Femminismo per il 99% o fine del femminismo?

Ho letto questo articolo: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/14523-alessandro-volpi-femminismo-per-il-99.html

A parte l’incipit dell’autore (che riporto più avanti fra le parentesi) che è veramente deprimente perché ci dice come sia (mal)messa una certa tipologia di maschi di sinistra, per fortuna – per lo meno mi sembra – in leggera diminuzione (“Scrivere su di un manifesto femminista, per un uomo, è sempre un’impresa che si presta a innumerevoli rischi, nella misura in cui un soggetto – che, rispetto alla contraddizione posta, si trova in una posizione di privilegio – pensa di poter prendere la parola su di un tema che non vive sulla sua pelle), è evidente a chiunque abbia occhi per vedere che la posizione delle tre femministe che hanno scritto il libro a cui fa riferimento l’articolo (di cui Nancy Fraser, nella foto, è sicuramente la più famosa), è una clamorosa arrampicata sugli specchi per cercare di salvare il salvabile, per cercare cioè di salvare il bambino gettando l’acqua sporca. Il problema è che a volte il bambino non può essere salvato perché infettato fin dalla nascita. Capisco che sia doloroso ammetterlo ma la vita è a volte anche un fatto doloroso. Può capitare (e capita spesso a tutti) di sbagliarsi e di essere costretti a rivedere le nostre credenze. Meglio farlo con coraggio piuttosto che avvitarsi in improbabili e maldestri tripli salti carpiati come, a mio parere, fanno le autrici del libro in oggetto.

Il passaggio più importante (e contraddittorio, come tutto il resto di questo articolo) è secondo me questo:” Abbiamo detto però anche diversità, e infatti questo femminismo apertamente anti-capitalista dovrà anche essere articolato e coordinato con tutte le rivendicazioni specifiche contro le varie contraddizioni che il sistema produce. In questo senso, un ampio spazio nel libro è dedicato a pensare questa connessione – nell’opposizione al comune nemico, il capitalismo – fra il femminismo e l’anti-razzismo, la liberazione sessuale, i movimenti LGBTQ+, l’ecologia, l’anti-imperialismo, il pacifismo e la democrazia politica”.

Si ribadisce, quindi, che esiste una specificità dello sfruttamento femminile da parte del sistema capitalista. Bene, ci si potrebbe anche stare. A patto però di riconoscere anche la specificità dello sfruttamento maschile da parte dello stesso sistema capitalista. Come spiegare altrimenti che a morire sul lavoro sono uomini nel 95% circa dei casi, che a finire in carcere sono uomini sempre nel 95% dei casi, che i maschi sono statisticamente condannati a pene detentive molto più lunghe delle femmine per lo stesso reato, che a suicidarsi per la perdita del lavoro o per la difficoltà di trovarlo sono uomini nel 99,9% dei casi, che la grande maggioranza dei senza casa, dei marginali e dei ricoverati alla Caritas sono uomini, che la maggioranza degli infortunati sul lavoro sono uomini così come la maggioranza degli abbandoni scolastici nella scuola primaria e tante altre cose ancora? E’ evidente anche solo da questi dati OGGETTIVI (che siamo in grado di documentare) che il sistema capitalista, anche ammettendo che sia tuttora a trazione patriarcale (una colossale sciocchezza che abbiamo spiegato in tanti articoli), vede i maschi in una condizione di SPECIFICO sfruttamento e discriminazione in moltissimi casi. Ma se si ammettesse tutto ciò e questa realtà fosse portata alla luce, il femminismo, in TUTTE le sue versioni e non solo quello liberale (criticato anche dalle autrici) entrerebbe in una profonda crisi. Che senso avrebbe, infatti, a quel punto, parlare di femminismo, quando è evidente che il sistema capitalista colpisce indifferentemente uomini e donne sia pure nelle loro rispettive specificità? Nessuno, è ovvio. E’ evidente che tutte quelle suddette specificità fanno parte di un sistema di sfruttamento posto in essere dallo stesso sistema. Ed è altrettanto evidente che tutti quei soggetti vengono di fatto a far parte di una sola grande “categoria” o classe (sia pure nelle rispettive specificità di sfruttamento) che è appunto quella degli oppressi e delle oppresse e degli sfruttati e delle sfruttate. Tertium non datur. A meno di negare la specificità dello sfruttamento maschile, cosa che ovviamente non viene menzionata nell’articolo; non so nel libro, dal momento che non l’ho letto, ma a prestare fede all’articolo sembrerebbe di no.

La contraddizione, come dicevo, è clamorosa e nasce appunto dal tentativo di mettere insieme ciò che non può stare insieme. Le femministe in oggetto dicono di voler chiudere definitivamente col femminismo liberale. Riporto il passaggio dell’articolo:” È infatti il femminismo liberale il grande nemico della proposta di questo Manifesto, quasi più delle stesse tendenze neo-tradizionaliste che interpretano come una reazione fisiologica – anche se ovviamente da combattere – al neoliberismo progressista, con l’idea cioè che l’emancipazione del genere femminile passi dall’occupare posti di rilievo nella gerarchia dell’oppressione anziché dal contestare alla radice il sistema che produce tutte le forme di sfruttamento (quello delle donne come quello della working class maschile e bianca che ha votato Trump o Salvini)”.

Bene, se prendiamo alla lettera quanto scritto sopra (mi rifaccio all’interpretazione dell’autore dell’articolo), il femminismo è già bello che morto. Perché dire che si vogliono connettere le lotte delle donne con quelle degli operai maschi e per di più bianchi, significa dire che quegli uomini NON sono i privilegiati e gli oppressori delle donne ma sfruttati e oppressi né più e né meno delle donne che vivono una condizione di sfruttamento. E che a sfruttare e ad opprimere sua le une che gli altri non sono i maschi (o un fantomatico patriarcato che ormai esiste solo nella testa delle femministe) ma il sistema capitalista. Ergo, se diciamo questo, il femminismo, in quanto ideologia di genere, è automaticamente morto. Anche in questo caso tertium non datur. Perché il femminismo non può esistere e non ha senso di esistere se non parte dall’a priori dell’appartenenza sessuale, cioè dal famoso concetto (interclassista e sessista) della cosiddetta “sorellanza”. Sostenere che donne e uomini sono entrambi vittime dello stesso sistema e che debbono lottare uniti per cambiarlo o superarlo, significa recitare il de profundis al femminismo. E’ un fatto.

Naturalmente le autrici non vogliono/possono ammetterlo, probabilmente anche per ragioni personali e psicologiche, perché arrivare ad una certa età e ammettere che si debba voltare completamente pagina rispetto a quello in cui si è creduto per una vita, non è affare semplice per nessuno. E però non si può sfuggire. Sospendiamo il giudizio e vediamo gli sviluppi.

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Fonte foto: Dissent Magazine (da Google)

 

 

 

2 commenti per “Femminismo per il 99% o fine del femminismo?

  1. armando
    12 marzo 2019 at 16:17

    femminismo antirazzismo lgbt pacifismo ecologismo liberazione sessuale ecc
    ecc.! direi un melting pot con dentro tutto. invece non si capisce che il capitalismo può essere pro o contro tutto questo, in funzione del momento storico
    Per cui è quanto meno azzardato, direi del tutto fuori dal mondo, sostenere che oggi il femminismo e il yrangenderismo siano anticapitalisti. è vero il contrario nella misura in cui il capitalismo assoluto deve distruggere ogni forma solida e naturale x creare il soggetto infinitamente manipolabile xché infinitamente deidentificato, incerto, vagante, ma sempre pronto a trovare un surrogato fi sé nel consumo proposto o imposto dal capitale. se non si afferra questo siamo gli utili idioti che guardano il dito e non la luna.

    • Fabrizio Marchi
      12 marzo 2019 at 16:47

      Ovviamente sono d’accordo…però si cerca di incunearsi nelle contraddizioni per farle emergere ed acutizzarle ancor più…

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