Il Capitalismo all’offensiva su tre fronti

Ho appena letto questo articolo Tutte zitte se il “raptus” viene attribuito a una madre assassina? di “Eretika” (questo è il nick che utilizza da tempo e con cui è conosciuta), una “femminista critica” – definiamola così – sulla recente sentenza che ha di fatto assolto la madre di Lecco che aveva assassinato le sue tre figlie.
Eretika ha assunto da tempo posizioni sicuramente coraggiose, molti dei suoi articoli sono apprezzabili e condivisibili, per lo meno in parte, e in un’ occasione in cui fu duramente attaccata da alcune sue ex compagne ed ex compagni, presi anche pubblicamente le sue parti, esprimendole la mia solidarietà.
Tuttavia non riesce (non vuole? non può?…) a fare il salto definitivo (e anche il più coerente…), cioè a fuoriuscire dall’ideologia femminista che pure ha sottoposto ad una critica molto severa. Ma questo è eventualmente un suo problema. L’ articolo in ogni caso ha avuto il merito di sollecitarmi ad una riflessione più ampia e la ringrazio per questo.
Per lei l’attuale contesto sociale sarebbe tuttora dominato dalla cultura maschilista e patriarcale, e anche quest’ultimo articolo lo conferma. E’ ovvio che dal mio punto di vista è un’analisi a dir poco obsoleta, perché l’attuale sistema capitalistico tutto può essere e tutto è tranne certamente che maschilista e patriarcale. Al contrario, come abbiamo spiegato in tanti articoli fra cui questo Il nuovo orizzonte del Capitalismo: la cancellazione delle identità sessuali, e non solo su questo giornale, il neo ultra capitalismo assoluto dominante ha necessità di rimuovere ogni potenziale ostacolo sul suo cammino, ivi compreso il vecchio sistema valoriale borghese e “patriarcale” (Ha ancora senso considerare il patriarcato come l’architrave delle società capitalistiche occidentali? Perchè si distrugge il “paterno”? ) divenuto ormai di impaccio al suo pieno dispiegarsi.
A tal fine, il processo di distruzione di ogni identità, sistematicamente e scientemente perseguito, a cominciare ovviamente da quella di classe; la prima, in ordine di tempo e di necessità, che doveva e deve essere assolutamente distrutta. E al momento, purtroppo, questo obiettivo è stato in larghissima parte raggiunto grazie ad un’offensiva culturale e ideologica (oltre che politica e sociale) senza precedenti che ha portato la grande maggioranza delle persone a smarrire se non ancor peggio a rifiutare la propria identità (e coscienza) di classe, cioè la consapevolezza di essere dei soggetti sociali subordinati all’interno del contesto sociale (cosa che, al contrario, non vale ovviamente per i soggetti sociali dominanti i quali sono ben provvisti di coscienza di classe…). Oggi i soggetti sociali subalterni non si sentono, o meglio, non vogliono sentirsi più tali e, anzi, per lo più arrivano a vergognarsi della loro condizione; la stessa che una volta rivendicavano invece con fierezza. Non più quindi “proletari” consapevoli della propria condizione, perché muniti di coscienza di classe (come soggetti singoli e collettivi agenti all’interno del processo sociale e storico) ma “individui”, in senso generico, fra altri “individui” o, al meglio, “cittadini” fra altri “cittadini” (ma quest’ultimo è già uno stadio “superiore” che necessita di un tasso di coscienza civica e politica ancora più elevato che naturalmente il sistema stesso, al di là dei proclami formali, si guarda bene dall’incentivare…) .
La vittoria dell’ideologia liberal-liberista è stata pressoché quasi totale, sotto questo punto di vista, per lo meno in questa fase storica, essendo riuscita ad occupare lo “spazio psichico” della stragrande maggioranza degli “individui”, con l’eccezione di alcune sacche di “resistenti” ancora presenti in settori molto minoritari di ciò che resta della vecchia classe operaia di fabbrica e, sia pure in minima parte, dei cosiddetti nuovi ceti “proletari intellettuali” o “intellettuali proletarizzati”. Qualcuno (pochi) fra questi, infatti, anche se qualificato, con tanto di laurea e specializzazione in tasca, ha ormai capito di essere condannato ad una sostanziale marginalità sociale, e questa situazione sta cominciando ad aprire delle contraddizioni anche in quelle fasce sociali che una volta avremmo definito “medio borghesi” che da sempre hanno individuato e individuano nella mobilità sociale verticale la loro ragione di esistenza. Siamo comunque ben lontani da una vera e propria coscienza di classe intesa in senso classico, cioè marxiano. Siamo piuttosto di fronte ad una frustrazione individuale, sia pure molto diffusa, ma del tutto incapace di fare un salto di qualità in termini di consapevolezza sociale e politica
Ma distruggere l’identità (e la coscienza) di classe significa annichilire la possibilità stessa di una risposta collettiva al dominio capitalistico. Significa minare alle fondamenta il proprio antagonista “interno”, quello inevitabilmente generato dal sistema capitalista stesso e anche quello potenzialmente più pericoloso nel momento in cui fosse appunto provvisto di coscienza, sia a livello individuale che collettivo.
Questo è stato ed è tuttora il primo dei tre obiettivi strategici del capitale.
Poi è la volta di quello “culturale”, cioè la distruzione delle identità culturali dei popoli, delle comunità, delle diverse etnie ecc. Ed è anche facile capire il perchè. Se l’obiettivo (del capitale) è quello di trasformare il mondo in un metaforico (e non solo) gigantesco Mc Donald, è ovvio che si devono necessariamente distruggere anche le identità culturali che oggettivamente costituiscono un ostacolo in tal senso nonchè un potenziale antagonista. Anche se può apparire paradossale questo paradigma è applicabile in tutte le direzioni. Vale per le culture e per le religioni così come per gli usi, i costumi, le tradizioni locali, addirittura per le tradizioni culinarie. Volendo portare un esempio banalissimo ma forse efficace, se si deve portare la gente, da Los Angeles a Singapore, da Roma a Buenos Aires, da Londra a Shangai e via discorrendo, dal Polo Nord all’Antartide, a ingozzarsi di hamburger, patatine fritte e coca cola in un “fast food” (letteralmente cibo veloce…), la si deve anche convincere che le sue precedenti abitudini alimentari non fossero “adeguate”. L’esempio, come ripeto, è senz’altro e volutamente banale. Proviamo però a portarne degli altri più “pesanti”. Pensiamo ad esempio alle religioni o in generale a tutto ciò che ha attinenza con la sfera “sacrale” e spirituale di un popolo o di una comunità. Una religione, al di là della dimensione trascendentale, rappresenta comunque un sistema di precetti e regole di ordine etico e morale. E cosa se ne fa ormai il capitalismo, interessato solamente alla sua illimitata auto riproduzione, di un “papocchio” tanto ingombrante quale quello rappresentato da un sistema di precetti etico-morali? Tanto più in assenza di un’ideologia antagonista (leggi il comunismo) che ha osato metterlo in discussione, quei sistemi di regole e precetti religiosi (anche se non necessariamente tali) etico-morali, a suo tempo utili (al di là della loro effettiva natura e/o della loro strumentalizzazione politica) alla perpetrazione stessa del suo dominio, rischiano di diventare un fardello, una zavorra di cui liberarsi. Ciò apre, specie per i marxisti, una riflessione sulla questione religiosa, su come essa si sia evoluta o trasformata nel tempo, e sulla funzione anche politica che hanno assunto oggi alcune religioni; penso all’Islam, ad esempio, sia pur nelle sue spesso molto diverse (e confliggenti) articolazioni. Ma questa è una questione assai complessa che ci porterebbe lontano e che merita una riflessione specifica.

Per ora, ciò che è importante sottolineare è che un popolo che smarrisce le sue origini, la sua storia, la sua o le sue culture (senza con questo negare, ovviamente, la contraddizione di classe), è molto facile da colonizzare, sotto ogni punto di vista (economico e culturale) specie da parte di un sistema globalizzato altamente pervasivo e al contempo seducente e seduttivo come quello capitalistico. Con popoli e comunità siffatte, senza più storia né identità, non c’è neanche più bisogno di usare le maniere forti; il metaforico “Mc Donald” di cui sopra e tutto l’armamentario di “luci” e ammennicoli che il mondo capitalista occidentale (quindi anche quello “orientale” occidentalizzato) è abilissimo a produrre e a proporre, sono più che sufficienti a sottometterli.
Infine – questo il capolavoro dell’attuale ideologia dominante – l’attacco alla identità sessuale (leggi quella maschile), perché è ovvio che se si devono ridurre gli esseri umani a meri consumatori, li si deve anche privare o comunque indebolire fortemente nella loro identità primaria, cioè quella sessuale. E sappiamo benissimo – come abbiamo già spiegato negli articoli linkati poco sopra – che questo processo prevede la castrazione psicologica del maschile e del paterno.
“La cosiddetta “società liquida” (per dirla con Z. Bauman) neocapitalistica postmoderna, infatti – riporto testualmente uno stralcio di uno dei miei articoli già linkati – ha necessità di individui “non sociali” (parafrasando il titolo di un celebre libro di Pietro Barcellona), ridotti ad una sorta di monadi incapaci di relazionarsi fra loro se non attraverso la forma alienata e alienante dello scambio mercantile. Qualsiasi altra istanza o soggettività che non sia funzionale a questo “progetto”, cioè sostanzialmente al flusso ininterrotto e illimitato della forma merce, cioè dell’unica forma di “auctoritas” oggi di fatto consentita (al di là delle liturgie formali e ideologiche del tutto artificiose, cioè della produzione della marxiana falsa coscienza socialmente necessaria), deve essere rimossa. Da qui la tendenza (in atto) finalizzata alla cancellazione o quantomeno al sostanziale indebolimento di ogni identità, a partire proprio dall’identità sessuale. La qual cosa non è ovviamente casuale; cosa esiste infatti di più potente e di più naturale dell’identità sessuale, dell’appartenenza al proprio sesso, prima ancora dell’appartenenza sociale, etnica o culturale? Ecco, dunque, per il capitalismo, giunto al suo stadio apicale (per lo meno per ora, non siamo in grado di conoscere la sua eventuale e anche altamente probabile e ulteriore espansione, specie perché in stretta comunione con la Tecnica, ossia la sua più potente alleata), la necessità di intervenire non solo sul piano sociale tradizionale ma addirittura su quello antropologico e genetico”.
“Il paterno – come spiega in modo infinitamente più brillante e dettagliato rispetto a quanto non possa fare il sottoscritto in brevissimi cenni – Erich Neumann, nel suo saggio“Storia delle origini della coscienza”, rappresenta l’irruzione nell’Uroboros dell’io nel non-io, del distinto nell’ indistinto, del limite nell’illimitato, della “forma” nella/sulla materia. Senza questa irruzione, senza questo metaforico ma anche sostanziale strappo, l’individuo (inteso come persona) non potrà mai costituirsi in quanto tale, nella sua autonomia e consapevolezza. Egli resterà sempre un soggetto privo di una sostanziale identità, fluttuante nel metaforico “brodo” di cui sopra, incapace cioè di definirsi come uomo o come donna (anche se il problema, per ovvie ragioni, riguarda oggi prevalentemente gli uomini) nel mondo. Da qui l’attacco sfrenato al paterno e al maschile, dove paterno sta per patriarcato e maschile per maschilismo; non sono ammesse altre interpretazioni”.
E cosa è oggi, concettualmente parlando, la “forma merce”, il “mercato totale”, se non un metaforico Uroboros postmoderno? E come fuoriuscire da questo “brodo”, cioè come trasformare la realtà superando questo stadio, se soprattutto oggi le strutture stesse della soggettività vengono, guarda caso, negate? Si discute da tempo sul possibile futuro soggetto della altrettanto possibile trasformazione rivoluzionaria. Ma quale potrà essere questo soggetto se è la soggettività stessa che viene negata a monte?
Queste sono, a mio parere, le tre direttive strategiche sulle quali si muove il capitale. Esse fanno parte di un unico processo all’interno del quale si intersecano e si sovrappongono. Risulta evidente come la sfera psichica e il suo controllo non possa più essere considerata come un mero aspetto sovrastrutturale.

Questo poteva valere in altre epoche storiche dove il dominio sociale si esercitava innanzitutto attraverso il controllo della sfera pubblica delle persone (il lavoro, in primis, quindi i famosi rapporti di produzione), prima ancora di quella privata. Oggi la situazione è in larga parte mutata (nel senso che a quei rapporti di produzione si sono aggiunte e sovrapposte altre dinamiche) e diventa sempre più difficile, a mio parere, stabilire quale sia la struttura e quale la sovrastruttura, stante proprio la complessità e la complementarietà della loro relazione. Forse sarebbe meglio parlare semplicemente (si fa per dire…) di struttura o di strutture. Questione assai complessa che non ho certo la pretesa né la presunzione di chiudere e che necessiterebbe di una riflessione ben più ampia che, purtroppo, guarda un po’, è del tutto assente a “sinistra” (in tutte le sue articolazioni) dove un certo economicismo, un certo sociologismo e un certo ideologismo e politicismo continuano anacronisticamente a farla da padroni e ad impedire la pur necessaria esplorazione di altri “territori”
Mi permetto di dire che tutto ciò vale anche per la nostra amica Eretika che ancora si ostina a sostenere che l’attuale società capitalistica affondi le sue radici nella cultura maschilista e patriarcale. Il suo anacronistico approccio interpretativo è anch’esso figlio di quella incapacità e di quella paura (anche personale) a mollare determinati ormeggi.

13 commenti per “Il Capitalismo all’offensiva su tre fronti

  1. armando
    21 maggio 2015 at 11:33

    Ottimo articolo, Fabrizio. Esistono due ordini di problemi. Uno di riflessione teorica. come giustamente sottolineato. Rimettere in discussione il rapporto “gerarchico” struttura/sovrastruttura, almeno nel senso di elevare ormai a struttura alcuni fattori finora considerati come derivati e quindi “secondari”, significa tentare di far fare un salto di qualità alle culture che si richiamano al marxismo, anche mettendone in discussione alcuni “dogmi” originari alla luce della storia e della sua evoluzione. Non si tratta, poichè il marxismo non è una religione, di un’abiura, ma di un atteggiamento sanamente laico. Ciò facendo si va nondimeno incontro a fortissime resistenze, alberganti anche nella cosìdetta sinistra antagonista (l’altra “sinistra” ormai è passata “armi e bagagli culturali” interamente nel campo avverso). Eppure è un’operazione indispensabile, pena la non comprensione dei processi in atto e la condanna alla marginalità e all’insignificanza politica.
    E quì arriviamo al secondo ordine di problemi, che, appunto, è politico e sociale.
    Fabrizio ha accennato alla funzione sociale assunta dall’Islam,. Io aggiungo quella assunta dalla Chiesa Ortodossa russa che agisce in parallelo col potere politico per evitare lo spappolamento dell’identità culturale e nazionale russa, tentato in ogni modo dagli USA fin dalla dissoluzione dell’Urss e, per ora, fortunatamente arginato.
    Ora, se è così, e credo che tutto lo dimostri, si pone il tema politico attualissimo delle alleanze, e delle priorità, oltre le disquisioni teoriche, pure importanti.
    Si pone ovviamente sul piano dei rapporti geopolitici internazionali, ma anche, più modestamente, sul piano nazionale. Nello specifico, in Italia, in considerazione dell’importanza nel nostro paese della Chiesa Cattolica e delle posizioni che via via va assumendo. E’ mia opinione che, se fino al pontificato di Ratzinger la Chiesa poteva fungere da riferimento per tutti coloro che riescono a scorgere nella dissoluzione di ogni forma, in primo luogo quella sessuata, la penetrazione culturale del capitale, ora le cose sono più complicate. Anche nella Chiesa si stanno manifestando contrasti e contraddizioni, fino ai più alti livelli. Sta cedendo allo spirito del tempo? E cosa pensano le sue organizzazioni laiche? Come si muovono? Reiscono ad afferrare tutti i nessi insiti in certe concezioni? Vedremo.

    Aggiungo, e chiudo, che contrasti e contraddizioni interni inevitabilmente finiscono per riflettersi anche nel rapporto fra le confessioni cristiane, in primo luogo con l’ortodossia russa. E quindi, vista la sua funzione politica, a loro volta implicano, volenti o nolenti, la collocazione internazionale della Chiesa cattolica. In pieno campo atlantista, in campo opposto oppure, ma per quanto sarebbe possibile, su un terreno neutro?

  2. Rino DV
    21 maggio 2015 at 22:08

    1- Su cosa fondare una resistenza all’avanzata del liberismo totale e totalizzante? (Scrivo “liberismo” e non “liberalismo” giacché si tratta di due concetti e di due aspetti del socio-politico del tutto diversi, spessissimo maldestramente o viceversa furbescamente confusi e usati come sinonimi, ciò per diverse ragioni su cui ora sorvolo). La si fonderà – quella resistenza – su fattori ed elementi che – quantomeno in nuce – confliggano con i valori del liberismo stesso.
    2- Contro cosa combatte il liberismo? Cosa sta distruggendo? In sintesi assoluta direi: le differenze, ogni differenza. Appiana, pareggia, omogeneizza, frantuma tutto ciò che incontra. Culture, tradizioni, forme produttive, ceti, paesaggi, arte, sessi, gusti, costumi…
    3- Osservando ciò che il liberismo distrugge troveremo fattori di potenziale opposizione, interessi e sentimenti sui quali una proposta di lotta politica possa far presa, evocando, suscitando, potenziando, dando corpo ed articolazione alle diverse forme di avversione conclamata – se c’è – o almeno a quella latente e potenziale che a tratti pur emerge nella società.
    4- Per far ciò è però necessario leggere finalmente le antiche analisi, gli antichi paradigmi davvero come modelli scientifici e non come sistemi di dogmi. Un modello scientifico ha questo di buono: non è un dogma a se stesso e per se stesso, anche se chi lo propone tende a ritenerlo completo e definitivo e a difenderlo ad oltranza. Il grande Newton, che sembrava eterno, è stato integrato e superato. Le sue equazioni che sembravano perfette, universali ed eterne si sono rivelate approssimative e “locali” (bassa velocità, bassa gravità). Ma il cosmo non segue le leggi di Newton: né nella dimensione massima (universo) né in quella minima (microfisica). Adesso lo sappiamo. Tuttavia questo non trasforma il grande Isaac in un imbecille. Tutt’altro.
    5- Si tratta di cambiare paradigma (per dirla alla Kuhn), ossia di integrare le acquisizioni precedenti in un nuovo modello. Difficile a farsi perché ciò presuppone l’ammissione di averne adottato uno incompleto o datato o parziale o in parte del tutto erroneo ed oggi persino fuorviante, sul quale però ci si è spesi con energie e risorse compromettendosi ed esponendosi. E’ dura.
    6- Ora se è vero, come a me pare, che il liberismo distrugge le differenze, sarà sulle differenze in pericolo e su quelle già represse (e perciò ora sottotraccia e latenti) che si può fondare una opposizione. Queste furono individuate da C. Preve in alcune delle realtà socio-storiche che la sinistra aveva sempre combattuto. La comunità, la naturalità delle differenze sessuali, l’identità delle comunità umane racchiusa nei sistemi simbolici e quindi anche nella religione.
    7- E’ chiaro però che integrare questi elementi in un nuovo modello interpretativo della realtà storico- sociale, valorizzandone la funzione in sede filosofica e politica, è opera quasi sovrumana per tutta quella che si vuol chiamare sinistra di alternativa. Non c’è ovviamente da stupirsi del fatto che il Preve sia stato emarginato dalla parasinistra liberal. Ma non c’è da meravigliarsi nemmeno che ciò sia avvenuto e avvenga tra la sinistra radicale e antagonista, persino da parte di coloro che ne riconoscono il valore in campo filosofico. Perché la verità è questa, che dietro l’interpretazione di Preve (davvero morto prematuramente) pare di intravedere quattro spettri, quattro diavoli di tutta la sinistra comunque intesa, passata e presente: Dio, patria, famiglia e natura. Ce n’è più che a sufficienza per inorridire, irridere e ridere.
    .
    Cosa potrebbe invece derivare dal superamento degli antichi modelli, lo si vede qui.
    .
    Il governo Monti autorizzò l’apertura dei supermercati la domenica e durante le feste. E’ chiaro che si trattò non solo di una nuova vittoria del liberismo ma in questo caso anche di un passaggio simbolico eclatante, che però i vecchi modelli impediscono di vedere (nel modello storico della sinistra il sistema simbolico non ha alcun valore, è una superfetazione). Ci fu opposizione da parte del sindacato, della Chiesa e della Confcommercio. La “forza” di queste tre debolezze fu tale che di questa opposizione a stento si ebbe notizia dai media. La sinistra antagonista non si fece vedere e non parlò: schierarsi con i preti in difesa della sacralità della domenica? Con la Confcommercio? Brrr….
    Un prete di Spinea (Venezia) proclamò che fare la spesa la domenica è peccato: tutti giù a ridere. A mio parere invece non è peccato: è peccato mortale. E mi permetto di dire anche questo, che chi non capisce cosa significa qui “peccato” con la cascata terribile delle sue conseguenze, di ciò che manifesta e di ciò che prefigura, colui non ha motivo di lagnarsi del trionfo del liberismo. Perché ne è complice.
    In buona fede.

    • Fabrizio Marchi
      22 maggio 2015 at 19:22

      Caro Rino, conoscendoti ormai abbastanza bene, capisco dove vuoi andare a parare, come si suol dire, e quindi comprendo e condivido in larga parte la tua analisi.
      Tuttavia, siccome conosco anche i miei “polli”, cioè i nostri avversari, peraltro posizionati un po’ ovunque, ritengo doveroso qualche chiarimento, per lo meno dal mio punto di vista.
      Vero il discorso che fai sul liberismo che cancella ogni differenza (è quello che sostengo anch’io). Attenzione però, perché questo lo dicono anche A. De Benoist e gli esponenti della cosiddetta “nuova destra” (che poi tanto nuova non è, a mio parere…), quindi è bene approfondire il discorso, onde evitare possibili fraintendimenti.
      E’ vero che il liberismo (ma io direi il capitalismo) cancella le differenze, ma non certo per realizzare l’eguaglianza, tutt’altro. Del resto quella capitalista è e sempre sarà una società per definizione diseguale. E la diseguaglianza non è data solo dal differenziale di reddito o dalla capacità di consumo, perché sappiamo benissimo che questa diseguaglianza economica comporta tutta una serie di risvolti e conseguenze di ordine sociale, culturale, psicologico ed esistenziale. L’essere ricchi o l’essere poveri non significa soltanto avere più o meno soldi in tasca per comprarsi la casa al mare o l’ultimo modello della play station, ma un diverso status, una diversa considerazione sociale per chi sta sopra e per chi sta sotto. Con tutto il carico di frustrazione sociale, umana, psicologica ed esistenziale che questa situazione comporta per chi sta sotto e, viceversa, di gratificazione, per chi sta sopra. La competizione sfrenata, l’individualismo altrettanto sfrenato, l’ansia dell’affermazione sociale, la corsa affannosa al denaro, alla carriera, al successo, all’immagine pubblica, sono il percorso obbligato dell’”individuo” nella società capitalistica per arrivare all’agognata meta.
      Ora, in questa fase storica, come abbiamo già detto, l’obiettivo strategico è l’omogeneizzazione, l’indifferenziazione, la distruzione dei legami sociali e umani che possono essere di intralcio al capitale che non vuole ostacoli di nessun genere. Ma, facciamo attenzione, sono le classi sociali subalterne che devono essere spappolate, ridotte ad una sorta di “marmellata” umana e sociale, fatta di consumatori e al contempo di lavoratori precarizzati, privi di coscienza e di identità. Le classi dominanti restano ben provviste sia dell’una che dell’altra.
      La destra, vecchia o nuova, critica l’”indifferenzialismo” liberista ma da un punto di vista completamente diverso e opposto al nostro. La loro opposizione al processo di omogeneizzazione liberista è di tipo “culturalista”, non di classe. O meglio, è anche di classe, nel senso che una parte di quei ceti sociali “vetero borghesi” messi ai margini dal capitale globale aspirano a tornare ad essere protagonisti all’interno di un contesto politico che li vedrebbe egemoni (il vecchio stato-nazione a cui aspira il FN della le Pen oppure i microstati regionali su base etnica a cui guardano forze come la Lega Nord e altre della destra europea) e a questo obiettivo cercano e ci riescono anche bene, purtroppo (complice la totale assenza di una sinistra degna di questo nome), di coinvolgere anche settori popolari privi di rappresentanza oltre che di coscienza politica e di classe. Il collante è rappresentato appunto dall’appartenenza su base etnica e territoriale alla stessa comunità all’interno dello stato o ancor meglio microstato regionale, ed è quella stessa appartenenza che “garantisce” il membro della comunità in un’ottica ovviamente interclassista e neocorporativa, dove il padrone continua a fare ilo padrone e il lavoratore salariato continua a fare il lavoratore salariato, ma è appunto “garantito”, diciamo così, in quanto facente parte della “comunità”, a differenza dello “straniero”. Da qui poi si dipartono i discorsi sul cosiddetto “differenzialismo” (che è una sorta di esclusivismo etnico culturale, e in ultima analisi di razzismo, anche se ovviamente viene negato), sul “meticciato”, come conseguenza del processo di globalizzazione ecc. Mi fermo per ovvie ragioni di spazio e tempo, anche perché dedicherò un articolo nel merito. Però era bene chiarire il punto.
      Vado al secondo che tu non hai neanche sfiorato e che invece è fondamentale.
      Lo spappolamento delle differenze e delle identità culturali è soltanto un obiettivo intermedio, diciamo così, una tappa del percorso (anche se in questa fase, di vitale importanza), perchè il vero obiettivo è creare le migliori condizioni complessive per la perpetrazione dello sfruttamento e del dominio capitalistico che oggi passa attraverso il processo di precarizzazione assoluta del lavoro e dei lavoratori (cioè delle persone in carne ed ossa) a livello planetario e la distruzione della “classe” in quanto soggetto. La distruzione delle identità culturali è finalizzata a questo, non ad altro. E’ un “passaggio” finalizzato all’annichilimento o comunque ad un ulteriore indebolimento del potenziale soggetto antagonista. Altrimenti, in se e per se, il capitalismo è assolutamente indifferente alle questioni culturali o identitarie. Le usa quando gli servono (come nel passato) e se ne disfa quando non sa più che farsene oppure gli sono d’ intralcio, come sta avvenendo oggi. Tant’è che quando il capitalismo ha avuto bisogno di connotarsi culturalmente e ideologicamente (specie in presenza di un avversario ideologico, politico e anche militare) lo ha fatto, eccome. Possiamo portare tantissimi esempi, ma basti pensare alla difesa dei valori dell’ “Occidente liberale e cristiano” contro l’orda “russo-asiatica-sovietica”…
      Ergo, il processo di distruzione delle identità culturali è finalizzato all’ottimizzazione del dominio e dello sfruttamento capitalistico. Che poi oggi la questione del controllo della “psicosfera” non possa più essere considerato un fattore sovrastrutturale è altro discorso, e siamo d’accordo, come ben sai. Ma sarebbe un errore interpretativo anche grave, a mio parere, “dimenticare” la natura intrinseca e profonda del capitalismo. La destra, vecchia o nuova, lo dimentica, o fa finta di dimenticarsene, ma anche questo è scontato. E infatti è per questo che il presunto anticapitalismo della destra è una truffa. Perché si tratta tutt’al più di un “antimondialismo” culturale finalizzato a proteggere i loro “fortilizi” ideologici e sociali. Altro che “nuova”, in realtà siamo di fronte alla solita vecchia destra di sempre, soltanto ben riverniciata e con qualche innesto (ecologismo, critica del consumismo, un po’ di decrescita che ora fa pure “figo” ecc.) preso peraltro in prestito da una certa “sinistra”, quella più innocua…
      E qui arrivo al terzo punto che tu hai toccato. E’ vero, Preve è stato ostracizzato a sinistra perché ha tentato di andare oltre determinati schemi (e il sottoscritto lo ha sempre denunciato) ma è anche vero che Preve ci ha messo del suo perché ha commesso degli errori sia teoretici che politici molto gravi e, mi dispiace dirlo, anche grossolani. L’apertura al FN della Le Pen è stato uno di questi. E ripeto, non si tratta solo di un errore politico (grave) ma anche interpretativo, cosa ancor più grave per un pensatore del suo calibro. Perché aprire politicamente al FN (un anno circa prima della sua morte) significa non aver capito la natura reale, ideologica e politica, di quel partito. E questo, per un pensatore di formazione hegelo-marxiana anticapitalista (e antimperialista), come lui stesso si definiva, è un errore molto grave. Lo dico con tutta la benevolenza possibile, ma resta un errore grave, non solo di ordine tattico ma ideologico, interpretativo e strategico. Perché il FN è una forza neofascista, interclassista, reazionaria, fondamentalmente razzista (anche se non più il vecchio razzismo “biologico sulla base della razza ma sulla base delle nuove concezioni “culturaliste” e “differenza liste”), nostalgica dei fasti coloniali della “grandeur” e del tutto funzionale, sia dal punto di vista interno che sotto quello internazionale, al sistema capitalistico e alle grandi potenze imperialiste. E questo vale anche per tutti i loro vari cugini e cuginetti dei diversi paesi europei, a cominciare dalla Lega Nord che ha ottimi e privilegiati rapporti con Israele (come il FN del resto) e che è in prima fila nel suonare la grancassa anti islamica, in perfetta sintonia con la parte più reazionaria e guerrafondaia dell’Impero.
      Sulla necessità di cominciare a distinguere fra liberismo e liberalismo, come sai, sono invece d’accordo, proprio perché il capitalismo è del tutto indifferente a tutto ciò che non sia la sua illimitata riproduzione. Il liberalismo è stata l’ideologia che gli ha consentito di affermarsi in una determinata epoca. Oggi potrebbe anche farne a meno e, come vediamo, (il capitalismo) si afferma ancor meglio in assenza di diritti e di democrazia piuttosto che in contesti democratici o liberali. Questo ci dice la storia e la realtà. Ha convissuto serenamente (e anzi, se ne è servito) con tutte le dittature fasciste europee, sudamericane ed asiatiche, convive oggi allegramente con le petromonarchie wahabite, con lo stato-partito cinese e con i vari regimi dispotici asiatici e/o africani.
      Penso che sia ora di operare questa separazione sia perché così si smaschera una truffa ideologica e sia perché alcuni principi che appartengono anche al pensiero liberale (fondamentalmente il diritto alla libertà di opinione e di organizzazione della propria opinione), concettualmente parlando, disgiunti appunto dal capitalismo (con i quali fino ad ora sono sempre stati sovrapposti) potrebbero (e dovrebbero) essere fatti propri anche da una forza politica socialista o comunista e anticapitalista. Non vedo perché no e anzi, alla luce dell’esperienza storica e dell’attuale stato delle cose, mi sembrerebbe anche contraddittorio non farlo…

      • Rino DV
        23 maggio 2015 at 20:47

        Concordo e aggiungo.
        1- Liberismo significa mercato senza regole, mercato assoluto. Delle merci, dei servizi e del lavoro. La cartina al tornasole del livello da esso raggiunto è proprio l’ultima, il lavoro: il grado di precariato misura il livello di liberismo. Si va infatti verso il precariato assoluto, con tutte le sue conseguenze.
        2- Mentre il liberismo dilaga il liberalismo arretra. Basti pensare al controllo sempre più capillare cui siamo sottoposti in ogni ambiente, alla tracciatura della corrispondenza (la cui segretezza sarebbe uno dei valori del liberalismo) alla violazione sistematica della privacy e a tutto il resto: il Grande Fratello è illiberale per definizione. E il GF ormai è qui. Poi c’è tutta la dimensione politica, ovviamente. Sui cui non mi soffermo, essendo tutto ovvio.
        3- L’equalizzazione, il livellamento, la parificazione e l’omogeneizzazione in atto si riferiscono ovviamente alle differenze verticali (identitarie, di tutti i tipi, comprese quelle sessuali) non certo a quelle orizzontali (di classe). Ed è qui che le cose si ingarbugliano. La Dx identitaria si presenta come paladina delle differenze contro l’omogeneizzazione polverizzante di origine e di gestione angloamericana. Perciò la Dx, che è sempre nazionalista (in quanto il nazionalismo opera sulla dimensione verticale) è ovviamente antiamericana. Ora questo antiamericanismo è parallelo all’antimperialismo. Ma si tratta di un parallelismo che – in questa ottica – finisce col diventare convergente (alto caso di “convergenze parallele” di Aldo Moro?…). Le due strade sono de facto adiacenti e rischiano ad ogni passo di incrociarsi. Di qui il persistente pericolo del rossobrunismo.
        Perché? Perché anche il nazifascismo era (ed è) antiamericano!
        4- Preve, percorrendo l’antimperialismo, ha incrociato l’antiamericanismo. E non è il solo.
        5- Lo stesso pericolo corrono quelli che intendono opporsi al genderismo. Ci si trova su una strada parallela a quella della Lega, di FN, del Front National etc. Perché anche quelli sono antigenderisti.
        6- Non esiste una Nuova Destra. Essa è sempre la stessa perché non può essere diversa: difesa delle gerarchie (della piramide classista), delle élites che dominano quella piramide, delle differenze nazionali (etniche, culturali, linguistiche etc. etc. ) con tutto il loro portato. Difesa di ogni differenza verticale, negazione d’esistenza di ogni differenza orizzontale.
        7-Sorge la domanda cruciale: la difesa delle identità è intrinsecamente, inevitabilmente di Dx e cmq porta necessariamente a Dx?
        Per chiarire tutto e bene ciò che intendo, mi ci vorrebbero però molte, moltissime pagine.

        • armando
          24 maggio 2015 at 12:29

          Rino, tu metti bene in evidenza alcuni intrecci, ma ve ne sono anche altri. Ad esempio L’aranciobrunismo, ossia la convergenza fra i fautori delle “rivoluzioni” liberal arancioni nell’europa dell’est (e in mediorente) con i nazifascisti da un lato, con i waabhismo dall’altro.
          Per il resto inviterei ad essere meno drastici in alcune affermazioni e ragionare con lo stesso metro in ogni circostanza. Si critica a buon diritto la sedicente sx in tutte le sue espressioni: quella ufficiale ormai prona il tutto al capitale, ma anche quella “antagonista” che lo critica sul piano economico ma ne sposa le istanze culturali dissolutorie di ogni forma. Questo significa, evidentemente, che il fatto di dichiararsi di sx non significa nulla. Ormai dirsi di sx può voler dire praticamente tutto, compreso aver abbandonato gli antichi parametri di riferimento.
          Perchè, allora, non ragionare con lo stesso metro per quanto riguarda la dx? Se si ammette che la sx può cambiare radicalmente “rinnegandosi”, perchè non potrebbe fare un analogo percorso la dx?
          Intendiamoci, non do per scontato che l’abbia già fatto, ma inviterei a considerare tale possibilità. Altrimenti, mi pare, si rischia di fissare opposte identità una volte per tutte e non vedere i rivolgimenti in atto o possibili alla luce dei rivolgimenti concreti del mondo e dell’evoluzione del capitale.
          Per quanto riguarda altri intrecci, come ad esempio il Gender, io dico che , se su questi argomenti si hanno idee chiare, ben venga chiunque è d’accordo, perchè la giustezza di un’idea non è determinata da chi la sostiene ma dall’dea in sè.
          In sostanza, fatti salvi alcuni punti fermi e irrinunciabili ( ad esempio il razzismo, il rifiuto di considerare l’uomo come atomo individualista, rifiuto di considerare altro come strumento per i miei scopi, rifiuto dell’utilitarismo) , tutto il resto dovrebbe essere discusso senza pregiudizi

          • Fabrizio Marchi
            25 maggio 2015 at 0:06

            Se si ammette che la sx può cambiare radicalmente “rinnegandosi”, perchè non potrebbe fare un analogo percorso la dx?” (Armando)
            A mio parere, caro Armando, la domanda è mal posta, nel senso che la sinistra aveva già rinnegato se stessa, nel momento in cui invece di “attualizzarsi”, invece cioè di entrare in una relazione dialettica con la realtà in divenire, trasformando se stessa, conservando ciò che era fondamentale conservare (e attualizzare) e approcciando in modo lucido e non dogmatico alle sfide della cosiddetta “modernità” (cioè alla trasformazione della società capitalistica con tutte le sue vecchie e nuove contraddizioni) ha scelto di appiattirsi su questa realtà, di adeguarsi allo spirito dei tempi, addirittura di diventare una delle stampelle del capitale sia in termini politici (garantirne la “governance”) che ideologici (mi riferisco all’ideologia politically correct nel suo complesso, ovviamente, cioè un mattone fondamentale della nuova ideologia capitalista).
            Il discorso è quindi un altro. Bisogna recuperare quelle radici e attualizzarle, cosa in linea teorica assolutamente possibile, perché oggi più che mai c’è bisogno di una Sinistra che sappia fare il suo “mestiere”, e abbandonare la deriva degli ultimi quarant’anni circa. Non che prima non fossero stati commessi degli errori, anzi, ne sono stati commessi e anche di tragici, però erano errori, come dire, endogeni, non ci si era completamente appiattiti sul capitale, come invece è accaduto negli ultimi decenni, sia dal punto di vista politico che ideologico.
            Poi c’è la questione della sinistra cosiddetta antagonista, sia pur molto minoritaria rispetto a quella cosiddetta “riformista” che, come dici tu giustamente, ha posizioni corrette dal punto di vista economico, sociale (e a volte anche politico e geopolitico) ma ha completamente sposato le istanze (del capitale) culturali e ideologiche dissolutorie di ogni forma, come sempre giustamente hai detto tu. E questo è un altro problema ancora. A mio parere non ci sono margini di recupero e, conoscendo i miei “polli”, penso proprio che dovrà nascere un’altra generazione, se nascerà, in grado di capire la vera natura e le vere finalità di determinate ideologie (genderismo, femminismo ecc. ). Quella attuale è fottuta, come si suol dire, sotto questo aspetto. Né so dire se e quando si svilupperà un pensiero critico in tal senso. Il sottoscritto e pochi altri sono mosche bianche da questo punto di vista.
            Relativamente alla destra. Non so se la critica la rivolgevi al sottoscritto o a Rino ma non è importante (ben venga la discussione…). Per quanto mi riguarda non si tratta affatto di un pregiudizio o di una chiusura a priori, ma di merito. La destra, in tutte le sue forme, NON potrà mai essere una forza autenticamente anticapitalista e antimperialista, non solo perché storicamente, in tutte le sue versioni e concrete declinazioni politiche, è sempre stata uno strumento del capitalismo stesso, ma per ragioni di ordine ideologico e costitutivo oggettive. Una forza autenticamente anticapitalista non può non avere nel suo DNA e nel suo orizzonte ideale e politico (poi che ci siano centomila passaggi e fasi intermedie rispetto a questo orizzonte è un altro discorso, ma ci capiamo…) il superamento della contraddizione di classe, che è una condicio sine qua non per degli anticapitalisti comunisti o socialisti, né più e né meno di come lo è il diritto per i liberali o l’amore e il rispetto per il prossimo per i cristiani. La destra (non mi riferisco in questo caso alla destra liberal-liberista ma a tutte le altre destre) è un’altra cosa e il problema del superamento della contraddizione di classe (il primo strutturale discrimen fra Destra e Sinistra) e quindi dell’eguaglianza, non solo non se lo pone perché non gli appartiene, ma lo osteggia perché ovviamente è antiegualitaria per definizione. Il presunto anticapitalismo della destra, vecchia e nuova (ma restiamo alla “nuova”…) nasconde in realtà proprio il terrore del principio dell’eguaglianza, che è il loro vero incubo, perché (ma questo è il limite che non potranno mai superare) per quella destra illuminismo, liberalismo, socialismo, comunismo, egualitarismo, universalismo, sono tutti figli della stessa grande madre (o padre), e cioè dell’universalismo egualitario cristiano-giudaico all’interno del quale loro ravvedono addirittura il germe del totalitarismo, e soprattutto del totalitarismo moderno, cioè quello portato avanti dal neocapitalismo globalizzato e planetario “egualitario e democratico”. Naturalmente c’è un errore teoretico madornale dal mio punto di vista, ma tant’è.
            La destra è quindi antiegualitaria per definizione, per questo la contraddizione di classe non se la pone neanche e anzi l’accetta come un fatto necessario (e del tutto secondario perché l’origine della diseguaglianza è di natura ontologica e quella di classe ne è solo una conseguenza fra le altre) , al quale tutt’al più si può mettere una pezza con un po’ di stato sociale. Ma la loro weltanschaung, come tu stesso ben sai, è tutt’altra. La diseguaglianza è per la destra una sorta di “categoria dello spirito”. Il cosiddetto “differenzialismo” etnico-culturale (sulla base del quale dovrebbero fondarsi i nuovi stati o microstati) , l’ultima invenzione (pensa un po’ che vette di pensiero…) del gotha dei loro intellettuali di riferimento (a cui si rifanno più o meno tutte o quasi le “nuove” destre europee) è un escamotage con cui vorrebbero camuffare il loro sostanziale razzismo. Il loro “ciascuno a casa sua ha diritto alla propria cultura e identità” è un sostanziale “io con te non voglio avere nulla a che fare, né tanto meno voglio mescolarmi…(“meticciato”, orrrore!…).
            Per non parlare poi del loro presunto antimperialismo. Ma sai – è solo un esempio fra i tanti – cosa gliene può fregare ai leghisti (la neodestra italiana che non a caso è pappa e ciccia con Casa Pound e la neofascisteria attuale) della causa del popolo palestinese che è pure in larga parte mussulmano (e infatti sono apertamente schierati con Israele che considerano, giustamente dal loro punto di vita, il baluardo dell’Occidente contro l’Islam) oppure della lotta dei popoli e dei movimenti antimperialisti, dall’Iraq o dal Libano fino al Venezuela? Sia chiaro, parlo della Lega Nord ma è come se parlassi di tutte le “nuove” destre europee. Anzi, la Lega (e anche il FN) è addirittura più morbida rispetto alle destre mitteleuropee austriache, ungheresi, polacche, tedesche, danesi ecc. Secondo te questa “nuova” destra europea e i settori sociali che rappresenta hanno interesse a solidarizzare con i movimenti popolari sudamericani, africani o arabi in lotta contro il neocolonialismo e l’imperialismo in direzione della costruzione di un ordine mondiale di tipo socialista? Ma via, su…
            Per cui di cosa stiamo parlando, Armando? Dove sta e quale sarebbe questa destra “socialista, anticapitalista e antimperialista”, al di là delle più o meno abili operazioni di maquillage (in cui peraltro è sempre stata maestra, va riconosciuto…) ? Poi è ovvio che una parte di questa destra, sempre in un’ottica e soprattutto con un orizzonte completamente diverso dal nostro (per lo meno dal mio) sia molto più sensibile ai temi della critica al genderismo o al femminismo rispetto all’attuale sinistra in tutte le sue salse (e sottolineo una parte, perché, come ben sai, anche questa destra è da un certo punto di vista intrisa di ideologia politicamente corretta e femminista anche se la sussume a suo modo. Le posizioni della Lega sono ad esempio tra le più forcaiole e giustizialiste in termini di reati sessuali (castrazione e anche pena di morte). Mi pare del tutto scontato, ma ciò non è sufficiente per fare di queste delle forze realmente anticapitaliste, antimperialiste e socialiste (e men che meno democratiche). Poi chi vuole è liberissimo di farci un cammino assieme; certamente non il sottoscritto per le ragioni sopra esposte.
            P.S. Senza poi contare che anche la loro critica al femminismo parte da presupposti e va in una direzione completamente opposta alla nostra…

  3. armando
    22 maggio 2015 at 13:06

    A proposito del lavoro domenicale e del suo significato simbolico:
    “Non so quando, come e perché è accaduto, ma ad un certo momento le principali confessioni si sono messe in testa che il lavoro alla Domenica facesse acquisire alle persone meriti per l’accesso al Paradiso, modellando i giorni feriali, l’economia umana, la creazione materiale, sulle concezioni dei materialisti. E’ così divenuto possibile per le persone affidare l’anima a Dio mentre partecipano a un’economia dedita alla più rapida estrazione ed al più rapido consumo di qualsiasi cosa rappresenti un “valore” nel mondo di Dio, con danni collaterali illimitati a tutte le creature, essere umani compresi, il che non è un valore.”
    E’ una frase scritta da un ruralista “conservatore” (anche se lui rifiutava ogni etichetta) americano, Wendell Berry (si veda, se interessa, http://www.ilcovile.it l’ultimo numero. Lo stesso Berry, ha scritto anche, in un suo romanzo, Jayber Crow, sulla vita in una cittadina americana:
    «L’Economia non voleva più che la gente di Port William producesse, mettiamo, uova. Voleva che la gente le mangiasse senza produrle. O, per meglio dire, voleva che la gente comprasse uova. Non era importante se poi nessuno le mangiava. Non importava se erano buone o fresche, bastava che la gente le comprasse. Finché la gente continuava a pagare per averle, all’Economia, probabilmente, non interessava nemmeno farle arrivare per davvero in negozio»
    Ditemi voi se non è la descrizione del passaggio marxiano da MDM, a DMD, ossia, oggi lo vediamo ancora meglio, la rottura del legame fra valore d’uso e valore di scambio, a esclusivo vantaggio di quest’ultimo.
    Sono profondamente convinto che se non prestiamo la dovuta attenzione a quei sistemi simbolici di cui parla Rino, che comprendono gli usi, le tradizoni, le credenze religiose ed anche mitiche di una comunità o di un popolo, da preservare in quanto espressione complessiva di quella comunità o di quel popolo,e su cui costruire anche il complesso dei rapporti sociali, sarà la logica utilitaristica del capitale a vincere, sempre e comunque. L’Urss mobilitò immense energie per vincere la guerra contro il nazismo facendo ricorso proprio a quel sistema simbolico che gli “estremisti” della rivoluzione d’ottobre volevano abbattere interamente e che invece Stalin ebbe l’intuizione di recuperare (che poi fosse responsabile di crimini orrendi non ci piove, ma questo fu un suo merito).
    D’altra parte occorre anche ammettere che quando un’ideologia diventa astratta e perde di vista le persone nella loro concreta umanità, sono guai, come accadde col gulag. A proposito allora di valori comunitari, termino con un’altra frase anch’essa di un nume tutelare del conservatorismo made in USa, Edmund Burke:
    ” “l’essere più povero e diseredato che striscia sulla terra, lottando per salvare se stesso dall’ingiustizia e dall’oppressione, è rispettabile agli occhi di Dio e dell’uomo”
    Misura la distanza incommensurabile con l’utilitarismo del capitale, ma è anche un invito a riconsiderare dal punto di vista teorico e pratico, quanto è accaduto in termini di evoluzione economica e sociale e in termini di schieramenti politici in quest’ultimo cinquantennio. Chi è veramente progressista e chi veramente conservatore? Anzi, cosa vogliono dire, quì ed oggi, quei due termini, oltre le accezioni codificate che continuamo ad usare?

  4. Armando
    22 maggio 2015 at 23:03

    Per René Girard, il venir meno delle differenze, ovviamente non di classe ma culturali, quindi l’omologazione, è il più importante fattore di crisi sociale e culturale, tale da mettere in pericolo la civiltà.
    Riguardo allo spappolamento delle classi, la questione non èè didifferenza di reddito, bensì del fatto che mentre nella fase precedente esistevano e si confrontano diverse culture, quella borghese e quella operaia in primo luogo, oggi esistono invece individui che tendono ad esprimere la stessa “cultura”, gli stessi gusti, aspirazioni, modelli di vita, obbiettivi, che non sono precisamente né borghesi né proletari, ma quelli unificati del capitale assouto. Ovviamente con incommensurabile differenze di possibilità reali di realizzarli. Da questo punto di vista, insomma, esiste un continuum e non più una cesura fra le classi. Ovvio che si tratta di una fregatura immensa per le classi subalterne, che ora sono tali non solo economicamente ma anche culturalmente.

  5. 24 maggio 2015 at 18:02

    A parer mio, tutta la questione si può leggere anche dentro i paradigmi della struttura classica marxiana.
    In questa piccola parte di mondo, cioè l’Europa occidentale, è tramontata l’egemonia della borghesia nazionale in favore del dominio di una borghesia transanzionale e finanziarizzata, espressa politicamente in Europa dall’UE e in Italia sostanzialmente dal PD.
    Il crollo di una borghesia nazionale ha fatto crollare tutto quello che era il ‘collante nazionale’ dello Stato: il culto della patria (patria che qui da noi è sempre stato sinonimo di dominio borghese, cosa che rende il patriottismo nostrano reazionario e molto diverso da quello ad esempio bolivariano o dei popoli che hanno subito l’imperialismo), l’ordine familista, il ruolo della religione (che già però infastidiva il progetto sabaudo, a dimostrazione di come già la religione sia da un pezzo di intoppo alla borghesia, che ha saputo poi recuperarla nel dopoguerra come crociata anticomunista).
    Tuttavia, qui è il punto: in un Paese come il nostro, che non è una colonia, ma un anello secondario della catena di comando imperialista (la nostra borghesia transanzionale partecipa a tutti gli effetti al progetto del Capitale imperialista), è necessario ricostruire collanti sociali, come per me viene bene detto nell’articolo, ma ha senso pensare di ricostruire ciò che era la sovrastruttura di una struttura economica (la borghesia nazionale all’egemonia, con tutti i vantaggi che ne otteneva la piccola e media borghesia e in cui era possibile articolare politicamente le rivendicazioni del proletariato) come un balzo indietro nella Storia?
    Io penso di no, penso che debbano essere costruiti nuovi collanti sociali, iniziando dalla partecipazione dei cittadini al controllo degli scempi sul territorio (come sta succedendo ad esempio contro Ombrina e come è stato il NO TAV finchè ha funzionato), che è comunque lotta contro un progetto capitalista, che si affianchi alla difesa del diritto ad abitare e del diritto al lavoro e al salario, diretto e indiretto, proprio perchè siamo in una fase storica diversa.
    Chiudo con una mia valutazione: si dice da alcune parti (parlo di articoli che ho letto in giro, non su questo blog) che la fase attuale del capitalismo non sia più comandata dalla borghesia ma da una neo aristocrazia finanziaria. in realtà, secondo me, sempre di borghesia si tratta, poichè è comunque legata all’investimento e all’estrazione di plusvalore, e poichè il capitale finanziario (=capitale industriale+capitale bancario) orienta comunque la produzione essendo dentro i Cda delle multinazionali produttive.

    • Fabrizio Marchi
      25 maggio 2015 at 9:33

      Quando dico che la tradizionale (marxiana) relazione fra struttura e sovrastruttura va rivisitata non lo dico perché penso che Marx abbia preso una cantonata. Al contrario, penso che Marx, a suo tempo, in quella determinata fase storica, abbia avuto un’intuizione assolutamente geniale. Penso solo che debba essere adeguata e integrata, diciamo così, perché se è vero che la struttura economica era e resta una struttura, a mio parere oggi non è più la sola, perché il controllo della sfera psichica da parte dell’attuale forma di dominio sociale (capitalistico assoluto) è oggi assolutamente determinante, né più e né meno del controllo della sfera economica e sociale, e forse anche più, da un certo punto di vista.
      Ai tempi di Marx il dominio sociale si esercitava necessariamente nell’ambito della sfera pubblica degli individui; la gente viveva inchiodata per 14 ore al giorno ad una macchina all’interno di una fabbrica-lager. Il controllo della loro sfera psichica era contestuale alla loro condizione di sfruttamento e di alienazione, non c’era ancora la necessità di controllare la loro sfera interiore e di sviluppare meccanismi altamente sofisticati e pervasivi di controllo e di dominio sociale. Tutto ciò si è reso necessario successivamente. Le famose tecniche di manipolazione di massa e di costruzione del consenso sociale (attraverso il controllo della sfera psichica) si sono infatti sviluppate successivamente. Illo tempore, cioè al tempo in cui Marx ha vissuto, era la religione a svolgere questa funzione (ideologica) di manipolazione delle coscienze. Non è certo casuale la posizione di Marx sulla religione come alienazione. E questo perché anche Marx era comunque figlio dei suoi tempi e, giustamente, scorgeva il carattere ideologico (e di falsa coscienza) della religione o delle religioni. Oggi sappiamo che la situazione è in larga parte mutata da questo punto di vista e dobbiamo (marxisticamente) riposizionarci rispetto a questo tema, ma questo è un argomento complesso sul quale tornerò con un articolo ad hoc, proprio per l’importanza che riveste.
      Ora dovrei aprire un capitolo interminabile sulla sessualità, sulla relazione uomo-donna all’interno dell’attuale società capitalistica, sul femminismo, il genderismo ecc. per spiegare la centralità della “psicosfera” e di conseguenza il suo carattere strutturale. Non lo posso fare per ovvie ragioni di spazio e tempo, ma se vuoi puoi farlo, come già ti ho detto altre volte, visitando il sito degli Uomini Beta dove ci occupiamo specificamente di questi temi.
      In conclusione, aggiungo solo che non siamo stati e non siamo certo i soli a ragionare sul tema delle “strutture”. Gli strutturalisti, Levi Strauss in primis (fondamentali i suoi studi sulle strutture psichiche), e i “francofortesi” hanno già affrontato questi temi, mi sembra con notevole acume e capacità analitica e ci hanno fornito degli importanti strumenti di comprensione della realtà.
      Per quanto riguarda invece la struttura sociale delle classi dominanti sono sostanzialmente d’accordo con te. Però sarebbe un errore continuare a definire le attuali classi dominanti come “borghesi”, nel senso che la borghesia era comunque portatrice di un determinato apparato valoriale-ideologico, appunto borghese (il vecchio Dio, Patria e Famiglia) di cui oggi si è se non completamente, in larga parte disfatta (ci sono ancora i teocon e la destra ideologica che però è stata anch’essa parzialmente colonizzata dal politically correct) per assumerne un altro (appunto l’ideologia politcally correct). A questo punto si aprirebbe una questione di ordine semantico e simbolico (che abbiamo già affrontato a suo tempo). Possiamo definire l’attuale classe dominante capitalista ancora come classe “borghese”, nel senso tradizionale del termine? Non lo so, a me pare di no, tecnicamente parlando non lo è più. Il che ovviamente non significa che non sia classe dominante e sfruttatrice, penso solo che avendo cambiato determinate caratteristiche, debba mutare anche il modo di significarla dal punto di vista linguistico. Stesso discorso può valere per le classi subalterne. Possiamo continuare a definire queste ultime con il termine proletariato? Ho dei dubbi, perché il proletariato, come del resto la borghesia (anzi, questa purtroppo ancor più, essendo classe dominante) era un gruppo sociale provvisto di una soggettività, di una consapevolezza di classe e di una cultura opposta e alternativa a quella della borghesia. Oltre al fatto che aveva delle caratteristiche specifiche dal punto di vista della composizione sociale (operai, braccianti, lavoratori salariati e nullatenenti, appunto proletari nel senso proprio del termine). Oggi la “classe” si è scomposta, frantumata, spappolata anch’essa, in seguito ai grandi processi sociali e tecnologici che hanno trasformato la struttura sociale e ha contestualmente anche smarrito quella soggettività, consapevolezza e coscienza, appunto, di classe, di cui sopra, e non è portatrice di un bel nulla, purtroppo, essendo stata completamente o quasi psicologicamente e ideologicamente colonizzata dal capitale e dalla sua ideologia (torniamo al discorso sulle strutture…) .
      Per queste ragioni sarebbe improprio, a mio parere, parlare di proletariato; faremmo un torto al proletariato che storicamente si è manifestato come soggetto sociale capace di produrre una sua cultura, una sua filosofia (meglio farei a dire più culture e più filosofie), una sua interpretazione del mondo (di cui noi siamo orgogliosamente figli). Oggi la situazione è purtroppo mutata e siamo di fronte ad un magma, a quella che io definisco (senza nessuna accezione dispregiativa perché sto parlando della mia gente, della mia classe sociale) una “marmellata” sociale, che ha interiorizzato i “valori” e l’ideologia del capitale.
      Nell’attesa di trovare un termine che la significhi dal punto di vista semantico, forse la cosa migliore è definirla classe subalterna. In ogni caso, al di là della questione simbolico-linguistica, la sostanza del rapporto fra queste classi (classi dominanti capitalistiche post borghesi e classi dominate post proletarie, diciamo così…) resta comunque quella di sempre. Poi, se proprio vogliamo, per convenzione, possiamo anche continuare a definirle come borghesia e proletariato, però a mio parere, per le ragioni che ho sommariamente spiegato, sarebbe improprio. Ma non cambia comunque la sostanza del loro rapporto. L’una è classe dominante e l’altra è classe dominata.

      • Bruno
        25 maggio 2015 at 12:02

        Capisco la posizione, ed è rispettabile.
        Mi ero reso conto che ci fosse molto Foucault e molta Scuola di Francoforte sul discorso affrontato sulla struttura, così come comprendo, sempre assumendo questo punto di vista, il discorso sulla borghesia che non è più tale in quanto ha perso i suoi valori.
        Sulla religione ti do ragione al 100%: però anche Marx, a parte il famoso passo sul soffio della creatura oppressa e l’oppio dei popoli, in cui parlava in senso assoluto (e con l’occhio rivolto soprattutto rivolto al cristianesimo, giacchè, figlio dei tempi, guardava la religione egemone), quando declina storicamente i concetti era molto vicino a quel che dici: ad esempio invitava a sostenere la lotta degli Irlandesi, per quanto egemonizzata dal cattolicesimo, perchè comunque era una posizione che aveva una valenza di classe e poteva comunque essere feconda di sviluppi.
        Ciò detto, senza aprire un discorso lunghissimo in merito, che magari svilupperemo negli appositi post, io ho un’impostazione più economicista dell’approccio a Marx, soprattutto sul concetto di struttura.
        Ma, appunto , ci torneremo.
        Leggerò il sito degli uomini beta, ma già qualcosa ho letto, e alcune cose mi trovano d’accordo, altre deduzioni che fai mi sembrano leggermente forzate, ma anche qua non campate per aria. E pure qua, semmai, ci torneremo in un topic apposito, qua mi aveva molto fatto riflettere soprattutto il ragionamento sulla struttura.
        Io stesso prediligo molto il termine classi subalterne, mentre il termine proletariato lo uso di solito per quelle sacche di proletariato effettivo, anche se, essendo abbastanza economicista, pure qua tendo ad estendere il concetto a tutti i salariati, ma, appunto come dici bene, oggi le classi subalterne non sono solo proletari e sottoproletari (termine questo, in cui anche secondo me Marx è molto figlio del suo tempo nel giudizio che ne trae e che oggi non è più valido per ragioni di rapporti economici).

        • armando
          10 giugno 2015 at 15:01

          Solo per dire che 1) Se il proletariato effettivo come lo concepiva marx si sta restringendo, 2)se il concetto di classi subalterne va oltre il proletariato includendo tutti (bè, diciamo quasi) i salariati, allora a)sono i concetti stessi di struttura e sovrastruttura come li intendeva marx e soprattutto la sua interpretazione più economiscitica, che vacillano fortemente e b) è lo stesso concetto di classe marxiano da rivisitare.
          D’altra parte tutto ciò va letto insieme all’analisi della situazione mondiale odierna, nella quale mi sembra che il concetto di lotta di classe, centrale in Marx e che ha contraddistinto tutto il xx secolo, sia piuttosto sullo sfondo, mentre in primo piano emergono altre contraddizioni. C’è molto da studiare e di cui discutere.

          • Fabrizio Marchi
            13 giugno 2015 at 12:50

            Comincio dalla coda del tuo commento, Armando:
            il concetto di lotta di classe, che ha caratterizzato il XX secolo, sta sullo sfondo non perché non esistano più le classi (tutt’altro…) o perché non esista più il conflitto di classe stesso (il conflitto di classe può essere aperto o sotterraneo, visibile o non visibile o addirittura cosciente, da parte di alcuni, o non cosciente, da parte di molti, ma esiste comunque oggettivamente, come è sempre esistito) , bensì perché in questa fase storica questo conflitto è stato vinto dalle classi dominanti a tutti i livelli e le classi subalterne sono oggi totalmente o quasi prive di coscienza, come abbiamo detto più volte e come ho cercato di spiegare anche nell’articolo in oggetto. Il trionfo del capitalismo assoluto ha distrutto l’identità (coscienza) di classe, e ora sta passando alla distruzione anche delle altre forme identitarie.
            Il problema è come ricostruire quella coscienza (identità), considerando appunto che oggi il capitalismo è passato all’offensiva anche su altri piani, che sono quelli che ho cercato di evidenziare. Tutto è strettamente correlato e interconnesso.
            Relativamente alla composizione delle classi abbiamo già detto molto in altre occasioni (mi pare che qui ne abbiamo parlato molto nell’ambito dell’articolo “Hegel, si ma non troppo” e non ci ritorno. Certo che il proletariato classico della fabbrica fordista si è ridotto sensibilmente di numero, per lo meno nel mondo occidentale (già in Asia le cose stanno messe in modo diverso), ma nuove masse di soggetti subalterni hanno fatto la loro comparsa, penso alla massa dei precari, più o meno qualificati, ma anche alle famose “partite IVA” che il più delle volte altro non sono se non dei lavoratori subordinati e precari, e alla massa dei tanti oscuri impiegati nei vari settori terziari ecc. Ma l’elenco potrebbe essere ancora molto lungo…
            Sulla rivisitazione dei concetti di struttura e sovrastruttura invece, come sai, sono d’accordo, perché penso che il dominio della sfera psichica sia oggi un fatto strutturale, né più e né meno del controllo dei rapporti di produzione, e che i due aspetti siano intrinsecamente correlati e non certo separati. Certo, Marx non poteva prevedere determinate evoluzioni della società capitalistica. Come abbiamo detto mille volte, siamo seduti sulle spalle di giganti. Noi, umilissimi manovali del pensiero, stando seduti sulle loro spalle, se ci mettiamo un po’ di buona volontà, possiamo riuscire a vedere un po’ più in là di quanto abbiano visto loro (moltissimo e anche molto lucidamente, per l’epoca…). Ma ci vuole coraggio e onestà intellettuale, proprio quello che manca oggi ai cosiddetti “intellettuali”. Pare proprio che tocchi anche a noi, nel nostro piccolo, cercare di colmare questo vuoto…

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