una città campione da questo punto di vista. E’ una città che ha vissuto e per lo più subito una trasformazione sociale e urbanistica radicale. I vecchi quartieri proletari di una volta come San Lorenzo, Garbatella, Testaccio, rione Monti, Pigneto, relativamente centrali e che avevano una lunga storia alle spalle, sono stati da tempo “bonificati”, nel senso che una parte dei loro storici abitanti è stata gradualmente allontanata o espulsa ormai da moltissimo tempo, sostituiti da una piccola, media e a volte anche alta borghesia (come nel caso del rione Monti e di Testaccio) che si è comprata gli appartamenti e in una gran parte dei casi li affitta a non residenti, stranieri, gruppi di studenti oppure li ha trasformati in strutture ricettive per turisti, come B&B e case vacanze.  Quegli stessi quartieri si sono riempiti di bar, pub, ristoranti di vario genere e di fatto sono ormai diventati luoghi dove si svolge la “movida”, come si suol dire. Non di rado ci vanno ad abitare attori e attrici della nuova generazione ed è facile incontrarli, e anche questo contribuisce a renderli “attrattivi”.

Poi c’è la cintura delle vecchie storiche borgate più periferiche che ormai non lo sono più, perché la città si è talmente espansa negli ultimi trent’anni che quartieri come il Tufello, Primavalle o il Trullo sono ormai non dico centrali ma quasi, per lo meno rispetto all’estensione della città. Anch’essi però hanno in larghissima parte se non del tutto smarrito la loro originaria identità e genuinità che in qualche modo li caratterizzava (non c’è scampo per nessuno…)

Infine i nuovi grandi agglomerati (sub)urbani, a ridosso e il più delle volte fuori del raccordo anulare. Quartieri senza storia, senza un perché, senza “identità”, senza umanità, senza uno straccio di socialità, di comunità, senza nulla di nulla che non sia la loro desolazione, che si susseguono l’un l’altro lungo le vecchie vie consolari. La loro “modernità” li rende ancora più freddi, privi di vita, agghiaccianti. Nella periferia di Roma est, fuori del raccordo, è ormai da molti anni cresciuta un’altra città, così come in quella sud-ovest, dove risiedono centinaia e centinaia di migliaia di persone, fra cui numerosissimi extracomunitari, ovviamente.

E’ in questi “quadranti” della città che vive ammassato il “nuovo” popolo, meglio dire il “nuovo popolino”, perché a questo è stato ridotto il vecchio proletariato che a Roma, come è normale che fosse, aveva delle sue specificità rispetto ad esempio a quello di Milano, Torino e Genova, più omogeneo di quello romano data la sua struttura e formazione sociale (la grande fabbrica fordista del triangolo industriale) ma anche in quei casi con caratteristiche e peculiarità diverse l’uno dall’altro. La classe operaia genovese, che conosco bene per ragioni familiari, aveva ad esempio tratti diversi da quella lombarda, piemontese o emiliana, ed era bello oltre che interessante osservare questa diversità pur nello spirito e nella coscienza di appartenere alla stessa classe, allo stesso popolo. Tempi andati…

Naturalmente si tratta in grandissima parte di nuove generazioni prive di qualsiasi memoria storica, lontane anni luce dal popolo dei film di Pietro Germi e delle vecchie” borgate pasoliniane” e, come dicevo, prive di ogni coscienza e di ogni soggettività politica e culturale. Sono masse di popolo psicologicamente e culturalmente annientate, rese passive da un processo di “rimbambimento” mediatico e “culturale” sistematico.

Nonostante questo evidente e palpabile livello di abbrutimento, ultimamente c’è stato però un sussulto, sia pure inconscio, a mio parere. E cioè il voto in massa che questi agglomerati suburbani hanno dato al M5S alle ultime elezioni amministrative, in alcuni casi con percentuali bulgare, intorno all’80%. Ciò significa che comunque, nel deserto della loro condizione complessiva, questa gente, nonostante tutto, ha sviluppato in qualche modo una sia pur pallida volontà di reazione, di non appiattimento, e ha cercato disperatamente un riferimento politico. Ora, non mi interessa un’analisi sulla natura del M5S, anche perché l’ho già fatta in altri articoli.  Di conseguenza, quanto ho appena scritto non deve essere interpretato come un elogio al M5S. Al contrario, penso che questa forza politica, del tutto priva (volutamente) di una “weltanschauung”, cioè di un orizzonte ideale e ideologico che preveda, anche al limite solo come ideale regolativo, una trasformazione radicale della società, non potrà mai essere capace di lavorare alla crescita di una nuova soggettività e di una nuova coscienza politica e di classe. Voglio solo dire che in quel deserto, in una qualche misura, c’è stato un segnale di vita, una risposta, sia pur minima, certo, del tutto interna alle logiche del sistema, sia chiaro, né poteva essere altrimenti. Però, dal punto di vista dal quale sto approcciando la questione è comunque un segnale da rilevare. Come ripeto, questo non cambia assolutamente la condizione di questa gente (che è la nostra, sia chiaro…) che resta quella che è e che ho appena sommariamente descritto, preda di pulsioni irrazionali – di cui la principale è il razzismo e l’ostilità contro gli immigrati – dovute alla totale assenza di coscienza e soggettività politica e naturalmente alimentate da quelle forze politiche di destra che invece di lavorare alla costruzione di una coscienza politica e di classe e di una razionalità consapevole e diffusa, gettano benzina sul fuoco di quelle stesse pulsioni, lavorando scientemente per mantenere le masse in una condizione di abbrutimento e di sostanziale accettazione passiva dello status quo. L’unica deroga, ovviamente, all’idea dell’impossibilità di una prospettiva di trasformazione della realtà, è la guerra agli immigrati.  E su questa questione, anche il M5S che, come ho appena detto, non è un movimento di classe e non ha un orizzonte ideale se non quello di far funzionare in modo efficiente e trasparente la macchina amministrativa, ha una posizione assai ambigua.

In conclusione, siamo messi male, molto male, l’epoca che ci è toccata in sorte di vivere è assai triste. Però, se c’è la possibilità di muovere la classifica, come si dice in gergo calcistico – e io sono convinto che c’è, perché la storia non si ferma mai –  è bene osservare le cose per come sono e non per come ci piacerebbe che fossero.

 

 

 

5 commenti per “Che domenica bestiale

  1. 30 agosto 2016 at 13:56

    …purtroppo siamo circondati da uno squallore barbarico e subumano; speriamo solo che non gridino: …”arrendetevi, siete circondati!!”

  2. ADA
    30 agosto 2016 at 18:21

    Salve Sig.Marchi
    Spero non le dispiaccia se parto dalla fine delle sue parole:

    “In conclusione, siamo messi male, molto male, l’epoca che ci è toccata in sorte di vivere è assai triste. Però, se c’è la possibilità di muovere la classifica, come si dice in gergo calcistico – e io sono convinto che c’è, perché la storia non si ferma mai – è bene osservare le cose per come sono e non per come ci piacerebbe che fossero.”

    Sa ,anche a me piacerebbe capire le cose per come sono e non per come mi piacerebbe che fossero.

    Le spiego,
    entrando qui mi aspettavo di vedere una pagina di “lutto”
    dedicata ad una carissima persona a voi molto vicina, che è scomparsa tragicamente, invece trovo una pagina dedicata a tutt’altro!

    Mi faccia comprendere cortesemente se qui le cose sono per quel che sono o per come ci piacerebbe a tutti, che fossero?

    Tralasciando il gergo calcistico e inoltrandoci nella triste realtà in quale classifica mi piazzo io?

    Nella classifica dei paranoici, dei visionari, dei non udenti , dei non vedenti o degli apparenti morti viventi?

    Ora….. non che a me faccia impazzire la “moda dei tormentati che scrivono virtualmente frasi e parole , poetiche tra l’altro, sui loro congiunti o amici venuti a mancare, dove grazie a questa mancanza si riscoprono afflitti dal dolore e mai gioiosi quando la persona cara era in vita, mi/vi chiedo :in un giornale come il vostro dove la sensibilità è messa al primo posto che fine ha fatto?

    O magari l’intento è di tormentare i morti viventi, che son morti in quanto non visibili …?

    Sig. Marchi, persona di notevole intelligenza mi perdoni se insisto su queste domande: in CHI ed in Cosa credere?Come comprendere cosa è REALE e cosa è Falso.

    Sa cosa ho provato entrando in quel blog? Tutto…ogni forma di sentimento ma soprattutto di fallimento nel pensare di essermi avvicinata molto a qualcuno oppure contrariamente nel non essermi avvicinata abbastanza ….da sentire il peso della mia responsabilità o irresponsabilità.Se era questo l’ obiettivo ringrazio Chi ne è stato l’ideatore, un grande esperto direi…

    Aggiungo solo questi miei pensieri, e chiudo.

    Io credo che quel terremoto non’è solo in quella regione, ma in tutto il mondo , stiamo crollando e non abbiamo ancora imparato come si costruisce, come ripartire , se ogni volta usiamo materiale sottratto pensando di arricchirci….saremo sempre destinati a crollare.

    Grazie e buonaserata..

  3. Rino DV
    30 agosto 2016 at 23:13

    Che quadretto…
    Una gran bella domenica, davvero.
    .
    Sono riandato immediatamente a quei tifosi olandesi che a Madrid umiliarono sghignazzando le questuanti rom lanciando monetine.
    E poi agli esperimenti di Milgram prima e Zimbardo successivamente.
    E poi ad Abu Ghraib e poi ai circa 9.000.000 di carcerati nel mondo (di cui 1 su 4 nell’Arcipelago Gulag americano) carne viva disponibile per tutte le angherie, le umiliazioni e le torture possibili.
    .
    Non potendo credere che quei tifosi olandesi siano materialmente poveri, ma vedendo che ciononostante fanno quel che fanno, ne deduco che la situazione è peggiore di quanto vorremmo pensare.
    .
    Che il prodotto delle periferie anonime ed alienanti non sia diverso da quello delle ordinate e linde suburbie appena lambite dalla grande crisi.
    .
    Bussano alla mente pensieri che non condivido.
    E continuano a bussare.

  4. Aliquis
    31 agosto 2016 at 19:51

    E’ la conferma di quanto siano incivili gli odierni italiani.
    Mi fanno schifo.
    Purtroppo non passa giorno in cui non lo veda.
    Una grande maleducazione che si unisce a una decadenza senza fine.

  5. raffaella
    1 settembre 2016 at 6:48

    Dopo tanto. Dolore ci voleva proprio un racconto cosi”efficace di uno spaccato importante della societa” che almeno non e” ipocrita anche quando non e” nel giusto!! buona giornata a tutti!!

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