Il cardinale eversivo

Assistiamo da anni a svariate interpretazioni del fenomeno populista. Il giornalismo istituzionale, l’Accademia attenta ai temi che intralcerebbero la stabilità politica, il mondo della cultura sempre più fuso con le dinamiche di potere ammoniscono ossessivamente sui pericoli di un popolo che richiede l’avvento dell’uomo della provvidenza, che straccia in un solo colpo le dinamiche della santificata liberal/democrazia.
Mai da quei pulpiti beati si alza un approfondimento. L’unico messaggio disponibile è una solenne contrapposizione. A un popolo arretrato e sostanzialmente pericoloso farebbe da contraltare una manciata di esperti che possono indicare la strada corretta, costruita grazie a riflessioni talmente complesse che nessuno capirebbe.
In questi giorni l’uomo della tecnocrazia leghista, il superdraghiano Giorgetti, ha lanciato un’OPA su ciò che resta della Costituzione. Draghi potrebbe guidare l’Esecutivo anche nelle vesti di Presidente della Repubblica. I commentatori che occupano le stanze dei giornaloni liberali, nella loro fierezza immorale, hanno salutato la proposta con il solito plauso meccanico. Si va verso un semi-presidenzialismo di fatto. Tutto sopportabile insomma. Quasi auspicabile.
In realtà le venature post-democratiche del neo-liberalismo si fanno sempre più esplicite, si cristallizzano nell’arroganza. Ciò a cui aspira la tecnica neo-liberale non consiste nel semplice affievolimento della democrazia sostanziale, – erosione progressiva dei diritti sociali, inasprimento delle condizioni di lavoro, svuotamento funzionale dei corpi intermedi – ma punta dritta alla cesura della democrazia rappresentativa. I meccanismi di mercato non gradiscono intermediazioni. Le decisioni abbisognano di rapidità.
In questo senso il neo-liberalismo è contemporaneamente anti-popolare e anti-borghese. E sempre seguendo questa direttrice è del tutto fuorviante proseguire nel sottolineare una distinzione tra liberalismo economico e liberalismo politico. Errore prospettico in cui cadono molti sedicenti socialisti. L’ideologia neo-liberale ha omogeneizzato le due prospettive rendendole indistinguibili. Oggi dichiararsi socialista liberale è una contraddizione in termini. Pericolosa strizzata d’occhio al sovversivismo delle classi dirigenti.
Perché proprio di questo si parla. Il populismo politico difatti è una semplice reazione alla chiusura democratica delle classi dominanti. Una risposta spontanea all’esclusione delle classi popolari dalle istituzioni, un recupero spoliticizzato della conflittualità, una lotta extra-parlamentare priva di coscienza di classe. Lo stralcio della Costituzione disegna un modello neo-aristocratico. La legittimazione da sangue blu viene surrogata dall’acquisizione arbitraria del merito. La nuova investitura non prevede alcun nesso con la sovranità popolare.
Come ho spesso ricordato le separazione tra democrazia e liberalismo non è di recente fattura. Il laboratorio politico di questa scissione fu il Cile di Pinochet. Il neo-liberalismo difatti non è riducibile a mera teoria economica, ma si impone come ideologia strutturata, ansiosa nel fabbricare un determinato essere umano. Un imprenditore esistenziale. Per correre dietro ai suoi scopi eugenetici – interconnessi a quelli economici – il neo-liberalismo è camaleontico. Si può appoggiare a qualsiasi tipo di forma di Governo. A qualsiasi impalcatura statale. Si ramifica come mentalità, come modus vivendi che trancia intimamente la cultura democratica.
Se nel quotidiano all’individuo si impone un obbligo alla scelta, una responsabilizzazione personale del fallimento, un’individualizzazione della responsabilità, un “non dover chiedere mai”, il modello politico corrispondente non potrà che essere di stampo totalitario. Per completare la disumanizzazione dell’economia occorre procedere per strappi. Forzare l’assolutismo dei mercati. La democrazia è velleità.
Ieri sera, nel salottino mediatico di Bruno Vespa, con aria cardinalizia, Paolo Mieli, messo a capo del Ministero della Verità dall’ossequiosa società civile, si è affrettato a rendere credibile, attuabile, non oscena, la realistica provocazione di Giorgetti. Il suo sparring partner, l’ex Presidente del Consiglio Conte, in un’afona difesa della Costituzione, diventa fanciullino costretto a bearsi della propria ingenuità.
A Mattarella sarà chiesto di proseguire nell’opera di distruzione creativa della Carta. Quella scintilla golpista che i suoi più recenti predecessori hanno elevato a senso di responsabilità. Scintilla che ha un nome. Attentato alla Costituzione. Un reato.
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1 commento per “Il cardinale eversivo

  1. Enza
    3 novembre 2021 at 16:40

    Ottimo intervento. Il Mieli, untuoso e cardinalizio, ha altri sodali in questo tentativo di stupro della Costituzione come Carlo Verdelli.
    Definirli orridi è poco.

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