Femminismo della differenza in fibrillazione: colpa della teoria del gender?

Il linguaggio delle intellettuali femministe è noto per essere criptico e il più delle volte incomprensibile ai più (la qual cosa non è casuale ma lascio ai lettori e alle lettrici l’onere di interrogarsi sulle ragioni di questo fenomeno).
Non fa eccezione Luisa Muraro, storica e indiscussa ideologa del cosiddetto “femminismo della differenza”, in questo suo articolo pubblicato sul Corriere della Sera (La differenza sessuale c’è. È dentro di noi).
E tuttavia, ciò che appare evidente anche a noi comuni mortali è una certa inquietudine che emerge dalle sue parole. Indicativa in tal senso è la chiusura dell’articolo che riporto testualmente:” Ad ogni buon conto, se il nuovo regime politico-economico usa le invenzioni del femminismo per plasmare la soggettività umana, non prendiamo la postura della critica contro, quel NO ripetitivo e sterile, e riprendiamoci quello che è nostro con la spada in mano, se così posso esprimermi”.
In parole ancora più povere (non posso aspirare alle sue vette…) la Muraro è consapevole (come potrebbe essere altrimenti? Solo un cieco potrebbe non accorgersene) della deriva del femminismo o di una parte del femminismo (quello che lei stessa nell’articolo definisce come “femminismo di stato, quello dei diritti e dell’eguaglianza”) o meglio, di come questo sia stato assunto e utilizzato dal potere, cioè dal sistema dominante, a suo dire per meglio combattere il femminismo autentico, “rivoluzionario”, cioè quello della separatezza (il suo).
Naturalmente io non credo affatto che il suo femminismo abbia alcunché di rivoluzionario e ritengo anzi che sia il più sessista ed estremista (e anch’esso del tutto funzionale al sistema non fosse altro che per la qualunquistica, interclassistica e generalizzata criminalizzazione del genere maschile) anche se abilmente camuffato e incistatosi da sempre nella sinistra cosiddetta radicale. Infatti, uno degli assunti di questo femminismo detto appunto della differenza o della separatezza, per capirci, è quello in base al quale “la violenza è maschile”, essendo, fra le altre cose, la “ sessualità maschile intrinsecamente pervasiva e violenta” mentre la “specificità” femminile non la contemplerebbe. Il sessismo e il razzismo contenuti in questo paradigma sono evidenti anche a chi non ha occhi per vedere (spiccano in tal senso, gli “intellettuali” di sinistra), ma ora l’oggetto della nostra riflessione è un altro e rimandiamo l’approfondimento del tema ad altro momento.
La Muraro prende quindi atto di come una parte del femminismo sia stato assimilato e fagocitato dal sistema dominante (omettendo però di dire che è quello stesso femminismo che si è lasciato fagocitare). Si tratta di una degenerazione o quella deriva era già inscritta nel suo codice genetico? A mio parere entrambe le cose, ma anche in questo caso rimandiamo la riflessione ad un’altra occasione (i temi che tocchiamo, come si vede, sono molto complessi, e ciascuno merita un’analisi specifica).
Ma a turbare i sonni della Muraro non c’è solo il femminismo dell’eguaglianza (dell’omologazione). Un altro soggetto, forse ancor più pericoloso (perché entra oggettivamente in conflitto con il principio della differenza) ha fatto da tempo la sua comparsa: la teoria del gender. Quest’ultima rischia di minare alla radice il femminismo della differenza.
Leggiamo la Muraro:”… il cosiddetto «genere» è dilagato come uno pseudonimo di «sesso», o come un eufemismo: il «genere» non fa pensare al femminismo e ha l’ulteriore vantaggio che si può adottare nel linguaggio ufficiale e accademico senza suscitare imbarazzanti associazioni sessuali. In breve, la differenza sessuale si avvia ad essere esclusa dalle cose umane, per essere sostituita da un travestitismo generalizzato senza ricerca soggettiva di sé, disegnato dalle mode e funzionale ai rapporti di potere. Insomma: l’insignificanza della differenza e l’indifferenza verso i soggetti in carne e ossa. Ma a questo esito, piuttosto congeniale alla cultura dell’economia finanziaria, non si arriva senza passare sopra il movimento delle donne cominciato con il femminismo degli anni Sessanta-Settanta”.
Sempre tradotto in parole povere per noi comuni mortali, la Muraro sta in fondo dicendo quello che alcuni di noi (anche se da un punto di vista opposto e contrario al suo) sostengono da sempre, per lo più sbeffeggiati dai salotti intellettuali della “sinistra”, tutta, senza esclusione (suggeriamogli a questo punto, di leggere la Muraro, a lei sicuramente presteranno attenzione). E cioè che il “genderismo” è un’ ideologia che ha come finalità quella di annullare le soggettività, di minare le identità sessuali (e quindi le differenze) e per questa ragione risulta del tutto funzionale ad un sistema capitalistico assoluto che deve ridurre l’umanità ad una massa di lavoratori precari e di consumatori passivi al contempo, e a tal fine deve distruggere tutto ciò che potrebbe rappresentare un ostacolo all’affermazione del capitale stesso e della “forma merce” e alla loro “libera”, ininterrotta e in linea teorica illimitata riproduzione. Per la realizzazione di questo obiettivo diventa necessario distruggere ogni forma di coscienza (e quindi di identità), a partire da quella di classe, per arrivare a quella culturale e addirittura a quella sessuale. Per chi avesse voglia di approfondire, entro un po’ più nel dettaglio in questi due articoli:

Il Capitalismo all’offensiva su tre fronti

Il nuovo orizzonte del Capitalismo: la cancellazione delle identità sessuali

Ovviamente, come è evidente anche dal fatto che nel suo articolo non fa neanche un cenno in tal senso (del resto pubblicato sul Correre della Sera, non su un foglio rivoluzionario…), alla Muraro della contraddizione di classe non gliene può importare di meno, anche perché il femminismo “differenzialista”, anche se lei ovviamente lo nega, è ciò che di più interclassista non potrebbe esistere. Ciò che la preoccupa è l’inevitabile perdita di egemonia culturale e politica che per il femminismo della differenza ne deriverebbe in caso di affermazione della teoria del gender.
Naturalmente – la Muraro è una vecchia volpona, non è certo l’ultima arrivata – non sceglie il muro contro muro con le intellettuali gender, anzi, cerca i punti di apertura e di contatto, perché il suo obiettivo resta comunque quello di “salvare” il femminismo (nel suo complesso) e di attribuire le sue concrete determinazioni storiche e politiche (leggi le sue derive) a processi degenerativi determinati da fattori esogeni, cioè le ingerenze del sistema dominante che per lei resta a trazione patriarcale e maschilista, e la capacità di questo di far sue e piegare a proprio vantaggio anche le istanze più critiche. La stessa operazione viene compiuta anche da altre femministe che non possono, come lei, non prendere atto (pena la perdita di ogni credibilità) di come il femminismo si sia storicamente e politicamente determinato (quello che potremmo definire come “femminismo reale”). Insomma, il tentativo, per dirla sempre in parole molto povere, di non gettare il bambino insieme all’acqua sporca (che è tanta, rischia di diventare un fiume in piena e di travolgere tutte, e ne sono consapevoli).
Per questo apre a Judith Butler (che a sua volta lascia la porta aperta, come vediamo…), ideologa americana della “gender theory” (chissà come mai tutte queste teorie nascono sempre negli USA, nota superpotenza comunista…) riprendendo il suo libro “Fare e disfare il genere” e citando due suoi passaggi:” Judith Butler, nota proprio come teorica della gender theory, intitola così un capitolo: «Fine della differenza sessuale?» E così lo conclude: questa rimarrà una questione persistente e aperta. Con ciò, aggiunge, «intendo suggerire di non avere alcuna fretta di dare una definizione inconfutabile di differenza sessuale, e che preferisco lasciare la faccenda aperta, problematica, irrisolta, e promettente».
E aggiunge (è la Muraro che parla ora):”Parole oneste e intelligenti, tanto più che ci arrivano per un passaggio molto significativo, che non è né teorico né ideologico, è «il fatto» della sfida del soggetto femminile per la sua libertà sessuale. Quanto alla ragione che porta la filosofa statunitense a considerare promettente il problema della differenza sessuale, sono d’accordo con lei: si tratta della «inestinguibile impossibilità di stabilire confini certi tra il «biologico» e lo «psichico», il «discorsivo» e il «sociale”..
Di nuovo, non è la teoria del gender di per se il problema – ci dice in sostanza la Muraro (e secondo me non né affatto convinta ma lo deve dire…) – ma l’uso distorto che ne fa il sistema (patriarcale e maschilista).
Che dire? Siamo all’anticamera di una rottura o di una nuova alleanza? Fino ad ora il femminismo si è diviso in diverse sottocorrenti che però non sono mai entrate in conflitto fra loro. Anzi, il più delle volte, se non sempre, queste divisioni si sono tradotte in un gioco delle parti.
E’ quindi assai probabile che si possa arrivare ad un minimo comune denominatore che inevitabilmente non potrà che essere, come peraltro è sempre stato fino ad ora, l’ostilità nei confronti del genere maschile. Non sarà però facile, questa volta, giungere ad un accordo e ad una sintesi condivisa.
P.S. la prima parte dell’articolo della Muraro (circa i due terzi) è una lunga premessa in cui l’autrice ripropone e tesse le lodi del “suo” femminismo”, quello della differenza, di quanto sia autentico e rivoluzionario e abbia operato una rottura non solo con il sistema dominante ma anche con il femminismo successivamente “normalizzato” e “istituzionalizzato” (quello dell’eguaglianza) e con le pratiche della sinistra tradizionale. Può essere saltato a piè pari, per quanto mi riguarda, onde risparmiare tempo. E’ solo un suggerimento, sia chiaro…

4 commenti per “Femminismo della differenza in fibrillazione: colpa della teoria del gender?

  1. 10 agosto 2015 at 20:37

    Il femminismo più prende potere più evita di guardarsi allo specchio e fare i conti con sé stesso.
    Ha preso l’ideologia gender (partorita da degli pscicologi folli, inebriati dalla ventata post-modernista e neo-costruzionista del dopoguerra) e ha plasmato a suo uso e consumo il teorema dell’indifferenziazione deì sessi. Così il teorema dell’indifferenziazione divine, nella declinazione femminista: “esiste un solo genere, di cui alcuni esemplari sono fallati e si chiamano uomini; ma volendo, intervenendo precocemente, si può sanare o limitare il danno”.
    Tutto qui.
    Continuano a girarci attorno in voli pindarici senza senso cercando di nascondere le contraddizioni interne ad un’ideologia che ha 1000 manifestazioni ma un’unica anima misandrica e tendenzialmente eugenetica; i conti con la coscienza prima o poi dovranno farli.
    Ed anche con la natura e con la storia.

  2. armando
    11 agosto 2015 at 8:40

    Il punto centrale delle tesi della Muraro è l’assoluta preminenza della soggettività, la verità come percezione individuale, come vissuto personale. Quindi il gender èè pienamente dentro le sue idee,checché ne dica. Da qui il suo arrampicarsi sugli specchi che non prelude affatto a un ripensamento. Ne ho scritto sul n. 804 de http://www.ilcovile.it

  3. pier luigi
    12 giugno 2017 at 18:43

    A chiosa del tuo bell’articolo, mi permetto di postare un’intervista illuminante a Luisa Muraro; molto interessante e per certi versi inquietante, ma (credo) utile a meglio comprendere la tua analisi critica.

    http://www.repubblica.it/cultura/2014/05/12/news/luisa_muraro_ho_lottato_con_amore_per_le_donne_ma_l_egoismo_la_mia_vera_forza-85907256/

    Luisa Muraro: “Ho lottato con amore per le donne ma è l’egoismo la mia vera forza”

    La scrittrice, filosofa e militante delle battaglie per le donne nasce a Montecchio Maggiore (Vicenza) nel 1940. Si laurea in filosofia all’università Cattolica di Milano. Nel corso degli anni lavora nel dipartimento di discipline filosofiche sia nell’ateneo milanese che in quello di Verona. Vive a Milano

    di ANTONIO GNOLI

    POCHE donne incarnano e interpretano l’ideale del femminismo come Luisa Muraro. Non ci sono solo rigore e passione, rabbia e realismo nelle sue analisi. Si scorgono profondità e chiarezza. E quello che noto, durante il nostro incontro milanese, è un desiderio paziente di spiegare. Sono davanti alla sua distratta mise nell’intenzione di capire chi è questa donna, a volte brusca, con una lunga storia di militanza alle spalle. Penso alla sua formazione cattolica. Agli anni Sessanta, crogiuolo di fermenti e passioni: “Fummo una generazione fortunata. Se penso a quel periodo mi vedo determinata e rivendicativa all’Università Cattolica, dove ho studiato e insegnato. Guardi questa foto. Insieme a un’amica, avevamo da poco fondato il circolo Bernanos . Vede? Sono lì con i fogli in mano che leggo un testo. Cos’è? Mi pare riguardasse la teologia della liberazione. Era il 1967”.

    Un anno prima della contestazione.
    “Alla Cattolica iniziò in anticipo”.

    C’era anche Mario Capanna.
    “Certo, fu mio studente anche se eravamo quasi coetanei. Lavoravo alla cattedra di filosofia con Gustavo Bontadini”.

    Il maestro di Emanuele Severino?
    “Proprio lui. Ricordo arditi confronti tra loro. Ai seminari io ero un po’ defilata. Non sapevo ancora se la filosofia mi interessava davvero”.

    Perché scelse la Cattolica?
    “A 18 anni lasciai il mio Veneto, sono nata non distante da Vicenza, e cominciai a girare per le università europee. Passai a Parigi, poi a Bruxelles e a Francoforte. Senza mai trovare il clima giusto”.

    Come si manteneva?
    “Lavori vari, facevo soprattutto la baby sitter”.

    Torna in Italia, va a Milano, si laurea alla cattolica. Su cosa?
    “In filosofia della scienza con Evandro Agazzi. A quel punto non sapevo bene che fare. La passione era disegnare fumetti. Fossi stata incoraggiata, avrei certamente intrapreso quella direzione. Ma allora era un genere poco praticato. Fu Bontadini a propormi di fargli da assistente”.

    Perché?
    “Frequentavo i suoi seminari teoretici. Un giorno mi dice: ma tu non intervieni mai? Non mi interessa, risposi. E perché sei qui? E io: se la filosofia non si misura con la metafisica diventa una banalità. La risposta gli parve soddisfacente per una vocazione che in quel momento non sentivo, anche se in alcuni punti trovavo congeniale il pensiero filosofico”.

    Ma non restò a lungo all’università.
    “No, a causa della contestazione persi la borsa di studio. Dovevo mantenermi. Perciò decisi di lasciare la Cattolica e di andare a insegnare in una scuola media”.

    E come fu il passaggio?
    “Coinvolgente. Il lavoro con gli studenti sviluppò in me una prospettiva antiautoritaria. Nell’idea di una nuova pedagogia partecipai alla nascita della rivista L’Erba Voglio, il primo numero uscì nel 1971. Vi collaboravano tra gli altri Lea Melandri e Giuseppe Sartori. Ma il vero ideatore fu Elvio Fachinelli, un uomo di grande intelligenza, psicoanalista per niente ortodosso, in grado come pochi di leggere i movimenti, allora nascenti, senza schemi preconcetti”.

    Quanto durò il vostro sodalizio?
    “Fino a quando non scoprii il femminismo. Lo piantai infliggendogli una sofferenza che nel tempo è diventata la mia”.

    La sua perché?
    “Non è facile da spiegare. Le nostre strade politiche e culturali si erano separate. Poi, era il 1989, ricevetti un suo libro. L’ultimo: La mente estatica. C’era una dedica per me: “Troppo lontano?”. Mi fece incazzare. Lontano da cosa? Certo non dal misticismo che lui affrontava nel libro e che io stessa da tempo studiavo”.

    Ma non c’era niente di offensivo in quella frase.
    “Lo so. Ma il mio femminismo era molto combattivo. Andava dritto contro la società degli uomini. Noi donne stavamo per conto nostro. Quello che non sapevo era che Elvio stava già molto male e quando morì, mi riferirono che fino all’ultimo aveva atteso una mia visita. Che non ci fu. Ho provato dispiacere. Mi sono arrabbiata con me stessa. Gli ho dedicato delle parole, successivamente. Ma resta il fatto che non c’ero quando avrei dovuto esserci”.

    Lei resta una delle figure di spicco del femminismo, non solo italiano. È giusto aver abbracciato questa causa in maniera così totale da scacrificare il resto degli affetti e delle esperienze?
    “Fino a 30 anni mi interessai profondamente all’umanità maschile, perché la cultura era quella degli uomini. Il pensiero politico e le cause in cui mi sono spesa erano concepite da uomini, sicuramente degni, ma uomini. Quando arrivò il movimento delle donne, ho visto il mondo in una prospettiva autenticamente mia”.
    Cosa sono le donne per lei?
    “Un coinvolgimento profondo. Un grande amore”.

    È una professione di lesbismo?
    “No, non mi definirei lesbica e spero che le mie amiche lesbiche non se la prendano. Nel XX secolo sono state soprattutto le lesbiche a combattere per la libertà femminile. Oggi vi partecipano le casalinghe e perfino le suore. Le donne sono per me il principio della vita. La loro felicità mi tocca due volte di più. La loro stupidità mi offende due volte di più”.

    E questo è il femminismo?
    “L’ho sempre inteso come una lotta per il senso libero della differenza sessuale”.

    Liberazione da cosa?
    “Liberazione è parola ambigua. Hannah Arendt disse egregiamente che non c’è liberazione se non c’è libertà. I movimenti che lottano senza pratiche di libertà finiscono male”.

    Una lotta è pur sempre per il dominio e il prestigio.
    “Ma il prestigio deve nascere dall’autorità non dalla forza”.

    Come ci si oppone alla forza se non con la forza?
    “Direi innanzitutto con la giustizia. Con maggior senso di giustizia”.

    L’autorità è impalpabile, da dove nasce?
    “Di solito la gente confonde autorità e potere, come fossero la stessa cosa. L’autorità è di ordine simbolico non riguarda la forza fisica”.

    Cos’è il simbolico?
    “Per dirla alla buona è ciò che dà senso e giustifica la nostra presenza nel mondo. Faccio un esempio. Si obbedisce alla legge perché è la legge”.

    Mi pare un formalismo giuridico.
    “No. Si obbedisce alla legge non per timore della sanzione, ma perché nella parola stessa c’è l’appello alla forza simbolica, all’autorità immanente a questa parola. È un’interpretazione che parte da Montaigne e attraverso Pascal arriva a noi”.

    C’è qualcosa di mistico.
    “È l’impalpabile al quale si faceva riferimento. L’ordine simbolico si manifesta attraverso parole dette al momento giusto. E sono parole che non dicono all’altro cosa deve fare. Non prescrivono. Ma hanno il potere di dissipare il marasma emotivo e mentale di una persona. Più che un’esperienza individuale di cambiamento è una pratica di condivisione con gli altri”.

    Perché dovrebbe riguardare più le donne che altri soggetti?
    “Perché il paradigma politico della modernità ha escluso in larga parte le donne dal contratto sociale o ha ridotto quest’ultimo a contratto sessuale”.

    Cosa le evoca il nome di Carla Lonzi?
    “È stata uno dei tramiti fondamentali del mio femminismo. Ma non l’ho mai incontrata. Morì troppo presto. Di cancro. Sputiamo su Hegel, il suo pamph-let, uscì mi pare nel 1970 e fu una rivelazione. Ma la persona con cui mi sono più ritrovata è Lia Cigarini. Già nel 1966 aveva dato vita al primo gruppo femminista”.

    Cos’era il femminismo dell’autocoscienza?
    “Una pratica straordinariamente intensa, soprattutto nei primi anni. Poi le storie hanno cominciato a ripetersi. Ma c’era sempre qualche scintilla nei racconti delle donne, che destava la mia attenzione. Ci riunivamo spesso in case private, estromettendo gli eventuali mariti. Io, ad esempio, avevo un fidanzato che non mi mollava più. In tutti i modi tentò, senza riuscirvi, di strapparmi dalla mia decisione. Tra l’altro avevo alle spalle già un divorzio e un figlio”.

    Era una situazione difficile?
    “Non con mio marito che fu comprensivo e capì che non ero fatta per la vita coniugale. Era il 1966. Del figlio che avemmo, che ho molto amato e amo, all’inizio se ne occuparono i nonni”.

    Allora un divorzio non era una cosa semplice e accettabile. Soprattutto nel Veneto. Come reagì la sua famiglia?
    “Non troppo male. Avevo la fiducia dei miei genitori. Anche il divorzio, che poi fu un annullamento, lo accettarono. Compresi che non mi chiedevano molto e che volevano andare verso la loro vecchiaia, passo dopo passo, senza problemi”.

    Suo padre cosa faceva?
    “Era direttore amministrativo di un ospedale loca- le. Nel paese ci consideravano una buona famiglia, ma di fatto povera, perché 11 figli significavano troppe bocche da sfamare”.

    Come ricorda la sua infanzia?
    “È stata un’infanzia non infelice, ma senza felicità. Tranne che per il rapporto con i miei fratelli e sorelle”.

    Quando dice senza felicità cosa intende?
    “Era come se mi fossi staccata da tutto il contesto familiare e guardassi a quel mondo con freddezza. E quel mondo mi ritornava senza colori. Solo nelle baruffe e nei giochi a non finire, con i miei fratelli e sorelle, ritrovavo leggerezza e coinvolgimento”.

    Quanto ha pesato la sua educazione cattolica?
    “Non rinnego la religione di mia madre. Si tratta di una tradizione spirituale importante. Che in me si è acuita quando ho scoperto la ricchezza della mistica”.

    Crede in Dio?
    “È una domanda che farebbe un confessore”.

    Perché no?
    “Ho due punti di forza. Primo: se Dio c’è, si farà conoscere. I mezzi non gli mancano. Secondo: se immaginassimo Dio come un’entità che sta da qualche parte, lo perderemmo. Se invece lo collochiamo nei momenti di gioia e della generosità o, come il Dio cristiano, nei momenti del perdono e della riconciliazione, la sua presenza sarebbe assai più tangibile”.

    La solidarietà è importante?
    “Certo, ma non la tradurrei in volontariato. Sono egoista”.

    Egoista?
    “Cerchiamo tutti un modo per salvarci. Questo è l’egoismo”.

    Non contraddice quell’ordine simbolico materno su cui spesso ha richiamato l’attenzione?
    “No, la madre è animata da una potenza autoaffermativa che però non va mai a scapito dell’altro, della creatura piccola”.

    Oltre a egoista come si definirebbe?
    “Impulsiva, ma non avventata. Ho sempre fatto bene i miei conti, con molto realismo”.

    Quel realismo cosa suggerisce?
    “Che le donne hanno sempre pagato”.

    Tutte?
    “Ci sarà una quota di stronze, di invidiose, di meschine, di furbe. Ma sono la netta minoranza. Non rappresenta il sistema di vita femminile contraddistinto dalla logica dell’affetto”.

    Ma non pensa che questo sistema sia stato compromesso da modelli che poco hanno a che vedere con le logiche dell’affetto e dell’autenticità?
    “È un punto vero. Oggi mi interrogo sulle responsabilità di questo esito da parte di una generazione che è stata fortunata, perché non ha conosciuto il fascismo e non è stata bastonata dalla crisi”.

    Che risposta si è data?
    “Noi femministe abbiamo fatto un’esperienza di felicità, tenendola troppo stretta nelle nostre mani. Non l’abbiamo passata alle nuove generazioni di donne”.

    È una dimostrazione di egoismo?
    “Mi chiedo se non siamo rimaste troppo attaccate al nostro benessere. È una questione su cui sto riflettendo. In cosa abbiamo mancato? Le nuove trentenni – che dicono: noi non abbiamo ereditato nulla, siamo precarie – ci gettano in faccia la loro rabbia. Ma poi è anche vero che non sono riuscite a ereditare niente”.

    C’è una mutazione radicale dei linguaggi e delle aspettative?
    “C’è indiscutibilmente. E la cosa, per dirla in maniera sempliciotta, mi fa sentire come una persona che deve uscire di scena. Ma non voglio farlo da scema. Non intendo farlo come una che ha creduto in un sogno irrealizzato e irrealizzabile”.

    È un’espressione curiosa “uscire di scena” detta da lei. Molto teatrale.
    “È la cosa più importante nella vita. Perché si arriva a un certo punto che devi deciderti a quel passo. E devi trovare le parole, se non le ultime almeno le penultime, con cui lucidamente cerchi di capire
    cosa sta accadendo. Ma non lo so. Questo è il punto. E la postura cattolica non è abbastanza. So solo che c’è un mondo di uomini e donne che si disfa disordinatamente e di aver scritto tanto per cambiarlo in meglio. C’è il desiderio che qualcosa resti. Ma non so quale traccia lasceremo di noi”.

    Non crede che spetterà agli altri deciderlo?
    “Sì, ma a me toccano le ultime battute”

  4. armando
    16 giugno 2017 at 21:16

    “No, la madre è animata da una potenza autoaffermativa che però non va mai a scapito dell’altro, della creatura piccola”
    “Del figlio che avemmo, che ho molto amato e amo, all’inizio se ne occuparono i nonni”.

    Per una che ha puntato tutto sull’Ordine simbolico della madre, non c’è male. La potenza autoaffermativa della madre non va mai a scapito della creatura piccola; anche quando abortisce il figlio? Ah già, dimenticavo, quello non è una creatura piccola, ma solo un grumo di cellule! Con questo non voglio accanirmi contro la persona Muraro, Tutti, io per primo, abbiamo le nostre belle contraddizioni. Basterebbe ammetterlo con onestà intellettuale e umana.

Rispondi a armando Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dichiaro di essere al corrente che i commenti agli articoli della testata devono rispettare il principio di continenza verbale, ovvero l'assenza di espressioni offensive o lesive dell'altrui dignità, e di assumermi la piena responsabilità di ciò che scrivo.