Le verità nascoste

Proprio ieri abbiamo pubblicato questo interessante e condivisibile articolo della nostra amica psichiatra e collaboratrice, Rita Chiavoni: http://www.linterferenza.info/attpol/fare-i-conti-con-i-suicidi-e-con-quanto-li-determina/
Tutto molto interessante e condivisibile, come ripeto, però…
C’è un però che non poteva sfuggire alla nostra osservazione. Un dato eclatante, addirittura clamoroso, e cioè il fatto che nell’ 80% circa dei casi a suicidarsi sono uomini (maschi). La percentuale arriva a toccare punte del 95% e anche più in caso di suicidio per ragioni economiche: http://www.uominibeta.org/articoli/italia-2013-il-suicidio-ai-tempi-dellipercapitalismo/ (le percentuali sono più o meno le stesse in tutto il mondo occidentale; non mi sono ancora documentato per quanto riguarda il resto del globo )
Ergo, possiamo ragionevolmente e realisticamente affermare che il suicido è una “pratica” quasi esclusivamente maschile. Se prendessimo per buona la narrazione femminista, ne dovremmo necessariamente concludere che gli oppressori sono decisamente più infelici degli oppressi, anzi delle oppresse. Chissà, forse per un senso di colpa che rende insopportabile la loro esistenza. Mi sento però di escludere questa ipotesi perché non si è mai visto nella storia un proprietario di schiavi suicidarsi per senso di colpa, né qualsiasi altro soggetto collocato in una posizione di dominio rispetto ad altri soggetti. E questo per la semplice ragione che il senso di colpa colpisce gli innocenti (e per questo è stato concepito…), non certo i colpevoli (tranne rari casi..). Il colpevole, in quanto tale, ha la “coscienza sporca”, come si suol dire, di conseguenza se ne infischia altamente del senso di colpa, semplicemente perché neanche lo percepisce, non arriva alla sua percezione coscienziale (altrimenti non agirebbe come agisce…). E’ colui che è dotato di coscienza (necessariamente infelice) che ne viene colpito.
Ergo, la questione è un’altra.
Ora, sarebbe interessante aprire una duplice riflessione. La prima per capire cosa spinge tante persone a togliersi la vita. La seconda per capire le ragioni in base alle quali a prendere questa drammatica decisione, meglio sarebbe dire, ad essere vittime di questa tragedia, sono quasi del tutto uomini. Personalmente ho le mie risposte ma scelgo in questo caso di non addentrarmi nel merito. Ci vorrebbe troppo tempo e l’argomento, per la sua importanza, merita un’analisi ad hoc che non mancherò prossimamente di sottoporvi.
Per il momento, ciò che voglio evidenziare è come questo dato, che in condizioni “normali” (cioè non in una specie di società orwelliana come quella in cui ormai siamo…), balzerebbe immediatamente agli occhi non solo di un esperto o di un “addetto ai lavori” (sia esso un sociologo, uno statistico o uno psichiatra) ma di una qualsiasi persona “normale” dotata di semplice buon senso, non venga neanche preso in considerazione. Non si può neanche dire che venga occultato, perché la rimozione del dato avviene ancora più a monte, ancor prima del suo occultamento. Ciò significa che questa operazione di rimozione è stata recepita ed elaborata a livello inconscio. E’ penetrata cioè nella sfera interiore degli individui, al punto tale che questi non sono neanche più in grado di pensare quello stesso dato. Le loro strutture psichiche lo hanno già cancellato, come si fa con un file.
Anche e soprattutto questo è il capolavoro di questo sistema, capace come è di controllare e manipolare la sfera psichica e l’inconscio delle persone. Con buona pace di quei compagni e di quegli amici che si ostinano a considerare la sfera psichica come una sovrastruttura.
Solo in questo modo, infatti, si può spiegare la ragione per la quale una persona intelligente, qualificata, attenta e scrupolosa nell’osservare i fenomeni psicologici e sociali (oltre che in assoluta buona fede), come la nostra amica Rita Chiavoni, si “dimentichi” di segnalare, nell’ambito di una riflessione di questo genere, un dato così clamorosamente evidente.
Ribadisco che non si tratta di un fatto personale, soggettivo. La sua “dimenticanza” è la dimenticanza di tutti. Vi risulta forse che qualcuno, sia esso giornalista, politico, economista, sociologo, psicologo,tuttologo o frequentatore di salotti per professione e via discorrendo, abbia mai anche solo accennato a questa questione? E qualcuno di voi che avrà la ventura di leggere questo articolo, sempre se siamo onesti, ci ha mai riflettuto?
Le domande presuppongono una risposta, ma anche in questo caso, socraticamente, lascerò che ciascuno di voi provi a darsela. Con una necessaria e pur dolorosa (per chi vuole continuare a credere negli asini che volano…) postilla. A parti invertite, se il suicidio fosse un fenomeno quasi esclusivamente al femminile, ci sarebbe lo stesso oblio, la stessa rimozione del fenomeno?
So già che Rita, conoscendola, dopo aver letto questo articolo, mi darà del birichino, in fondo a ragione. Ma questo giornale non è stato concepito per rassicurare bensì proprio per prendere di petto la realtà vera delle cose, anche e soprattutto quella nascosta. E quella realtà nascosta, cioè la verità (e i numeri non sono un’opinione…), non è mai rassicurante.
Mi scuso per il titolo, non c’è nessuna presunzione, vi assicuro, da parte mia. Solo che proprio non me ne veniva in mente un altro in grado di esprimere al meglio ciò che volevo significare. Mi affido all’intelligenza e allo spirito politicamente scorretto dei nostri lettori e delle nostre lettrici.
P.S. in fondo poi, chi vuole, può sempre leggersi la Repubblica o il Corsera o qualsiasi altro organo di disinformazione di massa preposto allo spappolamento delle menti e delle coscienze, mica è obbligato a leggere L’Interferenza…

30 commenti per “Le verità nascoste

  1. Pappagallus
    16 giugno 2015 at 20:07

    La risposta c`e` ed e` ovvia. Gli uomini – anzi, i maschietti – si uccidono perche` sono incapaci e deboli a sostenere le sfide della vita. Cioè : uccidono se`stessi per gli stessi motivi per cui sottopongono le donne (anzi, scusate, le ddonneh) al nuovo genocidio del XXI secolo, il “Femminicidio”. Siamo esseri inferiori di fronte alle Signorie Loro, e quindi quando le cose vanno male siamo capaci solo di alzare le mani e distruggere. Noi stessi e /o gli altri. Come vedete, il cerchio – anzi, il cappio – si chiude sempre.

    • pietro
      17 giugno 2015 at 3:47

      hai appena dimostrato che hai capacita deduttive pari a zero oltre a renderti ridicolo/a con la tua affermazione…. è u8n fatto che buona parte delle donne si rende inferiore come persona,come genere e spesso come lavoratore e come ggenitrice… quote rosa,sgravi fiscali per aziende rosa… senza aiutino non riuscite per tutti a farcela?legge sul femminicidio vergognosa quanto pericolosa,ingiusta e incostituzionale come se uccidere una donna fosse piu grave che uccidere un maschio o un anziano e come se bastasse la parola di una donna a far condannare un uomo… ovviamente lo stato attraverso l’applicazione delle leggi continua in caso di separazione a considerare la donna coniuge debole anche se quarantenne e papabile lavorativamente… queste e altr cose mi fanno concludere che un po come dici tu tabte donne sono realmente inferiori … e sono inferiori come persone rispetto alle persone e non solo inferiori rispetto agli uomini… fatti furba quando hai da dire sciocchezze opta per il silenzio cosi eviti di essere presa per ridicola anche se l’anonimato aiuta molto… saluti

      • Fabrizio Marchi
        17 giugno 2015 at 7:43

        Pietro, il commento di Pappagallus era ironico…rileggilo bene, e soprattutto con calma…non farti prendere dalla rabbia…la rabbia non porta a nulla se non a dire sfondoni…
        Quindi, calma e gesso…

  2. Rino DV
    16 giugno 2015 at 20:57

    >La sua “dimenticanza” è la dimenticanza di tutti.<
    Concordo.
    .
    Non si tratta di un dato* che emerga (o tenti di emergere) alla coscienza del singolo e venga poi consapevolmente rimosso/represso.
    Siamo ad un livello più profondo: è un "non-fatto" collettivo che in quanto tale non ha bisogno di venir negato.
    Si tratta di un "non-avvenimento" che perciò, letteralmente, "non può venir negato".
    .
    Ritengo che questo sia il livello di analisi adeguato alle dinamiche (radicali) in cui si sviluppa il conflitto F/M.
    .
    * Questo è solo uno tra i molti, si capisce.

  3. armando
    16 giugno 2015 at 23:29

    Concordo con Pappagallus. La risposta, già prenotata e confezionata èè quella. Gli oppressori sono fragili, deboli, le oppresse forti e salde. Risposta contraddittoria sul piano logico e storico? Non è ;n problema per chi della logica e della storia si è sempre fatto beffe. Conta solo che questa narrazione sia percepita come vera. Ma ai fragili, ai deboli, non si accordano in genere protezioni maggiori che ai forti, in questa società a paradigma femminilcompassionevole? Si, ma questa eccezione è dovuta.Preferiscano i deboli per far spazio ai forti.

  4. Maurizio Rosso
    17 giugno 2015 at 6:39

    Anni fa mi sono imbattuto in una discussione su questi dati, vale a dire la decisamente più alta percentuale di suicidi fra i maschi rispetto alle donne. Vi era però un altro dato, se non ricordo male, interessante e riguardava i tentati suicidi. In questo caso la predominanza era femminile: le donne tentano il suicidio molto di più dei maschi, ma solo in una ristretta percentuale lo portano a termine. I maschi, invece, pur avendo una minore percentuale di tentativi, hanno una più alta percentuali di “riuscita”. Si può dire quindi che il maschio, quando prova a suicidarsi, statisticamente risulta molto più deciso della donna a portare agli esiti estremi la sua scelta. Ricordo anche la spiegazione che venne fornita al fenomeno (non ricordo da chi): il maschio si suicida di più perché più aggressivo. Posto che anche il suicidio è un atto aggressivo, ma contro sé stessi, che richiede una certa capacità aggressiva, il maschio essendo per natura più aggressivo vi accede più facilmente. Nella donna, invece, il tentativo, più frequente, è quasi sempre una richiesta di aiuto (potremmo dire che nella maggior parte dei casi, nel caso della donna, sia improprio parlare di tentativo di suicidio, quanto di simulazione di tentativo di suicidio). in definitiva la spiegazione fornita per spiegare la più alta percentuale di suicidi nei maschi, risiedeva nella più alta capacità distruttiva e quindi anche autodistruttiva che i maschi possiedono in determinate condizioni. Ripeto questa spiegazione non è mia (non ho gli strumenti per azzardare una spiegazione), però mi fa ricordare che in tutte le pratiche autodistruttive e nelle devianze tout court vi è una decisa predominanza maschile, basti pensare all’abuso di alcol o alla tossicodipendenza.

    • armando
      17 giugno 2015 at 13:17

      “potremmo dire che nella maggior parte dei casi, nel caso della donna, sia improprio parlare di tentativo di suicidio, quanto di simulazione di tentativo di suicidio”.
      Ecco, appunto: simulazione di tentativo di suicidio. Finzione, recita, cioè. Volendo essere cattivi potremmo dire che fa emergere l’essenza della personalità, ma in una materia così complessa le spiegazioni possono essere tante e contraddittorie, come per gli uomini. Si parla di aggressività, ma io credo che con miglior cognizione di causa si dovrebbe parlare di minor attaccamento alla vita da parte maschile, il che spiegherebbe anche il coraggio fisico e il fatto che le guerre sono sempre state combattute da maschi, mentre le femmine se ne sono rigorosamente astenute. Ora, la domanda è se l’attaccamento alla vita è sempre positivo o no.
      La mia risposta è che non sempre lo è. Le così dette imprese “folli”, in cui la probabilità di riuscita è minima, sono sempre e solo maschili. Si parli di imprese “sportive”, spaziali, o no, sempre è così. Chi rischa la pelle, nelle rivoluzioni armate, nella resistenza all’oppressione altrui, ma anche per salvare chi è in pericolo (in mare, nel fuoco, ovunque) , è maschio nella stragrandissima maggioranza dei casi. Le pochissime donne sono l’eccezione che conferma la regola. In altri termini, chi trasforma il mondo in senso concreto e simbolico, chi lo salva sempre nei due sensi sopradetti, è maschio. Per il maschio la propria vita ha valore, certo, ma relativo, non assoluto. Relativo a quella altrui, alle circostanze, alle situazioni. Quindi nessuna sorpresa se i maschi si suicidano più delle femmine. Ma la causa è esattamente opposta a quella che vuole il mainstream mediatico femminista ricordatoci da pappagallus e vergognosamente riproposto di continuo e teso a falsare, ancora e sempre, le coordinate dei fenomeni. Ci sarebbe anche un altro argomento in merito al fatto che per le donne la propria vita ha un valore assoluto, ma per ora mi astengo.

    • Fabrizio Marchi
      18 giugno 2015 at 10:26

      Anche in questo caso si da per scontato che gli uomini si suicidino (molto) di più rispetto alle donne perché sarebbero più aggressivi (e violenti…) e allora per loro sarebbe molto più facile.
      E figuriamoci se poteva esserci risposta diversa…
      E se provassimo a dare un’altra interpretazione? Magari scontata anche questa, ma perché non farla?
      E se gli uomini fossero più fragili e più sensibili delle donne? Nonostante millenni di condizionamenti che li hanno costretti a vestire sempre e comunque i panni dei “duri” e ad indossare un’armatura (peraltro pesantissima)?
      A parti invertite, qualora fossero le donne nella grande maggioranza dei casi a togliersi la vita, molto probabilmente la risposta sarebbe stata questa.
      E se provassimo per una volta a ragionare su questa ipotesi? Cioè la stessa che gli uomini scartano per primi per la vergogna, perché sono talmente compresi e costretti in determinati schemi di cui sono da sempre prigionieri e da cui non riescono a liberarsi per la paura di essere giudicati e derisi, e quindi di perdere appeal, fascino, funzione, ruolo (che ormai hanno perso da un pezzo…) agli occhi delle donne?
      E se fosse proprio questa una delle ragioni che va a sommarsi ad altre? Ad esempio, la perdita del lavoro (e quindi del ruolo pubblico), dal punto di vista psicologico, produce gli stessi effetti sugli uomini e sulle donne? Io dico proprio di no, e le statistiche sul suicidio per cause economiche (perdita del lavoro, licenziamento, chiusura della propria azienda, fallimento ecc.) sembrerebbero darmi ragione. Anzi, me la danno. Perché il 95% degli uomini che si suicidano in seguito alla perdita del lavoro non è il 55% e neanche il 70%, è il 95%, quindi pressoché la totalità. E questo dato non può essere casuale e ci dice che questo fenomeno non può essere derubricato solo con il criterio della maggiore aggressività maschile.
      Quindi c’è dell’altro. E questo altro non può essere dato se non dal fatto che gli uomini sono psicologicamente schiavi (schiavitù che si concretizza anche nella realtà materiale, ovviamente) del loro ruolo.
      Ora, come può essere oggettivamente considerato un oppressore (e un privilegiato) un soggetto che è talmente schiacciato dal ruolo che è stato chiamato a ricoprire, al punto tale di suicidarsi, laddove finisce per perderlo (o per vederlo indebolito)? Da rilevare che non stiamo parlando di uomini ricchissimi o potentissimi ma in larghissima maggioranza di operai, artigiani, piccoli e piccolissimi imprenditori che si tolgono la vita in seguito appunto alla perdita del lavoro o alla chiusura della propria azienda.
      Quindi all’ipotesi della eventuale maggior sensibilità maschile dobbiamo aggiungere quella che di fatto è una certezza, cioè l’ incapacità di quegli uomini di gestire una situazione che evidentemente vivono come psicologicamente insostenibile. E comunque, anche in questo caso, siamo di fronte ad una sensibilità ferita. Perché è ovvio che il cinico speculatore se ne sbatte altamente se getta sul lastrico migliaia di persone e non ci pensa neanche un secondo a togliersi la vita.
      Il discorso si farebbe ancora più ampio e complesso, ma per ora mi fermo.

  5. raffaella
    17 giugno 2015 at 13:11

    Leggendo e rileggendo l’interessantissimo articolo e i commenti che ne seguono mi è venuta im mente una riflessione…Che ne pensate del fatto che la.donna è l’uomo in quanto genere’puro’ nn esistano o nn esistano più …ma dentro di noi esiste una componente maschile o femminile più o meno forte…
    Questa suddivisione di gemere io credo sia stata in passato’ imposta’da una pseudo cultura della società del tempo…
    Oggi, ammesso che esista un comportamento Da donna è da uomo, nn e facilmente identificabile…io stessa ero definita un maschiaccio nonostante facessi danza classica e giocassi con i maschi…

    • Alessandro
      17 giugno 2015 at 23:22

      E’ innegabile che oggi i gusti, le scelte, le attività e via discorrendo, maschili e femminili si siano molto avvicinati, ma questo non è tanto dovuto alla “liberazione” della donna, quanto al fatto che il consumismo in cui siamo immersi tende a definire un tipo di individuo “asessuale” consono alle sue necessità: ecco quindi donne che si “comportano da uomini” e uomini che si “comportano da donne”, il tutto però in linea con i dettati che “il mercato” impone. Se la realtà del passato alle nostre latitudini nei rapporti tra i generi e nella loro espressione era viziata e condizionata da una greve cultura tradizionalistico-religiosa, oggi si vive una situazione che non è poi molto dissimile, solamente i condizionamenti prevalenti provengono da altre direzioni, ma sempre si tratta, nella maggior parte dei casi, di individui eterodiretti.
      A mio parere donne e uomini sono “naturalmente” diversi, la loro diversità quindi non è esclusivamente di natura culturale come vorrebbero far credere determinate correnti di pensiero, ed è questa diversità a rendere piacevole la loro interazione, soprattutto quando non è inquinata da pregiudizi ideologici, di subalternità, vedasi cultura tradizionalistico-religiosa, o da una stupida competitività, vedasi femminismo misandrico-moralista.

    • armando
      17 giugno 2015 at 23:23

      Che non sia più così è un fatto (parziale come dimostra quello che commentiamo), ma vero. Che ciò che era prima fosse imposizione culturale è opinione del tutto soggettiva e per me profondamente errata. E’ come dire che avremmo conquistato la libertà prima repressa. Ci vuole coraggio a sostenerlo, proprio mentre diciamo che il capitalismo èè sistema oppressivo e solo apparentemente e formalmente fondato sulla libertà dei soggetti. Sarebbe questa una vera cultura contrapposta alle pseudo culture precedenti? O piuttosto è una pseudocultura l’attuale che omologa, nega ogni forma e differenza in nome dell’unificazione del mondo (e dei sessi) sotto la forma merce? Che poi in noi tutti esistano una componente congressuale è cosa nota da sempre, ma non significa che maschi e femmine siano uguali, né fisicamente (ovvio) né psichicamente. Nello stesso modo una femmina maschiaccio non per questo è maschio.

  6. Rino DV
    17 giugno 2015 at 20:27

    1- Altro sono le cause dei fatti, altro è la loro interpretazione a fini predeterminati (in qs caso la guerra antimale). L’interpretazione canonica è stata riportata perfettamente da PPGLLS (che non la condivide, ovviamente).
    Si tratta dell’applicazione di questa regola elementare: tutto ciò che vi è di male nel mondo è causato dai maschi. Tutto quello che colpisce le FF ovviamente, più tutto quel (poco) che colpisce i MM stessi. Sono essi i padroni del mondo, lo hanno costruito a proprio uso e consumo. Non è perfetto neanche per essi? Colpa loro.
    Nella società femminista non ci saranno più suicidi né di FF né di MM (A. Fouque, autodefinitasi femminologa)

    2- Armando mi ha risparmiato tempo ed energie.
    Concordo su tutto. La parte mancante del suo intervento, relativamente al quale non ho la più pallida idea… non potrà vertere che su questo: la D è materia, l’U è forma.
    La Materia è eterna, la Forma è transeunte.
    Concetto-verità che con il grande Cesare unificammo in questa formula piuttosto singolare ed apparentemente bislacca: i maschi sono mortali. Solo i maschi sono mortali.
    3- Se in tutto questo c’è qualcosa di vero, allora ha ottenuto risposta anche la Raffaella.
    .
    PS quanto è grande, bella e profonda la FDM di cui il Cesarone fu antesignano, la filosofia della maschilità. Quanto in alto ci porta. In quali spazi siderei.

  7. ADA
    18 giugno 2015 at 19:34

    Le domande presuppongono una risposta, ma anche in questo caso, socraticamente, lascerò che ciascuno di voi provi a darsela. Con una necessaria e pur dolorosa (per chi vuole continuare a credere negli asini che volano…) postilla. A parti invertite, se il suicidio fosse un fenomeno quasi esclusivamente al femminile, ci sarebbe lo stesso oblio, la stessa rimozione del fenomeno?

    Sig Marchi ” socraticamente”le rispondo che vi è una bellissima forma di equilibrio tra lo scavar nella ragione e la la profonda consapevolezza della propria ignoranza….

    Ora, sarebbe interessante aprire una duplice riflessione. La prima per capire cosa spinge tante persone a togliersi la vita. La seconda per capire le ragioni in base alle quali a prendere questa drammatica decisione, meglio sarebbe dire, ad essere vittime di questa tragedia, sono quasi del tutto uomini.

    Io mi fermerei alla prima riflessione scattando con un bell’interrogativo…suonerebbe così :
    COSA SPINGE TANTE PERSONE A TOGLIERSI LA VITA ?

    Anche e soprattutto questo è il capolavoro di questo sistema, capace come è di controllare e manipolare la sfera psichica e l’inconscio delle persone.

    E lei è così sicuro che le sue analisi facciano meno danno???

    Lei commette ripetutamente un errore, riporta temi degni di riflessioni e discussioni, ma non può generalizzare in base alle statistiche più alte di suicidi maschili attaccando l’intera fascia femminile ….”A parti invertite, se il suicidio fosse un fenomeno quasi esclusivamente al femminile, ci sarebbe lo stesso oblio, la stessa rimozione del fenomeno?

    Le chiedo è possibile che non si renda conto del controsenso di quel che scrive?
    Se ad esempio si alzasse statisticamente il livello delle nascite maschili o femminili a chi imputerebbe una colpa a madre natura?
    Mi rendo conto che anche il mio possa essere un discorso controsenso riportandole un esempio di vita e non di morte… era solo per dimostrarle quanto lei voglia eliminare certe guerre alimentandone altre!
    Perchè cavolo parla di eguaglianze e poi innesca veleno in chi non vede differenze, in chi considera l’UOMO una persona e non un oppresso o oppressore , non un serial killer, o un maniaco….

    Ci sono persone che si suicidano per svariate motivazioni , ogni caso è doloroso e diverso, solitudine, disagio economico o psicologico…..ed il fatto di pensare che siano maggiormente uomini invece di donne a me personalmente non aiuta in nessun modo, sono persone senza distintivo ,di sesso, razza e qualsiasi altro che possa identificarli differenti ,meno importanti di altri/e….

    Qui non si tratta di occultare o di rimuovere, ma solo di puntualizzare un discorso di VERITA’ NON NASCOSTE…..di VERITA’ frutto di indifferenza verso il SUICIDIO, la gente è sempre più sola ,un numero in meno uno in più non fa differenza, ci si abitua a tutto indipendentemente se fosse uomo o donna….

    Ricordo ancora davanti ai miei occhi una persona stesa sulla riva della spiaggia, priva di vita, i bagnanti noncuranti…..continuavano senza emozioni a trascorrere la loro giornata come se lì non ci fosse nessun corpo …….uomo o donna , nulla…è questa una VERITA’ NON NASCOSTA.

    Ma questo giornale non è stato concepito per rassicurare bensì proprio per prendere di petto la realtà vera delle cose, anche e soprattutto quella nascosta. E quella realtà nascosta, cioè la verità (e i numeri non sono un’opinione…), non è mai rassicurante.

    Buona serata Sig.Marchi

    ADA/SIMONA…(scelga lei quella vera o nascosta)

    • armando
      18 giugno 2015 at 21:39

      Le faccio anch’io una domanda. Perché si parla di femminicidio come di un fatto specifico e non come uccisione di una persona?

      • ADA
        19 giugno 2015 at 20:42

        Grazie a lei per la lecita domanda Sig.Armando,
        le rispondo altrettanto lecitamente dicendole che io personalmente considero il femminicidio un reato, di un entità di pari gravità rispetto al reato del suicidio.Uccidere se stesso o uccidere una seconda persona di vicinanza o lontananza parentale io lo considero un REATO!….
        è questo il punto, è questo il FATTO SPECIFICO per me…

        Ora detto questo,rilevando che l’incidenza più elevata di suicidi statisticamente è di fascia maschile e il ”femminicidio ”che lei lo definisce ”un fatto specifico” sottointendendo che chi lo compie è l’uomo, abbiamo creato su questa pagina per chi vi legge ” Il profilo del carnefice”, cioè l’uomo

        L’UOMO che per affermarsi o riaffermarsi su questo pianeta attacca se stesso e fa una grande propaganda al FEMMINISMO….

        Leggendo i commenti una persona tra voi, (che stimo molto) aveva previsto che questa linea andava contro il vostro stesso principio, favorendo a vostro sfavore il principio femminista…già vi lascio un concetto filosofico (tanto per addolcire colui a cui spesso piace rapportarsi)

        Stiamo vivendo nell’era del nichilismo dove l’uomo si distingue non più per l’affermazione di sé ma per la “giustificazione di sé”…

        Le auguro una buona serata Sig. Armando

    • Fabrizio Marchi
      18 giugno 2015 at 23:34

      Cara Ada/Simona, lei è una delle più assidue lettrici di questo giornale (la vedo pressoché tutti i giorni sul sito…) ed ha anche l gusto della provocazione. Anzi, direi che quasi ogni suo commento è un tentativo di provocare e/o di mettere in difficoltà il sottoscritto.
      Così facendo però mi tratta come un idiota, il che non è bello, perché le sue provocazioni sono troppo grossolane.
      Allora, vediamo un po’. Se in virtù di un’ ipotetica indagine venissi a scoprire e denunciassi che, in proporzione (naturalmente), i neri negli USA hanno un tasso di abbandono scolastico molto maggiore a quello dei bianchi, oppure un reddito medio pro capite nettamente inferiore, o un tasso di mortalità molto più precoce, ciò significherebbe che il sottoscritto vuole scatenare una guerra contro i bianchi americani?
      Se in seguito ad una indagine venissi a scoprire ad esempio che molti bambini palestinesi di Gaza continuano a farsi la pipi a letto (questa non è una boutade ma un fatto reale frutto di una indagine effettuata da un team di psicologi una decina di anni fa) anche a tredici o quattordici anni in tot percentuale, perché sono traumatizzati dai bombardamenti e dalle condizioni complessive, materiali e psicologiche, in cui vivono (fenomeno che naturalmente non riguarda i bambini israeliani), ciò significherebbe che io voglio scatenare una guerra contro tutti i cittadini israeliani?
      Se in seguito ad un’altra indagine denunciassi che l tasso di mortalità per malattie e denutrizioni nei paesi dell’Africa sub sahariana è enormemente superiore a quello dei paesi occidentali, ciò significherebbe che voglio scatenare una guerra contro tutti i bianchi occidentali?
      Allo stesso tempo (anche se i fatti e i contesti sono completamente diversi, naturalmente…), se io denuncio il fatto che a morire sul lavoro in Italia (e non solo…) sono pressoché soltanto uomini o che appunto a suicidarsi sono larghissima maggioranza uomini, ciò significa che io voglio dichiarare guerra al genere femminile?
      Oltre tutto, se pensassi ciò, sarei anche un povero idiota. Quindi le cose sono due: o lei mi considera un idiota oppure le sue provocazioni sono ridicole e anche stupide. Opto per questa seconda ipotesi. E glielo dico in tutta franchezza, anche perché questo, come lei ha certamente capito, non è un giornale politicamente corretto (al contrario…), quindi non ho il dovere di mostrarmi ipocritamente gentile con tutti, specialmente quando lo spirito di provocazione è così evidente, come nel suo caso.
      Adesso, per cortesia, non si metta a fare il botta e risposta come accaduto già altre volte. Ci rifletta, ci pensi su, e cerchi di trovare argomenti più seri e più solidi se proprio ha deciso che provocare il sottoscritto sia uno dei suoi passatempi.

      • ADA
        19 giugno 2015 at 21:15

        Mi ritenga una provocatrice sociale e detto con franchezza non ho mai pensato che lei fosse un ”idiota”, non mi permetterei mai e mi scuso pubblicamente se dò questo effetto, ho un mio carattere e non ho nemmeno io nessun dovere di mostrarmi ipocritamente falsa tranne che per il libero accesso che legalizza quella falsità alla mia vera identità attraverso quei nick…

        Lei si sente molto attaccato e non si fida, ha parlato di ”armatura e sensibilità”,
        non siamo tutti uguali per s/fortuna, non esistono persone senza problemi o sofferenze, io vedo tra voi molte sofferenze e mi dispiace, adottiamo sistemi diversi pur avendo lo stesso fine e ci scontriamo reciprocamente e continuamente ferendoci credo non volutamente, almeno da parte mia….

        Lei ha un linguaggio di doppio spessore e vedo la difficoltà che prova, che provate tutti, nel comprendere il mio semplice e confuso linguaggio….qualcuno dice…ognuno di noi vale qualcosa, quello che magari manca a me è una tua dote e viceversa.(qualcuno che stimo, essendo stato un pò il mio maestro)

        Siamo tutti carenti però, secondo me ,di cultura verso il rispetto, è questo che ci uccide…che uccide l’uomo in quanto persona

        • Fabrizio Marchi
          19 giugno 2015 at 21:46

          E vorrei vedere, Ada, che lei potesse avere financo la presunzione di considerare il sottoscritto un idiota…
          In tutta sincerità, le sue sono chiacchiere vuote, prive di ogni fondamento, chiacchiericcio, per dirla in parole molto povere, senza alcun costrutto. Lei non riesce neanche a provocare, questo è il punto, tanto il livello dei suoi interventi è scarso. E guardi che quanto le sto dicendo non ha nulla a che vedere con il titolo di studio o il numero dei libri letti o altre simili stronzate. Conosco gente che non ha neanche la quinta elementare eppure fa mangiare la polvere a tanti cazzoni avariati con laurea in tasca, compreso il sottoscritto.
          Lei è proprio povera di contenuti ma ha la pretesa di venirci a bacchettare e a fare le pulci, ma è evidente che non è in grado di replicare argomentando in modo logico e dialettico.
          Dopo d che assume anche una sorta di atteggiamento pietistico camuffato da comprensivo (“vedo tra voi tanta sofferenza”…) . “Ma mi facci il piacere!” diceva un grandissimo comico napoletano…
          Roba da ridere. L’ho riammessa nella speranza che lei avesse cambiato musica rispetto ai suoi precedenti interventi. Ma così non è. E secondo me lei non è neanche in buona fede. Quindi non replichi perché tanto non la pubblico. Le avevo già detto di evitare di continuare il botta e risposta ma per qualche oscura ragione (forse solo perché ha tempo da perdere) continua ad incaponirsi.
          Continui a leggere questo giornale se ne ha voglia perché sicuramente ne trarrà giovamento (non noi , certamente non io, dai suoi commenti), dopo di che ci provi, se ci riesce, a dire qualcosa di sensato e soprattutto in buona fede, e allora forse ripubblicherò i suoi commenti.
          E si trovi qualcosa di utile e di qualità da fare nella vita piuttosto che perdere tempo in questo modo.

          • Fabrizio Marchi
            21 giugno 2015 at 10:07

            Ada, non ho pubblicato il suo ultimo commento perché non aveva senso. Lei non è qui per partecipare alla discussione ma per polemizzare con il sottoscritto. Sono costretto a scriverle in pubblico perchè l’email dalla quale invia i suoi commenti è fasulla (come le volte scorse). Se proprio ne sente l’impellente necessità, potrebbe anche scrivermi privatamente da una email non fasulla. Ma non ha neanche la voglia o il coraggio di fare questo, il che la dice lunga sul suo vero intento.

  8. raffaella
    18 giugno 2015 at 20:06

    Cari amiici dell’INTERFERENZA,innanziitutto grazie per aver ‘inaspettatamente’ prestato attenzione alla mia riflessiome..ma devo precisare che intendevo parlare (in questo sono stata poco chiara) di una ,’crisi spirituale’ (dovuta forse proprio al sistema capitalistico ,ricordato da voi,che ucciide l’individuo, la sna sicurezza, la sua integrità ) a rendere simili uomo e donna…

  9. Bruno
    19 giugno 2015 at 11:40

    Forse sono io che ho sempre malcompreso il concetto di sovrastruttura, ma mai ho pensato che l’ideologia, che è sovrastruttura, sia qualcosa di poco importante o non determinante, ma che sia tutto quell’universo di valori (o disvalori), tendenze, riflessioni che non potrebbero darsi senza la struttura materiale determinata da quel tipo di rapporti sociali e da quel tipo di produzione e consumo.
    Ma l’ideologia può, e qui è importante Lenin, rafforzare la struttura esistente così come, viceversa, farsi ideologia delle classi rivoluzionarie (oggi assenti come è assente un’ideologia rivoluzionaria moderna) per trasformare la struttura presente, dunque è tutto fuorchè qualcosa di accessorio, ma semplicemente l’universo del pensiero che si produce in e a causa di un determinato sistema di rapporti di produzione e di classe.

    Sulla preponderanza dei suicidi maschili: qua ci vorrebbe un pool di esperti, dalla storia sociale (ad esempio vedere se questa preponderanza maschile di suicidi avveniva anche un paio di secoli orsono, contando che allora il suicidio era molto più stigmatizzato dalla religione) alla biologia (magari i neurochimismi del cervello femminile sono diversi e hanno maggiore capacità di reazione…non ne so nulla lo dico come pura ipotesi astratta, magari dovremmo guardare agli infanticidi femminili per vedere se magari c’è stato un loro aumento per spiegare come magari la frustrazione femminile si eserciti in queste forme) alla psicologia sociale e individuale.
    Non dico che l’interpretazione del commento di Fabrizio Marchi sia falsa (io stesso penso che l’uomo sia più sensibile e fragile del ruolo a cui è stato costretto), ma per arrivare ad una conclusione così netta e definitiva (mentre magari può essere vera ma parziale) ci vorrebbero anamnesi ed analisi molto complesse e specialistiche, almeno a mio parere.

    • Fabrizio Marchi
      19 giugno 2015 at 13:07

      Infatti, come avrai già notato, caro Bruno, ho socraticamente lasciato aperta la riflessione, senza la pretesa di chiuderla. Mi sono limitato a riportare un fatto e naturalmente, come è legittimo che sia, a fornire anche una mia sia pur molto parziale (perché il tema è vastissimo e ci sarei ritornato…) interpretazione.
      Quello che mi interessava era accendere i riflettori su una questione che non viene mai affrontata, o meglio, viene affrontata (come tutte le altre che riguardano le “questioni di genere”) solo dal punto di vista ideologico dominante che oggi, può piacere o meno ma per me è così, è quello femminista o “neofemminista”. Chiarisco subito che con il termine “neofemminismo” intendo la concreta evoluzione e determinazione storica e fattuale dell’ideologia femminista, per come questa nel corso del tempo si è effettivamente declinata e attuata all’interno dell’attuale contesto sociale, storico politico, fino a diventare un mattone fondamentale (naturalmente questa è sempre la mia interpretazione) dell’ideologia capitalistica attualmente dominante, cioè l’ormai famosa (perché ne parliamo da molto tempo) ideologia “politicamente corretta” e di tutte le sue diverse correnti: “diritto umanismo”, laicismo, eugenetismo, relativismo assoluto, “naturalizzazione” e “ontologizzazione”del capitale, e naturalmente femminismo e genderismo. Quindi, se mi passi la metafora, sto parlando del “femminismo reale”, quello effettivamente realizzatosi, non di quello immaginario o teorico. Ed è sempre con la realtà concreta che bisogna fare i conti, non con le astrazioni teoriche. E’ valso e vale per il comunismo (e per tutto lo scibile: liberalismo, capitalismo, fascismo, religioni ecc. ecc. ), varrà o no anche per il femminismo? O riteniamo (non ce l’ho con te…) che il femminismo sia talmente perfetto e infallibile da essere sottratto al dibattito e alla possibilità di critica?
      Ciò detto, a latere, ribadisco che, a mio parere (ed è evidente che sto facendo, magari immodestamente ma è ciò che penso, un salto rispetto alla concezione marxiana e anche a quella leniniana), oggi il dominio della sfera psichica (e in questo ambito l’ideologia o le ideologie giocano un ruolo fondamentale) non può più essere considerato alla stregua di una mera sovrastruttura. Ma di questo ho già parlato tante altre volte e comunque ci tornerò spesso perché è un punto di fondamentale importanza.
      Per tornare a noi, il senso dell’articolo e anche dei mie commenti successivi, era quello a cui facevo cenno sopra. Un altro esempio clamoroso (oltre a quello dei suicidi, ma ne potrei portare tanti altri altrettanto clamorosi) che ci dice come funziona il meccanismo di controllo della sfera psico-ideologico-mediatica, è la totale rimozione della tragedia, di classe e tutta al maschile, dei morti sul lavoro. Se ci fai caso, si parla spessissimo, anche nelle televisioni, sui giornali, ne parlano gli esponenti politici di tutti i partiti, i sindacati, financo il Presidente della Repubblica, praticamente tutti, di questa immane tragedia che solo in Italia dal dopoguerra ad oggi, ha provocato circa 200.000 vittime (e milioni di infortunati). Ma nessuno, MAI, ha fatto anche solo un accenno a quello che è un dato a dir poco eclatante, e cioè che a morire sul lavoro sono solo uomini (maschi). La domanda sorge spontanea a chiunque non si sia bevuto il cervello (sembrerebbe, a quanto pare, la quasi totalità delle persone, per lo meno a giudicare dal silenzio…). E cioè: perché un dato così clamorosamente evidente non viene neanche sollevato?
      Ce la vogliamo porre questa domanda birbona e provare a darci una risposta o comunque ad avanzare delle semplici ipotesi sulle quali cominciare a lavorare, oppure vogliamo anche noi far finta di nulla, occultando la realtà (cioè la verità, in questo caso, perchè la conta dei morti è un concetto che ha a che vedere con la matematica, non con l’opinione)? O abbiamo paura (se non il terrore…) che sollevare simili questioni sia troppo “pericoloso” perché si vanno a toccare temi troppo “scabrosi”, specialmente per chi milita a sinistra, nelle sue varie declinazioni?

      • Bruno
        19 giugno 2015 at 14:47

        Ma guarda, per quel che mi riguarda non c’è alcun problema a criticare il femminismo, anzi leggo con attenzione e interesse, e pure qua sui morti del lavoro ci sarebbe molto da riflettere: pure qui bisognerebbe analizzare i dati e le percentuali di impiegati uomini e donne rispetto ai settori più rischiosi (o a quelli dove è stata tagliata la sicurezza), ma certamente quel che dici non è peregrino e andrebbe sviluppato ‘scientificamente’ se ci fossero mezzi e soldi per poter organizzare un pool di lavoro di esperti.
        A me però, dal mio parzialissimo angolo visuale, pare che oggi, almeno nei movimenti, il femminismo della contrapposizione stia pian piano venendo meno, mentre lo ritroviamo fortissimo in alcune esponenti dei partiti della sinistra (intendo alla sinistra del Pd), per cui non so quanto oggi ci siano problemi ad affrontare un discorso complessivo come quello che svolgi tu con ottime motivazioni.
        In ogni caso, a me premeva maggiormente il discorso sulla sovrastruttura (anche perchè sulle questioni del femminismo non è che mi sia mai molto interessato), ovvero che secondo me il controllo psichico rimane ideologia e sovrastruttura, con la grande importanza e la dialettica che essa riveste.
        Su questo mi interesserebbe particolarmente sapere se sei d’accordo.

        • Fabrizio Marchi
          20 giugno 2015 at 10:43

          Caro Bruno, provo a fare un ragionamento “terra terra”, come si suol dire, perché in genere sono sempre i più efficaci.
          Ai tempi di Marx, il capitalismo era ancora in una fase espansiva (quantitativa più che qualitativa), anche se molto potente, ma non aveva certo raggiunto il suo apice (noi possiamo dirlo, oggi…). Tuttora noi non siamo in grado di sapere se lo abbia raggiunto o ne vedremo ancora delle belle, sempre come si suol, dire. Personalmente opto per questa seconda soluzione, basti pensare che siamo solo all’inizio dell’ era “eugenetica”, cioè della possibilità della manipolazione dell’umano, non sappiamo entro quali termini e soprattutto entro quali limiti (se ci saranno dei limiti…). Questo processo sta avvenendo in un mondo dominato dal Capitale e dalla Tecnica. Si è aperto un dibattito fra noi (abbiamo pubblicato un articolo su questo giornale che ha suscitato una bella discussione, te ne consiglio la lettura,anche dei commenti… http://www.linterferenza.info/attpol/solo-la-tecnica-ci-puo-salvare/ ) su chi sia il vero “gestore” di questo processo; il Capitale o la Tecnica? Secondo me, non è corretto porre la domanda in questi termini. La mia opinione è che siamo all’interno di grandi processi complessi all’interno dei quali però ci sono degli attori e anche dei registi (ciò che chiamiamo classi e gruppi dominanti con tutte le loro relative articolazioni economiche, mediatiche, militari, intelligence, culturali, scientifiche ecc. ) i quali operano appunto all’interno di una grande processo in un gioco continuo e costante di rimandi.
          Personalmente non credo affatto al carattere impersonale del capitalismo, come sostengono alcuni, anche amici e compagni. Mi sembra una interpretazione parziale, così come altrettanto parziale sarebbe pensare che tutto sia determinato solo da una sorta di Spectre mondiale del capitalismo che ordisce e organizza complotti dalla mattina alla sera. A mio parere sono compresenti entrambi gli aspetti, proprio in virtù della complessità dei processi, all’interno dei quali ci sono i soggetti (gruppi sociali, economici, politici, più loro articolazioni…) che agiscono e che gli danno vita e viceversa. In parole ancora più povere, se non c’è dubbio che il capitalismo sia un grande processo (un rapporto di produzione, ma non solo…), è altrettanto dubbio che ci siano dei soggetti che lo animano e che prendono anche delle decisioni. Esempio pratico. Non è che l’aggressione alla Libia o all’Iraq o il colpo di stato in Ucraina (o qualsiasi altro evento, occupazione militare, colpo di stato, destituzione di questo o quel governo ecc.) siano il risultato di chissà quale processo impersonale. Tutt’altro. Sono atti politici e militari decisi a tavolino da gruppi di potere ben determinati che agiscono all’interno di quello stesso processo a cui contribuiscono a dar vita, appunto in un “gioco” costante di vicendevoli rimandi. Così abbiamo risolto, per quanto mi riguarda, la controversia tra i “complottisti” da una parte e i teorici dei processi o della loro complessità e “impersonalità” dall’altra.
          Tutta questa premessa per arrivare al concetto di struttura e sovrastruttura.
          Marx analizzava un capitalismo ancora relativamente “primitivo”, rispetto a quelle che sarebbero state le sue evoluzioni. Un capitalismo che non aveva, o aveva solo in misura ridotta, il problema di controllare la sfera psichica delle persone, e questo per una semplicissima ragione. Per il fatto cioè che la stragrande maggioranza delle persone erano inchiodate ad una macchina 14 ore al giorno (e chi non era inchiodato a una macchina era comunque inchiodato a qualcos’altro, un aratro, un piccone o qualsiasi altro utensile). Ed è ovvio che quando si è inchiodati, perché di fatto costretti, per 14 ore al giorno, a stare inchiodati ad una macchina, il sistema dominante (il Capitale, e ancora prima altre forme di dominio, naturalmente molto più rozze) non ha l’esigenza di sviluppare una forma più sofisticata di dominio, perché ha già il pieno controllo sulle persone e sulle classi subordinate attraverso il lavoro, l’organizzazione del lavoro, la fabbrica, il luogo fisico del lavoro (salariato ma di fatto coatto), oltre naturalmente ai mezzi coercitivi di sempre, cioè lo stato e le sue articolazioni (esercito, polizia, potere giudiziario ecc.); in altre parole attraverso il controllo della sfera pubblica degli individui. Il problema del controllo della sfera psichica ancora non si poneva nei termini in cui si porrà più tardi (oggi). L’aspetto coercitivo era più che sufficiente come deterrente e il vecchio sistema valoriale borghese (Dio, Patria e Famiglia), di cui le religioni organizzate erano “garanti”, anche’esso altrettanto sufficiente come “falsa coscienza” necessaria per poter garantire e sostenere ideologicamente il sistema e naturalmente a creare le condizioni per la sua riproduzione.
          La situazione da allora è completamente mutata, come tutti possiamo vedere, per lo meno nel cuore della metropoli capitalista occidentale. Tant’è che è qui che si sono sviluppati i processi più sofisticati per quanto riguarda l’evoluzione del complesso sistema di controllo e dominio sociale. Anche nel Ghana, nel Ciad, in Arabia Saudita, nelle Filippine o nel Malawi c’è il capitalismo, se è per questo, ma è evidente che in quei contesti non c’è necessità di sviluppare meccanismi tanto sofisticati di controllo e dominio sociale. Se andassimo a parlare di “ideologia politicamente corretta” o di “controllo della sfera psichica” in quei contesti, neanche ci capirebbero, ovviamente e giustamente. Non saprebbero neanche di cosa stiamo parlando, verremmo presi per dei marziani o degli svitati.
          Ma noi non siamo in quei contesti, siamo nel cuore del capitalismo occidentale che per poter riprodursi e continuare a perpetrare il proprio dominio (anche indirettamente in quegli altri contesti) ha avuto necessità di costruire (questo invece è un processo complesso e certamente non un “complotto” ordito a tavolino…) all’interno della sua stessa cabina di comando, diciamo così, dei meccanismi estremamente più sofisticati. Ed è qui che entra in ballo la famosa “sovrastruttura”, se vogliamo ancora chiamarla così, e cioè tutto ciò che ha a che vedere con il controllo, il dominio e la manipolazione delle menti.
          Esempio pratico. Ai tempi di Marx il valore di una merce era determinato dal valore d’uso, cioè dalla quantità di lavoro necessaria a produrla (più plusvalore, assoluto e relativo ecc. tutte cose che non devo certo spiegare a te…). E questo per ovvie ragioni, in primis per il fatto che il valore di un bene era effettivamente dato dalla sua utilità o necessità e ovviamente e soprattutto dalla sua disponibilità. Di conseguenza l’antichissima legge dell’utilità marginale era quella che determinava il suo valore e quindi il prezzo. Il valore di scambio era quindi necessariamente collegato al valore d’uso (mi rendo conto di stare facendo un ridicolo bignamino ma ci capiamo…). Oggi, obiettivamente non è più così, o meglio, non è più soltanto così. Intanto perché la quantità di lavoro necessaria a produrre una merce si è ridotto in misura esponenziale fin quasi a raggiungere in alcuni casi quasi lo zero (con tutto ciò che questo comporta sul lavoro, sull’occupazione, sul salario, ecc. ecc.) e poi perché il valore di una merce (e quindi il valore di scambio) può essere determinato anche indipendentemente dal valore d’uso.
          Per spiegare questo concetto porterò un esempio ancora più banale del mio ragionamento e naturalmente iperbolico, ma forse efficace.
          Siamo ormai in un mondo in cui se le grandi strutture di manipolazione di massa del consenso decidessero di lanciare una gigantesca campagna per sostenere che la pipì dei gatti giapponesi, per una determinata congiuntura geografico atmosferica, ha delle particolari doti che fanno bene alla pelle, eliminano la cellulite, fanno crescere le tette oppure aumentano la virilità perduta dei maschi, noi assisteremmo alla produzione e alla vendita (e forse al boom…) di creme tonificanti all’estratto di pipì di gatto giapponese.
          L’esempio è un assurdo (e non ne sono tanto sicuro al punto in cui siamo arrivati…) ma ci capiamo…
          Se le cose stanno così (potrei portare tanti altri esempi, magari meno iperbolici…), è possibile considerare ancora il controllo della sfera psichica solo come una sovrastruttura determinata dalla struttura (economica)? Tu potresti rispondermi:”Si, ma lo scopo di quel controllo psichico, nella fattispecie, la vendita di estratto di pipì di gatto giapponese, è finalizzata all’accumulo di plusvalore”. Vero, ma se quella “sovrastruttura” ha quella potenza di condizionamento e di penetrazione psichica profonda, a tal punto da determinare la produzione di una merce piuttosto che un’altra (così non era ai tempi di Marx semplicemente perché il problema non si poneva), diventa difficile continuare a sostenere che quella sia una sovrastruttura determinata da una struttura. Tendo piuttosto a pensare che siamo di fronte a due strutture che interagiscono insieme.
          In conclusione, Marx ebbe un’intuizione geniale, per l’epoca, perché fu capace di svelare la menzogna che si celava dietro l’ideologia dominante all’epoca, cioè il fatto che quella ideologia (sovrastruttura) fosse il prodotto dei rapporti di produzione (struttura). Oggi, a mio parere, quella relazione (struttura-sovrastruttura) deve essere rivisitata, alla luce delle considerazioni di cui sopra.
          P.S. tutto sommato, penso che di questa risposta ne potrei fare un vero e proprio articolo, quindi ti ringrazio per avermi stimolato in tal senso con le tue osservazioni.

          • Bruno
            20 giugno 2015 at 14:57

            Grazie a te: hai dato una grande risposta!
            Nel post vedo di fare qualche considerazione in merito, che la discussione è molto interessante.

          • armando
            30 giugno 2015 at 12:54

            Fabrizio si chiede, “E’ il capitale o la tecnica il gestore dei processi”, e risponde che è una domanda mal posta. Ecco, al di là delle considerazioni sul problema struttura/sovrastruittura, assai interessanti e importanti ma che, secondo me, riguardano un tema (in parte) diverso, la domanda sul capitale e la tecnica è di importanza estrema, e la si potrebbe riformulare in questo modo: la tecnica si è in certo senso “autonomizzata” dai rapporti di produzione e procede con una sua logica interna indipendente, e uguale quasiasi sia il modo di produzione, oppure la tecnica, esendo pur sempre un prodotto umano, dipende comunque dall’ambiente in cui nasce e si sviluppa?
            Confesso che non ho idee chiare in proposito, anche se la mia formazione mi porta a preferire la seconda risposta. Capisco però che si tratta di un problema cruciale, perchè se fosse vera la prima risposta, ci lascerebbe , per così dire, in braghe di tela o quasi. Se la tecnica procedesse per logiche sue proprie che tendono ormai ad imporsi universalmente, sarebbe essa a determinare anche l’etica o la morale, o anche la strutturazione dei rapporti sociali? Si capisce immediatamente, mi sembra, che sarebbe un gigantesco esproprio dell’umanità dalla capacità di determinare i suoi canoni culturali e il modo con cui si articola socialmente. E sarebbe possibile istituire e far valere limiti esterni alla tecnica stessa?

  10. Aliquis
    20 giugno 2015 at 11:12

    Non ho il tempo di leggere tutti i commenti, ma volevo intervenire brevemente.
    Io credo che la donna tenda di più a simulare il suicidio perchè è socialmente accettabile che la donna sia fragile e che chieda “aiuto”. Se una donna tenta il suicidio e non ci riesce non è una grossa vergogna per lei. Un uomo invece ha più interesse ad uccidersi realmente perchè se il suo tentativo fallisce deve poi affrontare la riprovazione sociale per il suo gesto; riprovazione e vergogna che si aggiungono ai motivi che lo hanno spinto al gesto estremo. Meglio quindi togliersi sicuramente da questo mondo per evitare ulteriori disagi. Quindi, la cosiddetta omogeneità tra i sessi che qualcuno qui ha sbandierato è solatnto apparenza. La differenza tra i due generi esiste; è stabilita dalla società indipendentemente da qualsiasi differenza naturale che io non so riconoscere e valutare. E mai come oggi credo ogni genere pensa solo a se stesso; almeno a me sembra così.

  11. 1 luglio 2015 at 8:12

    Senza affrontare il problema generale del rapporto tra i due sessi, che richiederebbe ben altro approfondimento, mi limito a trattare il problema specifico.
    C’è un elemento genetico ineludibile che rende maschi e femmine differenti. Nessun animale è così sesso-specializzata come i mammiferi per l’ovvio motivo che solo le femmine possono allattare i piccoli, e ciò avviene quasi sempre (con un’unica eccezione) dopo una lunga gravidanza.
    La prima riflessione da fare è che per la sopravvivenza della specie la femmina dei mammiferi è molto più importante del maschio. Un unico maschio potrebbe fecondare svariate centinaia di femmine, e quindi da questo specifico punto di vista, il maschio è una merca abbondante.
    Ciò potrebbe spiegare la maggiore temerarietà del maschio, la sua tendenza ad esplorare ed anche la sua maggiore capacità immaginativa. Se insomma un maschio muore, chi se ne frega? La specie sopravvive benissimo (e credo che l’uso di salvare prima donne e bambini abbia a che fare con questo aspetto).
    La maggiore dose di testosterone va quindi a mio parere inquadrata in questo basso valore per la specie del maschio (ricordo come in molte specie di mammiferi la lotta per il possesso della femmina può essere cruenta fino alla morte di uno dei duellanti).
    In ogni caso, il maggiore numero di suicidi coincide con il maggior numero di morti (vita più breve) dei maschi a cui la natura concede cuore e polmoni più grandi e potenti con la connessa maggiore percentuale di malattie cardiocircolatorie, e forse sarebbe utile ricordare l’uso dei duelli per le ragioni più diverse e anche più futili che si aveva ancora fino a pochi secoli fa.
    Tutto ciò ha tanti altri effetti collaterali che qui sarebbe troppo lungo considerare, ma credo che sia sempre necessario ricordare, oltre alle cause culturali, anche le cause naturali.

  12. Fabrizio Marchi
    1 luglio 2015 at 9:24

    Sono senz’altro d’accordo con te, Armando. Pongo le domande in senso dubitativo perché voglio favorire, socraticamente, diciamo così, la discussione.
    Ciò detto, la penso come te, nel senso che a mio parere la Tecnica nasce e si sviluppa in un contesto storico, sociale e politico che non è certamente neutro, ma regolato da logiche di dominio sociale e politico.
    Però è anche vero che la Tecnica, che ha raggiunto livelli di sviluppo elevatissimi e impensabili (e chissà quanti ancora ne raggiungerà) è in grado di condizionare, per il fatto stesso di esistere, le scelte politiche, economiche, sociali e quant’altro; mi riferisco in quest’ultimo caso ai temi cosiddetti “eticamente sensibili”, e all’eugenetica in generale.
    E la Tecnica verrà comunque utilizzata e indirizzata dai chi detiene le leve del comando per i propri fini (cioè la riproduzione e la perpetrazione del proprio dominio).
    In questo senso dicevo che la domanda è mal posta, nel senso che i due aspetti non sono separabili. E’ il sistema di domino sociale a determinare le scelte, su questo non c’è dubbio. Però lo sviluppo e le scoperte sempre più strabilianti della Tecnica porteranno a condizionare sempre di più anche quello stesso sistema di dominio.
    Lo stiamo già vedendo (anche se siamo solo all’inizio) per quanto riguarda il tema delle fecondazione artificiale e tutta la tematica che ruota intorno a queste questioni: uteri artificiali, figli in provetta o concepiti in laboratorio, con conseguente stravolgimento totale dei concetti di materno e paterno, addirittura di maschile e femminile. Voglio dire, non è escluso che in un futuro che non so stabilire (ma non è detto che sia così remoto, anzi…) i concetti di materno e paterno spariranno del tutto, non avranno più senso dal momento che chiunque potrà “dotarsi” di un figlio, rivolgendosi (presumibilmente a pagamento…) a un laboratorio. Senza voler entrare nel merito, non mi pare una cosa da niente. Voglio dire, fino a pochissimo tempo fa, era scontato che i figli fossero il frutto dell’unione di una donna e di un uomo. Molto probabilmente non sarà più così. Questo porterà inevitabilmente dei cambiamenti epocali; di fatto una vera e propria nuova frontiera dell’umanità. Come verrà gestito tutto ciò? In che modo? In quale direzione? Che uso ne farà il sistema di dominio di questi nuovi orizzonti della tecnica?
    Stesso discorso, anche se questo è ancora molto prematuro (ma non da escludere in linea di principio) è quello sulla clonazione. Siamo certi che ci sia stato detto tutto? Io credo che come sono state clonate pecore e vacche, è assai probabile che stiano studiando come clonare anche un essere umano. Certo, questa è una prospettiva ancora fantascientifica però, se andiamo a vedere, lo era anche quella di poter replicare un animale. Oggi sappiamo che è possibile.
    Insomma, sono domande che la stragrande maggioranza delle persone non si pone perché sente ancora molto lontana questa frontiera. Questa seconda ipotesi (clonazione umana) probabilmente si, ma la prima invece tutt’altro.
    Scenari aperti sui quali bisognerebbe cominciare ad interrogarsi, anche al limite senza dover prendere necessariamente una posizione. Si può anche osservare e sospendere per il momento il giudizio, però occultarli mi sembra molto grave. Ed è proprio questo che mi fa preoccupare. Se se ne discutesse pubblicamente e liberamente, tutto sommato, sarei più tranquillo. Il fatto invece che non se ne discuta affatto ma che la tecnica (non separata dal potere, e quindi dal capitale) proceda spedita nell’indifferenza generale, mi fa pensare (e anche un po’ preoccupare…).

  13. ANONIMA
    11 agosto 2015 at 20:04

    Da qualche parte ho cercato tanto una VERITA’, su quel che mi circonda e mi piacerebbe credere che ci sia….è un aiuto importante non solo per me , ma per tanti di noi…

    Ho trovato una grande FORZA e provato tanta EMOZIONE in queste parole:

    ………… E finchè il talento sarà quantificato economicamente sarà il secondo aspetto (la quantificazione economica) a prevalere sul primo, se siamo onesti. Sempre ammesso e non concesso che nella logica capitalistica sia veramente il talento ad essere premiato e non la rapacità, la smisurata ambizione, il desiderio smodato di voler prevalere sugli altri, di accumulare e ostentare ricchezze, di dover a tutti i costi dimostrare di essere i più “bravi”, i più furbi, i più capaci, costi quel che costi.
    E poi, ammesso anche che le cose non stiano messe in questo modo, non si capisce perché il talento e/o la passione dovrebbero corrispondere ad una maggiore retribuzione o accumulazione di ricchezze rispetto ad altri. Dove sta scritto, chi l’ha detto, perché? Oggi io non faccio un mestiere che mi gratifica come è stato per alcune fasi della mia vita ma se lo facessi, come ho già spiegato, non sentirei in alcun modo il bisogno di guadagnare di più di altri, di ostentare un maggior reddito e una diversa posizione sociale. Perché? Chi l’ha detto? Dove sta scritto che uno stagnaro debba guadagnare di meno (oggi di più) di un professore di liceo e/o viceversa? Dove sta scritto che il proprietario di uno, dieci o cento supermercati debba guadagnare di più di un calzolaio o di un pescatore? Perché? Chi l’ha detto? Dove sta scritto?
    Quale profondo senso di frustrazione deve provare un essere umano per dovere a tutti i costi sentirsi migliore di un altro, e sulla base del reddito, poi?… Quale senso profondo di inadeguatezza, radicato probabilmente nei millenni nella psiche e nell’animo umani, possono portarlo ad alimentare questa sfrenata corsa per accumulare denaro, status, posizioni di potere? Quanto poco ci si ama, quanto poco ci si stima, quanto poco ci si vuole bene per dedicare la vita alla competizione per la scalata economica e sociale? Quanto profondamente ci si disprezza (anche se non ce lo diciamo) per poter scegliere una vita del genere? Quanta alienazione c’è in tutto questo? Quanto miseria esistenziale c’è in tutto questo?
    Certo, non voglio mica dire che la soluzione è nello statalismo dirigista che impone con la forza una eguaglianza economica e salariale. Il mio discorso va oltre…
    Comunque, lasciamo perdere…il discorso sarebbe lunghissimo.
    Mi viene però spontaneo chiudere con una frase pronunciata dal personaggio di un film che a me è piaciuto molto, e che mi è rimasta impressa. Il film è “L’ultimo samurai” e forse molti di voi lo hanno visto.
    Ad un certo momento, il capo della tribù ribelle ai diktat del nuovo ordine imperiale giapponese filo occidentale, il samurai Kasumoto, si rivolge al suo nuovo amico americano (che era stato inviato per ucciderlo ma poi finisce per schierarsi con i ribelli) e gli dice:”Guarda – mostrandogli un fiore rarissimo e pregiatissimo del suo giardino – questo è un fiore rarissimo, ce ne sono pochissimi esemplari in tutto il mondo. Un uomo che scegliesse di dedicare l’intera sua vita alla ricerca di questo fiore, non l’avrebbe sprecata”.
    ………………………………………………..

    Le verità nascoste sono soprattutto queste, sono le più belle, le più vere, le più profonde.
    Dovrei ringraziare l’autore di queste righe, ho colto l’ESSENZA di questa nostra ESISTENZA…..GRAZIE

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