Il “governissimo” Draghi e la crisi del M5S

Sbaglia chi pensa che il governissimo a guida Draghi che si sta formando in questi giorni sia una misura eccezionale, dovuta ad una situazione eccezionale. La crisi pandemica ha soltanto dato un’accelerazione ad un processo che era già in corso da anni, cioè quello del graduale svuotamento della politica e della democrazia sostanziale. Di più. Ha fornito l’alibi perfetto alle forze politiche per dare vita a quello che forse è il più grande inciucio della storia della Repubblica.

Cosa intendo per “democrazia sostanziale”? Con la premessa che non esisterà mai un sistema democratico “perfetto” (questo sarebbe possibile solo, in linea teorica, in una società realmente comunista pienamente realizzata…), intendo con “democrazia sostanziale”, quel sistema nel quale i cittadini, cioè i membri della comunità (sia pure con le fisiologiche e strutturali contraddizioni che contraddistinguono il concetto di democrazia, specie in un sistema capitalista) sono in grado, attraverso una serie di strumenti – penso ad esempio al ruolo dei partiti di massa, ormai da tempo scomparsi in ragione di un processo che ha portato alla loro estinzione – di esercitare un ruolo politico effettivo.

Naturalmente il concetto di democrazia non può esistere in sé, in forma astratta. Sappiamo bene, come dicevo poc’anzi, che in un sistema capitalistico la democrazia tende ad assumere una valenza formale e nella maggior parte dei casi assai poco sostanziale. Però è anche vero che in determinati contesti (non tutti, ovviamente) e in determinate fasi storiche, i cittadini (concetto generico, me ne rendo conto, ma ci capiamo…) hanno potuto svolgere un ruolo affatto marginale nel determinare le scelte politiche dei governi. In Europa occidentale, Ad esempio, per circa una trentina d’anni, dal dopoguerra fino agli anni ’70, la peculiarità del contesto storico-politico – l’esistenza del blocco sovietico che “imponeva” ai governi occidentali la costruzione e il mantenimento di uno stato sociale potente, di un forte movimento operaio e sindacale e di robusti partiti socialdemocratici e comunisti (oltre quelli liberali e cattolici)- ha creato le condizioni per quella partecipazione attiva e di massa alla vita pubblica che ha avuto un peso non indifferente nel determinare quel processo democratico “sostanziale” (sia pur parziale) a cui facevo cenno poc’anzi.

Tutto ciò è franato, come ben sappiamo, per tante ragioni che richiederebbero un’analisi ad hoc e che per ora mi limito soltanto ad accennare: la crisi e il crollo del blocco sovietico e del movimento comunista (che ha trascinato con sé anche il movimento socialista e socialdemocratico), la crisi e lo smantellamento dei partiti di massa che ha portato al trionfo dell’economico sul politico. La conseguenza diretta di questo processo è appunto lo svuotamento della democrazia sostanziale e il “ritorno” ad una democrazia puramente formale (come quelle tardo ottocentesche, per capirci, o della prima metà del secolo scorso), che è poi il sogno di ogni liberale oltre che, ovviamente, delle classi sociali dominanti.

Mi rendo conto di aver fatto una sintesi brutale e quindi necessariamente difettosa e parziale, ma questo è per sommi capi quanto avvenuto negli ultimi trent’anni. Ed eccoci giunti a questo punto.

Il governissimo Draghi, in tutto ciò ha però un merito, per lo meno per chi sa leggere oltre le apparenze, e cioè quello di mettere a nudo le cose. Assistiamo infatti da anni ad una finta dialettica tra forze politiche solo apparentemente alternative fra loro ma nella sostanza del tutto omogenee e intercambiabili. Il sistema è andato avanti in tutti questi anni alimentando questa falsa dialettica esercitata esclusivamente nelle stanze del “palazzo” e nei salotti mediatici. Una “dialettica” (le virgolette sono d’obbligo…) che non solo non prevedeva la partecipazione attiva dei cittadini ma, viceversa, proprio la loro passivizzazione. Le primarie (guidate…) per scegliere il segretario di partito (“leggero”, come si usava e si usa dire, in sostituzione di quello cosiddetto “pesante”…) o il candidato premier, i comitati elettorali che nascono e muoiono nell’arco di poche settimane o tutt’al più mesi e, soprattutto, i talk show mediatici, hanno sostituito la militanza politica, i movimenti di massa, la partecipazione reale delle persone alla vita politica.

Il governo Draghi, anche se involontariamente, fa cadere anche questa finzione. Tutti i partiti insieme allegramente con la sola eccezione di quello della Meloni; mi sorge addirittura il dubbio che glielo abbiano “suggerito” o consigliato dal momento che un sistema democratico, per quanto puramente formale, ha comunque bisogno, quanto meno per salvare le apparenze, di qualcuno che stia, sia pur timidamente o solo nominalmente, all’ opposizione…

La crisi pandemica, come dicevo nell’incipit, ha solo accelerato questo processo. Del resto, se la politica e la democrazia sono state completamente svuotate, è evidente che lo sono contestualmente i partiti politici la cui funzione ormai è puramente nominale e/o consultiva. La “scesa in campo” del super tecnocrate Draghi ha sancito la loro totale ininfluenza. Sono chiamati a ratificare scelte fatte altrove e a fornire, sia pure parzialmente, personale di servizio, diciamo così, fermo restando che il super premier sceglierà anche fra i “tecnici” di suo gradimento. Tutti gli attuali partiti, nessuno escluso, sono organici al sistema capitalista e neoliberista e naturalmente alle sue propaggini politiche (e militari), cioè l’UE e la NATO.  Sarà curioso vedere che cosa si diranno durante i talk show televisivi; prima fingevano di litigare, ora dovranno inventarsi qualcos’altro per rendere credibile il tutto e la loro stessa esistenza. Per il resto, il tasso di trasformismo ha raggiunto vette inusitate. Ieri il leader della Lega, Salvini, ha risposto con le testuali parole ad un giornalista che gli chiedeva come potesse appoggiare il governo Draghi proprio lui che è o era un antieuropeista della prima ora e il guitto post-padano ha risposto testualmente: “Io sono concretista”…

Difficile e anche inutile commentare tutte le altre, a dir poco maldestre, arrampicate sugli specchi degli altri leader di partito. Grillo è arrivato a dire più o meno che il “Professore (Draghi) è una brava persona con cui ha chiacchierato amabilmente e che ha accolto tante sue richieste”. Sorvolo sulle dichiarazioni del miracolato Di Maio per carità di patria. In fondo, quando un poveraccio qualsiasi vince milioni al totocalcio sono felice per lui; vale la stessa considerazione per Di Maio. Sul PD stendo un velo pietoso; dal mai con i razzisti della Lega e mai con Berlusconi al governo con la Lega e con Forza Italia (a proposito, ma perché PD e FI non si fondono in un unico partito? Cosa lo impedisce? Forse solo la presenza ingombrante del vecchio Berlusca perché per il resto…).

Unica nota interessante è quel 40% e rotti di iscritti al M5S che si è giustamente e coerentemente rifiutato di dare l’assenso al “Grande Inciucio” che di fatto sancisce la morte del M5S. Difficile infatti che il movimento possa restare unito. Quando, come e in che tempi si consumerà la rottura è difficile prevederlo ma credo in tempi relativamente brevi.

Mi auguro che il gruppo dirigente di questa area vasta di dissidenti escano dalle ambiguità che hanno caratterizzato il movimento fino ad ora, in particolare la filastrocca qualunquista del superamento delle categorie di destra e sinistra.  Del resto, il movimento aveva già perso un terzo dei suoi elettori, quelli di destra, che si erano spostati sulla Lega, e molti altri li aveva e li ha persi strada in questi anni (soprattutto nell’astensionismo) passando disinvoltamente da un governo all’altro, come se nulla fosse, dall’alleanza con la Lega a quella con il PD; una sorta di perversa miscela di “governismo” e trasformismo che non poteva che implodere.

La questione vera è che bisogna dire con chiarezza quello che si è, e non giocare sull’ambiguità. Quest’ultima può portare dei risultati anche notevoli, come è stato in una prima fase in cui il M5S è cresciuto, appunto, giocando su quell’ambiguità, ma sul medio-lungo periodo conduce inevitabilmente al disastro. Spero che coloro che decideranno di uscire per dare vita, forse, ad un nuovo soggetto politico, respingano le sirene e le lusinghe del destrorso e filo atlantico Gianluigi Paragone che ora tornerà a farsi sentire dopo essere sparito dalla scena, e facciano una netta scelta di campo in senso socialista. Non so se ciò avverrà ma è quello che auspico. Tendo infatti a pensare che ciò che ha animato e anima quel 40% di iscritti (che però corrisponde, in misura proporzionale, ad una parte dell’elettorato del M5S) che non ha votato per il tecnocrate di Bruxelles sia la volontà di una politica anti neoliberista che si concretizzi nel rifiuto di una politica di totale subordinazione nei confronti dell’UE, in un forte intervento pubblico sull’economia e quindi del primato del Politico sull’economico, nella difesa dello stato sociale, dei ceti popolari e del mondo del lavoro, nell’attuazione dei principi e dei valori della Costituzione italiana, nella rivendicazione, quanto meno, di una sostanziale autonomia nei confronti della NATO e nell’ampliamento degli spazi di democrazia reale e non puramente formale.

Esistono in questo paese delle risorse intellettuali, poco consistenti dal punto di vista numerico ma di notevole qualità e spessore culturale, che potrebbero essere di grande aiuto per la costruzione ex novo di una auspicabile forza Socialista. Si tratta di unire queste forze, creare sinergie, massa critica, ciascuno secondo le proprie capacità. Potrebbe, forse, essere una possibilità. Tentar non nuoce…

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Fonte foto: Today (da Google)

 

2 commenti per “Il “governissimo” Draghi e la crisi del M5S

  1. Giulio Bonali
    12 febbraio 2021 at 19:10

    Sarà pure una sintesi “brutale”, ma é comunque lucidissima e adeguatissima alla realtà: una democrazia integrale necessità come di una conditio sine qua non dell’ uguaglianza economica e sociale; e cioè é realmente tale nella misura in cui esista una società realmente comunista pienamente realizzata…
    E l’ esperienza storica ci insegna che quel tanto (o purtroppo quel poco; o anche pochissimo o quasi nulla, come ora) di democrazia reale che di fatto può esistere dipende dai rapporti di forza nella lotta di classe (interni a ciascun paese e internazionali): é per così dire “direttamente proporzionale” alla forza del movimento chi si batte per il superamento dello stato di cose presente (dominato dal capitalismo).

  2. Gian Marco Martignoni
    12 febbraio 2021 at 21:54

    Una analisi condivisibile, se si parte dal fatto che Confindustria e i poteri forti non sopportavano più il governo Conte, che non era prono a sufficienza ai loro comandi, pur essendo tutt’altro che estremista. Renzi che è organico ai poteri forti e alle logiche piduiste e massoniche, ha operato per rimettere in campo Berlusconi e Salvini, compiendo dal loro punto di vista un capolavoro politico. Lo spostamento a destra è netto, tutto a discapito dei 5Stelle sul piano della composizione ministeriale. In quanto ai 5Stelle, che ho sempre sostenuto è una formazione neo-qualunquista, penso che gli auspici di Fabrizio siano, non per colpa sua, decisamente infondati. Di Battista è alla stessa stregua del trasformista Paragone : due ciarlatani, che per nostra fortuna diventeranno sempre più irrilevanti.

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